Giovanni Codevilla, Cristianità n. 437 (2016)
1. La militarizzazione del linguaggio nell’Unione Sovietica
Il termine «pace» indica la condizione di un popolo o di uno Stato che non sia in guerra con altri o non abbia in corso conflitti o lotte armate al suo interno. Il concetto di pace è, dunque, antitetico a quello di guerra. La condizione di pace, o di guerra, si esprime nel linguaggio del legislatore, che può essere rispettoso delle libere scelte dei consociati, ovvero aggressivo e intollerante, come nel caso dei regimi dittatoriali.
Il ricorso costante all’uso di una terminologia militaresca è una delle caratteristiche delle carte costituzionali della Russia bolscevica: non vi è dubbio che questa sia una diretta conseguenza della struttura autoritaria del partito comunista, il cui scopo dichiarato è quello di ripudiare l’ineguaglianza delle società borghesi e di pervenire, tramite l’imposizione di un regime totalitario, a una radicale trasformazione delle coscienze, dando vita a una società perfetta, nella quale regnerà per sempre la pace.
Il linguaggio del legislatore è finalizzato a mobilitare le masse e ad asservire la popolazione agli obiettivi indicati dal partito, che si proclama unica fonte della verità e, di conseguenza, strumento esclusivo per addivenire all’eliminazione del Male e al trionfo del Bene. La necessità di ricorrere alla violenza per realizzare la pace perenne appare con evidenza dalla terminologia bellica adottata nei testi legislativi e nei proclami politici.
Già nel Decreto sulla terra del 26 ottobre 1917 (8 novembre secondo il calendario giuliano) si enuncia il principio della «rigorosa osservanza dell’ordine»,che deve essere «rivoluzionario», ovvero «assoluto», a causa della minaccia di aggressione da parte dell’accerchiamento capitalista, concetto ribadito in maniera ossessiva nei giornali e nella letteratura politica bolscevica. A tutti i consociati si impone la vigilanza nei confronti del nemico(1).
Nei Principi direttivi del diritto penale approvati il 12 dicembre 1919 si legge: «Il popolo armato (vooružennyj) ha vinto e vince i propri oppressori senza regole speciali e senza codici. Nel corso della lotta contro i suoi nemici di classe il proletariato adotta varie misure di violenza, ma nei primi momenti le adotta senza uno speciale sistema, caso per caso, in modo non organizzato. L’esperienza della lotta, tuttavia, gli insegna delle misure generali, lo conduce verso un sistema, genera un nuovo diritto»(2).
Il linguaggio militaresco adottato per mobilitare le masse si esprime nella necessità della lotta (bor’ba) di classe, che è una guerra (vojna) vera e propria, scatenata per eliminare i ceti nobili e borghesi e per sollecitare l’aumento della produttività del lavoro. Fra gli obiettivi della Costituzione del 1918 elencati all’art. 3 figurano la soppressione (uničtoženie) dello sfruttamento dell’uomo, la totale abolizione (ustranenie) della divisione della società in classi e la spietata soppressione (bespoščadnoe podavlenie) degli sfruttatori. L’art. 3, sub d), afferma che la cancellazione dei debiti costituisce un primo colpo (pervyj udar), termine manifestamente tratto dal linguaggio militare, al pari dell’espressione «piena vittoria», riferito alla lotta del proletariato.
La necessità della totale eliminazione (polnogo podavlenija) degli «strati parassitari della società» è affermata dall’art. 3, sub f), nel quale si enuncia anche l’obbligo generale del lavoro. Il successivo comma decreta l’armamento (vooruženie) dei lavoratori, la costituzione dell’Armata Rossa (15 gennaio 1918) e il totale disarmo (polnoe razoruženie) delle classi possidenti. È evidente la volontà del legislatore di procedere alla militarizzazione della società e al ripudio del concetto di pace: si veda in proposito l’art. 65 della Costituzione, che priva di ogni diritto quanti, non appartenendo alla classe lavoratrice, sono identificati come nemici. Le espressioni «distruggere i nemici» (uničtožit’ vragov) e «distruzione dell’avversario» (uničtoženie protivnika) sono costanti nella terminologia del partito, la quale incita a reprimere le rivolte (podavit’ vosstanie) e a «sopprimere con il fuoco dell’artiglieria la batteria nemica» (podavit’ artillerijskim ognem batareju protivnika). Il termine ochrana, che significa difesa o protezione e non ha un contenuto semantico esclusivamente militare, è menzionato all’art. 19, che istituisce il servizio militare obbligatorio, il cui fine è difendere con tutti i mezzi le conquiste (zavoevanij, derivato da vojna, guerra) della rivoluzione: è significativo che il legislatore non adotti il sinonimo più neutro dostiženij (risultati, successi). L’art. 79 ribadisce che la Repubblica persegue il fine fondamentale di espropriare la borghesia: il termine ekspropriacija è privo di significato bellico; tuttavia, merita sottolineare che tale compito è stato assegnato a strutture organizzative militarizzate appositamente istituite nella primavera del 1918, come la Prodarmija (Prodovol’stvennaja rekvizicionnaja armija, Esercito di requisizione di generi alimentari)(3).
Nel corso dell’VIII Congresso del partito, nel 1919, viene approvato un documento che ne stabilisce la struttura gerarchica e impone l’obbligo della disciplina militare (voennaja disciplina): solamente i membri del partito possono far parte delle squadre speciali di intervento dedite a reprimere le rivolte contadine (ČON, Časti osobogo naznačenija). Il partito assume una struttura militare e viene definito «Quartiere generale di combattimento della classe lavoratrice» (boevoj štab rabočego klassa). In data 3 aprile 1919 Lenin (Vladimir Il’ič Ul’janov, 1870-1924) firma il decreto del Soviet dei Commissari del popolo Della Milizia operaio-contadina sovietica(4), che introduce la disciplina marziale nella milizia e rende obbligatoria l’istruzione militare dei suoi corpi.
Il ricorso al linguaggio militaresco caratterizza anche i successivi documenti costituzionali. Nella Dichiarazione sulla formazione dell’URSS del 20 dicembre 1922 traspare con chiarezza la preoccupazione del regime per la sua sopravvivenza e per questo viene enfatizzato il ruolo del nemico: tutte le forze potenzialmente ostili al nuovo regime, elencate all’art. 65 della Carta del 1918, sono definiti nemici del popolo (vragi naroda), ovvero nemici della rivoluzione (vragi revoljucii)(5).
Il rispetto della «legalità bolscevica» viene garantito dal Tribunale rivoluzionario creato nel novembre 1917 e dalla Commissione Straordinaria per la lotta alla controrivoluzione e al sabotaggio, istituita all’indomani del colpo di Stato, sostituita nel febbraio 1922 dalla Direzione Politica Statale (GPU), il cui acronimo viene modificato negli anni successivi, rimanendo immutate le competenze(6).
La Costituzione del 1936, conosciuta anche come Costituzione di Stalin (Iosif Vissarionovič Džugašvili, 1878-1953), afferma all’art. 11 che l’economia dell’URSS è finalizzata al consolidamento dell’indipendenza del Paese e al rafforzamento della sua capacità difensiva (oboronosposobnosti); è indubbio che in questa Carta il legislatore ricorra con minor frequenza all’uso di un lessico guerresco, anche se l’art. 126, nell’affermare il ruolo del partito comunista, lo definisce «drappello d’avanguardia [peredovoj otrjad] dei lavoratori nella loro lotta [v bor’be] per la costruzione della società socialista e […] rappresenta il nucleo direttivo di tutte le organizzazioni dei lavoratori, sia sociali che statali»(7).
L’ultima Costituzione sovietica, quella del 1977, dopo aver definito, nell’art. 6, il Partito comunista «forza direttiva ed orientativa della società sovietica, nucleo del suo sistema politico e di tutte le organizzazioni statali e sociali»(8),ricorre nuovamente al linguaggio militare, affermando che esso è «armato [vooružënnyj] della dottrina marxista-leninista» e come tale «conferisce un carattere sistematico [planomernyj] e scientificamente fondato alla sua lotta [del popolo] per la vittoria [za pobedu] del comunismo»(9). Anche l’art. 8 non rinuncia a fare ricorso alla terminologia bellica. Infatti, al punto 2 si afferma che i collettivi di lavoro favoriscono la diffusione di metodi di lavoro di avanguardia (peredovych metodov raboty)(10).
Merita qui ricordare che il ricorso al lessico bellicista nelle Costituzioni ha dato impulso alla militarizzazione della società e, infatti, tutte le strutture organizzative presenti nel Paese sono ordinate in base a criteri e standard militari. Così, il movimento dei Pionieri è diviso in pattuglie (družiny)(11), drappelli (otrjady) e unità o squadre (zven’ja), i singoli gruppi sono guidati da un responsabile dell’Unione Comunista della Gioventù (komsomol) chiamato vožatyj (leader), termine derivato dal verbo vodit’ (condurre), da cui vožd’, che significa comandante, duce, attribuito a Lenin, Stalin, Nicolae Ceaușescu (1918-1989) (conducătorul) e altri.
Anche l’ateismo deve essere militante (vojnstvujuščij). Nei congressi del partito si invitano i membri a lanciare l’offensiva su tutto il fronte (razvernut’ nastuplenie po vsemu frontu), a procedere alla liquidazione dei kulaki(12) (likvidacija kulačestva); anche le onorificenze sono ispirate alla terminologia bellica (per esempio: madre eroina).
Il lessico militaresco si estende anche al mondo della produzione, dove si costituiscono brigate del lavoro comunista (brigady kommunističeskogo truda), brigate di assalto (udarnye brigady), reparti di assalto (udarnye otrjady), truppe di assalto (udarnye časti) e fronte del lavoro (trudovoj front); si esalta l’opera dei lavoratori più solerti chiamati operai di assalto del lavoro comunista(udarniki kommunističeskogo truda).
Restando nel mondo del lavoro, il termine vachta, che significa guardia, vedetta, viene utilizzato nel linguaggio partitico in frasi come: l’intero Paese si è messo in guardia contro l’assalto (Na udarnuju vachtu), oppure, riguardo all’amministrazione della giustizia: i tribunali sono stati invitati a schierarsi in «posizione di combattimento» (Perestrojts’ja po boevumu).
2. La pace nelle Costituzioni sovietiche. La coesistenza pacifica
La Costituzione del 1918 menziona nell’art. 4 la «pace democratica»(13), aggettivo che attribuisce al sostantivo un contenuto semantico particolare. Anche l’art. 28 della Costituzione sovietica del 1977 enuncia nel primo comma i princìpi generali ai quali deve ispirarsi la politica estera sovietica (determinata dal partito ai sensi del secondo comma dell’art. 6), finalizzata a condurre «incessantemente una politica leninista di pace», nonché a operare «per il consolidamento della sicurezza dei popoli e per un’ampia collaborazione internazionale»(14).
Il concetto di pace è pertanto caratterizzato dalle finalità individuate dal partito comunista; infatti il successivo comma dell’art. 28 chiarisce che le guerre di liberazione non costituiscono violazione della pace, poiché «la politica estera dell’URSS è indirizzata ad assicurare condizioni internazionali favorevoli all’edificazione del comunismo nell’URSS, alla difesa degli interessi statali dell’Unione Sovietica, al rafforzamento delle posizioni del socialismo mondiale, al sostegno della lotta di popoli [podderžku bor’by narodov] per la liberazione nazionale e il progresso sociale, a scongiurare guerre aggressive [agressivnych vojn], al conseguimento di un disarmo generale e completo, di conseguenza alla realizzazione del principio della convivenza pacifica degli Stati con diverso ordinamento sociale»(15). L’URSS ha, dunque, il compito di difendere e diffondere la teoria e la pratica del comunismo.
Alla luce di queste considerazioni, il divieto di propaganda di guerra sancito al comma 3 dell’art. 28 si riferisce solamente alle guerre di aggressione, ossia alle guerre ingiuste, considerate tali da un punto di vista bolscevico, ossia dirette contro un regime socialista.
Questi princìpi sono, peraltro, contraddetti dal successivo art. 29, nel quale si afferma il rispetto dell’integrità territoriale degli Stati, dell’inviolabilità delle frontiere, della pacifica composizione delle controversie e del non intervento negli affari interni. Ciò significa che il legislatore comunista distingue fra guerra giusta e ingiusta, fra guerra di liberazione e guerra di aggressione. La prima è quella che coopera alla disgregazione dei sistemi basati sul libero mercato; la seconda quella scatenata contro i sistemi socialisti, i quali devono essere sempre pronti a difendere il proprio Paese. Recita infatti l’art. 31: «Il dovere delle forze armate dell’URSS di fronte al popolo è di difendere fedelmente la Patria socialista e di mantenersi in una costante preparazione alla guerra che garantisca una immediata resistenza a qualsiasi aggressore»(16). Il secondo comma dell’art. 28, nell’enunciare le finalità della politica leninista di pace, pone come obiettivo quello di mettere in pratica il principio della coesistenza pacifica (mirnoe sosuščestvovanie), erede della pacifica convivenza (mirnoe sožitel’stvo) affermata nell’URSS degli anni 1920.
Nel mondo occidentale è stato attribuito a questo concetto un contenuto semantico del tutto estraneo al bolscevismo: si è ritenuto, infatti, che esso significasse la possibile convivenza fra bolscevismo e liberalismo, negando l’ineluttabilità di un conflitto armato fra i due sistemi. Nel linguaggio sovietico «coesistenza pacifica» significa, invece, che la societas perfecta del comunismo si può realizzare senza la necessità di una guerra contro il mondo liberaldemocratico. Il sistema capitalista è destinato a crollare lasciando progressivamente spazio a quello socialista.
Il principio della coesistenza pacifica, sbandierato soprattutto nell’epoca di Nikita Sergeevič Chruščëv (1894-1971) e recepito nella Costituzione, ha valore soltanto nel campo militare e nelle relazioni internazionali e non si estende alla politica interna, dove permane la necessità di «[…] combattere contro la tendenza alla pacifica coesistenza in campo ideologico»(17). Lo stesso Chruščëv puntualizza che il principio riguarda le relazioni fra Paesi ispirati a un diverso ordinamento politico-ideologico e che è un errore pericoloso estenderne l’ambito di applicabilità: «Dal fatto che noi ci poniamo a favore della coesistenza pacifica e della concorrenza economica con il capitalismo non si può dedurre che si può allentare la lotta contro l’ideologia borghese, lotta contro i residui del capitalismo nella coscienza degli uomini»(18).
Ciò significa che la coesistenza pacifica è per sua natura temporanea(19). L’aggettivo «pacifica», apposto al sostantivo «coesistenza», serve alla parte sovietica per negare l’intenzione di diffondere la rivoluzione, giacché questa si sviluppa quando ne vengono a sussistere i presupposti(20). Ciò non toglie, come espressamente sancito dallo Statuto del partito del 1961 e dalla Costituzione del 1977, che l’URSS dichiari espressamente la propria piena disponibilità a sostenere le guerre di liberazione («sostegno alla lotta dei popoli per la liberazione nazionale», recita l’art. 28, secondo comma, della Costituzione del 1977), giacché la coesistenza «non è irenismo»(21).
Da parte loro, i teorici comunisti insistono sull’inevitabilità del conflittoche si combatte fra i due sistemi sociali in campo economico, politico e ideologico. Secondo Yuri Krasin la coesistenza è nel contempo lotta e collaborazione, «unità complessa e contraddittoria, compenetrazione reciproca di lotta e collaborazione, organicamente intrecciate l’una all’altra»(22). Sulla medesima linea si pone tutta la dottrina sovietica. Così, per esempio, D.I. Fel’dman e V.N. Lichačëv affermano: «Il principio della coesistenza pacifica funge da base della competizione mondiale tra socialismo e capitalismo su scala internazionale e nel contempo costituisce una forma specifica di lotta di classe tra di essi.
«La coesistenza pacifica non ignora il fatto della contrapposizione classista dei due sistemi; non elimina e non può eliminare le contraddizioni che esistono tra di essi. L’inconciliabilità delle posizioni classiste della classe lavoratrice e della borghesia, del socialismo e del capitalismo e, in conseguenza di ciò, l’asperrima lotta tra le due ideologie — socialista e borghese — nel mondo contemporaneo determina l’impossibilità della coesistenza e di qualsiasi accordo e compromesso nell’ambito della lotta ideologica che non può cessare o indebolirsi»(23).
I medesimi autori affermano che «il PCUS e lo Stato sovietico, basandosi sull’analisi scientifica dello sviluppo mondiale contemporaneo, ritengono che nelle condizioni attuali non sussista una fatale inevitabilità della guerra e che la pace possa essere mantenuta. Essi conducono una lotta tenace per il mantenimento e il consolidamento della pace, per la riduzione della tensione e, di conseguenza, sono fermamente decisi a condurre una politica di coesistenza pacifica con gli altri sistemi sociali»(24).
La lotta ideologica finalizzata al socialismo e al comunismo rimane inevitabile e ciò vale in ogni campo, dalla cultura all’economia, dalla scienza all’arte. La coesistenza pacifica è, in sostanza, la piena legittimazione a vivere e trionfare solo per il socialismo, il quale, lungi dal rinunciare alle sue mire di conquista, si limita a modificare gli strumenti per il conseguimento dei suoi scopi, stante la pretesa indiscutibile di porsi come obiettivo finale dell’evoluzione della storia sociale.
Il carattere aggressivo del bolscevismo è tale fin dalle origini: si veda, per esempio, quanto esplicitamente affermato nel decreto istitutivo dell’Armata Rossa del 15 gennaio 1918, sorta per sostenere le rivoluzioni socialiste in Europa. Tale carattere non è mutato nella sostanza, ma ha preferito ammantarsi di forme meno tassative e ostentate, senza peraltro rinunciare all’espansionismo che è parte integrante della natura del bolscevismo(25). Giustamente viene affermato che nel comunismo «l’avversario non è condannato perché portatore di interessi diversi, ma perché non-essere da eliminare, cadavere ambulante che sopravvive per forza di inerzia e che va sotterrato dalla forza dell’essere, dalla rivoluzione portatrice di ogni validità. Il comunismo considera necessaria la contrapposizione tra classe e classe, tra l’imperialismo borghese e l’internazionalismo proletario»(26).
L’ultimo comma dell’articolo 28 della Carta del 1977 sancisce il divieto della propaganda di guerra. Il fatto che il legislatore non esprima un rifiuto alla guerra senza aggettivi merita una riflessione e un richiamo al problema della distinzione fra guerra giusta e ingiusta.
Il tema non è certamente centrale in Karl Marx (1818-1883) e ciò non stupisce, «giacché, se proprio si deve pensare marxianamente alla guerra, si è indotti quasi automaticamente a pensarla come una sorta di elemento fisiologico della società capitalistica, il modo in cui capitalisticamente si risolvono i conflitti, in attesa della rivoluzione proletaria e della definitiva pace comunista»(27).
Il filosofo di Treviri, comunque, distingue in modo chiaro fra guerra giusta e ingiusta e sulla stessa linea si pone Lenin, il quale nel 1918 afferma: «Se la classe degli sfruttatori combatte per rafforzare il suo dominio come classe, questa è una guerra criminale e la difesa della patria in una simile guerra è un’infamia e un tradimento del socialismo. Se il proletariato che ha vinto la borghesia in casa propria fa una guerra per il rafforzamento e per lo sviluppo del socialismo, allora questa guerra è giusta e santa»(28).
Ai medesimi criteri si richiama la dottrina del partito comunista, la quale definisce «giusta» quella guerra che si pone il fine di «[…] difendere il popolo contro un attacco esterno e contro i tentativi di asservimento, oppure intrapresa per liberare il popolo dalla schiavitù del capitalismo, o di liberare le colonie o i Paesi dipendenti dal giogo imperialista»(29).
Coerentemente il legislatore proclama, come sopra ricordato, che l’URSS persegue una politica «leninista di pace», vale a dire una pace partiticamente orientata. L’unica pace vera, dal punto di vista bolscevico, è quella che sarà realizzata «[…] soltanto una volta che i proletari di tutto il mondo si saranno liberati delle loro catene. In attesa di questo evento, il mondo viene visto in uno stato di guerra permanente, anche quando non sia in corso alcuna guerra specifica: bellum manet, pugna cessat»(30).
Pace e guerra diventano, dunque, concetti «meramente strumentali, in funzione di una pace futura, fatta coincidere con il tramonto del capitalismo»(31).
Gli articoli 29 e 30 della Costituzione dettano i criteri ai quali l’Unione Sovietica deve attenersi nelle proprie relazioni con i Paesi non socialisti e con quelli che appartengono alla propria famiglia ideologica. Il legislatore afferma che la politica estera è indirizzata ai fini strategici indicati dal partito, vale a dire non solo alla «difesa degli interessi statali dell’Unione Sovietica», ma anche, e più precisamente, a quelli di «assicurare condizioni internazionali favorevoli all’edificazione del comunismo nell’URSS», di rafforzare le «posizioni del socialismo mondiale» e di sostenere la lotta dei popoli «per la liberazione nazionale e il progresso sociale».
Alla luce di quanto esposto sopra si può affermare che, secondo la costante dottrina sovietica, fra Paesi capitalisti e comunisti può realizzarsi meramente una tregua temporanea, mentre la realizzazione di un regime di pace stabile potrà avvenire solo con la vittoria del socialismo, che può essere il risultato di un conflitto armato, ovvero realizzarsi in modo incruento. Non meraviglia, pertanto, che la Costituzione del 1977 non dichiari di ripudiare la guerra.
Anche la Carta costituzionale postsovietica del 1993, più volte modificata pure in termini sostanziali — si pensi ad esempio all’ampliamento dei poteri del presidente della Federazione Russa sanciti nel 2020 in nome del principio della verticalità del potere(32) — non fa alcun riferimento al ripudio della guerra.
3. L’idea di pace nella Russia di Putin
Dopo i convulsi anni di Boris El’cin (1931-2007) e il decennio della prima presidenza di Vladimir Vladimirovič Putin, durante il quale a una ristretta cerchia di oligarchi è stato consentito di saccheggiare impunemente le ricchezze del Paese, il Patriarca Kirill I (Vladimir Michajlovič Gundjaev) avverte che la sovranità garantita allo Stato ucraino e la conseguente pretesa di autonomia politica costituiscono una minaccia per la sopravvivenza del principio della «triunità» del mondo russo, al quale appartengono Russia, Ucraina e Bielorussia e suggerisce l’idea di ricostituire l’impero assegnando a Mosca il compito di ristabilire i valori morali e religiosi tradizionali predicati dall’Ortodossia.
Per ristabilire questa unità del mondo russo il Patriarca non esita a sollecitare un intervento armato e a invocare la protezione divina per ricondurre l’Ucraina all’unione con Mosca. Nella Preghiera sulla Santa Rus’, pronunciata nel corso della liturgia celebrata il 25 settembre 2022, Kirill afferma: «Signore Dio degli eserciti, Dio della nostra salvezza, guarda con misericordia i tuoi umili servi, ascoltaci e abbi pietà di noi: ecco, coloro che vogliono combattere hanno preso le armi contro la Santa Rus’, desiderosi di dividere e distruggere il suo unico popolo»(33).
In altre parole, il Patriarca afferma che il Paese aggressore è l’Ucraina e non già la Russia e che la guerra è stata iniziata da Kiev. Questi concetti sono ribaditi con la massima chiarezza nell’Istruzione (Nakaz) del XXV Concilio Universale del popolo russo approvata all’unanimità il 27 marzo 2024. Il Concilio, senza averne il potere, detta al legislatore le misure normative da adottare per cambiare la realtà del Paese.
Si deve sottolineare che il Concilio Universale, laboratorio della nuova ideologia imperialista russa, fondato da Kirill nel 1993, quando era metropolita di Smolensk e capo del Dipartimento delle relazioni estere del Patriarcato di Mosca, benché presieduto dal Patriarca, non è formalmente un organismo ecclesiastico, ma un’organizzazione che raccoglie pubbliche associazioni e personalità legate alla Chiesa ortodossa, compreso il presidente Putin, il quale dal 2001 è presente alla riunione annuale, a conferma della solidità del legame fra potere civile e religioso.
Afferma l’Istruzione: «La Russia deve tornare alla dottrina della triunità del popolo russo, che esiste da oltre tre secoli, secondo la quale il popolo russo è costituito da Grandi russi, Piccoli russi [ucraini] e Bielorussi, che sono rami (sub-etnie) di un unico popolo, e il concetto di “russo” abbraccia tutti gli slavi orientali, discendenti della Rus’ storica.
«Oltre a essere riconosciuta e sviluppata nella scienza nazionale, la dottrina della triunità deve essere sancita a livello legislativo, diventando parte inalienabile del sistema giuridico russo. La triunità deve essere inserita nell’elenco normativo dei valori etico-spirituali russi e ottenere la tutela giuridica che le compete»(34).
L’Istruzione giustifica senza esitazione l’invasione dell’Ucraina, che richiama alla memoria l’Anschluss nazionalsocialista dell’Austria nel marzo 1938 e che con manifesta manipolazione semantica viene chiamata Operazione Militare Speciale (Special’naja Voennaja Operacija, SVO) e qualificata non già come guerra, bensì come «guerra santa»(35).
L’Istruzione, approvata dal Concilio presieduto dal Patriarca Kirill e dal voto unanime dei488 delegati (fra i quali oltre sessanta sacerdoti, trenta vescovi e sei membri permanenti del Santo Sinodo), afferma: «L’Operazione militare speciale costituisce una nuova fase della lotta di liberazione nazionale del popolo russo contro il regime criminale di Kiev e l’Occidente collettivo che lo sostiene, che si combatte nei territori della Russia sud-occidentale [come viene chiamata l’Ucraina] dal 2014. Mediante l’Operazione militare speciale il popolo russo difende con le armi in pugno la propria vita, la libertà, la statualità, l’identità civile, religiosa, nazionale e culturale, ma anche il diritto di vivere sulla propria terra, entro i confini di un unico Stato russo. Dal punto di vista spirituale e morale l’Operazione militare speciale è una Guerra santa, in cui la Russia e il suo popolo, custodendo l’unico spazio spirituale della Santa Rus’, svolgono la missione di “Baluardo” [τό Κατέχον] in difesa del mondo dall’assalto del globalismo e dalla vittoria dell’Occidente caduto nel satanismo.
«Una volta conclusa l’Operazione militare speciale, tutto il territorio dell’attuale Ucraina dovrà rientrare nella zona di influenza esclusiva della Russia. La possibilità che esista su questo territorio un regime politico russofobo, ostile alla Russia e al suo popolo, come pure un regime politico diretto da un centro esterno ostile alla Russia, va assolutamente esclusa»(36). L’Operazione militare speciale diventa, dunque, l’unico mezzo per ristabilire la pace.
4. Le origini dell’imperialismo russo
Le radici dell’imperialismo russo risalgono nel tempo e segnatamente all’idea di Mosca Terza Roma suggerita al gran principe di Mosca Vasilij III Ivanovič (1505-1533) agli inizi del secolo XVI dal monaco Filofej di Elizarovo (1465 ca.-1542), il quale scrive: «[l’Ortodossia] è fuggita di nuovo, nella Terza Roma, ovvero nella nuova, grande Rus’ […]. Osserva, Sovrano, come tutti i regni cristiani sono convenuti nel Tuo unico [regno], come due Rome sono cadute [Roma e Costantinopoli], mentre la terza sta, e una quarta non vi sarà, il Tuo regno cristiano non passerà ad alcun altro. In tutto il mondo sotto il cielo sei Tu l’unico Re per i cristiani»(37).
Con l’affermazione del principio di Mosca Terza Roma si realizza la translatio imperii e la capitale della Moscovia si sostituisce a Bisanzio come centro dell’ecumene cristiana. La Rus’ afferma da allora il suo ruolo di guida: come acutamente osserva don Stefano Caprio, l’affermazione di Mosca quale Terza Roma modifica la natura dell’ecclesiologia ortodossa, da ecumenica a etnica(38).
L’idea del ruolo salvifico assegnato dalla storia alla Russia caratterizza da quel tempo tutta la storia del Paese e diviene ossessiva con la nascita del Patriarcato di Mosca (1589), avvenuta in modo del tutto irrituale, o meglio illegittimo(39). Da secoli l’idea di Mosca Terza Roma è presente nella storia del pensiero russo, seppure in due formulazioni contrapposte: esclusivamente mondana la prima — si pensi alla corrente degli occidentalisti — e permeata di spirito religioso la seconda: si pensi alla corrente degli slavofili e all’idea del popolo russo come popolo teoforo. Si pensi, altresì, all’aspirazione sovietica di edificare il paradiso in terra, senza Dio e contro Dio e alla pretesa della Russia attuale di dar vita in armoniosa simbiosi con la Chiesa di Mosca a un impero ortodosso finalizzato a salvare il mondo dalla perdizione.
Il nuovo zar, cresciuto come il Patriarca nelle file del KGB, si ripropone come il sommo difensore e custode e come tutore dell’Ortodossia e accoglie il desiderio espresso da Kirill di menzionare il nome di Dio nella Costituzione, nella quale si legge ora, all’art. 67: «La Federazione Russa, unificata da una storia millenaria, custodendo la memoria degli avi che ci hanno trasmesso gli ideali della fede in Dio, così come la continuità nello sviluppo dello Stato russo, riconosce l’unità statale storicamente stabilita»(40) . Si ricostituisce l’antica triade Autocrazia, Ortodossia, Spirito nazionale (Samoderžavie, Pravoslavie, Narodnost’).
All’espansionismo sovietico finalizzato a instaurare un regime socialista in tutto il mondo fa seguito l’imperialismo del Mondo russo (Russkij mir), che dopo la decomposizione dell’URSS aspira alla ricostituzione dell’egemonia sulle terre slave orientali (Russia, Ucraina e Bielorussia) e del Caucaso, nelle quali imporre i valori dell’Ortodossia moscovita richiamati con chiarezza nella Costituzione. Il legame fra l’Ortodossia e il regime putiniano ricorda il movimento Deutsche Christen della Chiesa evangelica tedesca, che nel 1932 si è schierato con il partito nazionalsocialista.
Per il Patriarca Kirill l’Ucraina è territorio canonico della Chiesa di Mosca e perciò ogni pretesa di autonomia è inaccettabile in quanto sottrarrebbe l’Ucraina al Russkij mir. Il diniego della statualità ucraina e l’idea che Federazione Russa e Ucraina siano da considerare come un’unica patria, essendo accomunate da una condivisione di fede, appare con chiarezza già dal documento Fondamenti della dottrina sociale della Chiesa Ortodossa Russa, approvato dal Concilio giubilare del 2000, il quale, dopo aver ribadito il principio della sinfonia fra Stato e Chiesa, dedica l’intero secondo capitolo al tema Chiesa e Nazione, in cui si definisce l’idea del patriottismo ortodosso.
La dottrina del Mondo russo ha come obiettivo quello di preservare l’influenza della Federazione Russa sul territorio dell’ex Unione Sovietica dopo il suo inglorioso crollo. Gli ideologi del Russkij mir, in particolare all’interno del Patriarcato di Mosca, non hanno mai nascosto il fatto che questa dottrina dovrebbe promuovere l’irredentismo russo, cioè il graduale instaurarsi del controllo politico russo sui territori che prima facevano parte dell’Unione Sovietica o anche dell’Impero russo.
L’idea del Russkij mir, basata sulla stretta collaborazione e unione sinergica fra lo Stato e la Chiesa, la quale si pone al servizio incondizionato dello zar Putin, detto «l’Eterno» (Večnyj), per la lunghezza del suo governo, che supera di gran lunga quello di tutti i precedenti sovrani russi e sovietici, o «Guida suprema» (Verchovnyj pravitel’) per la sua posizione di capo indiscusso e indiscutibile.
Quanti esprimono dissenso sull’invasione dell’Ucraina e invocano la pace incorrono nelle draconiane sanzioni previste dalla legge: pochi giorni dopo l’aggressione, in data 4 marzo 2022, la Duma, riunita in sessione plenaria straordinaria, ha approvato all’unanimità l’introduzione nel Codice penale della Federazione di nuove fattispecie di reato, fra le quali figura la legge sulla censura militare. Vengono parimenti introdotte nuove drastiche disposizioni relative alla pubblica sicurezza e all’ordine sociale, e a reati contro il potere statale(41).
Ben più drammatiche sono le conseguenze quando il dissenso sull’invasione dell’Ucraina è espresso dai rappresentanti del mondo industriale: si può ricordare in proposito la morte dei massimi dirigenti del colosso petrolifero Lukojl, il cui consiglio di amministrazione, nel mese di marzo 2022, pochi giorni dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina, aveva dichiarato di «sostenere una rapida fine del conflitto armato e la sua risoluzione attraverso un processo di negoziazione e mezzi diplomatici»:il 18 aprile 2022 si «suicida» Vladislav Evgen’evič Avaev, già consigliere del Cremlino e vicepresidente della Gazprombank; l’8 maggio muore, probabilmente avvelenato, Aleksandr Sergeevič Subbotin (1979-2022), uno dei massimi dirigenti della Lukojl; il 1° settembre il suo collega Ravil Ul’fatovič Maganov (1954-2022) muore cadendo da una finestra del Central Clinical Center di Mosca, probabilmente defenestrato; il 24 ottobre 2023 muore improvvisamente un altro dirigente del gigante energetico, Vladimir Ivanovič Nekrasov (1957-2023), e, infine, il 14 marzo 2024 viene rinvenuto cadavere nel suo ufficio Vitalij Vladimirovič Robertus (1970-2024).
Questi delitti fanno seguito all’assassinio perpetrato dal regime putiniano contro gli oppositori. Fra le vittime dell’intolleranza putiniana assassinati o morti in circostanze misteriose si possono ricordare: Anna Stepanovna Politkovskaja (1958-2006), giornalista della «Novaja Gazeta», crivellata di colpi il 7 ottobre 2006 sul pianerottolo della sua casa a Mosca; Aleksander Val’terovič Litvinenko (1962-2006), ex agente del KGB, morto il 23 novembre dello stesso anno in un ospedale di Londra dopo aver bevuto una tazza di tè avvelenata con il polonio (novičok) in un albergo di Mosca offertagli da due inviati del Cremlino; Jurij Aleksandrovič Golubev, fondatore della grande compagnia petrolifera Jukos, ammazzato a Londra l’8 gennaio 2007 (1942-2007); l’oligarca georgiano Arkadij Šalvovič «Badri» Patarkacišvili, rinvenuto privo di vita a Londra il 12 febbraio 2008 (1945-2008); Boris Efimovič Nemcov (1959-2015), esponente dell’opposizione in Russia e già vice premier, assassinato il 27 febbraio del 2015 nel pieno centro a Mosca; Michail Jur’evič Lesin (1958-2025), fondatore dell’emittente del Cremlino RT, trovato morto nella sua stanza di albergo a Washington il 5 novembre 2015; Sergej Viktorovič Skripal’, esponente del mondo dei siloviki, riuscito a sopravvivere al Novičok somministratogli in Inghilterra il 4 marzo 2018 (dalla morte per avvelenamento si era salvato nel 2015 e nel 2017 il noto oppositore del regime putiniano Vladimir Kara-Murza); Nikolai Alekseevič Gluškov (1949-2018), socio nella Jukos e collaboratore di Jurij Golubev, rinvenuto cadavere nel suo appartamento londinese il 12 marzo 2018. Alla morte è scampato fortunosamente Leonid Michajlovičh Volkov, già deputato della Duma di Ekaterinburg e stretto collaboratore di Naval’nyj, aggredito a colpi di martello nella capitale lituana il 12 marzo 2024. Si deve infine ricordare l’attivista politico pacifista pluricondannato Aleksej Anatol’evič Naval’nyj (1976-2024) ucciso nel lager di Charp, nella Siberia occidentale, il 16 febbraio 2024.
Da parte loro, i sacerdoti che rifiutano di recitare la preghiera della vittoria o che invocano la pace sono sospesi a divinis e ridotti allo stato laicale: sanzione drammatica che priva le famiglie del clero, generalmente uxorato, dei mezzi di sussistenza e riduce alla fame quanti dissentono dallo spregiudicato servilismo di Kirill nei confronti dell’autocrate(42).
È questo il tragico destino riservato a quanti non sono indifferenti di fronte alla efferata violenza della tirannide moscovita e osano pronunciarsi in difesa della pace e delle vittime della pseudoteocrazia putiniana. L’immagine tradizionale della Russia «come incarnazione dei valori della tradizione cristiana viene completamente deturpata e, in ultima analisi, respinta»(43).
In sostanza, l’ideologia del Russkij mir è la Pace russa(44), da intendersi in modo del tutto singolare, non già come armoniosa convivenza delle genti, bensì come giustificazione di feroce aggressività e distruzione nei confronti dei popoli e delle nazioni che rifiutano di accettare servilmente l’idea imperiale non solo geo-politica, ma metafisica e religiosa imposta da Putin e dal suo sodale Kirill.
Giovanni Codevilla
Note:
(1) Cfr. Decreto sulla terra, trad. it. in Giovanni Codevilla, Dalla rivoluzione bolscevica alla Federazione russa. Traduzione e commento dei primi atti normativi e dei testi costituzionali, FrancoAngeli, Milano 1996, pp. 18-31.
(2) Sobranie uzakonenij i rasporjaženij rabočego i krest’janskogo pravitel’stva (Raccolta delle leggi e delle disposizioni della Repubblica Socialista Federativa Sovietica di Russia; di seguito SU RSFSR), 1919, n. 66, art. 590.
(3) Cfr. Costituzione (Legge) fondamentale della Repubblica Socialista Federativa Sovietica di Russia del 10 luglio 1918, trad. it. in G. Codevilla, op. cit., pp. 52-118.
(4) Cfr. SU RSFSR, 1919, n. 13, p. 133. La militarizzazione si estende anche alle milizie ferroviaria e fluviale.
(5) Cfr. Dichiarazione sulla formazione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, trad. it. in G. Codevilla, op. cit., pp. 120-122.
(6) Sull’argomento cfr. ibid., nota 510, pp. 397-400.
(7) Costituzione (Legge fondamentale) dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche del 5 dicembre 1936, ibid., pp. 174-295 (pp. 278-279).
(8) Costituzione (Legge fondamentale) dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche del 7 ottobre 1977, ibid., pp. 296-426 (p. 308).
(9) Ibid., p. 310.
(10) Ibid., p. 317. Peredovaja linija è la linea del fronte e peredovaja pozicija è la posizione avanzata.
(11) Il termine deriva da družina,che nell’antica Russia era la guardia del corpo del principe.
(12) Contadini impropriamente definiti ricchi: in realtà venivano così chiamati quanti si rifiutavano di associarsi alle fattorie collettive.
(13) Cfr. Costituzione (Legge) fondamentale della Repubblica Socialista Federativa Sovietica di Russia del 10 luglio 1918, cit., p. 71.
(14) Costituzione (Legge fondamentale) dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche del 7 ottobre 1977, cit., p. 336.
(15) Ibid., pp. 337-338.
(16) Ibid., p. 342.
(17) Aleksandr Ivanovič Oparin (1894-1980), in Nauka i religija (Sciebza e religione), 1964, n. 1, p. 59.
(18) Pravda, 15-2-1956.
(19) Cfr. Aleksej Nikolaevič Leont’ev (1903-1979), O mirnom sosuščestvovanii dvuch sistem (La coesistenza pacifica dei due sistemi), in Kommunist, 1954, n. 13, pp. 43-58.
(20) Cfr. Nikita Sergeevič Chruščëv, XX s’ezd KPSS, tomo 1, Gospolitizdat, Mosca 1956, p. 35.
(21) Domenico Coccopalmerio, Dogmatismo e storicità del marxismo. Politica e diritto nell’esperienza comunista, Giuffrè, Milano 1984, p. 149.
(22) Yuri Andreevich Krasin (1934-2023), Mirnoe sosuščestvovanie-forma klassovoj bor’by, Politizdat, Mosca 1961, p. 75.
(23) Juridičeskij ėnciklopedičeskij slovar’ (Dizionario Enciclopedico Giuridico), a cura di Aleksandr Ja. Sucharev, Sovetskaja Ėnciklopedija, Moskva 1984, p. 176.
(24) Ibid., p. 177. Il corsivo è mio.
(25) Sull’argomento cfr. Mikhail Sergeyevich Voslensky (1920-1997), Nomenklatura. La classe dominante in Unione Sovietica,trad. it., Longanesi, Milano 1980, p. 376 e ss.
(26) Adriano Paglietti, La Costituzione sovietica del 1977: nei suoi precedenti storici e nel quadro del costituzionalismo moderno, Edizioni Paoline, Milano 1980, p. 66.
(27) Sergio Belardinelli, Marx e la guerra, in La Nottola, anno V, n. 1-2, gennaio-agosto 1986, pp. 135-144 (p. 135).
(28) Lenin, Sočinenija [Opere], Politizdat,Mosca 1950, tomo 27, p. 229.
(29) Istorija Vsesojuznoj Kommunističeskoj Partii (bol’ševikov). Kratkij kurs (Storia del Partito Comunista di tutta l’Unione (bolscevico). Corso breve), Politizdat, Mosca 1949, p. 161; in proposito si veda anche il Programma del partito del 1961, nel quale si afferma che il PCUS e il popolo sovietico considerano doveroso appoggiare la lotta dei popoli oppressi e le guerre di liberazione contro l’imperialismo.
(30) S. Belardinelli, op. cit., p. 140.
(31) Ibid., p. 143.
(32) Sull’argomento rinvio al mio La laicità dello Stato nella revisione costituzionale della Federazione di Russia, nel sito web<https://riviste.unimi.it/index.php/NAD/article/view/13607/12741>, pp. 230-246 (gli indirizzi Internet dell’intero articolo sono stati consultati il 27-2-2026). In buona sostanza questo principio sta a significare che ogni gruppo, politico, economico (o criminale) può sopravvivere in Russia solo come vassallo del Cremlino. Di particolare rilevanza sono i poteri concessi ex novo al Presidente della Federazione per tenere sotto controllo l’amministrazione della giustizia, pregiudicando irrimediabilmente il principio della separazione dei poteri e in particolare quello dell’autonomia dei giudici: sarà il presidente a proporre al Consiglio della Federazione i candidati alla presidenza e vicepresidenza della Corte Costituzionale e delle massime magistrature (art. 102 sub g) e della Corte dei Conti (art. 102 sub 1), nonché di suggerirne la destituzione (art. 102, sub j). Le Corti apicali vengono, dunque, di fatto a dipendere dall’esecutivo.
(33) Patriarca Kirill, Preghiera per la Santa Rus’, nel sito web <https://www.patriarchia.ru/article/103745>. Prosegue il Patriarca: «Alzati, o Dio, in aiuto del Tuo popolo e concedi la pace con la Tua potenza. Affrettatevi verso i vostri figli fedeli, che sono zelanti per l’unità della Chiesa russa, rafforzateli nello spirito dell’amore fraterno e liberateli dalle difficoltà. Proibisci a coloro che stracciano la Tua veste, che è la Chiesa del Dio vivente, oscurando le loro menti, indurendo i loro cuori, e rovesciando i loro piani. Con la Tua grazia guida coloro che tengono ad ogni bene e arricchiscili di saggezza! Rafforza i guerrieri e tutti i difensori della nostra Patria nei Tuoi comandamenti, manda loro la forza dello spirito, preservali dalla morte, dalle ferite e dalla prigionia! Riporta nelle loro case chi è senza tetto e chi è in esilio, nutri gli affamati, rafforza e guarisci i malati e i sofferenti, dona buona speranza e consolazione a chi è nella confusione e nella tristezza! In questi giorni, concedi il perdono dei peccati e crea un riposo beato a tutti coloro che sono stati uccisi e sono morti a causa di ferite e malattie! Riempici di fede, speranza e amore in Te, ristabilisci la pace e l’unanimità in tutti i paesi della Santa Rus’, rinnova l’amore reciproco nel Tuo popolo, affinché con una sola bocca e un solo cuore confessiamo Te, l’Unico Dio glorificato nella Trinità. Poiché Tu sei l’intercessione, la vittoria e la salvezza di coloro che confidano in Te, e a Te inviamo gloria, al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen» (traduzione dal russo).
(34) Mandato del XXV Concilio mondiale del popolo russo, 18-4-2024, nel sito web <https://lanuovaeuropa.org/dossier/2024/04/18/mandato-del-xxv-concilio-mondiale-del-popolo-russo>.
(35) «Guerra metafisica, santa: per il Patriarca è evidente che l’Ucraina è un territorio dove si scontrano il Bene e il Male e dove il Bene, a qualunque costo, non può e non deve lasciare che il Male prevalga. Il Mondo Russo, l’idea di essere un solo popolo sotto un’unica barriera linguistica, culturale e religiosa è adesso completa: essere russi è un destino, una missione per conto di Dio» (Andrea Tarabbia, Sacro potere. Una sinfonia russa tra Chiesa e Stato, Solferino, Milano 2023, p. 49).
(36) Mandato del XXV Concilio mondiale del popolo russo, cit.
(37) G. Codevilla, Storia della Russia e dei Paesi limitrofi. Chiesa e Impero, vol. I. Il medioevo russo (secoli X-XVII), Jaca Book. Milano 2016, p. 124.
(38) Cfr. Stefano Caprio, Il conflitto russo-ucraino fra attualità e storia, in Cristianità, anno L, n. 413, gennaio-febbraio 2022, pp. 29-40 (p. 35).
(39) Il Patriarca di Costantinopoli Ieremias II Tranos (1536-1595), in visita in Russia viene relegato dallo zar Boris Godunov (1552-1605) in una prigione dorata e trattenuto sino al riconoscimento del nuovo Patriarcato, senza l’indispensabile assenso degli altri Patriarchi.
(40) Cfr. il mio La laicità dello Stato nella revisione costituzionale della Federazione di Russia, in Nuovi Autoritarismi e Democrazie: Diritto, Istituzioni, Società, anno 2, n. 1, 2020, pp. 229-246.
(41) Si vedano al Capo X l’art. 280 (Pubblici appelli a svolgere attività estremiste), e gli articoli 280, comma 3 (Pubbliche azioni volte a screditare l’impiego delle Forze Armate della Federazione Russa), 280, comma 4 (Pubblici appelli a svolgere attività dirette contro la sicurezza dello Stato) e 284, comma 3 (Collaborazione all’esecuzione di decisioni adottate da organizzazioni internazionali alle quali non partecipa la Federazione Russa o di enti governativi stranieri). Questi delitti sono puniti con la condanna al lavoro coatto o alla reclusione fino a cinque anni. A queste draconiane sanzioni il legislatore si appresta ad aggiungere la confisca dei beni dei condannati, come previsto da un disegno di legge presentato alla Duma il 22 gennaio 2024.
(42) Si veda, fra i tanti, il caso del sacerdote Ioann Burdin, nel cui fascicolo processuale si afferma: «Il pacifismo non è compatibile con l’effettivo insegnamento della Chiesa ortodossa […]. Il pacifismo è stato presente nelle dottrine eretiche in vari momenti della storia della Chiesa» (cfr. il mio Da Lenin a Putin. Politica e religione, Jaca Book, Milano 2024, p. 426 e ss).
(43) Adriano Dell’Asta, La «pace russa». La teologia politica di Putin, Scolé, Brescia 2023, p. 10.
(44) Nella lingua russa il lemma mir significa sia mondo che pace.
