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Papa Leone XIV: valore e attualità del Concilio di Nicea

28 Febbraio 2026 by Daniele Fazio

Daniele Fazio, Cristianità n. 437 (2026)

Il magistero di Leone XIV su Nicea 

Nella solennità di Cristo Re dell’universo e alla vigilia del suo viaggio apostolico in Turchia e in Libano (27 novembre-2 dicembre 2025) il Papa ha annunciato la pubblicazione della lettera apostolica In Unitate fidei(1), che ricorda il 1700° anniversario della celebrazione del Concilio di Nicea, svoltosi appunto nel 325(2). Grazie a essa e ai discorsi tenuti dal Pontefice durante il viaggio — motivato proprio dalla visita dei luoghi in cui si tenne il concilio nel 325, presso l’odierna Iznik turca — possiamo comprendere non solo l’importanza storica del concilio niceno, ma anche la sua attualità. Inoltre, il Santo Padre ha rimandato, quale contributo di approfondimento, al ricco documento della Commissione Teologica Internazionale Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore. Il 1700° anniversario del Concilio Ecumenico di Nicea (325-2025)(3).

Nell’insegnamento del regnante Pontefice su Nicea s’intrecciano almeno quattro filoni: teologico-dottrinale, storico-culturale, spirituale ed ecclesiale. Ricordare il primo evento ecumenico della storia della Chiesa innanzitutto richiama la centralità della fede in Gesù Cristo che «[…] merita di essere confessata ed approfondita in maniera sempre nuova e attuale» (n. 1). I Padri conciliari di Nicea, restando fedeli all’insegnamento biblico e al realismo dell’Incarnazione, confessarono che Dio non è lontano da noi: si è fatto vicino grazie alla venuta nel mondo di Gesù Cristo, suo Figlio, vero Dio e vero uomo. Dio è luce e il Figlio di Dio è il riflesso di questa Luce e l’immagine del suo Essere. Egli parla e agisce nella storia: gli idoli degli uomini sono morti, mentre Egli è il Vivente, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, che si rivela a Mosè nel roveto ardente e guida, attraverso mille traversie, il suo popolo alla terra promessa. Il Figlio del Dio vivente, perciò, da Dio che era diviene anche uomo, e non viceversa, per salvarci. Nessun uomo può compiere la salvezza se non Dio stesso, che sceglie la via dell’abbassamento, dello «svuotamento» (cfr. Fil 2,7-8), assumendo la condizione di servo, affinché, tramite la redenzione, l’uomo si elevi fino a Dio. 

Ciò diventa talmente reale che il Vangelo sottolinea che il Logos si fece carne (cfr. Gv 1,14), ossia uomo a tutti gli effetti: sua è ogni facoltà propriamente umana, ad eccezione del peccato, cosicché, «attraverso l’opera della redenzione, Dio non solo ha restaurato la nostra dignità umana come immagine di Dio, ma Colui che ci ha creati in modo meraviglioso ci ha resi partecipi, in modo ancor più mirabile, della sua natura divina (cfr. 2Pt 1,4). La divinizzazione è quindi la vera umanizzazione» (n. 7). Così da Nicea viene tramandata fino a noi questa fede, che nei successivi concili cristologici di Costantinopoli (381), Efeso (431) e Calcedonia (451) è confermata, precisata e approfondita: «Crediamo in un solo Dio, Padre onnipotente, artefice di tutte le cose visibili e invisibili. E in un solo Signore Gesù Cristo, il Figlio di Dio, generato unigenito dal Padre, cioè della stessa sostanza del Padre, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato non fatto, consostanziale al Padre, per mezzo del quale tutte le cose furono originate, quelle in cielo e quelle nella terra. Egli per noi uomini e per la nostra salvezza discese e si incarnò, divenne uomo, patì e risuscitò il terzo giorno e salì nei cieli, viene a giudicare vivi e morti; e [crediamo] nello Spirito Santo»(4).

Il valore di quanto affermato nella formula nicena è svelato in definitiva da Leone XIV: «il Credo niceno non ci parla dunque del Dio lontano, irraggiungibile, immoto, che riposa in sé stesso, ma del Dio che è vicino a noi, che ci accompagna nel nostro cammino sulle strade del mondo e nei luoghi più oscuri della terra. La sua immensità si manifesta nel fatto che si fa piccolo, si spoglia della sua maestà infinita rendendosi nostro prossimo nei piccoli e nei poveri. Questo fatto rivoluziona le concezioni pagane e filosofiche di Dio» (n. 7).

Coordinate storiche essenziali

Storicamente questa professione di fede dovette essere formulata in maniera chiara per ribadire ciò che la comunità apostolica fin dalla Resurrezione e dalla Pentecoste aveva creduto indefettibilmente, perché era stata messa seriamente in pericolo dall’eresia diffusa dal presbitero di Alessandria d’Egitto, Ario (256-336). Egli, ibridando la fede con la mentalità dominante dell’epoca, sosteneva che Gesù Cristo non è veramente Dio e neanche semplice creatura, ma un essere intermedio fra Dio e gli uomini, che non si era incarnato e, dunque, non vi sarebbe alcuna unità nella sua persona tra la divinità e l’umanità. E ciò comporta gravi ripercussioni proprio sulla dottrina della salvezza: «se Dio non si è fatto uomo, come possono i mortali partecipare alla sua vita immortale? Questo era in gioco a Nicea ed è in gioco oggi: la fede nel Dio che, in Gesù Cristo, si è fatto come noi per renderci “partecipi della natura divina”»(5). In altri termini, «il pensiero di Ario si inscrive in un vero subordinazionismo, cioè quella dottrina trinitaria che afferma il Figlio subordinato al Padre, quindi non “Dio” come Dio Padre»(6).

Nonostante la condanna delle tesi ariane da parte di un sinodo convocato dal vescovo Alessandro (250-326) di Alessandria — che inviò anche in Occidente le deliberazioni dell’assise, soprattutto al vescovo di Cordova, in Spagna, Osio (257-357), che si era distinto come confessore della fede —, gli ariani resistettero e da ciò nacquero controversie in tutto l’impero romano. I cristiani avevano ottenuto da poco con il cosiddetto Editto di Milano del 313 la libertà di culto(7). L’imperatore Costantino I (280 ca.-337) si rese conto che con l’unità della Chiesa era in pericolo anche l’unità dell’impero, ragion per cui convocò a Nicea un concilio universale che dirimesse in modo definitivo le controversie. I Padri, forse 318 di numero, alcuni dei quali portavano ancora sulla carne i segni delle persecuzioni, erano quasi tutti orientali. Papa Silvestro (314-335) fu rappresentato dal vescovo Osio e inviò anche due presbiteri romani.

Nessuno di loro ebbe dubbi nel confessare la fede presente nella Sacra Scrittura e nella Tradizione, approfondendo ed esplicitando la professione di fede del Credo degli apostoli, in uso nella Chiesa di Roma. Così — ricorda il Papa — «i Padri confessarono che Gesù è il Figlio di Dio in quanto è “dalla sostanza (ousia) del Padre […] generato, non creato, della stessa sostanza (homooúsios) del Padre”. Con questa definizione veniva radicalmente respinta la tesi di Ario. Per esprimere la verità della fede, il Concilio ha usato due parole, “sostanza” (ousia) e “della stessa sostanza” (homooúsios), che non si trovano nella Scrittura. Così facendo non ha voluto sostituire le affermazioni bibliche con la filosofia greca. Al contrario, il Concilio ha utilizzato questi termini per affermare con chiarezza la fede biblica distinguendola dall’errore ellenizzante di Ario. L’accusa di ellenizzazione non si applica dunque ai Padri di Nicea, ma alla falsa dottrina di Ario e dei suoi seguaci» (n. 5). 

Nonostante ciò, gli ariani non solo continuarono a diffondere le loro dottrine ma cercarono e trovarono anche il sostegno della corte imperiale: si arrivò a un punto in cui i laici erano più ortodossi rispetto a molti vescovi. Il post-concilio di Nicea fu un momento molto turbolento, tanto da essere definito da san Basilio di Cesarea (330-379) come una battaglia navale notturna in una violenta tempesta(8). 

Il grande difensore della fede nicena fu il vescovo sant’Atanasio (293/295-373), successore di Alessandro. Più volte esiliato dalla sede episcopale non cedette al compromesso e guidò i suoi diocesani nella vera fede. Grazie al suo impegno poté nascere una generazione nuova di cristiani, sia in Oriente sia in Occidente, che diffusero e approfondirono la fede cristologica come anche il dogma della Trinità fino al compimento di questo cammino nel Concilio di Costantinopoli. Non è, infatti, casuale che la formula del Credo in uso anche nelle celebrazioni liturgiche sia detta «niceno-costantinopolitana». Di questa seconda schiera di «niceni» fanno parte significativa Padri della Chiesa come «San Basilio di Cesarea (circa 330-379), a cui fu dato il titolo “il Grande”, suo fratello SanGregorio di Nissa (335-394) e il più grande amico di Basilio, San Gregorio Nazianzeno (329/30-390). In Occidente furono importanti Sant’Ilario di Poitiers (circa 315-367) e il suo allievo San Martino di Tours (circa 316-397). Poi soprattutto Sant’Ambrogio di Milano (333-397) e Sant’Agostino d’Ippona (354-430)» (n. 8). 

Il credo niceno-costantinopolitano è riconosciuto oggi dalla Chiesa cattolica, da quella ortodossa — che, però, mantiene la formula originale greca «procede dal Padre», rifiutando l’aggiunta del Figlio — e anche dalle comunità ecclesiali riformate, rappresentando così la base comune della fede cristiana.

Linee teologiche e spirituali: la persona e la centralità di Gesù Cristo

Dalla memoria viva del Concilio di Nicea, nonché dalla centralità di Gesù Cristo che ne deriva, scaturisce innanzitutto un salutare esame di coscienza per la comunità cristiana. Leone XIV chiede che cosa si possa ricavare da questa storia di fede per i credenti e per la Chiesa di oggi. L’anniversario — risponde — «[…] è un’occasione preziosa per chiederci chi è Gesù Cristo nella vita delle donne e degli uomini di oggi, chi è per ciascuno di noi»(9). Innanzitutto, dobbiamo ricordare che la liturgia e la vita cristiana sono strettamente ancorate alle verità di fede del Concilio di Nicea: basti pensare, per esempio, che veniamo battezzati «nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo», che i salmi si concludono con il Gloria alle persone della Santissima Trinità, che il segno che ci contraddistingue e con cui iniziamo e concludiamo la preghiera è quello della croce, che evoca la fede trinitaria. Ancor più necessario è riconoscere che Gesù è il Signore della nostra vita, il Redentore, e che seguirlo significa impegnare i nostri passi sulla via della croce e attraverso il pentimento giungere alla santificazione e alla divinizzazione. 

Tutto ciò, per non restare in superficie, ha bisogno che ogni fedele risponda a precisi interrogativi: «Dobbiamo quindi chiederci: che ne è della ricezione interiore del Credo oggi? Sentiamo che riguarda anche la nostra situazione odierna? Comprendiamo e viviamo ciò che diciamo ogni domenica, e che cosa significa ciò che diciamo per la nostra vita?

«[…] Che cosa significa Dio per me e come testimonio la fede in Lui? L’unico e solo Dio è davvero il Signore della vita, oppure ci sono idoli più importanti di Dio e dei suoi comandamenti? Dio è per me il Dio vivente, vicino in ogni situazione, il Padre a cui mi rivolgo con fiducia filiale? È il Creatore a cui devo tutto ciò che sono e che ho, le cui tracce posso trovare in ogni creatura? Sono disposto a condividere i beni della terra, che appartengono a tutti, in modo giusto ed equo? Come tratto il creato, che è opera delle sue mani? Ne faccio uso con riverenza e gratitudine, oppure lo sfrutto, lo distruggo, invece di custodirlo e coltivarlo come casa comune dell’umanità?» (nn. 9-10).

Il focus resta la persona di Cristo da conoscere nella sua realtà umana e divina e con cui avere un saldo e fiducioso rapporto. In Gesù noi troviamo il vero volto del Padre e, dunque, dobbiamo stare attenti a non cadere in una sorta di «[…] “arianesimo di ritorno”, presente nella cultura odierna e a volte tra gli stessi credenti: quando si guarda a Gesù con ammirazione umana, magari anche con spirito religioso, ma senza considerarlo davvero come il Dio vivo e vero presente in mezzo a noi. Il suo essere Dio, Signore della storia, viene in qualche modo oscurato e ci si limita a considerarlo un grande personaggio storico, un maestro sapiente, un profeta che ha lottato per la giustizia, ma niente di più. Nicea ce lo ricorda: Cristo Gesù non è un personaggio del passato, è il Figlio di Dio presente in mezzo a noi, che guida la storia verso il futuro che Dio ci ha promesso»(10). 

«Il cristiano è quindi chiamato a convertirsi dagli idoli morti al Dio vivo e vero (cfr At 12,25; 1Ts 1,9). In questo senso, Simon Pietro confessa a Cesarea di Filippo: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16)» (n. 6). 

Su questa scia si pone un motivo importante del magistero leoniano, già messo in luce nella prima omelia da Pontefice, che riguarda la comprensione vera di Gesù Cristo, che rischia di essere ridotto semplicemente alla sua umanità, a leader carismatico o «superuomo»(11). 

Pertanto, dobbiamo sempre approfondire la fede cristologica per presentarla oggi all’interno di un retto e sano sviluppo della dottrina, così come ha insegnato anche il nuovo Dottore della Chiesa, il cardinale san John Henry Newman (1801-1890): «il Simbolo della fede, professato in modo unanime e comune, diventa così criterio di discernimento, bussola di orientamento, perno attorno al quale devono ruotare il nostro credere e il nostro agire»(12).

La prospettiva ecumenica

Il viaggio in Turchia è stato il compimento di una promessa di Papa Francesco (2013-2025), sebbene realizzata dal successore, per celebrare la fede trinitaria anche con le altre confessioni cristiane e in primis con la Chiesa ortodossa di Costantinopoli. Per la Chiesa cattolica il Concilio di Nicea è attuale anche per il suo valore ecumenico e ciò lo lega al Concilio Vaticano II (1962-1965), che ha rivolto in maniera speciale la sua attenzione all’unità dei cristiani, tematizzata trent’anni or sono nell’enciclica Ut unum sint di san Giovanni Paolo II (1978-2005). Su questa via, intrapresa da sessant’anni, è stato seguito un percorso di riconoscimento reciproco e viene condivisa la memoria di tanti martiri: proprio grazie alla base comune rappresentata dalla fede espressa dal Credo niceno lo Spirito spinge a continuare il cammino, perché alla luce della Trinità si giunga all’unità. 

Il Papa ha affermato: «desidero confermare che, in continuità con quanto insegnato dal Concilio Vaticano II e dai miei predecessori, perseguire la piena comunione tra tutti coloro che sono battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, nel rispetto delle legittime differenze, è una delle priorità della Chiesa cattolica e in modo particolare del mio Ministero di Vescovo di Roma, il cui ruolo specifico a livello di Chiesa universale consiste nell’essere al servizio di tutti per costruire e preservare la comunione e l’unità»(13).

Così come ha precisato la dimensione del cammino da compiere: «questo non significa un ecumenismo di ritorno allo stato precedente le divisioni, né un riconoscimento reciproco dell’attuale status quo della diversità delle Chiese e delle Comunità ecclesiali, ma piuttosto unecumenismo rivolto al futuro, di riconciliazione sulla via del dialogo, di scambio dei nostri doni e patrimoni spirituali. Il ristabilimento dell’unità tra i cristiani non ci rende più poveri, anzi, ci arricchisce» (n. 12).

Nel contesto attuale lo sforzo della testimonianza dell’unità esclude ogni riferimento a Dio per giustificare la violenza e le guerre, evitare fondamentalismo e fanatismo e prediligere la via dell’incontro, del dialogo e della collaborazione. In questo senso, è un punto importante riuscire fra cristiani a trovare una data comune per la celebrazione della Pasqua, così come è avvenuto proprio nel 2025 per coincidenze cronologiche. 

Riflessioni conclusive

Dalla lettura illuminante del profondo significato del Concilio di Nicea tracciata dal Pontefice derivano almeno tre considerazioni.

 Prima di esplicitarle, però, mi permetto di richiamare la profonda assonanza del «magistero su Nicea» di Leone XIV con quello di Papa Benedetto XVI (2005-2013), espresso in un momento profondamente drammatico del suo pontificato(14). Così scriveva il Pontefice nella Lettera sulla remissione della scomunica dei vescovi consacrati da mons. Lefebvre: «Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non ad un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine (cfr Gv 13, 1) — in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più. Condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia: questa è la priorità suprema e fondamentale della Chiesa e del Successore di Pietro in questo tempo. Da qui deriva come logica conseguenza che dobbiamo avere a cuore l’unità dei credenti. La loro discordia, infatti, la loro contrapposizione interna mette in dubbio la credibilità del loro parlare di Dio. Per questo lo sforzo per la comune testimonianza di fede dei cristiani — per l’ecumenismo — è incluso nella priorità suprema. A ciò si aggiunge la necessità che tutti coloro che credono in Dio cerchino insieme la pace, tentino di avvicinarsi gli uni agli altri, per andare insieme, pur nella diversità delle loro immagini di Dio, verso la fonte della Luce — è questo il dialogo interreligioso»(15).

Con questa premessa, appare come la prima considerazione debba concernere il nucleo principale della fede cristiana. Oggi, come sempre, ciò che deve emergere è la centralità di Gesù Cristo sia all’interno della Chiesa sia quale proposta all’uomo di ogni tempo: «in Gesù noi troviamo il vero volto di Dio e la sua parola definitiva sull’umanità e sulla storia […]. Cristo Gesù non è un personaggio del passato, è il Figlio di Dio presente in mezzo a noi, che guida la storia verso il futuro che Dio ci ha promesso»(16).

La modernità, quando non ha negato esplicitamente Cristo, lo ha relegato meramente nella sua natura di uomo, sia pur un uomo importante ma depurato dalla sua divinità. Negando che Cristo è il Redentore, il mondo moderno ne ha tradito l’identità e la missione. I cristiani, allora, non possono permettersi una fede «fai-da-te», ma devono nutrire una fede che scaturisca dall’incontro personale con il Figlio del Dio vivente, consustanziale al Padre, che va conosciuto per ciò che è, ossia senza riduzionismi e senza adattamenti, contrastando proprio l’«arianesimo di ritorno»: Egli è il Signore «disceso dal cielo» per la nostra salvezza totale e definitiva. Ciò evita ogni confusione e soprattutto permette l’opera di evangelizzazione, lo sforzo per far incontrare l’uomo del nostro tempo con il Verbo Incarnato e, di conseguenza, consente di dar vita a un umanesimo cristiano autentico, che indichi le vie per la vera realizzazione degli uomini e delle donne del nostro tempo. Attraverso l’apertura alla trascendenza, e avendo quale modello paradigmatico proprio Gesù, vero Dio e vero uomo, abbiamo la bussola che rende concreto il servizio caritativo integrale da rendere a ogni uomo, perché solo se Gesù è il vivente possiamo vedere Lui stesso nei fratelli più piccoli (cfr Mt 25,31-46) e ciò che facciamo a loro — le opere di misericordia spirituale e corporale — è come se lo facessimo a Cristo stesso(17). 

La seconda considerazione è di carattere ecclesiale. La celebrazione dei concili e la loro successiva «interpretazione» appare sempre come un frangente delicato all’interno della storia della Chiesa. Il clima turbolento precedente il Concilio di Nicea non diminuì nel post-Concilio, anzi si accrebbe. E questo può essere in qualche modo visto in analogia con il periodo successivo al Concilio Ecumenico Vaticano II(18). In entrambi i casi — usando le parole di san Basilio di Cesarea — si può parlare di «battaglie navali notturne», in cui spesso si fatica a capire chi «rema» per la verità e chi no, ma allo stesso tempo, così come fu per Nicea, si deve nutrire la speranza che emergano nuove generazioni che, leggendo il Concilio Vaticano II con l’ermeneutica della continuità e della riforma dell’unico soggetto-Chiesa — come ha ricordato Papa Benedetto XVI —, facciano fiorire tempi nuovi per la Chiesa del nostro tempo: i tempi della nuova evangelizzazione, indicata, sebbene con termini diversi, da tutti i Pontefici dopo il Concilio. Del resto, se si guarda alla storia, la Chiesa ha sempre subìto minacce esterne e vissuto dissidi e dibattiti, anche feroci, al proprio interno. Ma il Signore non ha mai abbandonato la sua sposa, anche facendo sorgere uomini e donne che hanno testimoniato con coraggio e determinazione la vera dottrina. 

La terza riflessione inerisce alle dinamiche di inculturazione della fede. Come messo in evidenza dal Pontefice, i Padri di Nicea non disdegnarono di utilizzare un linguaggio mutuato dalla filosofia greca per descrivere alcuni aspetti essenziali della Rivelazione. Ciò non ha cambiato il contenuto della fede, bensì ha fatto in modo di mediare e far comprendere ancor meglio quanto è intrinseco alla Rivelazione stessa, tanto da trans-significare ed elevare lo stesso contenuto dei termini.

L’operazione di Ario, invece, era frutto di uno pseudo-dialogo con la cultura del tempo, in quanto abbassava e razionalizzava, cioè ellenizzava, i contenuti della Rivelazione, facendo eclissare addirittura la vera essenza del Verbo Incarnato. I Padri di Nicea e i santi dottori della Patristica riuscirono a rigenerare la cultura dell’antichità ellenistico-romana alla luce della Rivelazione, trovando un linguaggio nuovo e adeguato per approfondire e diffondere i contenuti della fede. 

L’effetto storico-culturale fu che la cultura occidentale si andò sempre più consolidando, beneficiando dell’incontro tra la fede e la ragione, per esempio deducendo dai dibattiti teologici sulla natura di Cristo e della Trinità anche una nuova visione antropologica(19). La nozione di «persona» che contraddistingue tutt’ora — nonostante la secolarizzazione — la cultura europea e occidentale nasce in questo contesto. 

Alla luce di Nicea e della vera fede in Cristo si comprende anche come «la divinizzazione non ha nulla a che vedere con l’auto-deificazione dell’uomo. Al contrario, la divinizzazione ci custodisce dalla tentazione primordiale di voler essere come Dio (cfr Gen 3,5). Ciò che Cristo è per natura, noi lo diventiamo per grazia» (n. 7). Ogni grande questione teologica diventa sempre così una questione antropologica e anche politica. E di ciò bisogna tener conto dinanzi alle sfide della post-modernità e all’aggressività delle ideologie transumaniste e tecnocratiche, soprattutto in vista della costruzione di una nuova società cristiana.

Daniele Fazio

Note:

(1)   Cfr. Leone XIV, Lettera Apostolica «In unitate fidei» nel 1700° anniversario del Concilio di Nicea, del 23-11-2025. Le citazioni di tale documento nel testo sono indicate con il numero del paragrafo da cui sono tratte. Il riferimento bibliografico agli altri interventi pontifici invece è specificato di volta in volta nelle note. 

(2)   Cfr. Michele Brambilla, Il Concilio di Nicea (325), in Cristianità, anno LIII, n. 433, maggio-giugno 2025, pp. 49-59; e Pietro Galignani, I cristiani al Concilio di Nicea. Una professione di fede condivisa, ibid., pp. 61-74. 

(3)   Cfr. Commissione Teologica Internazionale, Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore. Il 1700° anniversario del Concilio Ecumenico di Nicea (325-2025), 16-12-2024.

(4)   Heinrich Denzinger S.J. (1819-1883), Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, edizione bilingue, a cura di Peter Hünermann (1929-2025), Edizioni Dehoniane, Bologna 2003 (ristampa della 4a edizione), p. 65. Il testo del simbolo riportato nella traduzione dalla versione greca. 

(5)   Leone XIV, Incontro ecumenico di preghiera nei pressi degli scavi archeologici dell’antica Basilica di San Neofito, Iznik 28-11-2025.

(6)   Don Giovanni Poggiali O.M.M.E., I Concili cristologici: Nicea, Costantinopoli, Efeso e Calcedonia, in Marco Invernizzi, Paolo Martinucci e Michele Brambilla (a cura di), Storia della Cristianità occidentale,con una Premessa di Alberto Torresani, D’Ettoris Editori, Crotone 2022, pp. 47-54 (p. 49).

(7)   Cfr. Alberto Barzanò, Quello che il mondo attuale deve al concetto romano di libertà religiosa, in Cristianità, anno LIII, n. 435, settembre-ottobre 2025, pp. 41-54.

(8)   Cfr. Basilio di Cesarea, Lo Spirito Santo, par. 30, nel sito web <https://lamelagrana.eu/wp-content/uploads/downloads/2013/05/Basilio-di-Cesarea-Lo-Spirito-Santo-Liber-de-Spiritu-Sancto.pdf>, pp. 46-47 (gli indirizzi Internet dell’intero articolo sono stati consultati il 27-2-2026).

(9)   Leone XIV, Incontro di preghiera con i vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i consacrati, le consacrate e gli operatori pastorali presso la Cattedrale dello Spirito Santo, Istanbul 28-11-2025.

(10)   Ibidem.

(11)   «Anche oggi non sono pochi i contesti in cui la fede cristiana è ritenuta una cosa assurda, per persone deboli e poco intelligenti; contesti in cui ad essa si preferiscono altre sicurezze, come la tecnologia, il denaro, il successo, il potere, il piacere. Si tratta di ambienti in cui non è facile testimoniare e annunciare il Vangelo e dove chi crede è deriso, osteggiato, disprezzato, o al massimo sopportato e compatito. Eppure, proprio per questo, sono luoghi in cui urge la missione, perché la mancanza di fede porta spesso con sé drammi quali la perdita del senso della vita, l’oblio della misericordia, la violazione della dignità della persona nelle sue forme più drammatiche, la crisi della famiglia e tante altre ferite di cui la nostra società soffre e non poco. Anche oggi non mancano poi i contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomo, e ciò non solo tra i non credenti, ma anche tra molti battezzati, che finiscono così col vivere, a questo livello, in un ateismo di fatto» (Idem, Omelia nella Santa Messa pro Ecclesia, 9-5-2025).

(12)   Idem, Incontro di preghiera con i vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i consacrati, le consacrate e gli operatori pastorali presso la Cattedrale dello Spirito Santo, cit.

(13)   Idem, Discorso al termine della Divina Liturgia per la festa di Sant’Andrea nella Chiesa Patriarcale di San Giorgio (Fanar), Istanbul 30-11-2025. 

(14)   Con atto di profonda paternità e dopo tanti incontri con i superiori della Fraternità sacerdotale San Pio X, fondata da mons. Marcel Lefebvre (1905-1991), scismatica perché lo stesso arcivescovo senza l’autorizzazione della Santa Sede nel 1988 aveva consacrato quattro vescovi, il Santo Padre Benedetto XVI, che aveva vissuto la vicenda da protagonista come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, volle rimettere, nel 2009, la scomunica in cui erano incorsi i quattro presuli, al fine anche di facilitare i rapporti in vista della piena comunione con la Chiesa cattolica. Appena annunciato questo atto, si scatenò, a partire dall’interno della Chiesa, una feroce aggressione mediatica al Pontefice, in quanto uno dei quattro, successivamente allontanato anche dalla stessa Fraternità, mons. Richard Williamson (1940-2025), sosteneva posizioni negazioniste circa la Shoah. Artatamente e maliziosamente l’atto di misericordia del Pontefice fu interpretato come un avallo di quelle posizioni estranee totalmente a Benedetto XVI e alla Chiesa cattolica. Il Santo Padre con tale Lettera analizzò quanto successo e ne ribadì la retta prospettiva. 

(15)   Benedetto XVI, Lettera ai vescovi della Chiesa Cattolica riguardo alla remissione della scomunica dei quattro vescovi consacrati dell’Arcivescovo Lefebvre, 10-3-2009.

(16)   Leone XIV, Incontro di preghiera con i vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i consacrati, le consacrate e gli operatori pastorali presso la Cattedrale dello Spirito Santo, cit. 

(17)   Cfr. i miei Le opere di misericordia spirituale, in Cristianità, anno XLVI, n. 392, luglio-agosto 2018, pp. 31-60, e Le opere di misericordia corporale, ibid., anno XLVII, n. 395, gennaio-febbraio 2019, pp. 41-66.

(18)   Cfr. Marco Invernizzi, Il veleno sull’interpretazione del Concilio di Benedetto XVI, 17-12-2025, nel sito web <https://alleanzacattolica.org/il-veleno-sullinterpretazione-del-concilio-di-benedetto-xvi>. 

(19)   «La storia del concetto di persona è la storia di un lungo cammino che, se richiamato alla mente, ci porta per un momento nel cuore della teologia cristiana. Senza la teologia cristiana, ciò che noi oggi chiamiamo “persona” sarebbe rimasto qualcosa di non definibile e il fatto che le persone non sono avvenimenti semplicemente naturali non sarebbe stato riconosciuto» (Robert Spaemann (1927-2018), Persone. Sulla differenza tra «qualcosa» e «qualcuno», trad. it., Laterza, Roma-Bari 2007, p. 20). 

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