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Ideologie alimentari e Rivoluzione: «cancel culture», ideologia «woke» e transumanesimo

28 Febbraio 2026 by Susanna Manzin

Susanna Manzin, Cristianità n. 437 (2026)

Testo dell’intervento, rivisto e annotato, svolto il 25 settembre 2025 in occasione del ritiro della Regione Lombardia tenuto al Collegio Oblati di Rho (Milano). 

Premessa 

La preparazione del cibo è cultura: è manifestazione di ciò che gli uomini pensano, di quello in cui credono, di ciò che sono. Ogni società ha modelli culturali gastronomici, attraverso i quali rivela i valori fondanti della propria civiltà. Anche le religioni si occupano di alimentazione: gli ebrei seguono la dieta kosher, gli islamici quella halal, i buddisti hanno regole alimentari specifiche, così come gli induisti. Potrebbe stupire il fatto che le religioni dedichino tanta attenzione a questo argomento e stabiliscano prescrizioni e divieti a proposito dell’alimentazione, ma, come ha affermato Papa Francesco (2013-2025) nel corso di un’udienza del mercoledì, «Dimmi come mangi e ti dirò che anima possiedi»(2). Anche a tavola, infatti, manifestiamo quello che siamo, che cosa pensiamo del mondo, quale rapporto abbiamo con il nostro prossimo, come viviamo la carità e lo spirito di generosità, l’accoglienza e l’ospitalità, quali sono le nostre relazioni e scelte etiche, sociali, politiche e antropologiche, quali sono la nostra storia e la nostra cultura, che visione abbiamo del creato. È quindi facilmente comprensibile che le religioni si occupino anche di alimentazione. 

Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995) scrive che le crisi dell’Occidente «[…] hanno la loro radice nei problemi spirituali più profondi da dove si estendono a tutti gli aspetti della personalità dell’uomo contemporaneo e a tutte le sue attività»(3). Una delle caratteristiche principali di questo stato di decadenza è il suo essere «totale»: «Considerata in un dato paese, questa crisi si svolge in una zona di problemi così profonda, che si prolunga o si dispiega, per l’ordine stesso delle cose, in tutte le potenze dell’anima, in tutti i campi della cultura, insomma in tutti i domini dell’azione dell’uomo»(4).

Anche l’alimentazione risente di questo malessere sociale e antropologico: non è un caso, pertanto, che la Rivoluzione protestante, l’Illuminismo, la Rivoluzione Francese e la Quarta Rivoluzione, quella culturale, abbiano sviluppato e proposto anche una visione del cibo e della cultura della tavola antitetica a quella cattolica. Le moderne ideologie alimentari sono figlie di quelle fasi del processo rivoluzionario e si collegano direttamente alla diffusione di peculiari aspetti della modernità, quali l’ecologismo e l’animalismo.

La cultura alimentare nella Sacra Scrittura

Nell’Eden Adamo ed Eva si cibavano solo di vegetali: «E Dio disse: “Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, ed ogni albero in cui è il frutto, che produce seme; saranno il vostro cibo”» (Gen 1,26-29). Dopo la caduta, Dio consente all’uomo di cibarsi anche della carne: «E Dio benedisse Noè e i suoi figli e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra. Il timore e il terrore di voi sia in tutte le bestie selvatiche e in tutto il bestiame e in tutti gli uccelli del cielo. Quanto striscia sul suolo e tutti i pesci del mare sono messi in vostro potere. Quanto si muove ed ha vita vi servirà di cibo; io vi do tutto questo, come già le verdi erbe”» (Gen 9,1-3). La cultura del popolo ebraico, dopo l’Esodo, è contraddistinta dalle regole alimentari dettate dal Levitico e dal Deuteronomio: queste prescrizioni hanno permesso al popolo eletto da Dio di consolidarsi al proprio interno e di differenziarsi dai popoli confinanti, ma lo hanno anche chiuso alla possibilità di incontro e di relazione a tavola con le altre civiltà. 

Il cristianesimo, che nasce e si sviluppa all’interno della cultura ebraica, abbandona queste regole. Come scrive lo storico dell’alimentazione Massimo Montanari: «Un modello alimentare cristiano non esiste. […] Fin dai primi tempi della predicazione apostolica la linea che si affermò — non senza contrasti e contraddizioni — fu quella della libertà, che lasciava a ciascuno la responsabilità delle proprie scelte, negando che gli alimenti siano buoni o cattivi in sé. Il cibo in questa prospettiva è una realtà neutra e solo l’atteggiamento di chi mangia può conferire al gesto alimentare un valore positivo o negativo»(5). 

La motivazione di questo cambiamento è legata al diretto insegnamento di Gesù: «Non capite che tutto ciò che dal di fuori entra nell’uomo non può contaminarlo?»; e l’evangelista Marco commenta: «[…] dichiarando così puri tutti i cibi» (Mc 7,18-19). Il superamento delle rigide regole alimentari ebraiche ha, peraltro, facilitato il compito ai primi evangelizzatori che, preso sul serio il mandato di annunciare il Vangelo fino agli estremi confini della terra, erano destinati ad avere rapporti con tutti i popoli. Particolarmente illuminante, a questo proposito, è l’episodio della conversione del centurione romano Cornelio, narrato negli Atti degli Apostoli (10,1-48; 11,1-18), dove Pietro viene ammonito dalla voce dal Cielo che afferma: «Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano». Dopo avere battezzato Cornelio e gli altri pagani riuniti nella sua casa, Pietro torna a Gerusalemme, pieno di entusiasmo per il successo della sua missione, ma gli altri apostoli, invece di condividere questa sua soddisfazione, lo rimproverano dicendo: «Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!». Allora Pietro racconta i fatti e alla fine tutti glorificano Dio dicendo: «Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita!». 

San Paolo è estremamente chiaro nell’affermare quale atteggiamento si debba avere nei confronti dell’alimentazione, come leggiamo nella Prima lettera a Timòteo: «Lo Spirito dice apertamente che negli ultimi tempi alcuni si allontaneranno dalla fede, dando retta a spiriti ingannatori e a dottrine diaboliche, a causa dell’ipocrisia di impostori, già bollati a fuoco nella loro coscienza: gente che vieta il matrimonio e impone di astenersi da alcuni cibi, che Dio ha creato perché i fedeli, e quanti conoscono la verità, li mangino rendendo grazie. Infatti ogni creazione di Dio è buona e nulla va rifiutato, se lo si prende con animo grato» (1Tm 3,16-4,8). E ai romani scrive: «Accogliete tra voi chi è debole nella fede, senza discuterne le esitazioni. Uno crede di poter mangiare di tutto; l’altro, che invece è debole, mangia solo legumi. Colui che mangia, non disprezzi chi non mangia; colui che non mangia, non giudichi male chi mangia: perché Dio lo ha accolto. […] Chi mangia, mangia per il Signore, dal momento che rende grazie a Dio; anche chi non mangia, se ne astiene per il Signore e rende grazie a Dio» (Rm 14,1-6). 

Mangiare la carne è lecito: la condanna del biocentrismo

La dottrina cattolica ha sempre difeso il principio della profonda differenza tra l’uomo e gli animali: questi ultimi, benché importanti nell’economia della creazione, non sono stati creati a immagine e somiglianza di Dio, non hanno l’uso di ragione, il libero arbitrio, dunque la capacità di vivere secondo etica e giustizia. San Giovanni Paolo II (1978-2005) mette in guardia dall’ideologia che nega la differenza tra l’uomo e gli altri esseri viventi: «In nome di una concezione ispirata all’ecocentrismo e al biocentrismo, si propone di eliminare la differenza ontologica e assiologica tra l’uomo e gli altri esseri viventi. Si viene così ad eliminare la superiore responsabilità dell’uomo in favore di una considerazione egualitaristica della “dignità” di tutti gli esseri viventi»(6).Papa Francesco ribadisce a questo proposito: «Si avverte a volte l’ossessione di negare alla persona umana qualsiasi preminenza, e si porta avanti una lotta per le altre specie che non mettiamo in atto per difendere la pari dignità tra gli esseri umani»(7). 

La dottrina cristiana si pone in continuità con i pensatori del mondo antico, in particolare con il filosofo ateniese Aristotele (384-322 a.C.) per il quale gli animali sono privi di logos, di ragione, non hanno capacità intellettuali e soprattutto non sono liberi di scegliere, dunque non hanno responsabilità morali. Benché vi siano delle somiglianze fra l’animale e l’uomo, quali ad esempio le manifestazioni di affetto, di sofferenza, di paura, di gioia, nell’animale non vi sono né uso di ragione né possibilità di esercitare la libertà. La conseguenza per Aristotele è che non vi è comportamento immorale quando l’uomo uccide un animale. Questa dottrina è recepita pienamente da sant’Agostino d’Ippona (354-430): «Quando leggiamo di “Non uccidere”, dobbiamo intendere che il comando non è per le piante, poiché sono prive di sentimento; e neppure per gli animali bruti, perché essi non hanno nessuna affinità di ordine razionale con noi. Perciò il precetto “Non uccidere” va inteso esclusivamente per l’uomo»(8). 

San Tommaso d’Aquino (1224-1274) nella Summa Theologiae cita proprio quel passo di sant’Agostino e spiega più dettagliatamente: «È lecito sopprimere le piante per uso degli animali e gli animali per uso dell’uomo in forza dell’ordine stabilito da Dio: “Sarà vostro cibo tutto ciò che ha moto e vita”»(9). «È naturale poi che chi si esercita nella misericordia verso gli animali, sia più disposto alla misericordia verso gli uomini; nei Proverbi infatti si legge: Il giusto ha cura della vita delle sue bestie (Proverbi X,10)»(10). Se quindi sant’Agostino afferma con chiarezza che è lecito mangiare qualsiasi cibo, anche la carne di animali, san Tommaso aggiunge però che è cosa buona avere pietà e compassione degli animali, perché questo atteggiamento denota uno spirito buono. 

La dottrina costante in questa materia è ribadita nel Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992: «Dio ha consegnato gli animali a colui che egli ha creato a sua immagine. È dunque legittimo servirsi degli animali per provvedere al nutrimento o per confezionare indumenti. Possono essere addomesticati, perché aiutino l’uomo nei suoi lavori e anche a ricrearsi negli svaghi. Le sperimentazioni mediche e scientifiche sugli animali sono pratiche moralmente accettabili, se rimangono entro limiti ragionevoli e contribuiscono a curare o salvare vite umane»(11). «È contrario alla dignità umana far soffrire inutilmente gli animali e disporre indiscriminatamente della loro vita. È pure indegno dell’uomo spendere per gli animali somme che andrebbero destinate, prioritariamente, a sollevare la miseria degli uomini. Si possono amare gli animali; ma non si devono far oggetto di quell’affetto che è dovuto soltanto alle persone»(12).

La pratica dei digiuni e delle astinenze

Posto, dunque, che per il cristiano non vi sono cibi proibiti, la rinuncia volontaria ad alcuni di essi in vista di un fine superiore è opera meritoria. Fin dagli albori del monachesimo e dell’eremitismo cristiano lo spirito di penitenza dei religiosi spinge a praticare anche rinunce alimentari, spesso estreme e radicali, sull’esempio di Gesù stesso e di san Giovanni Battista: si tratta di liberi atti di rinuncia a qualcosa in sé lecito, per spirito di sacrificio e di ascesi. Il passaggio dall’eremitismo orientale al monachesimo, cenobitico e comunitario, soprattutto occidentale, ha comportato dei cambiamenti sotto questo aspetto. San Benedetto (480-547), che dopo tre anni di vita eremitica solitaria si dedica all’organizzazione di realtà monastiche di vita comune, deve far fronte alle esigenze concrete di queste comunità e incentra la sua Regola sull’Ora et labora: i monaci non si dedicano solo alla preghiera e alla penitenza ma lavorano, con grande impegno e fatica fisica; devono pertanto mangiare a sufficienza per poter affrontare i ritmi di vita richiesti dalla vita comunitaria. La rinuncia alimentare resta comunque una cosa buona, in vista dell’elevazione spirituale e per tenere a bada il vizio della gola. In questa direzione escludere la carne dalla dieta si rivela una pratica efficace: la carne è stata per lunghi secoli un cibo di lusso, nonché espressione di una tavola desiderosa di deliziare il palato; la rinuncia volontaria viene dunque vissuta come elemento di sobrietà e spirito di penitenza. 

L’astinenza dalle carni, in questa prospettiva, non è motivata da un senso di responsabilità verso le altre creature, ma dal desiderio di crescere nel rapporto personale con Dio. Secondo la Regola del Maestro, testo monastico del secolo VI, di autore anonimo, «l’abate spiegherà ai fratelli che voler mangiare la carne va bene, ma astenersi è meglio»(13). Se alcune regole monastiche escludono totalmente la carne dalla propria dieta, altre seguono una linea più cauta: san Benedetto fa distinzione tra i quadrupedi, la cui carne è vietata, e i volatili, dei quali ci si può cibare; in altri testi di legislazione monastica, invece, la carne è esclusa dalla tavola solo in alcuni giorni o periodi dell’anno. Inoltre, trattandosi di norme non dettate secondo un’impostazione ideologica, è sovente contemplata l’eccezione alla regola, a discrezione dell’abate, per esempio per i malati e i convalescenti, che in certe circostanze hanno bisogno di carne per recuperare la salute e le forze. 

Considerando i vantaggi spirituali di queste scelte, la Chiesa ha voluto proporre anche ai laici la pratica dei giorni di astinenza dalle carni e dei giorni di digiuno, che diverrà pertanto precetto della Chiesa. Come possiamo leggere in una nota pastorale dell’episcopato italiano, «il digiuno dei cristiani trova il suo modello e il suo significato nuovo e originale in Gesù. È vero che il Maestro non impone in modo esplicito ai discepoli nessuna pratica particolare di digiuno e di astinenza. Ma ricorda la necessità del digiuno per lottare contro il maligno e durante tutta la sua vita, in alcuni momenti particolarmente significativi, ne mette in luce l’importanza e ne indica lo spirito e lo stile secondo cui viverlo. […] Il digiuno e l’astinenza, nella loro originalità cristiana, presentano anche un valore sociale e comunitario: chiamato a penitenza non è solo il singolo credente, ma l’intera comunità dei discepoli di Cristo. Per rendere più manifesto il carattere comunitario della pratica penitenziale la Chiesa stabilisce che i fedeli facciano digiuno e astinenza negli stessi tempi e giorni: è così l’intera comunità ecclesiale ad essere comunità penitente»(14).

La Riforma protestante

Martin Lutero (1483-1546), Giovanni Calvino (1909-1564), Filippo Melantone (1497-1560) e Ulrico Zwingli (1484-1531) tengono in grande considerazione i digiuni e le astinenze, la temperanza e il combattimento contro il vizio della gola, ma negano valore alle disposizioni ecclesiastiche in materia alimentare, ritenendo che la questione debba essere decisa da ogni fedele secondo la propria coscienza. L’ideale della frugalità diventa per i protestanti un modello di vita, un valore da praticare sempre, con la conseguenza che, mentre nei Paesi cattolici si vive la tavola con equilibrio e serenità, nell’alternanza fra tempi di assoluta libertà alimentare e tempi «forti» di astinenza e digiuno, in quelli protestanti tende a prevalere una rigidità costante, che porterà a quell’austerità triste, ossessionata dalla gola e spesso ipocrita che è stata magistralmente rappresentata dal film Il pranzo di Babette, diretto nel 1987 da Gabriel Axel (1918-2014). 

Come scrive lo storico belga Leo Moulin (1906-1996): «Il fatto è che il protestantesimo ha compresso nell’uomo la “joie de vivre”: il credente è solitario davanti a Dio, deve assumere tutta intera la responsabilità delle sue azioni, compresa quella dell’abbandono alla “concupiscenza” peccaminosa del cibo. Il cattolico è più libero, è meno complessato, perché sa che, ad aiutarlo, c’è tutta una rete di mediazioni culturali ed ecclesiali. C’è, soprattutto, la confessione, con il suo perdono liberante. La tragedia del protestantesimo è che cala sull’uomo una cappa insopportabile. Dicendogli: “Salvarti è solo affar tuo, sbrigatela da solo con Dio”, l’uomo si schianta sotto il peso terribile, oppure è costretto a fingere, anche con se stesso, una virtù che non può praticare. Da qui la famosa ipocrisia»(15).

Vegetarianismo, animalismo e specismo

Il vegetarianismo di cui tratto non ha nulla a che fare con una legittima scelta dettata da gusti, da necessità mediche o dalla sensibilità individuale verso il mondo animale. Affronto invece il tema della scelta alimentare che si fonda sulla convinzione che esista una continuità o affinità tra l’uomo e l’animale, sulla base della quale non è lecito uccidere gli animali né sfruttarli, perché essi hanno dei diritti e noi dei doveri nei loro confronti. Il movimento vegetariano si lega pertanto a quello animalista in chiave anti-specista. 

Ci troviamo di fronte a una messa in discussione radicale dell’antropocentrismo alla base della civiltà occidentale, espressione della cosiddetta cancel culture e della cultura woke, che mirano alla cancellazione di quanto rimane delle radici classiche e cristiane della nostra cultura. Viene definito woke, «sveglio», chi è sensibile ai temi sociali fatti propri dal pensiero debole della modernità relativistica ed è impegnato a promuovere il cambiamento dei modelli culturali di riferimento lottando contro le disuguaglianze sociali, economiche e culturali, contro il razzismo, il colonialismo, la discriminazione di genere e la negazione dei diritti LGBTQ+, nonché contro l’uccisione e lo sfruttamento degli animali, dal momento che il rispetto e i doveri nei confronti degli esseri umani sono messi sullo stesso piano di quelli verso il mondo animale. All’interno del processo rivoluzionario, la lotta contro schiavitù, razzismo e discriminazione femminile è affrontata evidenziando il problema reale ma proponendo una soluzione sbagliata, che si «serve» del problema non allo scopo di risolverlo bensì per giustificare l’adozione di misure funzionali alla propria affermazione.

In pratica, partendo dalla denuncia di situazioni di oggettiva o presunta discriminazione sociale, l’attuale corrente di pensiero woke coglie l’occasione per promuovere una discriminazione di segno contrario, propugnando una demonizzazione vendicativa di coloro che hanno una visione diversa, in nome del «politicamente corretto» e spesso con mancanza di buon senso, con l’obiettivo di screditare la cultura occidentale in quanto tale e arrivare all’affermazione di princìpi opposti a quelli naturali e cristiani. L’animalismo e le ideologie vegetariane e vegane si pongono in questo solco di ideologia woke e cancel culture, poiché con essi vengono attaccati il pensiero occidentale e la società che da esso ha tratto ispirazione, bollata come razzista, sessista, omofoba, liberticida, negatrice dei diritti delle minoranze oppresse e anche «specista», perché nega i diritti animali. 

Il termine «specismo» è stato coniato dallo psicologo inglese Richard Ryder e si è diffuso soprattutto grazie a Peter Singer, considerato uno dei massimi leader del vegetarianismo. Per Singer gli animali godono di veri e propri diritti a vivere, perché fra essi e gli uomini non esiste una differenza qualitativa, se non quella terminologica da lui stesso utilizzata: i primi sono definiti «animali non umani», mentre i secondi sono gli «animali umani». Scrive infatti Singer: «Questo libro tratta della tirannia che gli animali umani esercitano sugli animali non umani. Tale tirannia ha causato e continua ancor oggi a causare una quantità di dolore e sofferenza paragonabile soltanto a quella prodotta da secoli di incontrastato dominio degli umani di pelle bianca sugli umani di pelle nera. La lotta contro tale tirannia riveste un’importanza pari a quella di tutte le altre battaglie morali o sociali combattute negli ultimi anni»(16).

Lo specismo viene posto da Singer sullo stesso piano del razzismo e del sessismo: «Il razzista viola il principio di uguaglianza attribuendo maggior peso agli interessi dei membri della sua razza qualora si verifichi un conflitto tra gli interessi di questi ultimi e quelli dei membri di un’altra razza. Il sessista viola il principio di uguaglianza favorendo gli interessi del proprio sesso. Analogamente lo specista permette che gli interessi della sua specie prevalgano su interessi superiori dei membri di altre specie. Lo schema è lo stesso in ciascun caso»(17).

È un pensiero che non nasce nella cultura contemporanea, ma ha radici lontane e può essere inserito a pieno titolo all’interno del processo rivoluzionario che investe l’Europa a partire dal secolo XVI. Segnalo alcuni pensatori che hanno influito in modo rilevante nella diffusione dell’ideologia vegetariana. Thomas Tryon (1634-1703), scrittore e saggista inglese, nei suoi pamphlet attacca l’uomo europeo cristiano, a suo dire ipocrita e intollerante, oppressore di uomini e di animali. I suoi viaggi gli permettono di venire a contatto con la cultura indiana dei bramini, di cui apprezza il messaggio di pacifica convivenza fra uomini e animali. Questa idealizzazione è quanto meno discutibile: la società indiana è fortemente classista e la rigidità della suddivisione in caste provoca tuttora gravi ingiustizie sociali, eppure le culture e le religioni orientali esercitano un grande fascino all’interno dei circoli rivoluzionari, raggiungendo l’apice nel Sessantotto, nei movimenti hippy. 

Il filosofo scozzese David Hume (1711-1776) sostiene che gli animali sono dotati di pensiero e di ragione come gli uomini. Il giurista ed economista Jeremy Bentham (1748-1832)scrive: «Verrà un giorno in cui il resto degli esseri animali potrà acquisire quei diritti che non gli sono mai stati negati se non dalla mano della tirannia»(18).John Oswald (1730-1793) è l’autore scozzese del più importante pamphlet politico vegetariano del Settecento, Il grido della Natura, dato alle stampe a Londra nel 1791 e tuttora diffuso anche in Italia in ambienti vegetariani. Oswald, il quale precisa nel frontespizio del suo volume di essere membro del Club dei Giacobini di Parigi, accorre in Francia con entusiasmo nel 1793 per dare il proprio attivo contributo alla causa della Rivoluzione e muore nel corso di uno scontro a fuoco. È convinto che quanto stia accadendo a Parigi sia finalmente la fine della tirannia non solo dell’uomo sull’uomo ma anche dell’uomo sull’animale. 

Importante pure il contributo del filosofo tedesco Arthur Schopenauer (1788-1860): «Bisogna avere tutti i sensi ottusi o essere totalmente cloroformizzati dal foetor Iudaicus per non vedere che nell’animale e nell’uomo l’essenza principale è la stessa. […] A questi occidentali e giudaizzati spregiatori degli animali e idolatri della ragione, bisogna rammentare che, come essi sono stati allattati dalla loro madre, anche il cane lo è stato dalla sua. Che la morale del cristianesimo non tenga conto degli animali è un suo difetto che farebbe meglio a confessare invece di perpetuare»(19).

Quel riferimento al foetor Judaicus è chiara espressione dell’attacco alle radici giudaico-cristiane della società occidentale. È fonte di imbarazzo, e infatti per lo più taciuto da chi narra la storia del vegetarianismo, che anche Adolf Hitler (1889-1945) fosse vegetariano. All’avvento del potere Hitler promulga leggi per la protezione degli animali e di forte limitazione della caccia. Il Führer contestava l’antropocentrismo degli ebrei e dei cristiani, con una visione non lontana da quella sostenuta oggi da Singer con queste parole: «Gli atteggiamenti occidentali verso gli animali hanno due radici culturali: l’ebraismo e la grecità classica. Tali radici si sono unite nel cristianesimo ed è attraverso il cristianesimo che sono giunte a predominare in Europa. Una visione più illuminata delle nostre relazioni con gli animali emerge solo gradualmente, quando i pensatori cominciano ad assumere posizioni relativamente indipendenti dalla Chiesa; e sotto aspetti fondamentali noi non ci siamo ancora liberati delle attitudini che erano accettate senza discussione in Europa fino al XVIII secolo»(20).

La teoria di Charles Darwin (1809-1882) dell’evoluzione e della derivazione della specie umana dagli animali dovrebbe dare, secondo Singer, il colpo di grazia alla visione cristiana: «Solo coloro che antepongono la fede religiosa alle convinzioni fondate sul ragionamento e sulle prove possono ancora sostenere che la specie umana sia la specie prediletta dell’intero universo. O che gli animali siano stati creati per provvederci di cibo, o che abbiamo una divina autorità su di essi nonché il divino permesso di ucciderli»(21).Per Singer si tratterebbe di atteggiamenti morali del passato che devono essere rovesciati: «Solamente provocando una rottura radicale rispetto a più di duemila anni di pensiero occidentale riguardo agli animali potremo dotare di solide basi l’abolizione di questo sfruttamento»(22).

Da questi passi emerge chiaramente la collocazione dell’ideologia vegetariana all’interno della cancel culture e della cultura woke: anche attraverso l’animalismo si favorisce il processo di rottura con il pensiero che è alla radice della civiltà occidentale e cristiana. 

Alcune date scandiscono la diffusione del movimento vegetariano: nel 1847 viene fondata a Ramsgate, nel Kent, la Vegetarian Societyinglese e nel 1850 quella statunitense. L’Ente Protezione Animali italiano si costituisce a Torino nel 1871 su iniziativa di Giuseppe Garibaldi(1807-1882)e della nobildonna inglese Anne Sutherland-Leveson-Gower (1829-1888). Nel 1905 viene fondata a Firenze la Società Vegetariana Italiana, cui seguirà quella milanese nel 1907. In Inghilterra nel 1944 nasce il movimento vegan, distaccamento della società vegetariana, il quale, in nome di un ancor più radicale e intransigente rispetto degli animali, rifiuta il consumo alimentare anche di latticini, uova e tutti gli alimenti che comportano, a loro dire, uno sfruttamento dell’animale. Il movimento di rivoluzione culturale del Sessantotto assimilerà tutti questi concetti e slogan agitando le parole d’ordine dei diritti umani, della non violenza, dell’ecologismo, dei diritti degli animali e dunque del vegetarianismo: per realizzare una società pacifica e non violenta bisogna passare necessariamente anche dalla dieta vegetariana. 

Negli anni più recenti si sono moltiplicate le pressioni culturali a sostegno di questi modelli alimentari, amplificate da forti influenze dell’industria, del commercio, del marketing e della pubblicità. Si stanno diffondendo ulteriori modelli culturali alimentari alternativi, come le «paleodiete», ispirate dall’imitazione degli uomini delle caverne — dimenticando che l’uomo delle caverne aveva una vita media di circa trent’anni — e il «crudismo», che si prefiggono presunti obiettivi di benessere alimentare ma soprattutto sposano una visione della natura sempre amica, all’interno della quale l’intervento umano è dannoso, sul presupposto che vi sia contrapposizione fra natura e cultura — cioè fra la natura mitizzata e ogni intervento umano che pretenda di interagire con essa —, messaggio-chiave del movimento ecologista. 

La chiarezza della dottrina cattolica sul punto non impedisce il diffondersi anche all’interno della Chiesa di movimenti e associazioni, come quella dei Cattolici Vegetariani, nata nel 2009. Come si legge nel loro sito: «Associazione Cattolici Vegetarianiè un’associazione composta da fedeli cristiani, laici e consacrati, nata nel 2009 che si propone di diffondere i principi di compassione e carità verso ogni essere vivente. Si ispirano ai numerosi santi che nella bimillenaria storia della Chiesa hanno fatto della benevolenza per le creature un carisma di carità. L’Associazione si propone il dialogo con tutti, credenti e non sui temi del rispetto e amore della creazione»(23). Si legge nell’art. 1 del loro Statuto: «È costituita l’associazione privata di fedeli Associazione Cattolici Vegetarianiche, all’interno della omonima corrente spirituale, opera nella Chiesa Cattolica per il rinnovamento della vita cristiana e per la diffusione, in conformità ai principi della dottrina Cattolica, dello stile di vita vegetariano e del rispetto per ogni creatura»(24).

Costoro affermano d’ispirarsi alla spiritualità di san Francesco d’Assisi (1181/1182-1226) e di san Francesco da Paola (1516-1607), che considerano il primo santo vegano, dimenticando che questi santi si astenevano dalle carni non per una forma di rispetto nei confronti degli animali ma per ascesi; peraltro, molti aneddoti della loro vita provano che essi mangiavano carne e pesce, in particolare in occasione delle feste o quando accoglievano ospiti. 

Conclusioni 

Come descritto da Enzo Peserico (1959-2008), la rivoluzione culturale del Sessantotto italiano esprime due tendenze di fondo. La prima consiste nella rivoluzione in interiore homine, quella che si diffonde nel pensiero, nei criteri di giudizio e nell’agire delle singole persone, come mostra il volto della Rivoluzione a livello microsociale: «la mia vita come rivoluzione». La seconda tendenza consiste nella rivoluzione politica, che attacca i corpi sociali e mostra il volto della Rivoluzione a livello macrosociale: «la mia vita per la Rivoluzione»(25).

Anche analizzando vegetarianismo e animalismo possiamo notare entrambi gli aspetti: la rivoluzione alimentare in interiore homine è fatta di scelte personali, ma sappiamo che nel bene e nel male la testimonianza di vita di una persona è contagiosa e contribuisce alla diffusione di idee e di modelli culturali. A livello macrosociale queste ideologie si diffondono con azioni pubbliche, politiche e sociali, che possono talvolta assumere anche la connotazione di atti di vero e proprio ecoterrorismo. 

Il teologo e filosofo padre Paolo Benanti O.F.M. parla esplicitamente del nostro tempo come quello di un cambio d’epoca, perché si esaurisce il modello culturale che aveva portato a una certa concezione dell’uomo e della realtà: i cambiamenti anche all’interno della comunità scientifica mettono in discussione quanto conosciuto fino a oggi e, di conseguenza, portano a demolire anche quanto si era pensato sull’uomo, seminando nuovi dubbi sulla stessa natura umana. Darwin colloca l’uomo come un animale qualsiasi del regno animale, un organismo biologico fra i tanti esseri viventi: «la persona veniva così privata del suo valore superiore, da un punto di vista teleologico. Le conseguenze derivanti da questa visuale evolutiva del mondo per la posizione dell’uomo nel cosmo si tradussero nel fatto che né la sua esistenza possedeva più qualche valore superiore rispetto alle altre forme di vita, né la comparsa della specie homo sapiens racchiudeva un particolare significato per l’uomo stesso o per il prodotto totale dell’evoluzione cosmica»(26).

Il veganesimo e il vegetarianesimo tracciano un percorso che prende le mosse fin dall’inizio del processo rivoluzionario e che, anche attraverso la disarticolazione della cultura alimentare, mira a ridisegnare i connotati dell’uomo a partire dalla sua stessa natura, tanto che si pone drammaticamente la domanda: «che cosa è l’uomo?». Il pensiero naturale e cristiano trova risposta nel Salmo 8:

«Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,
«la luna e le stelle che tu hai fissate,
«che cosa è l’uomo perché te ne ricordi
«e il figlio dell’uomo perché te ne curi?
«Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,
«di gloria e di onore lo hai coronato:
«gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
«tutto hai posto sotto i suoi piedi;
«tutti i greggi e gli armenti,
«tutte le bestie della campagna;
«Gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
«che percorrono le vie del mare.
«O Signore, nostro Dio,
«quanto è grande il tuo nome su tutta la terra».

Susanna Manzin

Note:

(2)   Francesco, Udienza generale, 10-1-2024. 

(3)   Plinio Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione. Edizione del cinquantenario (1959-2009); con materiali della «fabbrica» del testo e documenti integrativi, trad. it., a cura e con Presentazione di Giovanni Cantoni (1938-2020), Sugarco, Milano 2009, p. 41.

(4)   Ibid., p. 46.

(5)   Massimo Montanari, Mangiare da cristiani, Rizzoli, Milano 2015, p. 9. Montanari è docente di Storia Medioevale all’Università di Bologna, dove è direttore del master in Storia e Cultura dell’Alimentazione.

(6)   Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti ad un convegno su ambiente e salute, 24-3-1997, n. 5.

(7)   Francesco, Lettera enciclica «Laudato si’» sulla cura della casa comune, 24-5-2015, n. 90.

(8)   Agostino d’Ippona, De civitate Dei, I, 20. 

(9)   Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, IIa, IIae, Q 64, art. 1.

(10)   Ibid., Ia, IIae, Q 102, art. 6, ad. 8.

(11)   Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2417.

(12)   Ibid., n. 2418.

(13)   Regola del Maestro, cap. 53, v. 27.

(14)   Il senso cristiano del digiuno e dell’astinenza. Nota pastorale dell’Episcopato italiano, 4-10-1994, n. 9. 

(15)   Citato in Vittorio Messori, Pensare la storia. Una lettura cattolica dell’avventura umana, Paoline, Milano 1992, p. 167.

(16)   Peter Singer, Liberazione animale, trad. it., Mondadori, Milano 1991, p. 3.

(17)   Ibid., p. 24.

(18)   Cfr. Jeremy Bentham, Introduction to the Principles of Morals and Legislation, Payne & Son, Londra 1789, cap. XVII, p. 311. 

(19)   Arthur Schopenauer, Una critica di Kant, trad. it., in Idem, Il fondamento della morale, Laterza, Bari 1981, pp. 162-163. 

(20)   P. Singer, Liberazione animale, cit., p. 196.

(21)   Ibid., p. 215.

(22)   Ibid., p. 221.

(23)   Chi siamo, nel sito web <https://www.cattolicivegetariani.it/chi-siamo> (gli indirizzi Internet dell’intero articolo sono stati consultati il 27-2-2026). 

(24)   Statuto, nel sito web <https://cattolicivegetariani.altervista.org/statuto>. 

(25)   Enzo Peserico, Gli anni del desiderio e del piombo, Sugarco, Milano 2009, p. 52. 

(26)   Paolo Benanti, Digital Age. Teoria del cambio d’epoca. Persona, famiglia e società, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 2020, p. 43.

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