A Messa, per sentenza.

Mentre in Europa i tribunali ribadiscono l'invalicabile confine della libertà religiosa, in Italia il sovrano detta le regole a suon di protocolli
Domenico Airoma 2 mesi fa
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di Domenico Airoma

Dopo Karlsruhe, Parigi. Anche i giudici francesi del Consiglio di Stato, dopo quelli tedeschi della Corte Costituzionale, dicono che si può andare a Messa, anche in epoca di pandemia. E hanno ribadito che non è consentito allo Stato di introdurre misure restrittive per ragioni sanitarie, che si spingano fino a conculcare del tutto la libertà di culto. Anche in Francia, come in Germania, la pronuncia è stata sollecitata dal ricorso di alcune associazioni. Come in Italia, dove si attende la pronuncia del Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, su ricorso del Centro Studi Rosario Livatino, al quale hanno aderito in molti, non solo cattolici.

Oltralpe si torna a Messa, insomma, grazie alla sentenza di un giudice. E non deve meravigliare che questo accada nel tempio della laicité. Cosi come non deve trarre in inganno la situazione italiana, che solo ad uno sguardo superficiale può apparire meno preoccupante in ragione del fatto che da qualche giorno è stato rimosso il divieto di partecipare alle celebrazioni religiose.

La realtà è che dà molte più garanzie la rimozione dell’interdizione per ordine di un giudice che quella intervenuta per concessione del potere esecutivo. Nel primo caso, infatti, c’è la riaffermazione che la libertà di culto non può soccombere dinanzi ad altri beni pure importanti, come la salute. E c’è la statuizione che si tratta di diritto che spetta originariamente a ciascun uomo e che dunque è ingiusto non riconoscergli. E’ chi governa che deve obbedire al diritto; non il contrario. Come invece accaduto nel secondo caso. In Italia. Qui c’è stata la concessione di un sovrano che ha deciso che si poteva tornare a Messa, fissando le regole; non di ciò che deve avvenire fuori il Tempio, ma dentro. Su carta intestata “Ministero dell’Interno”.

La realtà è che, al di là delle parole suadenti di un Capo di Governo, che di fatto ha firmato un nuovo Concordato col quale ha convinto la Chiesa a rinunciare ad una fetta importante della sua libertas, i fatti dicono che il futuro della libertà di culto è saldamente nelle mani del potere temporale; che potrà decidere di impedire nuovamente la partecipazione alle celebrazioni religiose, magari in presenza di altre emergenze, oppure mandare i propri agenti, fin sul presbiterio, per verificare la puntuale osservanza dei protocolli sanitari.

Chi governa deve sapere che se anche altri rinunciano alla propria libertà; se pure vi è chi si è ritirato nella solitaria cerimonia; noi no. Noi abbiamo chiesto ad un giudice che dica che non è lecito a Creonte proibire ciò che Dio ha scritto nei nostri cuori. E anche se Roma non dovesse seguire l’esempio di Parigi e Berlino, a noi importa aver tenuto la schiena dritta, per difendere ciò che di più caro ed inviolabile ha un uomo: la dignità di essere riconosciuti figli di Dio.

Mercoledì, 20 maggio 2020

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 Domenico Airoma

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Domenico Airoma, napoletano, 55 anni, sposato con Paola, tre figlie, magistrato dal 1989.