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La comunicazione come “arma ibrida” nella Magnifica humanitas

1 Luglio 2026 by Aurelio Carloni

La comunicazione è un’arma potentissima in mano a chi la controlla a livello geopolitico e sarà sempre più determinante

di Aurelio Carloni

Come ricordava spesso il fondatore di Alleanza Cattolica, Giovanni Cantoni, le encicliche vanno lette e rilette dalla prima all’ultima riga con lo spirito di umile ascolto del magistero pontificio. Ora, a mio avviso, della Magnifica Humanitas sono stati analizzati sia i molti aspetti relativi ai principi della dottrina sociale della Chiesa, sia le complessità dell’intelligenza artificiale, mentre minore attenzione sembra sia stata invece riservata alla riflessione sulla comunicazione come “arma ibrida”, concetto – che pur non esplicitato in questi termini nell’enciclica – è toccato e analizzato in diversi passaggi. A dire il vero, questo uso della comunicazione, basata sulla disinformazione, non è una novità assoluta, anzi. Basti rileggere i vangeli che narrano gli ultimi giorni di vita di Gesù. Sono ricchi di esempi di come scribi, farisei e sadducei utilizzino messaggi e tecniche di comunicazione che volutamente falsano il reale come arma per liberarsi di Cristo, affinché attraverso una pressione subdola sulle autorità romane sia condannato a morte. Particolarmente efficace sotto questo profilo è la narrazione che i sommi sacerdoti, preoccupati per l’annunciata Risurrezione di Gesù, propongono alle guardie che vigilano il sepolcro in cui è deposto il corpo martoriato di Nostro Signore: «Dichiarate: “i suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo. E se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione”» (Matteo 13-14). Per fare un esempio più vicino a noi è sufficiente ricordare la pratica della modifica retrospettiva della storia ufficiale, che veniva operata nella Grande Enciclopedia sovietica, in linea con i cambiamenti politici decisi dal partito comunista. “Aggiornamenti” periodici per riflettere la versione del regime sulla scomparsa del dirigente di turno, caduto in disgrazia durante le purghe. Allora la sua biografia veniva modificata o eliminata nelle nuove edizioni. Esempio perfetto di damnatio memoriae fu quello che riguardò l’esponente della nomenclatura sovietica Nikolaj Ezov che, divenuto “nemico del popolo”, fu cancellato dalle fotografie del regime scattate con Stalin: praticamente un “photoshop” ante litteram, che non si limitava, il più delle volte, alle immagini, ma veniva completata – ex ante o ex post ha poca importanza – con la “sepoltura” del malcapitato nell’arcipelago Gulag o con la pena capitale, spesso percepita come meno dura del Gulag.

Come detto in premessa, sembra che non ci sia alcuna novità sulla comunicazione in quanto arma ibrida rispetto al passato. Nei fatti, invece, qualcosa, anzi molto, è cambiato. A rilevarlo è il Papa, che collega gli effetti di questa comunicazione, basata sulla menzogna scientifica, all’intelligenza artificiale e alla sua capacità di moltiplicare in maniera impressionante la sua efficacia nel costruire un modello falso e falsificante della realtà narrata.

Un fenomeno che apre scenari tragici, se è vero, come è vero, che la rivoluzione digitale non ha semplicemente introdotto nuovi strumenti di comunicazione, ma hacambiato il modo nel quale l’uomo pensa, decide e interpreta la realtà, promuovendo una rivoluzione antropologica in grado di lavorare sulla natura stessa dell’uomo, che va superata nel transumanesimo.

L’intelligenza artificiale, gli algoritmi, i social network e la profilazione – non più semplici mezzi tecnici – incidono infatti direttamente sulla percezione del vero, sulla costruzione dell’opinione pubblica, sulla memoria delle persone e delle nazioni e, quindi, in definitiva sulle relazioni con sé stessi, con le cose e con gli altri.

È per questo che Leone XIV insiste sul fatto che la questione non possa essere affrontata solo con norme giuridiche o tecniche, ma richieda, invece, anche una riflessione antropologica e morale.

Fino a pochi decenni fa l’opinione pubblica si formava soprattutto attraverso la famiglia, la scuola, la comunità, i media. Oggi, osserva il Papa, la formazione dell’immaginario passa in misura crescente attraverso ecosistemi digitali governati da algoritmi. Non viene quindi modificata soltanto l’informazione, ma il modo stesso di percepire il mondo. Riccardo Luna, uno dei più autorevoli giornalisti italiani in materia di innovazione tecnologia ed editorialista del Corriere della Sera, sostiene nel suo recente Qualcosa è andato storto che: «Un giorno forse verrà fuori che il successo di TikTok è stata tutta una manovra del Partito comunista cinese, o magari del presidente della Repubblica popolare Xi Jimping in persona, per fiaccare le democrazie occidentali mandando in malora il sistema di valori degli adolescenti e levando loro la speranza del futuro che poi, se ci pensate, è da sempre il motore del progresso e della civiltà. Per questo, se vuoi far crollare un nemico, corrodere lo spirito dei suoi giovani è una buona tattica». E continua: «Prendiamo la differenza che c’è fra il TikTok che si usa nel mondo occidentale e la sua versione cinese, Douyin. (…). Il punto non è se la Cina spia quello che guardiamo online, ma se decide cosa guardiamo online. Il punto è proprio la differenza fra TikTok e Douyin, che pure teoricamente dovrebbero essere identici. Apparentemente lo sono, pure nella grafica, nei colori: ma l’algoritmo è stato settato in modo opposto. TikTok – secondo il professore Lawrence Lessig, una vera leggenda del web – funziona sempre, senza sosta e offre i contenuti peggiori possibili, soprattutto ai giovani, per spingerli a interagire. Mentre la versione cinese (Douyin) è bloccata in determinati orari e limita il tempo totale che può trascorrere su di essa. Ma c’è di più. Il suo obiettivo è educativo, per far sognare le persone di poter diventare astronauti. Risultato: se chiedi ai bambini cinesi qual è il loro sogno rispondono: essere un astronauta. Se lo chiedi ai nostri figli la risposta è: essere un influencer».

Questo significa che il vero potere non consiste più soltanto nel controllare ciò che viene detto, ma nel determinare cosa appare importante, cosa diventa invisibile, quali emozioni vengono amplificate, quali paure vengono alimentate, quali desideri vengono orientati.

Questa è una riflessione molto vicina ai moderni studi sulla guerra cognitiva, anche se il Papa non utilizza questa espressione. L’enciclica distingue implicitamente due livelli. Il primo è quello della disinformazione. È il problema delle fake news, delle immagini false, dei deepfake, delle campagne coordinate. Ma il secondo livello, come abbiamo visto, è ancora più profondo. È la manipolazione dell’uomo: l’algoritmo smette, cioè, di essere un semplice intermediario e diventa un soggetto che orienta il comportamento umano. È probabilmente qui che emerge il collegamento con il concetto contemporaneo di arma ibrida.

In definitiva si può sostenere che nel XXI secolo il potere non consiste più soltanto nel controllare territori, risorse o armamenti, ma sempre più nel governare l’informazione, orientare l’immaginario collettivo e influenzare i processi cognitivi. Per questo la comunicazione è diventata un luogo decisivodella guerra in corso post peccatum tra Civitas Dei e Civitas diaboli. Custodire la verità nella comunicazione significa oggi custodire la persona e difendere le libertà e i valori naturali che il buon Dio ha inciso indelebilmente nel cuore degli uomini e nelle donne che popolano questo povero mondo, che sempre più ha bisogno di apostoli che facciano propria quella forma di santità praticata da molti santi, come santa Teresina di Gesù Bambino (1873-94) e il meno noto san Giuseppe Marello (1844-95), che consiste nell’essere straordinari nelle cose ordinarie.

Mercoledì, primo luglio 2026

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