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Il caso Lefebvre e il Vaticano II

3 Luglio 2026 by Marco Invernizzi

Il rifiuto del Concilio come base ideologica dello scisma

di Marco Invernizzi

Leggendo e ascoltando le parole dei protagonisti che hanno accompagnato l’ultima tappa della lunga querelle fra la Fraternità san Pio X, fondata dal vescovo Marcel Lefebvre (1905-1991), e la Santa Sede ci si rende conto di come il problema dello scisma e della lunga divisione che ferisce la Chiesa dagli anni successivi al Concilio ecumenico Vaticano II (1962-1965) sia, appunto, il Magistero di quest’ultimo, raccolto nella quattro Costituzioni, nelle tre Dichiarazioni e nei nove Decreti conciliari, oltre che nei discorsi dei Pontefici che hanno segnato le diverse fasi dell’assise.

Che cosa significa attribuire al rifiuto del Magistero del Vaticano II le cause dello scisma? La Messa in latino, la mancata condanna del comunismo, il rifiuto della Fraternità di riconoscere il principio della libertà religiosa sono certamente aspetti importanti del contrasto, soprattutto quest’ultimo a causa delle sue implicazioni dottrinali, ma non sono la vera ragione del conflitto. E’ la stessa FSSPX a spiegare il motivo per cui ha deciso, il 1° luglio di quest’anno, come nel 1988, di procedere alle consacrazioni episcopali senza il mandato pontificio: «Poiché, dal Concilio Vaticano II fino ad oggi, le autorità della Chiesa manifestano un atteggiamento contrario alla Fede e agiscono contro la sacra Tradizione – “non sopportano più la sana dottrina, ma, distogliendo l’udito dalla verità, si rivolgono alle favole”, come dice san Paolo nella seconda epistola a Timoteo (4, 3-5) –, riteniamo sia nostro dovere, davanti alla Chiesa e alle anime, procedere alla consacrazione di vescovi pienamente fedeli alla sacra Tradizione e al Magistero costante della Chiesa». Queste sono le parole che all’inizio della celebrazione a Econe hanno sostituito il “mandato apostolico” (che ovviamente non c’era) e sono state lette su un rotolo, come avviene in questi casi, da don Foucauld Le Roux, Segretario Generale della FSSPX. Quindi, al posto del mandato del Papa, è stata pronunciata una dichiarazione del segretario che sostiene che le autorità della Chiesa dal Concilio Vaticano II in poi operano contro la Fede e che quindi hanno costretto la Fraternità a provvedere in proprio alle proprie necessità. Più chiaro di così è difficile.

La Fraternità San Pio X è una realtà importante, con quasi 800 sacerdoti e oltre 200 seminaristi, decine di migliaia di fedeli sparsi nel mondo. Essa è quantitativamente cresciuta dall’epoca delle prime consacrazioni episcopali, che costarono la scomunica a mons. Lefebvre, ed è generalmente composta da giovani preti che spendono generosamente la loro vita per ideali grandi, sostanzialmente per servire Nostro Signore. Papa Leone XIV ha riconosciuto non solo la sua importanza, ma ha espresso anche il suo amore verso questi uomini con una lettera accorata, scritta al Superiore della Fraternità in prossimità delle consacrazioni, perché non venisse compiuto quel gesto scismatico dal quale deriva inevitabilmente la scomunica latae sententiae.

Nulla però ha fermato la FSSPX dall’andare diritta verso la consumazione della frattura. Perché? Non credo esista altra spiegazione che nel rifiuto del Concilio e dei suoi documenti, perché sarebbe bastato, ieri come oggi, un riconoscimento pubblico e formale del Vaticano II per avviare un dialogo con la Santa Sede.

Il Vaticano II è stato un concilio universalec che ha avviato una “riforma” nella “continuità” della Chiesa di Cristo. Queste due parole, espresse nel celebre discorso di Benedetto XVI alla Curia romana nel 2005, sono fondamentali. Il Concilio ha avviato una riforma necessaria per attrezzare la Chiesa a diventare missionaria (la nuova evangelizzazione) nel mondo contemporaneo, che aveva rigettato la fede, ma lo ha fatto in continuità con tutta la sua storia, senza assolutamente rinnegarla. Era tutto già stato detto dal card. Ratzinger in un fortunato libro-intervista con Vittorio Messori nel 1985: «Difendere oggi la Tradizione vera della Chiesa significa difendere il Concilio. E’ anche colpa nostra se abbiamo dato talvolta il pretesto (sia alla “destra” che alla “sinistra”) di pensare che il Vaticano II sia stato uno “strappo”, una frattura, un abbandono della Tradizione. C’è invece una continuità che non permette né ritorni all’indietro né fughe in avanti; né nostalgie anacronistiche né impazienze ingiustificate.  E’ all’oggi della Chiesa che dobbiamo restare fedeli, non allo ieri o al domani, e questo oggi della Chiesa sono i documenti del Vaticano II nella loro autenticità. Senza riserve che gli amputino. E senza arbitrii che li sfigurino» (Rapporto sulla fede, Paoline 1985, p. 29).

Poi venne il post-Concilio. Furono anni di grande desolazione e devastazione da parte di chi pensava che il Concilio avrebbe dovuto essere una rivoluzione dentro la Chiesa, cioè un cambiamento radicale rispetto al passato non in vista della consecratio mundi, come aveva insegnato Paolo VI, ma per sudditanza al mondo. Il Magistero denunciò questi tentativi, alcuni eclatanti come la diffusa contestazione dell’enciclica di san Paolo VI Humanae vitae (1968) per la sua condanna della contraccezione e il suo richiamo alla santità coniugale. Questo atteggiamento rivoluzionario penetrò profondamente nella compagine ecclesiale, provocando una forma di auto-demolizione interna alla Chiesa e favorendo, così, anche reazioni altrettanto scomposte all’interno della Sposa di Cristo. Chi ha vissuto quegli anni ricorda la contestazione nella Chiesa da parte di chi voleva “cambiare tutto” e la reazione contraria di chi non voleva venisse cambiato nulla, dimenticando che il modello tridentino era stato voluto da un concilio fortemente riformatore come quello di Trento. Il post-Concilio provocò, così, la reazione contraria, da cui nacque la FSSPX di Econe. Ma soprattutto, il post-Concilio, con le sue scelleratezze, ha favorito la nascita di tutta un’opinione pubblica, non necessariamente legata alla Fraternità, di tendenza tradizionalista, che non arriva a rifiutare esplicitamente il Vaticano II solo per non uscire dalla comunione ecclesiale, ma lo giudica negativamente come la causa della decadenza cattolica.

Si arrivò così allo scisma del 1988, alla successiva ripresa di un dialogo con la Santa Sede, la quale, con Benedetto XVI, arrivò alla remissione delle scomuniche ai vescovi “lefebvriani” con il decreto Remissionis iniunctae del 21 gennaio 2009. Ma il rapporto non migliorò mai veramente, né durante il pontificato di Francesco, né in questo primo anno di Leone XIV. Il “nodo” era sempre quello, il riconoscimento del Concilio.

Allora prendiamone atto tutti, sia coloro che ne vollero fare una bandiera rivoluzionaria sia coloro che, come i tradizionalisti di Econe, non riescono ad accettarlo.

I documenti del Vaticano II implicano una riforma importante nel modo di porre la fede cattolica all’uomo contemporaneo. Basta leggerli e studiarli. La loro prospettiva è quella della missione, la spiritualità è quella del samaritano, come disse Paolo VI, che si china sul mondo ferito dalla Rivoluzione per aiutarlo a guarire. Ma per fare questo bisogna parlare al mondo senza diventare come il mondo. E’ difficile? Certamente, così come è stato difficile, a volte eroico, contrapporsi frontalmente alle ideologie mondane, come la Chiesa ha fatto per due secoli dopo il 1789 per difendere la propria libertà. Adesso, però, dicono i documenti conciliari, bisogna cercare di riconquistare a Cristo le anime attraverso la trasmissione della fede, con il tanto frainteso dialogo.

Ma questo vale per tutti quelli che hanno frainteso il Concilio, credendolo una rottura rispetto alla Tradizione. Vale per chi scambia la riforma per una rivoluzione, disprezzando la Tradizione, all’interno della quale il Concilio vuole restare, ma anche per chi, al contrario, rifiuta una riforma necessaria per rendere capace la Chiesa della nuova evangelizzazione.

A tutti è bene ricordare, nel mese dedicato al Preziosissimo Sangue, quanto sia costata a Cristo l’unità della Sua Chiesa. Dividerla è comunque un male e l’obbedienza è sempre una virtù.

Venerdì, 3 luglio 2026

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