In Ungheria non ha affatto vinto l’europeismo “progressista”: la sinistra rimane fuori dal parlamento. A vincere è stato un collaboratore stretto di Viktor Orban che, su molte cose, la pensa esattamente come il partito Fidesz. Vuole però prendere una posizione maggiormente atlantica e ricostruire un buon rapporto con le istituzioni UE, principalmente per motivi economici.
A cura della Redazione di Alleanza Cattolica
La vittoria di Peter Magyar alle elezioni politiche ungheresi era stata ampiamente prevista da tutti i sondaggi, ma nessuna poteva immaginare che Tisza, la formazione da lui guidata, raggiungesse e superasse i due terzi del Parlamento. Su 199 seggi disponibili, Tisza ne ha conquistati 138, Fidesz, il partito di Orban, crolla da 153 parlamentari a 54 e i seggi restanti vanno al partito “Patria nostra”, di estrema destra, che si riconferma con 7 seggi.
Molte cose possono dirsi sulle elezioni di domenica scorsa. Magyar è stato votato da 3,1 milioni di cittadini, record assoluto per un partico ungherese dalla caduta del comunismo; allo stesso modo, da record assoluto è stata pure l’affluenza al 77,8 %. Ma, soprattutto, si può dire che finiscono 16 anni di potere orbaniano, che hanno portato, nel bene o nel male, l’Ungheria al centro delle dinamiche europee.
Quello che però non si può dire, utilizzando termini politici giornalistici, è che ieri abbia vinto l’europeismo, o che Orban sia stato abbattuto da un avversario di sinistra. Ciò che si è verificato, inizialmente sfuggito alla maggior parte degli osservatori esterni, è che in Ungheria vi è stata la sostituzione di una maggioranza parlamentare di centro destra nazionalista e sovranista con una maggioranza di centrodestra soltanto più filo europea. C’è un altro dato che pochi hanno menzionato: la totale assenza di sinistra e centro sinistra, che anche in questa legislatura restano fuori dal Parlamento ungherese.
Come si spiega la vittoria di Magya, che occorre non dimenticarlo, è un ex-accolito di Orban? Egli ha focalizzato la propria campagna elettorale principalmente sulla retorica della lotta al sistema, contro quello che lui ha denunciato come “il sistema di corruzione orbaniano”, approfittando di alcuni scandali scoppiati nel 2024 che avevano portato alle dimissioni di Katalin Novak, la allora Presidente della repubblica vicina ad Orban. Questo, insieme ai problemi economici del paese, è stato sostanzialmente il leitmotiv che Magya ha posto agli elettori. Nella campagna elettorale di Tisza i temi concreti di governo sono passati in secondo piano rispetto al fermo proposito di abbattimento del “sistema”, che ha saputo intercettare l’insoddisfazione ungherese anche per un’economia che da anni va male, insieme alla percezione tra la gente di una diffusa corruzione delle istituzioni.
Ad ogni modo, guardando ai singoli temi, riguardo all’Unione Europea, il programma prevede l’adesione all’euro, lo sblocco dei fondi europei congelati, in opposizione alle politiche orbaniane, e l’adesione alla Procura Europea: non sono però chiare le tempistiche e Magyar non è un federalista. Prova di ciò è che nel gennaio 2026 il Partito Popolare Europeo, gruppo di cui Tisza fa parte, ha sanzionati i deputati del partito che non si sono presentati in occasione di una mozione di censura con Ursula Von Der Leien. Peraltro, guardando in giro per l’Europa, a proposito di euro sono diversi i paesi che non l’hanno adottato o cercano di ritardare l’adozione il più tardi possibile sebbene rappresenti un obbligo a norma dei trattati europei.
Sulla politica estera più in generale, nelle idee di Magyar l’Ungheria deve tornare ad una equilibrata politica euro-atlantica, con il rapporto con gli USA che rimane fondamentale. Quanto alla Russia, Magyar propone una progressiva riduzione della dipendenza energetica ma entro il 2035: un orizzonte temporale ampio per evitare nocivi contraccolpi che verrebbero da una interruzione tout court. Egli sa bene che un improvviso stop farebbe piombare l’Ungheria in una crisi economica ancora peggiore di quella attuale. Sull’Ucraina, Tisza è allineato alle posizioni di Fidesz, come dimostra il fatto che sul tema i due partiti, al Parlamento europeo, hanno sempre votato allo stesso modo, idem per quanto riguarda l’immigrazione, su cui Magyar intende mantenere una linea di fermezza. Soprattutto, Magyar non ha mai messo in dubbio le politiche pro famiglia e pro natalità attuate da Orban, ed è difficile che tali misure, molto popolari in Ungheria, vengano smantellate proprio da chi fino a qualche anno fa faceva parte della stessa compagine di uomini e donne che, a partire dalla caduta del comunismo, ha aderito ai principi cristiano democratici associandoli alla libertà ritrovata.
Occorrerà attendere per capire la reale portata dell’elezione di domenica scorsa. Per ora si può dire che l’Ungheria rimane ancorata al centrodestra e che l’Ue smetterà di essere il nemico della propaganda del governo Orban, a beneficio di un rapporto maggiormente costruttivo con Bruxelles, ma definire il risultato delle elezioni ungheresi una rivoluzione appare piuttosto forzato.
Venerdì, 17 aprile 2026
