
In occasione del 250° dalla Dichiarazione d’Indipendenza (4 luglio 1776) delle colonie americane dal Regno britannico, Papa Leone XIV rammenta le radici religiose e cristiane dell’ordine americano. In controluce possiamo discernere come a partire da due «rivoluzioni» qualitativamente diverse si sia sviluppata una doppia modernità: una aperta alla dimensione religiosa e un’altra chiusa. Con conseguenze drasticamente differenti
di Daniele Fazio
«Come figlio di questo grande Paese, fondato da uomini e donne coraggiose che sognavano la libertà e una vita migliore per se stessi e per i propri figli, mi unisco a voi nel chiedere la benedizione di Dio sul futuro dell’America, affinché gli alti ideali sanciti all’inizio della Dichiarazione d’Indipendenza possano continuare a guidare la fioritura della nazione nell’unità, nella giustizia e nella pace»: così Papa Leone XIV esordisce nel Discorso di accettazione della Medaglia della libertà, conferitagli dal National Constitution Center, riunito in assemblea a Filadelfia, in collegamento da Roma il 3 luglio scorso. Il momento è stato anche occasione per il Pontefice per ricordare che, nell’atto di origine degli Stati Uniti, scorgiamo il riferimento chiaro alla legge di natura e a Dio che crea gli uomini dotandoli di diritti inalienalibili, seppure espresso con un linguaggio illuministico. Un riferimento radicato, in ultima analisi, in una concezione della persona umana ispirata alla grande visione biblica, secondo cui uomo e donna sono immagine di Dio. Ciò fonda la dignità di ogni persona, che precede l’istituzione di qualsiasi Stato e ne determina anche il vero scopo.
L’inquadramento dell’origine degli Stati Uniti offerto dal Papa – che di seguito analizzeremo – ancora una volta conferma il fatto che quella nazione ha rappresentato la possibilità di uno Stato moderno qualitativamente diverso da quelli nati nell’Europa moderna e ciò perché Rivoluzione americana e Rivoluzione francese non sono – come ancora si legge in tanta manualistica – “rivoluzioni sorelle”, ma emergono e si sviluppano in maniera molto dissimile. Infatti, come hanno spiegato non pochi intellettuali, da Edmund Burke (1729-1797) e Friedrich Von Gentz (1764-1832) a Russel Amos Kirk (1918-1994), la Rivoluzione americana sorge per difendere il diritto naturale e le consuetudini che il Parlamento della madrepatria inglese stava violando, mentre quella francese – ispirata a ideologie astratte – ha voluto costruire una società radicalmente nuova, in opposizione alla tradizione e alle radici, soprattutto cristiane, del Paese, producendo, alla fine, i totalitarismi.
Comprendere la differente polarità e importanza del fattore religioso tra le due sponde dell’Atlantico, è altresì dirimente sia per una corretta ricostruzione storica, sia per la comprensione della diversa conformazione culturale e giuridica dei contesti sociali. Nessuno, infatti, negli Stati Uniti fu perseguitato per la propria religione, mentre in Francia e nei Paesi che seguirono i principi dell’89 furono perseguitati e salirono sul patibolo laici cattolici, religiosi e religiose con la sola colpa di essere credenti. Negli Stati Uniti, ancora, la religione non ha bisogno “giustificazione” alcuna e i credenti intervengono nello spazio pubblico in quanto tali, mentre nell’Europa continentale la religione ha faticato e, in qualche modo, fatica ancora ad essere riconosciuta come fattore che contribuisce pubblicamente al bene comune. Ciò si verifica ogni qual volta che la si considera come elemento esclusivamente intimo e si chiede al credente di rinunciare nell’attività sociale ai principi derivanti dalla propria fede, mentre alle istituzioni religiose si impone di tacere su questioni etiche e sociali ritenendo questo come una intollerabile ingerenza.
Tornando, quindi, al Discorso pontificio, il Papa afferma che, sull’onda dell’ispirazione biblica, la storia degli Stati Uniti ha accolto e integrato ondate di migranti e ha guardato anche oltre i propri confini aiutando altri popoli, ad esempio in occasione della due guerre mondiali, a difendere la causa della libertà. Ciò non senza difficoltà e sacrifici. Nella misura in cui questo rimane il sogno degli americani, gli Stati Uniti potranno continuare ad essere «terra di libertà e patria dei coraggiosi».
I principi affermati dalla Dichiarazione d’Indipendenza, ovvero il diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità, sono compresi da Leone XIV nel giusto alveo dell’ottica naturale e cristiana e rilanciati a beneficio dei connazionali. Il primo diritto – logico e cronologico –, cioè il diritto alla vita dal concepimento alla morte naturale, deve continuare ad essere considerato con riverenza e, dunque, in tutta la sua sacralità sia dai singoli che dalle leggi, perché «la grandezza morale di una nazione si manifesta, soprattutto, nella capacità di sostenere, proteggere e custodire la vita di tutti, specialmente dei più vulnerabili e di coloro il cui valore viene messo in discussione».
Contro il fraintendimento libertario, il Pontefice ricorda che il diritto alla libertà si compie veramente se «essa si fonda sulla capacità della persona umana di conoscere la verità e di aderire a ciò che è bene anche a caro prezzo»: la libertà autentica nella sua profondità si esprime nella ricerca delle risposte alle domande capitali che ogni uomo si pone e da cui in definitiva dipende anche la forma di una nazione. In questo senso, si fa notare che gli Stati Uniti hanno difeso a lungo la libertà religiosa, che è legata alla dimensione interiore della persona e che non tollera coercizione alcuna, così come sancito nel Primo Emendamento della Costituzione americana. Da qui emerge il valore anche pubblico delle religioni e della fede, che nell’esperienza degli Stati Uniti, diversamente che per l’Europa moderna, figlia della Rivoluzione francese, ha permesso «il dialogo interreligioso e la cooperazione tra le fedi per promuovere il bene comune e arricchire i dibattiti sulle questioni morali ed etiche che la nazione ha affrontato e che hanno segnato il corso della sua storia». L’auspicio, dunque, è che il futuro della nazione statunitense, nei propri confini e fuori di essi, sia caratterizzato da un costante sforzo per la promozione della pace e della riconciliazione.
Le tematiche affrontate nel Discorso suddetto sono altresì riprese nella Lettera, resa pubblica il 4 luglio, proprio nel giorno dell’anniversario di fondazione degli USA. In essa, però, aggiunge come grazie al respiro della libertà religiosa statunitense, la Chiesa cattolica ha potuto radicarsi e prosperare in quella terra, contribuendo anche, con l’azione dei cattolici nei campi dell’educazione, dell’assistenza dei poveri e dei servizi sanitari e sociali, al suo sviluppo. Inoltre, citando l’enciclica Sapientiae christianae di Leone XIII (1878-1903), ha ricordato che «[…] la fede — ben lungi dall’essere in contrasto con le responsabilità civiche — presta nuovo vigore alla ricerca della giustizia, della pace e del bene comune, portando a perfezione ogni dono naturale elargito dal Creatore. Lo stesso san Paolo incoraggiava i primi cristiani a pregare per coloro che occupavano posizioni di autorità al fine di vivere una vita tranquilla secondo il volere di Dio (cfr. 1 Tm 2, 2). A tale riguardo, è nel fedele adempimento del dovere — verso Dio e verso il Paese — che i cattolici sono chiamati a continuare a servire la nazione, come lievito per la crescita di una civiltà dell’amore (cfr. Mt 13, 33)».
Proprio alla luce di questi principi la varietà di popoli, religioni e culture ha trovato negli Stati Uniti un luogo di unità, ed è su questi ideali che non sbiadiscono nel tempo che una nazione può prosperare. L’anniversario – esorta il Pontefice nel Discorso del 3 luglio – «possa essere l’occasione per un solenne rinnovamento dell’impegno verso questi ideali che hanno reso l’America un Paese che apprezza la pace e la prosperità, un Paese caratterizzato da generosità e nobiltà d’animo […] May God bless America».
Domenica, 5 luglio 2026
