Coronavirus, cronologia delle menzogne cinesi

Dopo l’epidemia di SARS del 2003 le autorità sanitarie e gli specialisti erano convinti che ci sarebbero state nuove epidemie di coronavirus. Perché allora l’OMS ha diffuso acriticamente le informazioni ufficiali provenienti da Pechino?
Ermanno Pavesi 4 settimane fa
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di Ermanno Pavesi

Un’analisi del modo con cui le autorità cinesi hanno gestito l’epidemia di CoViD-19 nelle prime settimane e il comportamento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) può basarsi su comunicati e informazioni ufficiali del periodo, ma può prendere in considerazione anche conoscenze successive.

Il 30 dicembre 2019, usando una chat, il medico cinese Li Wenliang avverte alcuni colleghi dell’insorgere di alcuni casi di una polmonite simile a quella provocata da un virus SARS nel 2003. Il 31 dicembre le autorità sanitarie della città di Wuhan comunicano l’insorgere di 27 casi di polmonite di origine sconosciuta e probabilmente virale. Da quel giorno tutti i pazienti sospetti vengono ricoverati all’ospedale Jin Yintan di Wuhan e seguiti da una équipe formata da medici, epidemiologi, virologi e funzionari governativi. Dato che si è detto che gli ammalati hanno avuto contatti con il mercato ittico di Wuhan, le autorità lo chiudono il 1° gennaio. Il 2 gennaio il numero di pazienti ricoverati sale a 59, ma solo 41 risultano positivi.

L’ufficio dell’OMS in Cina viene informato dell’epidemia il 31 dicembre. Il 5 gennaio l’OMS comunica che, secondo le autorità cinesi, fino al 3 gennaio i casi sono stati 44.

Il 9 gennaio l’OMS sostiene che: «La Cina ha grandi capacità e risorse di sanità pubblica per rispondere e per gestire le epidemie di malattie respiratorie».

Il 10 gennaio «l’OMS non raccomanda l’applicazione di restrizione a viaggi e commerci in Cina».

Il 12 gennaio l’OMS riferisce che le autorità cinesi hanno comunicato di avere identificato e seguito 763 stretti contatti dei pazienti tra cui alcuni operatori sanitari, ma di non avere trovato altri casi di infezione da coronavirus, e che non esiste chiara evidenza che il virus possa passare facilmente da uomo a uomo.

Solamente il 20 gennaio le autorità cinesi ammettono il contagio da uomo a uomo. Il 23 gennaio viene ordinato il lockdown a Wuhan.

Le autorità cinesi erano al corrente dell’epidemia già in dicembre e, costrette ad agire dopo che il Li Wenliang ha diffuso la notizia, prendono provvedimenti mirati. Nonostante solo una parte dei positivi abbia avuto contatti con il mercato ittico, le autorità hanno praticamente escluso la possibilità di un contagio da persona a persona. La notizia che nessuno dei 763 contatti dei pazienti, tra cui anche alcuni operatori sanitari, risulti positivo è del tutto inverosimile e falsa: per lo meno Li Wenliang, deceduto poi il 7 febbraio, ha manifestato i primi sintomi già l’8 gennaio, è stato ricoverato nell’ospedale dove lavorava il 10 gennaio e si sa avere contagiato alcuni parenti.

In un articolo datato 14 febbraio e pubblicato sul Global Times, il periodico in lingua inglese del Giornale del Popolo, quotidiano ufficiale del Partito Comunista Cinese, Jiang Shigong, professore di Diritto nell’Università di Pechino, muove gravi accuse alle autorità sanitarie locali e regionali, agli esperti del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) inviati da Pechino e anche al suo Direttore generale, Gao Fu.

Il Prof. Jiang denuncia in particolare il fatto che «dal 31 dicembre al 17 gennaio le autorità sanitarie locali non hanno riferito né il fatto che la malattia potesse essere trasmessa da uomo a uomo, né il numero delle nuove infezioni. Li, con altre sette persone, è stato ammonito dalla polizia locale per aver diffuso “voci online” mentre si stavano verificando più casi di infezione, in particolare tra il personale medico».

Il Global Times denuncia pure che «nonostante i ripetuti avvertimenti dei medici locali, l’autorità sanitaria locale non ha segnalato nessuna infezione durante le due riunioni a livello provinciale, importanti incontri politici, del 6 e del 17 gennaio».

Se si tiene conto che dopo l’epidemia di SARS le autorità sanitarie e gli specialisti erano convinti che ci sarebbero state nuove epidemie di coronavirus, con il rischio di pandemie, appare incomprensibile come l’OMS abbia diffuso acriticamente le informazioni ufficiali delle autorità cinesi e per settimane non abbia ritenuto necessarie limitazioni per i viaggiatori.

Mercoledì, 10 giugno 2020

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