Pensiero semiserio (ma non troppo) sulla separazione delle carriere.
di Domenico Airoma
Qualche giorno fa sono stato richiesto dal mio attento barbiere di spiegargli la riforma della giustizia oggetto del prossimo referendum. In particolare, il buon Ciro mi ha interpellato, conoscendo le mie funzioni di pubblico ministero, sulla questione della separazione delle carriere, curioso di conoscere in che modo l’eventuale modifica produrrebbe effetti per i cittadini.
Ringrazio Ciro perché, oltre a tagliarmi i capelli, ha contribuito a farmi fare i conti con il reale ed il buon senso, che talora, lo confesso, hanno ceduto il posto ad una certa autoreferenzialità, tentazione “professionale” del magistrato.
“La separazione delle carriere -ho così iniziato-, è qualcosa di strettamente connesso al principio del giusto processo”.
“E quand’è che il processo è giusto?”, ribatte Ciro, con una malcelata vena di sarcasmo. “Certo, noi tutti, io per primo, auspico che il processo giusto sia quello coronato da una sentenza giusta. Però esistono delle regole del gioco che la Costituzione pone per provare a mettere il giudice al riparo da errori”.
“E quali sono?”, mi incalza il Nostro aumentando il ritmo delle forbici. “Due: l’imparzialità e la terzietà del giudice”. Lo anticipo, e tento di spiegare: “L’imparzialità è una qualità importantissima perché misura la distanza del giudice dalle parti e dagli interessi della causa che deve decidere. È una dimensione interiore, è il primo dovere del giudice”. Al che il buon Ciro, con rispetto, obietta: “Caro dottore, vorreste farmi credere che voi non avete pensieri vostri sulle cause che trattate?” “Può accadere, certamente. Se però, avverto che condizionano il mio giudizio, mi astengo o evito di trattare quei processi. Tu conosci le mie idee in tema di aborto, per esempio. Ecco, poiché ho convincimenti radicati quanto alla vita nascente, non ho voluto mai occuparmi della materia. Non sarei stato imparziale come si deve”.
“E la terzietà?”, incalza il Nostro. “La terzietà, invece, riguarda non la dimensione interiore del giudice, ma la cornice esteriore del giudizio. La Costituzione vuole che il giudice sia un soggetto che non abbia nulla a che spartire con le parti”.
“Cioè, deve essere separato”, esclama Ciro. “Appunto! Proprio per metterlo al riparo da eventuali condizionamenti, anche se è il giudice migliore di questo mondo. È in fondo una garanzia non solo per il giudice, ma per te, se ti trovi a incappare in processo”. Ciro tocca ferro e affonda il colpo finale (non con le forbici, per mia fortuna): “Ma allora funziona come l’airbag per l’auto? È sempre meglio che ci sta, non si sa mai”. E aggiunge, visibilmente soddisfatto del suo esempio: “L’altro giorno, caro dottore, ho comprato un’utilitaria a mia figlia. Il rivenditore mi ha proposto due auto, una con airbag ed un’altra senza, allo stesso prezzo. Ovviamente, ho preso quella con airbag! Effettivamente, il fatto che il giudice deve essere separato mi pare una cosa buona, una cosa in più, che ci garantisce tutti”.
E non finisce qui: “E per voi, cosa cambia?”. “Che le carriere dei giudici non vengono decise dai pubblici ministeri e viceversa”, gli rispondo. “Embè, e non è più giusto, non sono compiti diversi? E poi come può essere veramente terzo, come dite voi, il giudice che deve fare i conti con il pubblico ministero che poi decide la sua carriera? Insomma, è una specie di protezione, per tutti”. Conclude il barbiere.
Il buon senso ha prevalso, come è giusto che sia.
In fin dei conti, mi chiedo (mentre osservo Ciro che con cura termina la sua opera), cos’è la cultura della giurisdizione senza vera terzietà? Rischia davvero di essere un simulacro e forse un alibi dietro il quale ostinarsi a conservare un sistema e delle regole del gioco che non fanno più parte della nostra mentalità, e che anzi corrono il rischio di tenerci separati davvero, ma dal buon senso e dal reale.
Ed allora liberiamoci di qualcosa, questa unicità delle carriere, che non aggiunge nulla alla qualità della risposta di giustizia e priva tutti di una salutare cintura di protezione.
“Hai ragione, caro Ciro. Così come aveva ragione il buon Livatino”. “Il giudice ragazzino, il santo!” Esclama il nostro. “Proprio lui. Che ci ricordava che la giustizia non è un affare di pochi magistrati, ma di tutti quanti noi”. Anche e soprattutto di Ciro, che ringrazio di cuore.
Domenica, 15 marzo 2026
