Ugo Cantoni, Cristianità n. 436 (2025)
Testo dell’intervento, rivisto e annotato, svolto il 1° agosto 2020 in occasione della Scuola estiva di Alleanza Cattolica tenuta a Triuggio, nella Villa del Sacro Cuore, dal 31 luglio al 2 agosto sul tema Nostalgia dell’avvenire. «Cum Petro», «sub Petro», verso la civiltà cristiana del terzo millennio. Giovanni Cantoni (1938-2020).
«Il piccolo d’uomo»,lasciato solo,«per sua natura, non sa fare altro che piangere!» (1). Chi ha frequentato Giovanni Cantoni (1938-2020) ricorderà certamente questa citazione, riproposta con frequenza, perché nella sua prospettiva era il fondamento del concetto di tradizione e stava alla base di ogni approccio formativo. A partire da questa certezza si sviluppa tutta l’attenzione agli aspetti pedagogici che costituivano senza dubbio una delle priorità del fondatore di Alleanza Cattolica (AC). Il suo sguardo sull’infanzia era particolarmente attento e sottolineava l’obbligo espresso da Giovenale (135 d. C.) con la felice espressione «maxima reverentia puero debetur» (2), «Si deve al fanciullo il più gran rispetto», che Cantoni manifestava anche nel modo con cui indicava i bambini: «ometto» o «donnina», un diminutivo pieno di rispetto e di senso di responsabilità; pieno anche di stupore e di commozione per la loro capacità di interrogarsi sui temi importanti, al punto da definirli «domande metafisiche con le gambe».
Nell’accompagnare e favorire la crescita delle persone ricordava sempre che la cultura di ciascuno non è proporzionale alle risposte che conosce, ma alle domande che si pone, evidenziando l’importanza della volontà e della partecipazione di ciascuno. A prescindere dal fatto che conoscesse anche nei dettagli la risposta a una domanda che gli veniva posta, cercava sempre di spingere l’interlocutore a un approfondimento personale, svolto possibilmente su documenti originali e autorevoli, perché potesse essere padrone delle soluzioni e conoscesse direttamente le fonti. A ciò si collega la sua meticolosità nel controllo delle citazioni e delle note a piè di pagina. In generale il suo sforzo costante di fare riferimento a fonti autorevoli e a passaggi precisi e riscontrabili era una manifestazione per nulla formale di rispetto per l’interlocutore e per l’importanza delle tematiche su cui verteva il discorso. Questa considerazione si può estendere a tutti gli aspetti di quella che altrimenti potrebbe essere fraintesa come erudita pignoleria e che invece era attenzione agli altri, rispetto della verità, ricerca instancabile di docenti autorevoli per quella ideale scuola cattolica contro-rivoluzionaria, di cui non è stato il fondatore, ma sicuramente un «rettore» di rilevanza eccezionale. Come ricorda per testimonianza diretta l’amico Attilio Tamburrini (1946-2022), il nostro fondatore sentiva con grande intensità la mancanza di una tradizione ininterrotta in questo ambito e diceva che noi italiani non abbiamo genitori nel percorso della Contro-Rivoluzione, ma nonni in biblioteca. Per questo si è sforzato costantemente di trovare maestri e, con l’eccezione di Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995), è quasi sempre arrivato poco dopo il loro ingresso… in biblioteca, come per esempio nel caso di Gonzague de Reynold (1880-1970) e di Nicolás Gómez Dávila (1913-1994). Questa ricerca era motivata da una profonda interiorizzazione del detto medioevale che spesso applicava a sé stesso «siamo come nani sulle spalle di giganti» (3), un detto che esprimeva umiltà, ma anche consapevolezza della responsabilità di chi, non principalmente per proprio merito, può vedere più lontano di coloro che lo hanno preceduto e per questo si impegna a guardare sempre più in là.
Che la formazione stesse al centro del suo apostolato Cantoni lo dichiara formalmente fin dalle origini del proprio percorso esistenziale nel saggio introduttivo alla edizione italiana di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, risalente al 1972, intitolato appunto «L’Italia fra Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» (4). Dopo aver descritto l’iter del processo rivoluzionario in Italia a partire dal periodo napoleonico fino agli anni 1970, pone la domanda alla quale la sua vita è stata una continua, sempre più totalizzante risposta: «Che fare, dunque? Ma soprattutto, come fare? Poiché alle decisioni devono seguire le azioni, e le azioni richiedono un metodo» (5). La risposta di Cantoni a queste domande contiene tutto il senso e il carisma di Alleanza Cattolica: «[…] per la soluzione radicale del dramma storico che la nostra nazione sta vivendo, è necessario preparare uomini: 1) dotarli di buona e incontaminata dottrina; 2) formarli anzitutto come lottatori spirituali; 3) esercitarli poi a innestarsi sulla spontanea ma non autonoma reazione popolare; 4) renderli infine capaci di annodare le fila e di costruire il tessuto di una opposizione organica alla Rivoluzione, per utilizzare ogni circostanza e guidare dovunque alla Contro-Rivoluzione, in vista della restaurazione di ordinamenti naturali e cristiani. Infatti “gli elementi di tutte le costituzioni sono gli uomini”, e “veri operai della restaurazione sociale […], veri amici del popolo, non sono né rivoluzionari, né innovatori, ma tradizionalisti”, che soli possono tentare di “mettersi in condizione di suscitare un grande movimento verso il vero […]. È tempo di agire, di creare una classe superiore, quella che non pensa che al pubblico bene, che non domanda nulla per sé, nulla per i propri parenti, che lascia da parte la gloria accademica, la vanità di autori, ecc.”» (6).
La formazione di uomini è dunque al centro della visione e dell’agire di Cantoni. E a questa opera si è dedicato, prima di tutto continuando instancabilmente a formare sé stesso. Ha sempre letto sistematicamente tutto il magistero prodotto dai pontefici a lui contemporanei e chi ha idea della prolificità di san Giovanni Paolo II (1978-2005) sa quale sforzo ciò implicava; ha letto per anni in modo integrale il quotidiano del Partito Comunista Italiano l’Unità, per sapere senza distorsioni che cosa pensavano gli «altri», ha studiato il polacco per poter leggere «Pietro» senza traduttori, scoprendo così che talora erano anche «traditori»; ha letto Karl Marx (1818-1883), Friedrich Engels (1820-1895) e Lenin (Vladimir Il’ič Ul’janov, 1870-1924); ha seguito il dibattito politico italiano sui testi degli interventi dei leader ai congressi nazionali. Agli altri proponeva sempre di accostarsi alle tematiche di cui si occupavano soprattutto, ma non solo, in relazione all’apostolato di AC, andando alle fonti, utilizzando il più possibile i testi in lingua originale, individuando le figure di riferimento.
Nel suo concetto di formazione rientrava pienamente anche l’aspetto spirituale, fondato sulla spiritualità mariana e ignaziana, soprattutto dopo la scoperta, nel 1974, degli esercizi spirituali secondo la forma abbreviata da un mese a cinque giorni del padre gesuita spagnolo Francisco de Paula Vallet (1883-1947). Un aspetto che presentava e viveva in modo del tutto integrato con quella che chiamava motivatamente la «routine associativa», vista come una sorta di «vita monastica per laici». I successivi punti del «che fare?» esprimono il cuore del carisma associativo e della formazione perché, utilizzando le espressioni «esercitarli a inserirsi» e «renderli capaci di riannodare le fila» propone un modello umano operativo, militante, non un erudito che si appaga della propria conoscenza chiuso in una torre d’avorio ma un «contemplativo in azione». Parafrasando Papa Francesco (2013-2025) potremmo dire che voleva formare cattolici «in uscita», che non trascurassero le periferie politiche e culturali del nostro tempo, animatori della vita sociale e non serbatoi pieni ma senza uscite per irrigare il terreno circostante.
Per lui il tratto umano espresso dal rispetto delle regole della buona educazione aveva grande valore e spesso ne ricordava la definizione di «mezza santità» (7) utilizzata anche da Papa Francesco nella catechesi del 13 maggio 2015 — «permesso, grazie, scusa» — e la considerava un modo per esprimere non la propria eleganza, ma il proprio rispetto verso il prossimo, che doveva essere messo in condizioni di ascoltare il messaggio di Pietro con l’interferenza più ridotta possibile di attriti umani e caratteriali. Anche lo sforzo costante teso a non far appiattire AC sulle realtà politiche o ecclesiali con cui si trovava a collaborare era finalizzato proprio a garantirne la possibilità di parlare a tutti, senza ereditare incompatibilità o ruggini altrui; in proposito usava dire che sarebbe andato a parlare di dottrina sociale anche in una cellula del PCI se lo avessero invitato.
Poiché era consapevole dell’enormità dell’impresa nella quale si era impegnato, sottolineava sempre di avere una scarsa propensione per «l’organizzazione dell’inesistente» e quindi si focalizzava sull’ora presente per fare il possibile in quel momento, avendo sempre presente «il quadro grande», i princìpi e gli obiettivi, ma senza fantasticare, gestendo il poco che aveva, senza attendere la disponibilità di mezzi più consistenti; su questo tema diceva spesso che l’espressione da bandire per prima è «bisognerebbe» (8), una forma impersonale e sostanzialmente auto-assolutoria con la quale si sottintende che il da farsi sia irrealizzabile o compito di qualcun altro. Ogni dettaglio della storia associativa rispecchia questo realismo profondo, a cominciare da Il resto della verità, opuscolo ciclostilato in casa e diffuso dal gennaio del 1973 presso le parrocchie per valutare la sostenibilità economica della rivista Cristianità tramite la diffusione militante, passando per la denominazione delle «regioni associative» fatta con nomi tradizionali, ma soprattutto corrispondenti a luoghi dove vi fosse la effettiva presenza di militanti, per giungere alla regola mai contraddetta di non abusare delle parole importanti, come «Cristianità», nel senso di nuova civiltà cristiana, obiettivo sempre presente, ma mai trasformato in slogan usurabile.
Per la stessa ragione la sua cura per i giovani adulti è venuta prima di quella per i bambini, giunti, anche i figli, cronologicamente dopo l’inizio del suo impegno di apostolato. Quando hanno cominciato a esistere famiglie di membri AC e, conseguentemente, un ambiente di bambini e di ragazzi a esse legato, ha dedicato grande impegno, anche in termini di tempo, alle nuove generazioni, favorendo lo sviluppo di attività formative proposte e avviate dal figlio Lorenzo; inoltre ha seguito direttamente, partecipandovi di persona e a tempo pieno, le scuole estive. Ripeteva sempre che l’obiettivo dell’apostolato associativo è la formazione di singoli, «uno più uno più uno…», e che ogni altro accostamento non produce risultati reali. Nell’occuparsi dei primi militanti ne ha sempre favorito la crescita culturale e la scelta di ordinati percorsi accademici, anche se lui era un «semplice diplomato». A quei giovani e a tutti gli altri militanti successivamente ha sempre chiesto di crescere, di diventare davvero conoscitori degli ambiti ai quali si interessavano nella prospettiva associativa. Questo metodo, applicato alla vita in generale e a quella professionale in particolare, ha dato frutti anche su altri piani a coloro che lo hanno accolto.
In anni recenti, quando gli sottoposi uno schema di riflessioni sull’educazione dei figli per un corso parrocchiale di preparazione al matrimonio, dopo avermi confermato la necessità di sottolineare l’importanza della concordia nelle scelte educative dei genitori — pratica alla quale, insieme a mia madre, è stato fedele senza eccezioni —, mi propose un’aggiunta particolare, che suonava così: bisogna evitare un clima di fastidioso didascalismo, riservando all’esposizione verbale gli aspetti rivelati della fede, che non sono altrimenti proponibili: per il resto la cosa migliore è dare l’esempio. Questa credo sia la sintesi più felice del suo ideale di formazione: dare un esempio credibile che mostri il nostro reale interesse per gli obiettivi di apostolato, al di là di altisonanti proclami, sempre poco convincenti se non sostenuti da una corrispondenza nell’agire. Anche in relazione al «reclutamento» di nuovi appartenenti, ha sempre promosso uno stile estremamente rispettoso e attento alla libertà nella scelta della vocazione che a tutti deve essere assicurata. Insisteva sul fatto che non bisogna cedere alla tentazione di accogliere prospettive settarie di identificazione, anche solo in modo implicito, della Chiesa con l’Associazione. La vocazione di AC è una delle tante possibili nella Chiesa e ciascuno deve interrogarsi liberamente a quale di queste il Signore lo chiami, con l’unica certezza che non fare nulla non può essere una vocazione.
Un altro aspetto che merita attenzione è il suo modo di «reggere» AC, un modo che, anche in sé stesso, presenta dei contenuti formativi preziosi. Il Reggente Nazionale — gli capitava qualche volta di dire che RN era l’acronimo di «rogne nazionali» — non era uno che sapeva già tutto e dava agli altri la possibilità di fare cose che comunque avrebbe potuto fare anche da solo, ma il responsabile dell’unica parte opinabile di tutto il quadro, ossia la gestione dell’Associazione rispetto al dato dottrinale stabile e definito. Chiedeva preghiere per sé dicendo che AC era come un grande aeroplano in decollo, di cui solo una piccola ruota toccava ancora terra e poteva produrre attriti ed errori di direzione, e quella piccola ruota era lui. Nelle relazioni con tutti e in particolare con il Capitolo Nazionale ha sempre praticato uno stile feudale, nel senso migliore che noi attribuiamo al termine. A ciascuno dava e chiedeva le stesse cose: consilium et auxilium. Era capace di ascoltare veramente gli altri, si consultava sempre per le decisioni che doveva prendere e, una volta fatta una scelta, la metteva in atto con fermezza e tenacia. La sua reggenza è stata vissuta come un servizio e il suo modo di promuovere le linee d’azione associative era sempre molto attento a coinvolgere e a tenere presenti le caratteristiche di quelli che lo facevano con lui e le difficoltà concrete che dovevano affrontare. Anche a fronte di divergenze e difficoltà ha sempre tentato di non «spezzare la canna incrinata», cercando sempre, nel rispetto della verità, le modalità di composizione che fossero più adatte a salvare l’unità. Per esempio, nel 1981, ai militanti che non ritenevano accettabile che la campagna contro l’aborto si traducesse nell’indicazione di votare al referendum una soluzione non perfetta sul piano dottrinale, imposta dall’approvazione del solo quesito detto «minimale», arrivò a proporre di sospendere la loro attività associativa per non andare contro coscienza. Pur non avendo timore di difendere o proporre tesi in modo polemico, diceva sempre che noi combattevamo le idee e non le persone in quanto tali.
In nessuno dei 400 numeri di Cristianità usciti nel corso della sua vita è possibile trovare attacchi personali o denigrazioni di singoli, nello stile oggi purtroppo frequente di tentare la demolizione sotto il profilo personale dell’avversario, evidenziandone difetti o incoerenze e diffondendo pettegolezzi denigratori. Se poi vi erano provocazioni o attacchi provenienti da persone che si erano allontanate da AC o comunque da ambienti cattolici, si è sempre astenuto dall’alimentare diverbi inutili. Era sempre disponibile a rendere conto delle scelte fatte e nella memoria di tanti fra noi è ancora viva l’esperienza della «telefonata a Piacenza» per manifestare incertezze o perplessità, che venivano ascoltate, prese sul serio e fatte oggetto di un dialogo chiarificatore, mai frettoloso e sommario, spesso di durata notevole e altrettanto spesso coincidente con i momenti liberi dal lavoro, in particolare i pasti, anche se gli spaghetti serviti proprio mentre il telefono suonava si trasformavano in un poco appetitoso blocco gelido nel piatto.
Volgendo uno sguardo panoramico al suo operato non è difficile verificare quanto il concetto di «ambiente» considerato nella sua funzione pedagogica fosse lo sfondo di tutto il suo agire ma anche la sua priorità costante. Era attento all’abito (9), all’arredamento e ai quadri (10), al decoro della casa, questo totalmente affidato alla moglie. Era attento ai gesti e alle parole, che usava sempre pensandone e ripesandone attentamente il significato, incluso l’appellativo «lor signori», che per lui voleva esattamente essere un riconoscimento della signoria e della nobiltà dei suoi interlocutori, senza alcun sarcasmo o ironia che spesso a questo termine si associava: ora è talmente desueto che non si usa più nemmeno ironicamente.
L’apice di tutte queste riflessioni è costituito, non solo simbolicamente, dalle ultime righe del testo Per una civiltà cristiana nel terzo millennio (11), il suo ultimo libro. Come gran parte della sua produzione saggistica, si tratta di una «sinfonia» di articoli brevi, armonizzati dopo la loro pubblicazione e proposti come chiose, per citare Nicolás Gómez Dávila, «in margine ad un testo implicito», che, probabilmente, senza sbagliare troppo, si può identificare nella sua intera esistenza, definibile, prendendo spunto dalla sua prefazione all’omonimo libro pubblicato nel 1969, come avventurosa «Cerca del Graal» (12) — cioè dei diversi modi della presenza di Dio fra gli uomini — di un laico cattolico e vissuta operosamente al servizio della Chiesa. Eccole.
«Dunque, contrariamente alla percezione dell’uomo comune, non solo del cosiddetto “disinformato”, e secondo la testimonianza di uno dei suoi teorici maggiori nel secolo XX [Plinio Corrêa de Oliveira], “Contro-Rivoluzione” non è sinonimo di cuartelazo, di rivolta di una guarnigione. È piuttosto lo sforzo di formare, di contribuire alla formazione di un uomo che persegua il proprio fine naturale e soprannaturale; e di contribuirvi non solo con la diffusione d’idee e l’instaurazione d’istituzioni, ma anche attraverso la costruzione di un mondo, indiretto pedagogo umano e cristiano, non pedante e aggressivo precettore razionalista e illuminista; un mondo al quale è essenziale la libertà per conoscere e perseguire la verità: insomma, un mondo di uomini e di cristiani che cerchi di assomigliare, di “divenire simile”, alla Città di Dio, che miri a realizzarsi come una consapevole cristianità; cioè un “ambiente” informato a una “cultura” che favorisca lo sviluppo delle “tendenze” verso la verità e il bene e ostacoli quelle verso l’errore e il male.
«Secondo la lezione di sant’Agostino nella sua Esposizione sul salmo 86 — datata nel 412 oppure dopo il 415 —, “veramente cose molto gloriose sono state dette di te, città di Dio! Ecco, Madre Sion!, dice l’uomo. Quale uomo? Colui che si è fatto uomo in lei. In lei si è fatto uomo ed egli stesso l’ha fondata. Come ha potuto farsi uomo in lei e averla fondata? Essa era stata fondata perché egli si facesse uomo in lei”. Ma che cosa può, che cosa deve fare chi, non essendo Dio, ma dovendone imitare la perfezione attraverso l’imitazione dell’Uomo-Dio, non può creare il mondo in cui vivrà? Costui, il contro-rivoluzionario, può però — anzi, deve —, consapevolmente o inconsapevolmente, allontanare la Città dell’Uomo dalla Città del Demonio e contribuire alla costruzione di un mondo in cui un altro essere umano potrà più agevolmente vivere: così mostrerà di amare Dio che non vede, cioè di assomigliare a Dio che non vede, beneficando il prossimo che vede (cfr. 1 Gv. 4, 20). E finalmente: la Contro-Rivoluzione non è solo filosofia, non è solo politica; è per certo anche filosofia e politica, ma è anzitutto uno sforzo al quale contribuiscono pure le piccole cose, i piccoli gesti, pure quelli fatti ai piccoli; forse, soprattutto, i piccoli gesti fatti ai piccoli (cfr. Mt. 25, 40 e 45)» (13).
Pochi giorni prima della fine dell’avventura terrena del nostro fondatore, il 21 dicembre 2019, Papa Francesco, in una udienza alla Curia Romana, sintetizzando felicemente e oserei dire «certificando», quanto lui ci ha insegnato, ha affermato: «Noi dobbiamo avviare processi e non occupare spazi» (14). Se siamo qui significa che Giovanni Cantoni la sua parte in terra l’ha fatta con successo, tocca a noi continuare, certi che adesso ci potrà aiutare ancora di più.
Note
(1) Gaio Plinio Secondo, detto il Vecchio (23-79), Naturalis historia, VII, 1, in Idem, Storia naturale, trad. it., vol. II, libri 7-11, Antropologia e zoologia, Einaudi, Torino 1983, p. 11; cfr. pure il medesimo passaggio in Idem, La condizione umana, in Cristianità, anno XXV, n. 261-262, gennaio-febbraio 1997, p. 10. Cfr. la lettura di questi passi fatta da Giovanni Cantoni, Il mondo prima di Cristo, ibid., anno XXXI, n. 320, novembre-dicembre 2003, pp. 15-22, soprattutto il paragrafo 3. L’uomo «carente» (pp. 16-19).
(2) Decimo Giunio Giovenale, Satire, XIV, 47.
(3) Giovanni di Salisbury (1120 ca.-1180) attribuisce il detto a Bernardo di Chartres († 1180) nel suo Metalogicon, Libro III, Capitolo 4.
(4) Cfr. Giovanni Cantoni, L’Italia fra Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, saggio introduttivo a Plinio Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, Edizioni di «Cristianità», 3a ed. it., Piacenza 1977, pp. 1-50; ora in Idem, Scritti sulla Rivoluzione e sulla nazione. 1972-2006, con un profilo bio-bibliografico dell’Autore di Francesco Pappalardo, premessa e cura di Oscar Sanguinetti, Edizioni di «Cristianità», Piacenza 2023, pp. 113-180.
(5) Ibid., p. 173.
(6) Ibid., p. 177.
(7) «Seguite […] le regole della buona educazione, la quale è mezza santità» (Santa Francesca Saverio Cabrini [1850-1917], Parole sparse della Beata Cabrini. Scelte, raccolte e ordinate con un saggio introduttivo da don Giuseppe De Luca [1898-1962], Istituto Grafico Tiberino Editore in Roma, Roma 1938, p. 80).
(8) Trovando autorevolissima consonanza nell’espressione di Papa Francesco: il «peccato del “si dovrebbe fare”» (Esortazione apostolica «Evangelii gaudium» sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale, 24-11-2013, n. 96).
(9) Si narra di averlo visto, nel periodo dell’affermarsi degli eccessi rivoluzionari esplosi nel 1968, aggirarsi, novello Monaldo Leopardi (1776-1847), per una spiaggia affollata in estate in abito scuro e cravatta, ma, venuta meno la temperie di quegli anni, lo ricordiamo altrettanto a proprio agio con una «polo» e un gilet da pescatore.
(10) Aveva fatto realizzare un ritratto di sua moglie e lo aveva appeso al posto d’onore in sala per evidenziare a figli e amici quale fosse la considerazione che ne aveva, pur donando — con il pieno accordo di lei — sostanzialmente tutto il suo tempo all’apostolato, e gli altri quadri appesi in casa erano tutti di soggetto religioso o di famiglia.
(11) Cfr. G. Cantoni, Per una civiltà cristiana nel terzo millennio. La coscienza della Magna Europa e il quinto viaggio di Colombo, Sugarco, Milano 2008.
(12) Cfr. Idem, Presentazione ad Anonimo, La Cerca del Graal, trad. it., Borla, Leumann (Torino) 1969, pp. 5-13.
(13) Idem, Per una civiltà cristiana nel terzo millennio. La coscienza della Magna Europa e il quinto viaggio di Colombo, cit., p. 248.
(14) Francesco, Discorso alla Curia romana per gli auguri di Natale, 21-12-2019.
