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Il popolo iraniano è rimasto solo

29 Giugno 2026 by Marco Invernizzi

Un appello per non sacrificare il diritto alla libertà dei popoli aggrediti e sottomessi (con poche eccezioni, fra cui Paola Peduzzi sul Foglio)

di Marco Invernizzi

Di una sola cosa possiamo essere certi oggi, davanti ai colloqui fra Iran e Usa che dovrebbero condurre a una sorta di pace: il popolo iraniano è rimasto solo. Quel popolo che scese nelle strade delle principali città iraniane nello scorso gennaio per manifestare il proprio rifiuto del regime fondamentalista, forse illuso che sarebbe stata la volta buona per il regime change tanto aspettato dal 1979, proprio quel popolo oggi vive in una sofferenza ancora maggiore. Infatti, decine di migliaia di giovani sono stati assassinati in due giorni dalla repressione del regime, si dice almeno 45mila. E per che cosa, visto che nulla è cambiato, anzi, il regime sembra uscire politicamente rinforzato da questo conflitto, anche se indubbiamente indebolito dai bombardamenti che hanno colpito obiettivi militari e logistici?

Nessuna persona normale vuole la guerra in quanto tale. Ma neanche il perdurare di una situazione di grave ingiustizia, che si protrae da quasi mezzo secolo. E’ come se due generazioni fossero nate e cresciute sempre sotto lo stesso regime, che prese il potere nel 1979, con la rivoluzione guidata dall’ayatollah Khomeini, che impose con la violenza una versione fondamentalista dell’islam sciita a tutto il paese, fino ad allora guidato dallo scià Reza Pahlavi (1919-1980), che aveva mantenuto l’Iran all’interno del sistema occidentale (con tutti pregi e i difetti dell’Occidente contemporaneo), seppure attraverso un sistema politico autoritario, che negava libertà politica anche se permetteva quella economica e sociale. Erano i tempi della guerra contro il comunismo sovietico e ,spesso, questa legittima e doverosa battaglia per la libertà contro il totalitarismo venne utilizzata male e vennero, così, commessi gravi errori, che poi saranno pagati cari, come nel caso iraniano. Oltre all’autoritarismo, il regime dello scià favorì un secolarismo immorale e offensivo verso la religione maggioritaria, lo sciismo, e questo errore alimentò la rivoluzione fondamentalista.

Nei mesi scorsi, la situazione sembrava sul punto di potersi ribaltare, ma poi non ci si è avviati nella direzione del cambio di regime: molti analisti sostengono che l’Iran esce più rafforzato rispetto all’inizio del conflitto.

Che cosa dobbiamo pensare e fare adesso?

Siamo soliti sostenere che i grandi cambiamenti avvengono a partire dal basso, dalla società, addirittura dal cuore e dalla mente dei singoli uomini. Quando una persona muta l’orientamento della propria vita, quando si converte, il mondo cambia sicuramente, anche se soltanto in un piccolo pezzo. Il grande avvento del cristianesimo nel mondo è avvenuto così, senza violenza, attraverso la missione, a differenza dell’islam. Una missione, quella cristiana, soprattutto personale, familiare, anche se in alcuni casi organizzata attraverso le congregazioni per le missioni ad gentes, a loro volta raccolte nella Congregazione di Propaganda fide, nel 1622, ma questo dopo il completamento della Prima evangelizzazione.

Tuttavia, il caso iraniano è diverso. Non si tratta di un popolo cristiano e il problema che abbiamo di fronte riguarda esclusivamente la giustizia e il diritto dei popoli di potere scegliere liberamente il proprio destino. E non si tratta nemmeno di difendere l’Occidente, che nel 1979 ha perso uno Stato: si tratta solo di riconoscere a un popolo il diritto di esistere nella libertà.

La libertà è un principio universale, di diritto naturale. Cristo l’ha insegnata sicuramente, ma non c’è bisogno di essere cristiani per comprendere come l’uomo sia stato creato libero di scegliere e questa libertà sia iscritta nella sua natura, cioè preesista al riconoscimento da parte di qualsiasi autorità. Il popolo iraniano non è libero e andrebbe aiutato a ritrovare la libertà, affinché possa poi scegliere il proprio destino, anche politico. E di fronte a questo l’Occidente non può voltare la testa dall’altra parte, dicendo che non interessa perché non riguarda il proprio orto di casa. Si tratta della stessa battaglia che riguarda l’Ucraina e il suo diritto di difendersi di fronte all’aggressione militare russa. In gioco c’è un diritto primordiale senza il quale non esistono civiltà, legge morale, giustizia.

Come poi incarnare questo diritto, cioè come sostenere persiani e ucraini nella loro battaglia per la libertà, è un altro discorso. Quello che è certo è che vanno sostenuti. Come questo sostegno debba essere realizzato cercando di non favorire un conflitto mondiale, è compito dei governi e delle diplomazie.

È certamente da condividere l’appello di Leone XIV a osteggiare il ricorso alle armi, soprattutto in un’epoca che conosce congegni talmente micidiali da mettere in pericolo la stessa sopravvivenza del genere umano. Tuttavia, nell’auspicio che si faccia tutto il possibile per arrivare a un disarmo condiviso, graduale e controllato, non viene certamente meno il dovere di difendere sé stessi e gli altri dalle ingiuste aggressioni o dalle tirannidi che calpestano la dignità dei popoli. Ed è questa una questione ineludibile, se si vuole davvero la pace, «che è vera solo se fondata sulla giustizia» (Magnifica Humanitas, n. 159).

Purtroppo, un numero importante di occidentali non comprende questo diritto e non è solidale con questi popoli. I motivi sono diversi. Alcuni sono ideologici, e sono i peggiori. Essi disprezzano la libertà occidentale perché permette anche al male di diffondersi e credono che la repressione del male sia la migliore medicina per realizzare il bene. Ma il pluralismo religioso e anche ideologico non significa indifferenza verso la verità, come insegna il Magistero e, in particolare, la Dichiarazione Dignitatis humanae (1965). Significa rispettare la libertà dei singoli e delle comunità, anche di abbracciare l’errore. Altri motivi sono dovuti a una forma di egoismo, spesso travestito da apparente realismo. Non possiamo occuparci di tutti, si sente spesso affermare, non possiamo sacrificare il nostro benessere per aiutare i popoli che lottano per la libertà. Sembra pazzesco, ma è così, e qualcuno lo dice pure senza vergognarsi. Altri ancora sono troppo chiusi nel loro particolare. L’Iran è lontano, l’Ucraina pure, anche se non è poi così vero. 50 anni fa, di fronte alla minaccia comunista, si ascoltavano giustificazioni simili: l’odio anti-americano, di origine social-comunista o fascista, la mancanza di generosità, la grettezza di chi voleva soltanto il suo benessere.

Ma la strada giusta è soltanto quella di una carità intelligente. Non puoi dire di amare il prossimo, se non aiuti chi è in grave difficoltà davanti a te. Se vale giustamente per un immigrato, perché non deve valere anche per un popolo aggredito? Ma il popolo aggredito ha bisogno di armi e munizioni (e questo spetta ai governi) e di tanta solidarietà pubblica (e questo possiamo farlo anche noi nel nostro piccolo).

La generosità del nostro sostegno ai popoli dimenticati dai potenti, spirituale oltre che materiale, può anche favorire la conversione alla fede cristiana di molti che professano altre religioni o anche nessuna. Sta già accadendo.

Forza, amici, non lasciamoci togliere il coraggio e la generosità.

Lunedì, 29 giugno 2026

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