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Il SÌ del card. Ruini al referendum sulla giustizia

26 Gennaio 2026 - Autore: Marco Invernizzi

La giustizia va riformata. E l’Italia ha sempre bisogno di essere evangelizzata

di Marco Invernizzi

«Voterò sì anch’io» al referendum costituzionale sulla giustizia, che si terrà il 22/23 marzo, ha detto il cardinale Camillo Ruini in una intervista a il Giornale (24 gennaio).

E ha aggiunto che lo farà «con profonda convinzione» perché la «giustizia italiana è in crisi da molto tempo» e «la separazione delle carriere è un primo passo nella giusta direzione, anche se non risolve certo tutti i problemi».

Devo dire che la presa di posizione mi ha sorpreso. Il cardinale poteva starsene tranquillo, dall’alto dei suoi 95 anni, a guardare una situazione politica e culturale che ha sempre osservato e della quale è stato un grande protagonista. Invece no: così come fece durante la lunga presidenza della Conferenza episcopale italiana, che guidò dal 1991 al 2007, Ruini ha voluto nuovamente affermare la sua posizione e spiegarne il motivo, memore della sua celebre espressione: «Meglio contestati che irrilevanti».

Mi permetto di aggiungere alle sue parole, la riflessione che fece sullo stesso Giornale il professor Giovanni Orsina, quando scrisse che il referendum ha tre aspetti da tenere presenti: «Il primo sarà sul merito della riforma. Il secondo sul rapporto fra politica e magistratura. Il terzo, purtroppo ma inevitabilmente, sarà un voto politico pro o contro il governo Meloni».

Per quanto mi riguarda credo di poter affermare che l’intervento del cardinale riguardi soprattutto il secondo aspetto, cioè il fatto che nel corpo sociale italiano esiste una stortura presente non tanto nelle istituzioni, ma certamente nel comune sentire di una parte dell’opinione pubblica e della pressione mediatica, per cui il politico viene guardato come un minus habens, quasi certamente corrotto e senz’altro inaffidabile, mentre un giudice, al contrario, è stato per decenni considerato un eroe nazionale (oggi meno, ma rimane lo strascico degli anni di Tangentopoli).

Da osservatore attento del corpo sociale, il cardinale dice la sua e soprattutto ci mette la faccia, come ha sempre fatto, pensando, appunto, che la Chiesa non può ritagliarsi un piccolo posto tranquillo in un mondo ostile, ma deve cercare di cambiarlo in un “mondo migliore”, anche e soprattutto, aggiungo io, quando si trova a essere una minoranza, come accade oggi.

«Ma chi è il cardinale Ruini?», potrebbe chiedere il giovane cattolico che nel 1985 non era ancora nato. Infatti, mi piacerebbe accostare le parole del cardinale al 1985 perché quello fu l’anno del Convegno ecclesiale di Loreto, quando san Giovanni Paolo II parlò all’intera Chiesa italiana esortandola alla nuova evangelizzazione, senza più dipendere da strutture partitiche ma prendendosi la responsabilità di un’azione diretta sulla cultura e sul costume del Paese. Fu un celebre discorso, che stampammo subito nelle edizioni di Cristianità, cercando di diffonderlo il più possibile in un mondo cattolico ancora legato ai tristi compromessi della Democrazia Cristiana, poco attento alle esigenze dell’evangelizzazione e soprattutto poco convinto che stava per cominciare una nuova stagione, nella quale per conservare i principi fondamentali della fede era necessario assumere un nuovo stile di apostolato, libero dagli schemi del potere democristiano e pieno di amore verso il prossimo, al quale bisognava comunicare ad personam la Verità che salva, senza indugi e senza rispetto umano.

Il cardinale fu il protagonista del tentativo di trasformare la grande proposta del Papa polacco in un “progetto culturale”, che verrà assunto proprio da Ruini come Presidente Cei al Convegno ecclesiale di Palermo dieci anni dopo Loreto, nel 1995.

Sono trascorsi tanti anni da allora. La prima impressione potrebbe essere quella dello scoraggiamento, di fronte alla sproporzione fra la straordinaria testimonianza del pontificato di Giovanni Paolo II e la modestia dei risultati in termini proprio di evangelizzazione. Tuttavia, questa appare come una tentazione, quella di volere sempre e soltanto giudicare la storia dalla visibilità dei risultati quantitativi e a breve distanza. La testimonianza e soprattutto il Magistero di Giovanni Paolo II e dei suoi successori non soltanto rimangono nella storia, ma hanno prodotto e possono continuare a produrre tanti effetti positivi. E’ lo stesso cardinale che nell’intervista ricorda come la questione più urgente oggi rimane quella «dell’evangelizzazione» perché sono «in pericolo i fondamenti stessi della fede».

Ancora oggi, come trenta e quaranta anni fa, la proposta della fede passa attraverso la diffusione del Vangelo e del Magistero, ma anche attraverso la testimonianza di piccole battaglie come quella relativa alla riforma costituzionale della giustizia, voluta da un governo apprezzato dal cardinale e che forse oggi non ci sarebbe senza il suo operato alla guida della Cei per cercare di rendere visibile nella società l’insegnamento di san Giovanni Paolo II.

Lunedì, 26 gennaio 2026

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