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Giovanni Cantoni, Scritti di dottrina sociale. 1961-2005, con Prefazione di mons. Michele Pennisi, a cura di Oscar Sanguinetti, Edizioni di «Cristianità», Piacenza 2024, 302 pp., € 20,00

28 Febbraio 2026 by Alleanza Cattolica

Recensione di Marco Drufuca, Cristianità n. 437 (2026)

«È di grande importanza, soprattutto in una società pluralista, che si abbia una giusta visione dei rapporti tra la comunità politica e la Chiesa, e che si faccia una chiara distinzione tra le azioni che i fedeli, individualmente o in gruppo, compiono in proprio nome, come cittadini, guidati dalla loro coscienza cristiana, e le azioni che essi compiono in nome della Chiesa. […] Ma sempre e dovunque, e con vera libertà, è suo [della Chiesa] diritto predicare la fede e insegnare la propria dottrina sociale, esercitare senza ostacoli la propria missione tra gli uomini e dare il proprio giudizio morale, anche su cose che riguardano l’ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona e dalla salvezza delle anime» (Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Pastorale «Gaudium et Spes» sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, n. 78).

Nell’agire dei cristiani nel mondo due tentazioni letali covano in costante agguato: per usare le parole della Prefazione (pp. 9-12) di mons. Michele Pennisi, arcivescovo emerito di Monreale (Palermo), vi è da un lato il pericolo di un «monofisismo pratico, che confonde fede e impegno sociale fino ad identificarli sfociando nell’integrismo» (p. 9), e dall’altro quello di un «nestorianesimo pratico, che separa fede e vita sociale», così come Nestorio (386-451) aveva separato la persona umana e quella divina in Gesù. 

L’equilibrio fra simili estremi è il filo conduttore delle riflessioni di Giovanni Cantoni (1938-2020), fondatore di Alleanza Cattolica, in materia di dottrina sociale. Il volume raccoglie vari interventi in merito, pubblicati o pronunciati fra il 1964 e il 2005, dunque in relazione all’alternarsi di diverse stagioni, tanto nella storia italiana quanto in quella mondiale, e qui divisi in tre sezioni.

La Parte prima, Studi e saggi di dottrina sociale della Chiesa (pp. 13-171), raccoglie le riflessioni di Cantoni sulla natura e sul ruolo della dottrina sociale. Da queste pagine emerge l’ardore con cui l’Autore difendeva il ruolo e l’importanza di tale corpus dottrinale: non per imporre un programma politico, ma perché la rinuncia ad esso avrebbe comportato «[…] privare il cattolico di un metro di giudizio per valutare la vita sociale […] esponendolo alla cooptazione di tavole di valori estranee, quando non contrastanti, con la fede» (p. 57). 

Ciò discende dalla chiara consapevolezza della portata di tale dottrina, che «contro ogni riduzionismo contenutistico, […] non è soltanto socio-economica, ma anche socio-politica» (p. 61): ogni ambito dell’agire sociale e comunitario dell’uomo è da essa toccato. Viene in tal modo esclusa una lettura che vorrebbe la visione cattolica interessata solo alle questioni economiche e si ribadisce la sua imprescindibilità anche nel contesto della vita politica in generale. 

Inoltre, grande rilievo viene accordato a una questione di metodo, oggi fattasi ancora più pressante: la dottrina sociale è vista sempre nella sua natura di corpus organico. «Guai ai lettori di una sola enciclica!» (p. 113), che oggi potrebbe forse suonare «guai agli esegeti della singola citazione». Il criterio ermeneutico di ogni affermazione del Magistero va sempre ricercato nella Tradizione precedente: chi pretendesse di comprendere gli insegnamenti della Chiesa a partire da singole esternazioni, magari decontestualizzate, non potrebbe che cadere nella trappola di «letture parziali, dialettiche e dialettizzanti» (ibidem), incapaci di comprendere il messaggio perché ignoranti della sua stessa natura. 

Se i contributi della prima parte sono sostanzialmente volti a delineare una corretta esegesi del magistero sociale della Chiesa, quelli della seconda, Saggi sulla Chiesa e sulla politica (pp. 173-245), riguardano il giudizio critico sulla società moderna e l’elaborazione di direttive d’azione per la riforma della stessa.

Per «società moderna» qui si intende «un insieme di individui della specie umana uniti da un modus, da una volontà, da un timore, comunque da un contratto, una sorta di impresa collettiva che non ha a monte una verità, ma che produce verità temporanee, […] una societas pro-fana, che non ha al proprio centro un fanum, un templum, un territorio delimitato e sottratto all’uso economico, che non vive una vita liturgica, cioè un tempo anch’esso sottratto all’impegno economico» (p. 178).

Per sua stessa natura, una simile società è particolarmente esposta ad alcune degenerazioni, contrarie al bene comune e alla pacifica convivenza. Vi è innanzitutto il rischio della deriva totalitaria dei sistemi democratici, che si verifica quando lo Stato «[…] pretende di avere un primato stabile, addirittura generativo della società» (p. 210). Di conseguenza, la via additata per la riforma passa dal ricollocamento della società, intesa come insieme dei rapporti naturali e spontanei tra membri di una nazione, al di sopra dello Stato, che di tale insieme è semplice organizzazione. Il principio ribadito è dunque quello della sussidiarietà, spesso nominata nel dibattito pubblico senza tuttavia che ci si renda conto della sua negazione strutturale in molti sistemi odierni: «quando lo Stato, di fronte alla necessità, interviene e lo fa a tempo, licet, è lecito. Anzi, può essere indispensabile. Quando interviene non di fronte a situazioni difficili e sine die, cioè senza data di termine, lì si tratta di totalitarismo» (p. 213). 

È poi fisiologico che una società secolarizzata, dunque priva di qualsiasi spazio tolto al dominio della prassi umana, tenda a espungere ogni riferimento metafisico, trascendente e religioso dal discorso pubblico, secondo l’assunto «tanto maggiore libertà, quanto minore religione» (p. 228). Davanti a questa tentazione Cantoni auspica innanzitutto la riapertura della ragione umana al riconoscimento dell’esistenza di un ordine oggettivo e di una legge naturale, in termini non dissimili da quelli adottati oggi nel pontificato di Leone XIV; in secondo luogo, l’Autore argomenta circa la necessità di re-introdurre l’apertura alla trascendenza nell’antropologia dominante, anticipando così alcuni temi-cardine dell’insegnamento di Benedetto XVI (2005-2013). La tesi di fondo è dunque simile a quella sostenuta da sant’Agostino d’Ippona (354-430) nella disputa con i pagani del suo tempo: «Se invece ascoltassero i nostri precetti sui costumi giusti e retti, e si impegnassero a osservarli i re della terra e i popoli tutti, […] lo Stato sarebbe nella vita presente l’ornamento della terra per la sua felicità e si innalzerebbe fino al culmine della vita eterna per regnare in modo davvero beato» (La Città di Dio, II, 19). 

Infine, la terza e ultima sezione contiene Articoli e commenti vari (pp. 247-292). Vi si troveranno interventi sul tema del diritto alla proprietà privata, difesa non per collusione con il cosiddetto capitalismo selvaggio, che nella definizione di «deformazione amorale del regime di proprietà privata e di libera iniziativa» (p. 261) viene senza dubbio rigettato, ma per consapevolezza del fatto che, se la degenerazione amorale dell’istituto della proprietà privata porta a un sistema distorto ma riformabile, la sua negazione aprioristica, oltre ad essere nei fatti irrealizzabile, può portare solo a sistemi strutturalmente contrari alla libertà e alla dignità umana. 

Dopo un ultimo appello a che la dottrina sociale della Chiesa e l’antropologia cristiana tornino a orientare l’agire pubblico dei fedeli e, dunque, a che «l’evangelizzazione sia preceduta da un’autoevangelizzazione da parte dei credenti, […] con l’intento di scoprire finalmente il da farsi» (p. 275), il libro si chiude con due interventi sulla moralità che sarebbe lecito pretendere dai governanti in materia di imposizione fiscale.

Cimentandosi con problematiche tanto di natura contingente quanto di rilevanza perenne, l’Autore, pur denunciando apertamente il suo radicamento nella Rivelazione cristiana e nella tradizione cattolica, si cura sempre di illustrare le proprie tesi con argomenti di ragione, offrendo così spunti e modelli a quanti, anche oggi, intendono promuovere le verità morali e sociali insegnate dalla Chiesa per il bene comune, ben sapendo che ciò potrà esporli a ingiuste accuse di confessionalismo o di fideismo. 

Marco Drufuca

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