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La Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America

18 Dicembre 2025 by Alleanza Cattolica

Fedele Italiano, Cristianità n. 436 (2025)

Che cos’è una «strategia di sicurezza nazionale» (SSN)?

Potremmo sinteticamente identificarla in uno strumento che «identifichi e di continuo aggiorni le minacce, definendo conseguentemente le linee generali da seguire nel neutralizzarle o ridimensionarle» (1).

L’ambito della «sicurezza nazionale» comprende, senza esaurirle, le politiche estera e di difesa. Un ambito che, pur connotato da un rilievo «strategico», ovvero «che consente ampie possibilità d’azione sul piano decisionale e operativo» (2), non ha trovato, almeno finora, nell’ordinamento italiano una sua chiara connotazione a livello giuridico e ordinamentale.

Infatti — pur a fronte della presenza di più attori fra loro distinti, il cui collegamento «richiede una condivisione strategica a livello politico, luoghi e strutture di stretto raccordo sul piano amministrativo e tecnico» (3) — manca all’Italia una «strategia complessiva della sicurezza nazionale e un sistema istituzionale di raccordi, preposto alla sua definizione e attuazione» (4). Definire una SSN significa, quindi, «[…] mettere in campo una costante e organizzata riflessione istituzionale su priorità e minacce, approntare e curare adeguati apparati istituzionali e amministrativi» (5).

Fra i Paesi membri del G7, l’Italia è l’unico a non disporre ancora di una «bussola che orienti la politica di sicurezza» (6), mentre quattro di essi — Stati Uniti d’America (USA), Regno Unito, Francia e Giappone — dispongono anche di un organismo appositamente deputato che possiamo assimilare al modello di un Consiglio per la Sicurezza Nazionale.

Una SSN è, pertanto, uno strumento fondamentale per «imporre e condividere una riflessione sugli interessi nazionali da considerare essenziali e sulle debolezze strutturali su cui è necessario prioritariamente intervenire per preparare il Paese a fronteggiare minacce presenti e future» (7). Questo obiettivo è efficacemente esplicitato dall’introduzione, a firma del presidente Donald John Trump, alla National Security Strategy 2025 (NSS), che la descrive come «una tabella di marcia per garantire che l’America rimanga la nazione più grande e di maggior successo nella storia dell’umanità, nonché la patria della libertà sulla Terra» (8).

«Vaste programme», avrebbe commentato il generale Charles de Gaulle (1890-1970) (9): vedremo quanto alla portata degli Stati Uniti d’America e del suo attuale presidente.

Quello che stiamo esaminando, infatti, non è soltanto un documento politico di alto livello ma, piuttosto, un vero e proprio «manifesto» che sembra avere il potenziale di cambiare radicalmente le dinamiche e le direttrici delle relazioni internazionali.

Da un punto di vista geo-politico il vero punto di svolta della NSS americana appare essere l’anteposizione della tutela degli interessi statunitensi nell’emisfero occidentale (10) rispetto a qualsiasi altro obiettivo strategico, compresa la gestione della sfida cinese che, pure, è parte essenziale dell’equazione. Da ciò deriva la volontà di riaffermare la validità della «dottrina Monroe» (11), integrata da un significativo «corollario Trump», che si esprime nella frase: «Negheremo ai concorrenti non emisferici la possibilità di posizionare forze o altre capacità minacciose, o di possedere o controllare risorse strategicamente vitali, nel nostro emisfero. Questo “corollario di Trump” alla Dottrina Monroe è un ripristino sensato e potente del potere e delle priorità americane, in linea con gli interessi di sicurezza degli Stati Uniti» (12).

Questo isolazionismo non può essere, però, attribuito alle sole intenzioni del presidente Trump, che incarna «la versione più virulentemente aggressiva di un’ideologia largamente condivisa» (13), dal momento che «l’esperienza degli Stati Uniti è interamente attraversata dal mito dell’insularità e dell’inviolabilità del loro territorio» (14) e che «l’isolazionismo era uno dei punti qualificanti della campagna elettorale di George W. Bush. Durante la presidenza di Barack Obama, gli Stati Uniti hanno adottato 317 misure protezioniste in media ogni anno, cioè il 20% di tutte le restrizioni commerciali adottate nel mondo» (15).

In questo senso, oltre agli USA l’unico altro attore, citato come fondamentale dalla National Security Strategy, è la Repubblica Popolare Cinese, mentre la Russia sembra venire in evidenza solo in ordine alla priorità della «politica generale [degli USA] per l’Europa» di «[…] ristabilire le condizioni di stabilità all’interno dell’Europa e la stabilità strategica con la Russia» (16). L’India, invece — in quella che appare, con ogni evidenza, una politica di contenimento della Cina — deve essere incoraggiata, attraverso il miglioramento delle «relazioni commerciali (e di altro tipo)», a contribuire alla sicurezza indo-pacifica, anche attraverso la cooperazione quadrilaterale con Australia, Giappone e Stati Uniti.

Ci troviamo davanti a una riorganizzazione dello spazio geografico mondiale — che potremmo visualizzare con cerchi concentrici —, con al centro le Americhe, dall’Artico all’Antartico, riunite in un «emisfero occidentale» nel quale gli Stati Uniti «[…] devono essere preminenti» perseguendo gli obiettivi di «coinvolgere ed espandere» (17).

Coinvolgere «[…] gli amici consolidati nell’emisfero per controllare la migrazione, fermare il traffico di droga e rafforzare la stabilità e la sicurezza sulla terraferma e sul mare»; espandersi «coltivando e rafforzando nuovi partner, rafforzando al contempo l’attrattiva [degli USA] come partner economico e di sicurezza privilegiato nell’emisfero»: il messaggio è piuttosto chiaro. Pur riconoscendo che «alcune influenze straniere saranno difficili da invertire, dati gli allineamenti politici tra alcuni governi latino-americani e alcuni attori stranieri» — il riferimento più diretto sembrerebbe essere il Venezuela — viene ribadito che, mentre deve essere ridotta la presenza degli attori esterni all’emisfero, come Cina e Russia, evidenziandone il carattere predatorio, gli attori regionali non allineati — per esempio, il Brasile — non devono rappresentare per le altre nazioni emisferiche, attraverso allineamenti o alleanze (come i BRICS), un’alternativa alla partnership con gli USA.

 Nel primo cerchio di interesse strategico il quadrante indo-pacifico si conferma come «uno dei principali campi di battaglia economici e geopolitici del prossimo secolo». In esso «Taiwan offre un accesso diretto alla seconda catena di isole e divide il Nord-Est e il Sud-Est asiatico in due teatri distinti. Dato che un terzo del traffico marittimo mondiale transita ogni anno attraverso il Mar Cinese Meridionale, ciò ha importanti implicazioni per l’economia statunitense. Pertanto, scoraggiare un conflitto su Taiwan, idealmente preservando la superiorità militare, è una priorità» (18).

A fronte di uno scenario in cui Taiwan venga aggredita — reso plasticamente dalle parole del presidente cinese Xi Jinping secondo il quale «la completa riunificazione della madrepatria è un requisito inevitabile per realizzare la grande rinascita della nazione cinese» (19), interpretata da molti analisti come l’intenzione di Pechino, in un modo o nell’altro, di riprendere il controllo di Taiwan entro il 2049, centenario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese —, gli USA si impegnano a costruire, in un quadro di alleanze con gli alleati e i partner (Giappone, Corea del Sud, Indonesia, Malesia, Singapore, Filippine), «[…] un esercito in grado di respingere qualsiasi aggressione nella Prima Catena insulare e […] qualsiasi tentativo di conquistare Taiwan o di raggiungere un equilibrio di forze così sfavorevole da rendere impossibile la difesa dell’isola». Analoga attenzione deve essere riservata al garantire la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, attraverso lo sviluppo della «deterrenza necessaria per mantenere aperte queste rotte».

L’Europa è collocata nel secondo cerchio strategico in una prospettiva che non è soltanto descritta da fattori politici, economici e militari. Se, infatti, rispetto all’allineamento dell’emisfero occidentale e alla competizione con la Cina, la NSS esprime una valutazione prevalentemente geo-politica e geo-economica, spingendosi nel secondo caso a delineare scenari di deterrenza militare, nei confronti dell’Europa emerge una considerazione diversa che non può essere ridotta alla sola «spesa militare insufficiente e stagnazione economica». Viene, infatti, in evidenza una «prospettiva reale e più grave di cancellazione della civiltà», asseritamente compromessa dalle «attività dell’Unione Europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà politica e la sovranità, [dalle] politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti, [dalla] censura della libertà di parola e [dalla] repressione dell’opposizione politica, [dal] crollo dei tassi di natalità e [dalla] perdita delle identità nazionali e della fiducia in sé stessi».

Un atto di accusa senza precedenti in un documento come la NSS, ma che riecheggia le parole pronunciate dal vicepresidente degli USA, James David Vance, il 14 febbraio 2025, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco in cui ebbe, tra l’altro, a dire «ciò che mi preoccupa è la minaccia dall’interno: il regresso dell’Europa su alcuni dei suoi valori più fondamentali. Valori condivisi con gli Stati Uniti» (20). Sono considerazioni, largamente condivisibili nella loro spietata anamnesi, che muovono da dati oggettivi e mettono in evidenza le piaghe aperte di un modello di democrazia liberale la cui crisi è stata, non da oggi, analizzata con riferimento al ripensamento profondo del ruolo dell’Occidente (21) e alla sua crisi apparentemente irreversibile (22).

A fronte delle evidenti difficoltà, assume una significativa importanza l’affermazione di volere che «l’Europa rimanga europea, che ritrovi la fiducia in sé stessa come civiltà».

 Il linguaggio della NSS è diretto, come un pugno allo stomaco, e ha provocato reazioni isteriche, come già era accaduto con il discorso di Monaco del vicepresidente Vance. Eppure, pone domande la cui risposta non è ulteriormente eludibile e che investono la postura dei diversi attori sulla scena internazionale, così come le riflessioni sul futuro dei soggetti politici dell’area conservatrice europea. Domande che, a distanza di venti anni, richiamano, con stringente attualità, quelle che «aleggiano a scadenze ricorrenti»: «il peso della storia e i riflessi che la storia stessa e, troppo di frequente, la sua strumentalizzazione continuano a esercitare sulla politica; il rapporto con l’Europa e tra l’identità nazionale e quella europea; il tratto col quale affrontare il “suicidio” demografico europeo e italiano, e il parallelo sensibile incremento della presenza di extracomunitari; la condivisione dei valori occidentali e, quindi, per un verso il contributo alla posizione italiana di vicinanza agli USA […], per un altro verso la corretta impostazione dei problemi di convivenza con i fedeli dell’Islam presenti in Europa» (23).

 Il terzo cerchio comprende il Medio Oriente, di cui la NSS attesta la decrescente rilevanza rispetto agli interessi nazionali statunitensi con un corrispondente maggior impegno dei partner mediorientali nella lotta al radicalismo. Emerge qui in tutta la sua evidenza un principio di realtà, di realismo politico che può essere scambiato per cinismo ed egoismo ma, a ben vedere, può, invece, essere colto come un invito a «ritornare al reale», considerando che ogni percorso di pace prende inizio dalla capacità di «ricominciare dalla verità» (24). E così, auspicabilmente, porre, in un approccio multilaterale, rispettoso delle differenti culture e tradizioni, basi migliori per una riscrittura delle regole della convivenza internazionale di cui si avverte l’urgente necessità. Per incoraggiare questo impegno «[…] sarà necessario abbandonare il malaccorto tentativo americano di costringere queste nazioni, in particolare le monarchie del Golfo, ad abbandonare le loro tradizioni e le loro forme storiche di governo. Dovremmo incoraggiare e applaudire le riforme quando e dove emergono in modo organico, senza cercare di imporle dall’esterno. La chiave per relazioni di successo con il Medio Oriente è accettare la regione, i suoi leader e le sue nazioni così come sono, collaborando al contempo su aree di interesse comune».

 Infine, nel quarto cerchio, troviamo l’Africa, rispetto alla quale gli Stati Uniti «[…] dovrebbero cercare di collaborare con alcuni paesi selezionati […] per passare da un paradigma di aiuti esteri a un paradigma di investimenti e crescita in grado di sfruttare le abbondanti risorse naturali e il potenziale economico latente». Una prospettiva di intervento analoga a quella sostenuta dal «Piano Mattei» (25), promosso dal Governo italiano, che rivendica «un cambio di paradigma nei rapporti con il Continente africano per costruire un partenariato su base paritaria che rifiuti tanto l’approccio paternalistico e caritatevole quanto quello predatorio e che sia capace di generare benefici e opportunità per tutti» (26).

Di fronte a un documento come questa NSS sembrerebbe, quindi, più opportuno mantenere un punto di vista realistico, rifuggendo da interpretazioni ideologiche e considerando, piuttosto, che «la geopolitica obbliga a fare i conti con la realtà e con i limiti che la realtà impone all’azione» (27); e che «partire dalla realtà nello svolgere una qualsiasi analisi, significa “ritornare al reale”, avrebbe detto Gustave Thibon (1903-2001), e combattere ogni approccio ideologico. L’aderenza alla realtà è il primo passo indispensabile per descrivere la situazione attuale della politica internazionale» (28).

Note

(1) Roberto Garofoli e Bernardo Giorgio Mattarella, Governare le fragilità. Istituzioni, sicurezza nazionale, competitività, Mondadori, Milano 2025, p. 87.

(2) Vocabolario Treccani, voce Stratègico, nel sito web <https://www.treccani.it/vocabolario/strategico> (gl’indirizzi Internet dell’intero articolo sono stati consultati il 31-12-2025).

(3) R. Garofoli e B. G. Mattarella, op. cit., p. 89.

(4) Ibid., p. 90.

(5) Ibidem.

(6) Ibid., p. 91.

(7) Ibidem.

(8) National Security Strategy of the United States of America 2025, nel sito web <https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2025/12/2025-National-Security-Strategy.pdf>, trad. it., con il titolo Donald Trump, l’aggressore, in il Foglio Quotidiano, 13/14-12-2025, inserto speciale, p. 1.

(9) Secondo un aneddoto non verificato, il generale De Gaulle avrebbe commentato così il motto «Mors aux cons», «Morte agli idioti», evidentemente ritenendolo un progetto velleitario e irrealizzabile. Cfr. Marcel Jullian, De Gaulle. Pensées, répliques et anecdotes, Le Cherche-Midi, Parigi 1994, p. 198.

(10) Nella rappresentazione cartografica del globo terrestre in due emisferi, è quello occupato dalle Americhe. Cfr. Vocabolario Treccani, voce Occidente, nel sito web <https://www.treccani.it/enciclopedia/occidente>.

(11) Con questo nome vengono indicati alcuni princìpi di politica estera, enunciati dal presidente James Monroe (1758-1831) nel 1823, in base ai quali si affermava che gli USA non avrebbero tollerato per l’avvenire alcun tentativo delle potenze europee di fondare colonie nel continente americano; che eventuali ingerenze dei governi europei negli affari interni delle nazioni americane sarebbero state considerate dagli USA come una minaccia alla loro sicurezza e alla pace; che a sua volta Washington si sarebbe astenuta dall’intervenire nelle questioni politiche e nei conflitti europei.

(12) Donald Trump, l’aggressore, cit., p. 3.

(13) Cfr. Manlio Graziano, L’isola al centro del mondo. Una geopolitica degli Stati Uniti, il Mulino, Bologna 2018, p. 40.

(14) Ibid., p. 39.

(15) Ibid., p. 40.

(16) Donald Trump, l’aggressore, cit., p. 4.

(17) Ibid., p. 3. Le citazioni successive fanno riferimento alla stessa pagina, salva diversa indicazione.

(18) Ibid., p. 4.

(19) XIX e XX Congresso del Partito Comunista Cinese.

(20) Cambio di regime: il discorso integrale di J. D. Vance a Monaco, trad. it., nel sito web <https://legrandcontinent.eu/it/2025/02/14/cambio-di-regime-il-discorso-integrale-di-j-d-vance-a-monaco>.

(21) Cfr. Andrea Graziosi, Occidenti e modernità. Vedere un mondo nuovo, il Mulino, Bologna 2023.

(22) Cfr. anche Patrick J.[ohn] Deneen, Why Liberalism Failed, Yale University Press, New Haven 2018; Emmanuel Todd, La défaite de l’Occident, Gallimard, Parigi 2023; Federico Rampini, Grazie, Occidente. Tutto il bene che abbiamo fatto, Mondadori, Milano 2024; e Santiago Cantera Montenegro, La crisi dell’Occidente. Origini, attualità e futuro, trad. it., Cantagalli, Siena 2022.

(23) Alfredo Mantovano, Ritorno all’Occidente. Bloc-notes di un conservatore, Spirali, Milano 2004, p. 42.

(24) Francesco (2013-2025), Fratelli tutti. Lettera enciclica sulla fraternità e l’amicizia sociale, del 3-10-2020, n. 226.

(25) Cfr. Piano Mattei per l’Africa, nel sito web <https://www.governo.it/it/piano-mattei>.

(26) Associazione Futuri Probabili, Rapporto per una strategia di sicurezza nazionale, 2025, p. 26 (scaricabile dal sito web <https://cdn.prod.website-files.com/666d739a3a4b91a97f6761d5/68527806f282a50eafe736dc_Rapporto_Per%20una%20Strategia%20di%20Sicurezza%20Nazionale.pdf>).

(27) M. Graziano, op. cit., p. 42.

(28) Marco Invernizzi, Meloni e l’Europa, 19-12-2025, nel sito web <https://alleanzacattolica.org/meloni-e-lunione-europea>.

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