Iniziali e brevi riflessioni sulla presenza pubblica dei cattolici dopo il referendum costituzionale sulla giustizia
di Marco Invernizzi
Spinto dai tanti che hanno letto il mio precedente “I cattolici e il referendum“, mi permetto alcune brevi riflessioni dopo il risultato, che purtroppo ha visto una vittoria netta del NO alla riforma costituzionale proposta dal governo, anche se l’Italia rimane sostanzialmente divisa in due fronti contrapposti, uno di centro-destra e l’altro di centro-sinistra, come è sempre stato dal 1994, quando cominciò l’epoca del bipolarismo che durerà fino al 2013, allorché irruppe nella storia politica il Movimento 5 Stelle. Quest’ultimo, peraltro, si è schierato per il NO a fianco delle altre forze della sinistra, forse un’anticipazione del “campo largo” che potrebbe presentarsi alle ormai prossime elezioni politiche.
Venendo al tema specifico del comportamento dei cattolici in questo referendum, credo siano necessarie alcune premesse.
1. I cattolici sono (siamo) una minoranza, per lo più divisa non soltanto dal punto di vista politico, ma anche per ciò che riguarda l’impostazione culturale.
2. Nonostante nelle diocesi italiane, durante il recente referendum, si sia generalmente percepita una predilezione per il NO, credo che questo non abbia inciso più di tanto sul voto finale, proprio perché la Chiesa italiana da decenni (dal tempo della Presidenza del card. Ruini) ha perso la capacità (e anche la volontà) di incidere sulla cultura del Paese. Può essere che la piccola percentuale di cattolici spinti a votare NO sia stata importante per l’esito finale, ma rimane che il vero problema ormai è la quasi totale assenza della presenza dei cattolici, seppure come minoranza, nella vita pubblica dell’Italia.
3. Se questo è il problema, bisogna individuarne le cause. Un pochino di storia può servire. Il primo grande evento della recente storia italiana che vide un impegno unitario e convinto dei cattolici furono le elezioni del 18 aprile 1948, quando nacque l’Italia post-fascista, cattolica e atlantica, cioè profondamente legata all’Occidente, la Magna Europa. Il grande artefice di quell’evento, dopo Papa Pio XII, fu Luigi Gedda (1902-2000) che con i suoi Comitati Civici portò in dote alla DC quasi cinque milioni di voti rispetto alle precedenti elezioni per l’Assemblea costituente. Non a caso il networkDitelo sui tetti! si è richiamato al Comitato Civico di Gedda nella recente campagna referendaria. Gedda è stato attaccato e umiliato per decenni dalle forze cattoliche progressiste, a partire dagli Anni 50 del secolo scorso, con le ribellioni di Mario Rossi (1925-1976) e Carlo Carretto (1910-1988) prima e poi, negli Anni 60, con la cosiddetta “scelta religiosa” che portò l’Azione Cattolica a un radicale ridimensionamento dopo la grande stagione geddiana. La “scelta religiosa” prevedeva il disimpegno del mondo cattolico dall’impegno politico, giudicato troppo anticomunista, ma nella realtà si tradusse da una parte in una progressiva uscita di scena dei cattolici dalla vita pubblica, dall’altra in un “assegno in bianco” alla DC, in particolare alle sue correnti di sinistra, per quanto riguarda le scelte politiche. I Comitati Civici vennero così “silenziati” (espressione di Gedda) perché costituivano una forma di controllo sull’operato della DC, che il partito non tollerava. Tuttavia, il 18 aprile segnò una vittoria elettorale che non si tradusse in una evangelizzazione della cultura e del costume. Infatti, nei due decenni successivi il mondo cattolico non riuscì a impedire la penetrazione del Pci nelle istituzioni (per esempio la magistratura) e soprattutto non riuscì a evitare la penetrazione del laicismo nella cultura, come denunciarono i vescovi italiani in una Lettera collettiva del 25 marzo 1960, appunto dedicata al laicismo. Il Sessantotto era alle porte e cambierà i connotati del Bel Paese.
4. Il vero “nodo” di quanto si è verificato nella storia del movimento cattolico riguarda la dottrina sociale della Chiesa. Benché giudicata nel 1961 “parte integrante della concezione cristiana della vita” da san Giovanni XXIII nell’enciclica Mater et magistra, la dottrina sociale venne di fatto emarginata completamente in quegli anni e, anche dopo la sua ripresa con il pontificato di san Giovanni Paolo II (1978-2005), non entrerà mai nei programmi pastorali delle diverse realtà del mondo cattolico.
5. Il “nodo” del futuro è proprio questo. I cattolici oggi sono pochi e divisi in una “società plurale”, ma come diceva il card. Angelo Scola lo saranno sempre di più se non affronteranno i problemi perché ritenuti divisivi. Abbiamo una bussola, appunto la dottrina sociale, ma non la studiamo e quindi non ne teniamo conto. Poi ci sono temi opinabili, com’era quello del referendum (benché rilevante per il ruolo di una parte della magistratura nella deriva antropologica in corso), ma ci sono anche temi non opinabili (come vita e famiglia) di fonte ai quali la divisione fra i cattolici permane, perlomeno per quanto riguarda l’intensità dell’impegno. E soprattutto, rimane il tema dell’atteggiamento di fondo: dobbiamo o no impegnarci per costruire “una società a misura d’uomo e secondo il piano di Dio”, come diceva san Giovanni Paolo II?
Mercoledì, 25 marzo 2026
