• Passa al contenuto principale
  • Skip to secondary menu
  • Passa al piè di pagina
Alleanza Cattolica

Alleanza Cattolica

  • Cristianità
    • La rivista Cristianità – indici
    • Abbonarsi
    • Quaderni di Cristianità
    • Edizioni Cristianità
  • Temi
    • Libertà religiosa
    • Occidente
    • Politica internazionale
    • Famiglia
      • Matrimonio
      • Divorzio
      • Family day
      • Unioni civili
      • Omosessualità
    • Educazione
    • Vita
      • Aborto
      • Droga
      • Fine vita
  • Rubriche
    • Voce del Magistero
      • Angelus
      • Udienze
      • Regina coeli
      • Discorsi
      • Magistero episcopale
    • Dizionario del Pensiero Forte
    • Archivio film
    • Lo scaffale
    • Via Pulchritudinis
      • Santità
      • Arte
      • Architettura
      • Cinema
      • Costume
      • Iconografia
      • Letteratura
      • Musica
      • Teatro
    • Nel mondo…
      • Italia
        • Elezioni 2022
        • Pillole di Referendum
      • Africa
      • Centro america
      • Europa
      • Medio Oriente
      • Mediterraneo
      • Nord America
      • Sud America
      • Sud-est Asiatico
    • Economia
    • Interviste
    • Comunicati
    • Spigolature
    • English version
    • Versión en Español
  • Spiritualità
    • Il pensiero del giorno
    • Cammei di Santità
    • Esercizi di Sant’Ignazio
    • Le preghiere della tradizione
    • Sante Messe del mese
    • Ora di adorazione
    • Affidamento a Maria
      • Appello ai Vescovi e ai Sindaci d’Italia
      • L’affidamento alla Madonna dei Vescovi
      • Affidamento alla Madonna da parte dei sindaci
  • Lettere agli amici
  • Eventi
  • Audio e Video
    • Video
      • Riflessioni di Marco Invernizzi
      • Storia della Chiesa
      • Geopolitica
      • Islam: ieri e oggi
      • Video interviste
      • Convegni
      • Conferenze
    • Scuole estive
    • Audio
    • Radio Maria

Ateismo e comunismo. Il caso albanese

18 Dicembre 2025 by Alleanza Cattolica

Raffaele Danese, Cristianità n. 436 (2025)

Enver Hoxha, l’uomo che voleva «uccidere Dio»

L’11 aprile 1985 muore nella sua villa a Tirana il capo indiscusso del Partito del Lavoro d’Albania, cioè il partito comunista albanese, Enver Hoxha (1908-1985). Stalinista duro e «coerente», Hoxha era stato fino a quel momento il dittatore politicamente più longevo del Novecento: per più di quarant’anni aveva governato la Repubblica Popolare Socialista d’Albania con il pugno di ferro, creando un regime brutale e isolazionista, un vero «incubo di mezzo secolo» (1).

Hoxha morì nella notte, ma la notizia venne data da Radio Tirana solo intorno al mezzogiorno successivo con un comunicato in cui si annunciava: «Oggi, alle 2:15, il cuore dell’amato e glorioso leader del partito e del nostro popolo, il compagno Enver Hoxha […] ha cessato di battere» (2), dove non si pronunciava la parola «morte», come a voler sottintendere che il leader albanese fosse quasi immortale. In effetti, il suo successore, Ramiz Alia (1925-2011), disse agli albanesi che sulla lapide avrebbe dovuto esserci unicamente la data di nascita, in quanto «Enver Hoxha è immortale» (3). Le autorità considerarono la fine di Hoxha come una vera e proprio catastrofe naturale, decretando sette giorni di lutto nazionale e la sospensione di qualsivoglia attività. Oggi, grazie a Internet, possiamo guardare ciò che all’epoca ci era precluso: migliaia di persone in fila per rendere omaggio alla salma, fra scene collettive di pianto e di disperazione, non si sa se veramente sincere, oppure indotte con le tipiche tecniche orwelliane da 1984.

In ossequio al suo modello politico, lo stalinismo, il dittatore aveva creato e imposto alla società albanese il culto della propria personalità, ovvero quella particolare forma di propaganda ideologica consistente nell’esaltare a tal punto una persona fino «[…] a farne un superuomo fornito di qualità soprannaturali a somiglianza di un dio», per citare il celebre «rapporto segreto» di Nikita Sergeevič Chruščëv (1894-1971) (4). Anche Hoxha appariva, nel modo in cui si presentava alla società albanese, come «l’uomo che non doveva mai morire» (5). Ma quest’uomo «immortale» nutriva un vero e proprio odio mortale nei confronti della religione, in special modo quella cristiano-cattolica. È cosa nota che, ovunque abbiano conquistato il potere, i partiti comunisti nati sulla scia della Rivoluzione di Ottobre del 1917 abbiano perseguitato la religione. Meno noto è il fatto che proprio l’Albania comunista possiede il triste primato di un regime in cui la lotta antireligiosa è stata, fra tutte, la più feroce e virulenta. Come osserva lo studioso francese Didier Rance «in nessun luogo essa è stata così radicale come in Albania ove si svolse un autentico sterminio religioso» (6). Utilizzando quella combinazione di «ideologia e terrore» (7) che, secondo la formula di Hannah Arendt (1906-1975), contraddistingue la teoria e la pratica dei regimi totalitari, il comunismo albanese ha voluto costituirsi come il primo «Stato ateo» del mondo, in cui la religione era completamente bandita, anche nel privato, al fine di «[…] sradicare dal cuore e dalla coscienza di tutti i credenti la possibilità stessa di credere» (8). Fra tutte le fedi presenti sul territorio albanese, cristiano-ortodossa, musulmana, bektashi — una confraternita islamica sufi di derivazione sciita — e cristiano-cattolica, quest’ultima fu la più colpita, con lo sterminio anche di molti e straordinari rappresentanti del clero.

Ateismo e comunismo

Che nella storia del Novecento vi sia stata una connessione organica fra «spirito rivoluzionario» e «spirito antireligioso», fra ateismo e Rivoluzione, è evidente: basti pensare a episodi significativi come la persecuzione anticristiana del Messico liberalmassonico, sfociata nella splendida epopea dei Cristeros (1926-1929), o la Spagna della guerra civile (1936-1939), con i terribili episodi di odio e di violenza antireligiosa.

Ma è stato il comunismo che, propriamente, ha cercato di sradicare in modo sistematico e come un suo specifico e irreversibile scopo la realtà religiosa, tentando di operare una vera e propria «soluzione finale» del problema religioso. Di questo tentativo il comunismo albanese rappresenta il culmine, la sua dimensione apicale. L’inizio di questo tentativo e di questa storia va collocato all’interno della cultura filosofica dell’Età dei Lumi, in particolare nell’ambito, all’epoca ancora minoritario, del materialismo: si può dire che il moderno comunismo nasca con la Congiura degli Eguali di François-Noël «Gracchus» Babeuf (1760-1797), in cui si nota già quella commistione di materialismo filosofico, radicalismo rivoluzionario e spirito giacobino che verrà ereditata poi da Marx nell’Ottocento e ancor più da Vladimir Il’ič Ul’janov «Lenin» (1870-1924) nel secolo successivo (9).

In quel secolo appare per la prima volta il termine «comunismo» nel significato moderno di una società fondata sulla comunanza dei beni e quindi basata sull’assenza di proprietà privata: «in una lettera del 1782 di [Joseph Alexandre] Victor d’Hupay [1746-1818]), resa nota nel 1785 da Restif de la Bretonne (1743-1806) […] i termini “comunista” e “comunismo” si diffusero poi in Francia e in Germania tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento» (10). Ma non solo, perché ora il comunismo, insieme alle tendenze politiche più radicali, si coniuga con una filosofia di tipo materialistico, che tende a combattere la religione come un residuo di quella «superstizione» che una società illuminata dalla Ragione non poteva più ammettere. In questo senso il primo comunista della storia del pensiero occidentale è Jean Meslier (1664-1729), il «curato ateo» dell’epoca del re Luigi XIV di Borbone (1638-1715): singolare figura di sacerdote di un piccolo villaggio contadino delle Ardenne che arrivò a ripudiare segretamente il cristianesimo e qualsiasi altro credo religioso, scrivendo i propri pensieri in un Testamento (11) che, scoperto dopo la sua morte, suscitò ovviamente un grande scandalo. Come i Libertini precedenti e i successivi materialisti, Meslier riteneva la religione una superstizione pura e semplice che serviva fondamentalmente a puntellare la «tirannide» e che era alimentata ad hoc dai preti e dai nobili. Il suo ideale era rappresentato da una società ugualitaria assolutamente priva di religione: «Io vorrei — si legge nel suo Testamento — che tutti i potenti e tutti i nobili della terra fossero impiccati e strangolati con le budella dei preti» (12). Questa violenta radicalità antireligiosa piacerà molto, in pieno Novecento, ai comunisti dell’Unione Sovietica, che tradurranno e diffonderanno gli scritti di Meslier nelle loro scuole e università — mentre in Occidente egli era pressoché ignorato —, presentandolo come «uno dei grandi del paese di Descartes e di Corneille» (13). E in effetti, al di là dell’enfasi retorica della propaganda sovietica, si può dare per assodato che con Meslier «[…] si apre già la prospettiva che, unendo il materialismo al comunismo, doveva giungere a Marx» (14). Ricordiamo, infatti, che proprio il «materialismo francese», oltre alla filosofia classica tedesca — cioè l’hegelismo — e l’economia classica inglese di Adam Smith (1723-1790) e David Ricardo (1772-1823), costituisce, secondo la celebre formulazione di Lenin, la prima delle tre fonti intellettuali del pensiero di Marx (15), che presenta la sua riflessione teorica come il risultato conseguente, ma soprattutto «scientifico», dell’umanesimo ateo di Ludwig Feuerbach (1804-1872) (16), l’esponente più radicale della scuola hegeliana, che aveva «rovesciato» l’idealismo del maestro in un coerente e compiuto materialismo. Anticipando, per certi aspetti, l’ateismo di Sigmund Freud (1856-1939), Feuerbach fa della religione un prodotto inconscio del soggetto umano la cui mente secerne un mondo fantastico, il mondo divino appunto, scambiandolo per un essere reale a cui poi si sottomette. In tal senso la religione è «alienazione», perché allontana ed «estranea» l’uomo da sé stesso e dal mondo reale, materiale (17). Il materialismo feuerbachiano diviene in tal modo la premessa filosofica fondamentale della teoria di Marx, il quale pretenderebbe di completarlo con una sorta di integrazione storica e sociopolitica. Poiché è infelice in questo mondo, l’individuo si volge a un fantastico «al di là», e poiché è alienato dalle miserie e dalle ingiustizie della società si volge a Dio: in una parola: è l’alienazione sociale che produce l’alienazione religiosa. In un celebre passaggio di un suo scritto giovanile Marx afferma: «La miseria religiosa è insieme l’espressione della miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l’oppio del popolo» (18).

L’alienazione religiosa ha dunque una origine sociale: per eliminarla occorre rimuoverne le cause, che per Marx sono di ordine socio-economico e coincidono con le condizioni di una società divisa in classi, cioè non comunista. Egli non dice espressamente che il comunismo combatterà la religione, ma che trasformando la società in senso socialista porrà in essere le condizioni perché l’alienazione religiosa scompaia. E in effetti questa sarà la posizione dell’amico e collaboratore Engels che, in polemica con Eugen Dühring (1833-1921), per il quale il socialismo avrebbe dovuto ingaggiare con il cristianesimo una sorta di Kulturkampf, una «battaglia culturale» in perfetto stile bismarckiano, scrive testualmente: «[…] e quando quest’atto (della rivoluzione comunista) è stato compiuto, quando la società, prendendo possesso di tutti i mezzi di produzione e usandoli su una base pianificata, ha liberato se stessa, e tutti i suoi membri, dalla schiavitù in cui sono ora detenuti, con questi mezzi di produzione, che essi stessi hanno prodotto, ma che li affrontano come una forza aliena irresistibile […] solo allora l’ultima forza aliena, che si riflette ancora nella religione, svanirà; e con essa svanirà anche la stessa riflessione religiosa, per la semplice ragione che allora non ci sarà più nulla da riflettere» (19). Si tratta di «aspettare che la religione muoia di questa sua morte naturale» (20), cui la destina lo sviluppo storico. Sul piano dell’azione prettamente politica il socialismo dovrà attenersi al «principio che di fronte allo Stato la religione non è che un semplice affare privato» (21). Dunque, benevola attesa che la religione, insieme allo Stato, alla proprietà privata e a tutti gli strumenti del dominio di classe — e inevitabile fonte di alienazione —, si estingua: è questa la posizione di Marx ed Engels.

Da Lenin a Stalin

La situazione muta con il comunismo del Novecento. Leggendo Lenin emerge immediatamente un piglio dogmatico, un’animosità e una generale ruvidezza di tono che lo differenziano in modo inconfondibile: «Il marxismo è materialismo. Come tale esso è altrettanto implacabilmente ostile alla religione quanto il materialismo degli enciclopedisti […]. Noi dobbiamo lottare contro la religione. Questo è l’abbiccì di tutto il materialismo, e quindi del marxismo» (22).

Si comprende allora l’allarme lanciato in Russia agli inizi del secolo, proprio da parte di intellettuali ex marxisti che, avendo militato politicamente accanto al leader bolscevico, ne conoscevano bene mentalità e intenzioni. Autori come Pëtr Berngardovič Struve (1870-1944), Sergej Nikolaevič Bulgakov (1871-1944) o Nikolaj Aleksandrovič Berdjaev (1874-1948) paventavano che «il totalitarismo ateo avrebbe dato origine a un regime tirannico di una portata mai raggiunta» (23).

In effetti, in L’ABC del Comunismo, una sorta di vademecum ideologico-politico a uso degli attivisti e dei propagandisti del partito bolscevico, pubblicato all’indomani della Rivoluzione di Ottobre, si legge: «“La religione è l’oppio dei popoli” diceva Karl Marx. Il Partito comunista deve far comprendere questa verità alle immense masse del popolo lavoratore. Il compito del Partito è quello di infondere in tutte le masse operaie questa verità: la religione era, e continua ad essere, uno degli strumenti più potenti nelle mani degli oppressori per il mantenimento dell’ineguaglianza, dello sfruttamento e dell’obbedienza servile dei lavoratori» (24).

La lotta alla religione diviene così parte integrante di quella lotta di classe che il Partito comunista dell’Unione Sovietica intraprende per trasformare radicalmente la società in senso socialista. Tale lotta antireligiosa si sviluppa, coerentemente e sistematicamente, su due piani differenti: istituzionale, destinato a colpire la Chiesa come realtà organizzata, e culturale, come battaglia ideologica finalizzata a dimostrare la superiorità dell’ateismo «scientifico» rispetto alla «superstizione» religiosa. Risultato: il 4 dicembre 1917 tutte le proprietà della Chiesa ortodossa vengono confiscate; il 18 dicembre è obbligatorio il matrimonio civile. «Il 23 gennaio 1918 tutte queste ordinanze frettolosamente promulgate vennero riunite in una sola legge antireligiosa che mirava a minare le basi materiali delle associazioni religiose» (25). Infine, viene arrestato e incarcerato il patriarca di Mosca Tichon (Vasilij Ivanovič Bellavin, 1865-1925), mentre il metropolita di Pietrogrado Veniamin (Vasily Pavlovič Kazansky, 1873-1922) viene arrestato e condannato a morte assieme ad altri componenti del clero. Contemporaneamente, si sviluppa una intensa campagna ideologica culminante nella creazione della Lega degli Atei Militanti, di una casa editrice statale antireligiosa e, infine, nell’Università Serale di Ateismo (26). Incredibilmente, però, la posizione della Chiesa si rinforza. Era successo ciò che da sempre, fin dalle origini del cristianesimo, succede: il sangue dei martiri irrora la fede e irrobustisce l’animo dei credenti. Ma una seconda ondata di persecuzioni si scatena nel 1929, quando Iosif Vissarionovič Džugašvili «Stalin» (1878-1953) è ormai padrone incontrastato della Russia e inizia a delinearsi il Grande Terrore: moltissime chiese vengono chiuse e trasformate in musei, caserme o palestre. Il clero è imprigionato, perseguitato, ucciso. Ricordiamo che quello che Aleksandr Isaevič Solženicyn (1918-2008) ha chiamato «Arcipelago GuLag», vale a dire il complesso delle «isole penali» che, diffuse in modo reticolare in tutto il territorio sovietico, si è originato da un insieme di isole reali, quelle formanti l’arcipelago delle Solovki, nel Mar Bianco. Qui, già a partire dai primi anni 1920, si origina il nucleo dell’«Arcipelago GuLag», mediante la trasformazione del monastero della Santissima Trinità — previo l’arresto e la fucilazione dei monaci — in un luogo di detenzione per prigionieri politici. Inventato da Lev Davídovič Bronštéjn «Trockij» (1879-1940), adottato da Lenin e infine perfezionato da Stalin, il nucleo delle Solovki diventa il laboratorio di tutto il sistema del GuLag (27). Negli anni 1930, mentre il sistema concentrazionario si estende progressivamente fino alle estreme regioni della Siberia, il governo sovietico lancia una tremenda campagna antireligiosa che anticipa ciò che Hoxha farà in Albania: una legge dello Stato stabilisce che è delitto rifiutare l’ateismo, predicare il Vangelo o, semplicemente, testimoniare pubblicamente la propria fede. L’ultimo e più feroce attacco viene sferrato nel 1937-1939, negli anni delle «purghe», quando l’azione repressiva del regime colpisce i membri stessi del Partito, in un clima da «caccia alle streghe» e sulla base della paranoia ideologica del «complotto contro-rivoluzionario». In tale periodo le Chiese e le varie confessioni religiose sono letteralmente paralizzate.

Il comunismo albanese e il martirio della Chiesa

La persecuzione religiosa si colloca su un crinale ideologico e politico di cui rappresenta l’apice: Hoxha, il dittatore che ha tenuto in pugno l’Albania per quarant’anni, è stato, dall’inizio alla fine della sua carriera politica, un indefesso e irriducibile comunista, che ha tentato di rendere il proprio Paese «una fortezza ideologica» (28), messa a presidio del più puro e intransigente marxismo-leninismo. Nel 1948, su consiglio di Stalin, cambia nome al partito, che da «comunista» diventa «del Lavoro»: iniziano anche i crimini, una barbarie che in quarant’anni totalizza decine di migliaia di morti, in un paese di due milioni e mezzo di abitanti (29).

«Decine di migliaia di oppositori politici o ritenuti tali eliminati durante e dopo la guerra, fra cui il cognato di Hoxha, gerarca fascista che lo aveva protetto durante il fascismo; decine di migliaia di intellettuali eliminati fisicamente o morti nelle carceri del regime; […] centinaia di sacerdoti musulmani e cristiani eliminati ed altre centinaia internati nei gulag ai lavori forzati o nelle prigioni, poiché trovati nelle chiese depositi di armi che il regime stesso aveva fatto deporre nella notte» (30).

La persecuzione antireligiosa è parte integrante della politica del regime, che Papa Francesco (2013-2025) ha definito «ateo e disumano» (31). Delle tre confessioni maggiori presenti nel Paese, la ortodossa, la musulmana, maggioritaria, e la cattolica, è soprattutto quest’ultima a essere colpita, poiché «gli ortodossi provengono da una tradizione poco incline allo scontro diretto con lo Stato, e gli islamici erano troppo divisi tra le diverse correnti (sunniti, bektashi e altri) per poter costituire un vero pericolo» (32). Primi bersagli furono i religiosi, a causa dei loro legami internazionali con l’Occidente e in grado di respingere, con adeguate argomentazioni teologiche e culturali, la propaganda del regime. Dopo la fine della guerra, i professori di religione furono fucilati o imprigionati, come ricorda il card. Ernest Simoni Troshani. Questa politica di persecuzione toccherà il suo vertice a partire dal 1967, quando il partito deciderà di attuare un vero e proprio genocidio culturale, il cui scopo doveva essere la definitiva estirpazione della «malattia religiosa» dalla società albanese. Dalla critica filosofica di Marx ed Engels si è passati alla lotta politica alla religione di Lenin e del primo bolscevismo, per arrivare infine, con Stalin e Hoxha, a un tentativo di guerra di sterminio.

Il 6 febbraio 1967 Hoxha tiene un discorso in cui dichiara guerra alla religione. Fa seguito una lettera del Comitato centrale del Partito del Lavoro, in cui si afferma testualmente: «La religione è l’oppio del popolo. Dobbiamo fare del nostro meglio affinché tutti possano capirlo, anche quelli che ne sono avvelenati (che non sono pochi). Dobbiamo guarirli. Questo non è un compito facile, ma non impossibile» (33).

In quegli anni il dittatore albanese si era staccato dall’Unione Sovietica poiché non condivideva la svolta politica della «destalinizzazione» voluta da Chruščëv. Questa costituiva, per Hoxha, un tradimento delle autentiche istanze del socialismo, rischiando, di fatto una «restaurazione del capitalismo». E poiché allora la Cina di Mao Zedong (1893-1976) rappresentava il partito mondiale della Rivoluzione, cioè il comunismo rivoluzionario duro e puro, in perenne sfida con l’Occidente capitalistico, nasce «l’eterna amicizia» — in realtà finita nel 1978 — fra Albania e Cina. Proprio ispirandosi alla Rivoluzione Culturale promossa in Cina dal presidente Mao — cioè a una Rivoluzione che non si limitasse solo alla sfera «strutturale» dell’economia, secondo il canone marxiano classico, ma coinvolgesse anche la dimensione «sovrastrutturale» del pensiero e della cultura —, Hoxha promosse una guerra senza quartiere alla religione. Come in Cina, i giovani vengono sollecitati a diventare l’avanguardia di questo processo di ateizzazione della società: nelle scuole gli insegnanti esortavano gli alunni a denunciare alle autorità, se necessario, anche i propri genitori. Dieci anni dopo, nel 1977, il codice penale arrivò a stabilire la reclusione dai tre ai dieci anni per la «propaganda religiosa». L’anno prima, nel 1976, il partito aveva inserito l’ateismo nella Costituzione e proclamato l’Albania «il primo paese ateo del mondo», e tutto ciò mentre Hoxha veniva letteralmente deificato e l’ideologia del partito sacralizzata, attraverso le modalità tipiche delle «religioni politiche» studiate da Emilio Gentile (34). Secondo il Museo della Memoria, un progetto on line dell’Istituto Albanese di Studi Politici, vennero chiuse 2169 realtà religiose, fra cui 740 moschee, 608 chiese ortodosse, 157 chiese cattoliche e 530 fra türbe (mausolei funebri di stile ottomano) e tekke (conventi musulmani di indirizzo sufi). Il patrimonio culturale e storico fu distrutto assieme a tali strutture (35). Nella propaganda del regime, che si affidava spesso a pellicole cinematografiche, i religiosi erano rappresentati come nemici della società, al servizio delle potenze occidentali, o addirittura come membri di pericolosi gruppi terroristico-criminali, che cercavano di sovvertire le istituzioni e di prendere il potere con la forza delle armi. In realtà, l’unica arma nelle mani dei religiosi perseguitati è stata quella della fede spinta fino al martirio: «[…] la fede degli albanesi fu salvata da piccole suore che battezzavano clandestinamente, nonne che insegnavano le preghiere ai nipoti prima di addormentarsi, nascoste sotto le coperte per non farsi sentire, e preti torturati nei lager» (36). È significativa la vicenda della suora stimmatina Maria Kaleta (1930-2022), che battezzava i neonati versando di nascosto sulla loro testa l’acqua raccolta in un canale con la sua scarpa di plastica (37). Nel 1944, con l’instaurarsi del regime di Hoxha, è iniziata la via crucis della Chiesa albanese che, nel decennio 1967-1977, raggiunge il suo Golgota, il suo sacrificio estremo. Il 5 novembre 2016 sono stati beatificati i primi 38 martiri, uccisi fra il 1945 e il 1974.

Come per il cristiano alla morte segue la resurrezione, così è stato anche per la Chiesa in Albania, dove la caduta del regime ha segnato, nelle belle parole di mons. Angelo Massafra, arcivescovo metropolita di Scutari-Pult e presidente della Conferenza Episcopale Albanese, la «risurrezione della Chiesa cattolica», che ha potuto finalmente riacquistare la sua autentica vocazione storica: essere una significativa e autorevole presenza, spirituale, morale e civile della società albanese: «[…] dal punto di vista storico, la Chiesa ha sempre garantito l’assistenza sociale e medica che altri non potevano garantire. I preti e i religiosi che animavano la vita dei villaggi, soprattutto quelli di montagna, erano non solo guide religiose, ma anche maestri e infermieri. Le strutture sanitarie messe a disposizione dalla Chiesa oggi sono numerose e garantiscono, spesso gratuitamente, quelle cure necessarie ai più poveri ed emarginati.

«Sono tante le case-famiglia che accolgono disabili gestite direttamente da religiosi e religiose, come anche da associazioni cattoliche con questa specifica vocazione. Basti pensare ai fratelli e alle sorelle di Madre Teresa, entrati in Albania già in tempi in cui non si sperava ancora in una risurrezione della Chiesa cattolica: sono padri e madri di tanti “scarti” della società cui offrono amore e cure senza nulla ricevere in cambio» (38).

Note

(1) Luca Menichetti, recensione a Amik Kasoruho, Un incubo di mezzo secolo. L’Albania di Enver Hoxha, Besa, Nardò 2012, nel sito web <https://www.lankenauta.it/?p=12548> (gl’indirizzi Internet dell’intero articolo sono stati consultati il 31-12-2025). Per un primo approccio alla storia albanese cfr. Zef Margjinaj (1921-1992), Piccolo compendio della grande Storia dell’Albania, redatto in collaborazione con Gianpaolo Sabbatini, con una Prefazione di Mauro Ronco, Edizioni Krinon, Caltanissetta 1990.

(2) Enver Hoxha guidò l’ultimo paese stalinista d’Europa, 11-4-2015, nel sito web <https://www.ilpost.it/2025/04/11/enver-hoxha-dittatore-albania-storia>.

(3) Ibidem. Sulla politica persecutoria di Ramiz Alia cfr. Alfredo Mantovano, Albania 1991: fuga dall’inferno, in Cristianità, anno XIX, n. 191-192, marzo-aprile 1991, pp. 3-11 e 24.

(4) Cit. in Angelo Tasca (1892-1960), Autopsia dello Stalinismo. Con il testo del «Rapporto Krusciov» e un saggio di Denis de Rougemont, Edizioni di Comunità, Milano 1958, p. 83.

(5) Didier Rance, Albania. Hanno voluto uccidere Dio. La persecuzione contro la chiesa cattolica in Albania (1944-1991), trad. it., Avagliano, Roma 2007, p. 15.

(6) Cfr. Marco Siragusa, «L’uomo che non doveva mai morire». Una recensione, 11-11-2024, nel sito web <https://www.meridiano13.it/luomo-che-non-doveva-mai-morire-una-recensione>.

(7) Hannah Arendt, Ideologia e terrore, 1953, in Le origini del totalitarismo, trad. it, Einaudi, Torino 1999, p. 656.

(8) M. Siragusa, op. cit.

(9) Cfr. Jacob Talmon (1916-1980), Le origini della democrazia totalitaria, trad. it., il Mulino, Bologna 2000 (in particolare il capitolo II della Parte Prima dedicato al rapporto fra l’utopia sociale di matrice illuminista e il materialismo di Claude-Adrien Helvétius [1715-1771] e Paul Henri Thiry d’Holbach [1723-1789]). Di Babeuf, in italiano, cfr. La guerra della Vandea e il sistema di spopolamento, introduzione, presentazione, cronologia, note e bibliografia di Reynald Secher e Jean Jöel Brégeon, Effedieffe, Milano 1991. Sul babuvismo è imprescindibile Filippo Buonarroti (1761-1837), La cospirazione per l’uguaglianza detta di Babeuf, trad. it., Torino, Einaudi 1971 (con l’Introduzione dello studioso marxista Gastone Manacorda [1916-2001], il quale pone in evidenza il legame ideologico e politico esistente tra Babeuf e Karl Marx [1818-1883]). Infine, sui legami tra giacobinismo e leninismo, e su quest’ultimo come vero erede politico di quello, cfr. Luciano Pellicani (1939-2020), Che cos’è il leninismo, Milano, Sugarco 1978.

(10) Massimo Luigi Savadori, La parabola del comunismo, Bari, Laterza 1995, p. 4. Victor d’Hupay fu uno scrittore seguace dell’Illuminismo e in particolare di Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), di cui tentò di applicare le idee politiche. Simpatizzante della Rivoluzione, subì nonostante ciò il carcere durante la fase del Terrore. Restif de la Bretonne fu un prolifico romanziere e scrittore di ispirazione «libertina» che, al pari del contemporaneo marchese Donatien-Alphonse-François de Sade (1740-1814), teorizzò una estrema libertà sessuale, anche se non nella forma «sadica» e mortifera del marchese. Queste caratteristiche fanno di lui, ci sembra, un anticipatore della rivoluzione sessuale di tipo freudo-marxista, più che del comunismo di tipo politico e leninista.

(11) Cfr. Jean Meslier, Testamento. Le ultime volontà di un prete ateo, comunista e rivoluzionario del ‘700, trad. it., Jouvence, Milano 2025.

(12) Ibid., p. 68.

(13) Cit. in Carlo Andreoni, Il comunismo ateo di Jean Meslier, in Rivista critica di storia della filosofia, vol. 32, n. 4, Firenze ottobre-dicembre 1977, pp. 363-400 (p. 363).

(14) Ibid., p. 392, con il giudizio dello storico marxista Albert Soboul (1914-1982).

(15) Cfr. «La filosofia del marxismo è il materialismo. Nel corso di tutta la storia moderna d’Europa e soprattutto alla fine del secolo XVIII in Francia, dove si combatteva una lotta decisiva contro le vestigia medioevali d’ogni sorta, contro il feudalesimo nelle istituzioni e nelle idee, il materialismo ha dimostrato di essere l’unica filosofia coerente, conforme a tutti gli insegnamenti delle scienze naturali, ostile ai pregiudizi, alla bigotteria, ecc. I nemici della democrazia perciò hanno cercato con tutte le loro forze di “confutare” il materialismo, di screditarlo, di calunniarlo; essi hanno difeso diverse forme di idealismo filosofico, che si riduce sempre, in un modo o nell’altro, alla difesa o al sostegno della religione» (Vladimir Il’ič Ul’janov Lenin, Tre fonti e tre parti integranti del marxismo, 3 marzo 1913, trad. it., nel sito web <https://rivoluzione.red/lenin-tre-fonti-e-tre-parti-integranti-del-marxismo>). Vi è in questa pagina di Lenin una delineazione del materialismo quale «ortodossia» politica di tipo rivoluzionario, che prelude a un’eventuale «intolleranza» nei confronti del fatto religioso, intrinsecamente «reazionario».

(16) Cfr. Friedrich Engels (1820-1895), Ludwig Feuerbach e il punto di approdo della filosofia classica tedesca, trad. it., Editori Riuniti, Roma 1976.

(17) Cfr. Ermanno Pavesi, Ludwig Feuerbach, precursore di Freud?, in Cultura&Identità. Rivista di studi conservatori, anno XVI, n. 40, Milano 29 giugno 2024, pp. 8-14.

(18) K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, in La questione ebraica ed altri scritti, trad. it., Editori Riuniti, Roma 1987, p. 33.

(19) F. Engels, Anti-Dühring, trad. it., Editori Riuniti, Roma 1971, p. 337.

(20) Ibidem.

(21) Idem, Introduzione all’edizione tedesca del 1891 di K. Marx, La guerra civile in Francia, trad. it., Editori Riuniti, Roma 1977, p. 20.

(22) Lenin, L’atteggiamento del partito operaio verso la religione, 13 maggio 1909, trad. it., nel sito web <https://rivoluzione.red/latteggiamento-del-partito-operaio-verso-la-religione>.

(23) Nicholas Zernov (1898-1980), Il Cristianesimo orientale, trad. it., Mondadori, Milano 1990, p. 239.

(24) Nikolaj Ivanovič Bucharin (1888-1938) e Evgenij Alekseevič Preobrazenskij (1886-1937), ABC del Comunismo, trad. it., Del Bosco, Roma 1973, p. 221.

(25) N. Zernov, op. cit., p. 291.

(26) Cfr. Mattia Ferrari, La persecuzione religiosa sotto Stalin, nel sito web <https://www.storico.org/russia_comunista/persecuzionereligiosa_stalin.html>.

(27) Cfr. Francine-Dominique Liechtenhan, Il laboratorio del Gulag. Le origini del sistema concentrazionario sovietico, trad. it., Lindau, Torino 2009.

(28) Cfr. Marco Costa, Una fortezza ideologica. Enver Hoxha e il comunismo albanese, Anteo Edizioni, Cavriago (Reggio nell’Emilia) 2018.

(29) Cfr. Lorenzo Mantiglioni, Enver Hoxha: un regime sanguinario e grottesco, nel sito web <https://www.frammentidistoria.com/2020/02/10/enver-hoxha-un-regime-sanguinario-e-grottesco>.

(30) Cfr. Hektor Preza e Patrizio Ciuffa, Dall’Albania, La notte delle aquile, nel sito web <https://www.controluce.it/notizie-old-html/giornali/a09n05/mag16-17.pdf>.

(31) Francesco, Udienza generale, 24-9-2014. Sulla persecuzione comunista cfr. Massimo Introvigne, Papa Francesco in Corea e in Albania. L’esempio dei martiri contro le «sabbie mobili» del relativismo, in Cristianità, anno XLII, n. 374, ottobre-dicembre 2014, pp. 1-19 (pp. 16-19).

(32) Cfr. Guido Franzinetti, Recensione a D. Rance, op. cit., nel sito web <https://www.sissco.it/recensione-annale/didier-rance-hanno-voluto-uccidere-dio-la-persecuzione-contro-la-chiesa-cattolica-in-albania-1944-1991-2007>.

(33) Ibidem.

(34) Cfr. Emilio Gentile, Le religioni della politica, Laterza, Roma-Bari 2007.

(35) Cfr. V. Bezati, art. cit.

(36) Stefano Pasta, Don Ernest Simoni. Il prete che ha commosso Francesco, nel sito web <https://www.famigliacristiana.it/articolo/don-ernest-simoni-il-prete-che-ha-commosso-francesco.aspx>, 19-5-2016.

(37) Cfr. Rodolfo Casadei, In memoria di Suor Kaleta, che battezzava di nascosto durante il regime comunista, nel sito web <https://www.tempi.it/in-memoria-di-suor-kaleta-che-battezzava-di-nascosto-durante-il-regime-comunista>.

(38) Angelo Massafra O.F.M., I cattolici in Albania, in Euro-Balkan Law and Economics Rewiev, n. 2, 30-12-2021, pp. 42-48 (p. 46).

* campi obbligatori
Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla Privacy per avere maggiori informazioni.

Controlla la tua posta in entrata o la cartella spam adesso per confermare la tua iscrizione.

Condividi:

  • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
  • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
  • Condividi su LinkedIn (Si apre in una nuova finestra) LinkedIn
  • Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp

Correlati

Archiviato in:Articoli e note firmate, Cristianità

Footer

Alleanza Cattolica

Viale Parioli 40, 00197 Roma
tel. +39 349 50.07.708
IBAN: IT59N0623012604000030223995
info@alleanzacattolica.org

Privacy Policy

CRISTIANITA SOCIETÀ COOPERATIVA

Largo Toscanini n. 5 – 27058 – Voghera (PV)
tel. +39 349 50.07.708
C.F./IVA 00255140337

Chi siamo

  • Presentazione
  • Direttorio
  • Statuto
  • Riconoscimento ecclesiale
  • Decreto Indulgenza
  • Inter nos
  • Email
  • Facebook
  • Instagram
  • WhatsApp
  • YouTube

Copyright © 2026 Alleanza Cattolica · Accedi