
E’ bene ricordare quanto accadde cento anni fa in Messico per comprendere fin dove arrivò la persecuzione laicista contro la presenza pubblica della Chiesa. Ed è bene anche per comprendere come un bambino (José Sánchez del Río) sia arrivato a sacrificare la propria vita per amore del Signore
di Diego Dulcetti
Nella storia raccontata dai nostri libri scolastici ci sono guerre, battaglie, ideologie, talvolta dicerie, ma quasi mai emerge la sequela cristiana del singolo individuo e, quando emerge, molto spesso è in chiave negativa. La guerra cristera, scoppiata cento anni fa in Messico (1926-29), invece, ha dimostrato al mondo la volontà di uomini, donne, anche bambini di seguire Cristo fino alla morte.
Seppur chiamata storicamente “guerra” (1926-1929), è limitante definirla ribellione armata, in quanto fu la risposta di un popolo che non voleva rinunciare a Cristo, alla Chiesa e alle proprie tradizioni.
Dopo la Rivoluzione messicana (1910), il Partito Rivoluzionario Istituzionale, espressione, in realtà, della borghesia creola, contagiata dalle idee più radicali provenienti dal continente europeo (le forze realmente popolari erano state neutralizzate), vedeva la religione cattolica come un ostacolo alla modernizzazione del Messico e, quindi, aveva in mente di costruire uno Stato in cui la Chiesa avrebbe dovuto sparire dalla vita pubblica, sulla base di alcuni articoli della Costituzione varata nel 1917: si trattava dell’imposizione di una ideologia laicista ad un popolo religiosissimo.
Con il presidente Plutarco Elias Calles (1877-1945), in carica dal 1924, la situazione peggiorò ulteriormente: vennero chiuse le chiese, espulsi i sacerdoti stranieri (cioè i missionari europei), proibite le processioni e limitata perfino la celebrazione della Messa. Si arrivò alla situazione per cui, in alcune zone del Messico, i sacerdoti erano rimasti pochissimi, poiché molti erano già stati arrestati o uccisi.
Il governo pensava che il popolo avrebbe accettato tutto in silenzio, ma non andò così, poiché tantissimi cattolici iniziarono a resistere: all’inizio con proteste pacifiche, boicottaggi e associazioni clandestine, ma poi, quando la persecuzione diventò violenta, molti decisero di prendere le armi. Il punto di svolta fu rappresentato dallo “sciopero del culto”, indetto dalla Chiesa messicana il 31 luglio 1926, a causa del quale vennero chiuse le chiese, svuotati i tabernacoli, sospesi i sacramenti (matrimoni, battesimi, cresime e prime comunioni). Le uniche celebrazioni rimasero quelle clandestine, celebrate nelle case private o, comunque, fuori dai luoghi di culto.
Questo passo ha portato alla nascita dei Cristeros: contadini, giovani, operai e famiglie, non soldati professionisti. Molti non avevano mai combattuto prima. Tutti erano, però, armati dell’amore di Cristo e il loro emblematico grido, che gli varrà il nome stesso, era: «¡Viva Cristo Rey!». Non era uno slogan politico, ma una dichiarazione di fede: significava che Cristo è Re non solo delle singole persone, ma anche dell’intera società. Anche la Rivoluzione messicana voleva costruire un mondo senza Dio, dove tutto dipendeva dallo Stato, dalla politica o dalle mode del momento: ma questo progetto si scontrò, come detto, con la popolazione, rimasta largamente cattolica.
I cristeros prima delle battaglie pregavano il rosario, portavano immagini della Vergine di Guadalupe e scapolari sul petto e si confessavano. Emblematico è il testo di un loro inno, di cui riporto la traduzione:
«La Vergine Maria è la nostra protettrice, la nostra difenditrice, non c’è nulla da temere;
siamo cristiani e siamo messicani;
guerra, guerra contro Lucifero.
A migliaia i tuoi figli sono caduti, dilaniati,
ed erano soldati di Cristo nostro Re,
ma i proiettili hanno dato loro vita e ali, e sono volati e ora sono ai tuoi piedi.
Gesù e Maria proteggono l’innocenza, e la loro grande misericordia vince il tentatore.
In cielo, in cielo andremo cantando:
Viva! Viva Gesù, amore nostro!
Oh Regina del Cielo, purissima Maria, mia tenera Madre, oh Vergine senza eguali!
Salva i tuoi figli, difendili e proteggili, morte, morte al drago infernale.
Il tuo nome benedetto, Vergine di Guadalupe, da quando l’ho appreso, mi ha rubato il cuore;
concedi, Madre mia, che nella mia agonia finale io possa pronunciarlo con immenso amore.
Quando mi guardi, Vergine dalla pelle scura, sento la mia anima colmarsi di amore celeste;
guardami sempre, senza lacrime né veli, con quegli occhi pieni di sincerità».
(https://www.mexicoguadalupano.com/la-virgen-maria/)
Questo inno dimostra la fede e la fiducia di un popolo che confidava in Maria e nel Signore: fra gli esempi più eclatanti della guerra cristera merita di essere ricordata la straordinaria figura di san José Sánchez del Río (1913-1928), così come viene raccontata nel bel libro di Luis Laureán Cervantes: Un piccolo testimone di Cristo re. San José Sánchez del Río, martire cristero, edito nel 2017.
José era nato nel 1913 a Sahuayo, in una famiglia cattolica. Quando iniziò la persecuzione era ancora un ragazzo, però vedeva sacerdoti uccisi, chiese chiuse e persone perseguitate soltanto a causa della loro fede: aveva appena tredici anni quando chiese di unirsi ai Cristeros.
All’inizio i comandanti non volevano accettarlo perché era troppo giovane, ma José insisteva continuamente: diceva che voleva dare la sua vita per Cristo Re e, alla fine, lo accettarono come aiutante.
Durante uno scontro armato con l’esercito governativo messicano, avvenne un episodio diventato famosissimo: il cavallo del generale cristero Prudencio Mendoza venne ucciso e José gli diede il proprio per permettergli di scappare: purtroppo rimase indietro e venne catturato, incamminandosi, così, verso il suo martirio. I soldati cercarono in tutti i modi di farlo cedere, promettendogli la libertà se avesse rinnegato Cristo e l’ideale cristero, ma José rifiutò sempre.
Fu rinchiuso nella chiesa in cui era stato battezzato, trasformata in prigione e stalla, picchiato, insultato e umiliato, ma continuava a pregare e a ripetere continuamente: «Viva Cristo Re!».
Decisero quindi di torturarlo pubblicamente con metodi difficili persino da raccontare, anche per spaventare la popolazione: ma José non temeva la morte e gridò fino all’ultimo: «¡Viva Cristo Rey y Santa María de Guadalupe!».
José era un bambino, ma aveva già l’età per sacrificare consapevolmente la propria vita e accettare il martirio che Dio gli stava offrendo.
La Chiesa, riconoscendo il suo martirio in odium fidei, ne promosse la beatificazione, che arrivò nel 2005 con Benedetto XVI (2005-13), seguita dalla canonizzazione, con Papa Francesco (2013-25), il 16 ottobre 2016 in piazza San Pietro, a seguito della guarigione scientificamente inspiegabile di Ximena Guadalupe Magallón Gálvez, che, colpita da un grave ictus pochi mesi dopo la nascita, è tornata alla completa normalità dopo l’intercessione al beato giovane José.
La canonizzazione lo ha reso un esempio per i cristiani, per i messicani e per i giovani: un quattordicenne con ideali enormi, senza potere, soldi o fama, ma con fede, coraggio e coerenza.
La Guerra Cristera ci ricorda che la fede non è solo un sentimento personale, ma qualcosa che può trasformare una società intera, che esistono valori per cui vale la pena combattere e che fra chi si oppose alla violenza dello Stato messicano allora c’erano molti mossi dall’amore per Dio, per la verità, la giustizia e la libertà religiosa e per custodire la propria civiltà.
Il sacrificio di José Sánchez del Río continua ancora oggi a parlare a chiunque abbia il coraggio di non piegarsi al conformismo del proprio tempo: per questo il motto dei Cristeros non è stato gridato invano.
Martedì, 7 luglio 2026
