C’è una data che non viene mai ricordata. Eppure è la più identitaria di tutte
di Marco Invernizzi
Nel discorso di fine anno, il Presidente Mattarella ha cercato in alcuni eventi del passato le ragioni dell’identità italiana, come un bene da trasmettere ai giovani, ai quali ha quindi dedicato la seconda parte del suo breve discorso.
Il Capo dello Stato ha ricordato le elezioni politiche del 1946, che segnarono il ritorno alla democrazia dei partiti e il primo accesso al voto delle donne italiane, oltre che l’elezione dell’Assemblea costituente, che avrebbe prodotto il testo della Costituzione. Nella stessa circostanza si tenne il referendum istituzionale, che vide la vittoria di stretta misura della scelta repubblicana, con il conseguente esilio del Re Umberto.
Indubbia è stata l’importanza di quel voto per il futuro d’Italia, anche se ancora poco chiari rimangono i contorni relativamente all’ipotesi di brogli per “aggiustare” la vittoria della Repubblica. Ne hanno trattato successivamente diversi studiosi e testimoni, fra cui Massimo Caprara (1922-2009), allora segretario personale del segretario del Partito Comunista Palmiro Togliatti (1893-1964) e poi convertitosi alla fede cattolica dopo essere uscito dal Pci nel 1968.
C’è però un altro evento, di poco successivo, che certifica in modo molto più veritiero l’identità italiana: si tratta delle elezioni del 18 aprile 1948. Fu in questa circostanza che gli italiani scelsero liberamente fra l’appartenenza all’Occidente cristiano e democratico e quella al mondo comunista, rappresentato in Italia dal Fronte popolare, composto dall’alleanza fra Pci e Psi, e dall’Urss a livello internazionale. Eppure, questa data non è mai stata celebrata, neppure dai vincitori della Democrazia Cristiana. Lo ha spiegato bene uno storico certamente non appartenente all’ambiente cattolico o anticomunista, Domenico Settembrini (1929-2012): «E’ una realtà dura da digerire per la sinistra, perché significa che se la legittimazione giuridica della nostra democrazia poggia sulla Costituzione, la legittimità più vera e più profonda, quella che scaturisce dal consenso popolare, quella che è espressione di una mentalità, di un modo di sentire prima ancora che di un voto, non ha le sue assise nella Resistenza, ma proprio nel plebiscito del 18 aprile, col quale gli italiani non solo scelsero con piena cognizione di causa l’Occidente, ma respinsero anche l’idea di democrazia consociativa a tempo indeterminato …» (Storia dell’idea anti-borghese in Italia. 1860-1989, Laterza, 1991, p. 439-440).
In effetti, il 18 aprile 1948 rimane la “grande anomalia” della storia italiana (cfr. M. Invernizzi, 18 aprile 1948. L’anomalia italiana, Ares 2007). Fu l’evento politico decisivo, espresso liberamente dal popolo senza incertezze, con oltre il 92% dei votanti, che diedero alla DC la maggioranza assoluta alla Camera. Tuttavia, aveva una caratteristica peculiare: escludeva il fronte socialcomunista dal governo ed esprimeva senza incertezze l’appartenenza dell’Italia al mondo libero, al profondo legame con la Chiesa e con la tradizione cristiana e all’alleanza atlantica con gli Stati Uniti, in quella unità che possiamo chiamare Magna Europa o Occidente. Questa identità sarà una costante nella storia italiana, politicamente basata sull’esclusione dal potere delle forze filo-sovietiche, ma i tentativi di riportare le forze socialcomuniste al governo dopo la chiusura dell’esperimento del CLN, il Comitato di Liberazione Nazionale durante la Resistenza, non cesseranno mai prima con i governi di centro-sinistra degli Anni Sessanta, poi con quelli di compromesso storico dieci anni dopo, infine con i governi di centro-sinistra del Terzo millennio, dopo la fine della Guerra fredda. Ma tutto sommato l’Italia dei conservatori resisterà a tutti questi tentativi di spostare a sinistra il baricentro del Paese.
Tuttavia, non era l’unico aspetto dell’anomalia. Ce ne fu un altro molto interessante. Nelle elezioni del 18 aprile la DC guadagnò quasi cinque milioni di voti rispetto alle precedenti del 1946 e tredici punti in percentuale, grazie al lavoro dei Comitati Civici, fondati da Luigi Gedda (1902-2000) in sintonia con Papa Pio XII (1939-1958). Essi diedero un contributo decisivo, drammatizzando lo scontro elettorale e portandolo a livello di un conflitto di civiltà. Furono un grande esempio di mobilitazione popolare al di fuori dei partiti e per questo verranno “silenziati” dalla stessa DC e anche all’interno del mondo cattolico.
Ecco perché sarebbe stato importante ricordarli almeno oggi, quando dovrebbe essere più facile, non essendoci più in campo né le forze socialcomuniste né il partito democristiano.
Ma evidentemente non siamo ancora pronti per un passaggio del genere.
Quando arriverà questo momento non dimenticheremo l’importanza dei valori nella ricostruzione, perché senza un’identità, anche storica, non si può costruire una comunità di persone veramente decise a condividere il proprio destino.
Lunedì, 5 gennaio 2026
