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La Cina contro i cristiani

25 Maggio 2026 by Marco Invernizzi

Una storia di persecuzione che non viene diffusa. In nome del business si continua a ignorare la libertà religiosa

di Marco Invernizzi

Quando si parla della Cina, si fa sempre riferimento al business. Vengono in mente le auto elettriche, che costano la metà delle altre, e in generale il tanto “made in China” che vediamo scritto su tanti, troppi prodotti. Ma la Cina non è soltanto la grande potenza economica che sfida gli Usa.

La Cina è un Paese dove la libertà religiosa viene negata, dove i cristiani sono perseguitati, almeno quelli che non accettano il cristianesimo in versione cinese. La storia che Giulio Meotti ha raccontato sul Foglio del 18 maggio (La guerra della Cina contro Dio) è una delle tante, molte delle quali non vengono raccontate e, quando lo sono, non vengono recepite.

Un pastore protestante, Ezra Jin, a capo di una chiesa domestica sotterranea chiamata “Zion Church”, che ha raggiunto diecimila fedeli, viene arrestato il 10 ottobre 2025 dalle autorità cinesi. Era ritornato in Cina con la famiglia dagli Stati Uniti perché la sua comunità aveva bisogno di lui per sopravvivere. Ha aiutato a crescere i fedeli cristiani della sua comunità e questo gli è costato l’arresto. La figlia, però, che si chiama Grace Drexel, era riuscita a scappare all’estero con il marito, in Corea del Sud e quindi negli Usa, dove è venuta a conoscenza dell’arresto del padre e, da lì, continua a sostenere la comunità usando i mezzi tecnologici adeguati. Meotti scrive che è riuscito a ottenere «ore di interviste con Jim registrate dai Drexel a settembre 2025, un mese prima del suo arresto. Ho visto filmati mai pubblicati della polizia cinese che arresta cristiani. Ho ascoltato audio di interrogatori della polizia e letto quasi una dozzina di testimonianze di chi ha assistito in prima persona agli arresti e alle incursioni nelle chiese».

La storia del pastore Jim è una di quelle che suscitano speranza e indignazione. Speranza perché la sua è stata la storia della conversione di un giovane cinese che ha capito le menzogne del governo sulla strage degli studenti in piazza Tienanmen nel 1989, quando vennero massacrati dall’esercito decine di migliaia di studenti che chiedevano la libertà e la democrazia. Dopo di che ha cominciato a frequentare le comunità cristiane protestanti, che si riunivano discretamente, ha conosciuto la futura moglie Anna e, insieme, sono approdati alla fede. Nel 1992 si sono sposati e lui ha cominciato a frequentare il seminario teologico Yanjing a Pechino, diventando poi uno dei pastori più influenti della Cina. Frustrato dai continui, esasperanti controlli a cui l’attività della sua comunità era continuamente sottoposta, se ne è andato in California con la famiglia, salvo poi ritornare quando ha capito che in Cina era il suo posto, dove lo chiamava il Signore. Quindi, dopo il suo ritorno, l’arresto.

Speranza, dunque, perché esistono ancora uomini che non hanno paura di testimoniare la fede anche a costo della libertà e della vita. Ma anche indignazione, perché queste testimonianze non vengono riprese e diffuse, non suscitano le proteste che meriterebbero e non portano alla richiesta di condizionare il business al rispetto della libertà religiosa.

Oggi, per la verità, sembra che il Presidente Trump abbia chiesto a Xi di liberare il pastore durante l’ultimo faccia a faccia, ma non ci sono grandi speranze. Per quanto riguarda i fedeli cattolici, la Santa Sede ha in corso con il governo comunista un Accordo dal 2018, di cui non si conoscono i particolari, ma che non sembra dare grandi risultati. L’accordo era nato dalla nobile intenzione del Papa di porre fine alla divisione dei fedeli cattolici separati in due chiese, quella “patriottica” controllata dal regime e quella clandestina fedele al Papa, e anche di garantire una protezione giuridica ai fedeli cinesi. Il costo, però, è molto alto, perché il regime si intromette nelle nomine dei vescovi e influenza inevitabilmente la pastorale della Chiesa. Inoltre, sembra che la persecuzione non sia diminuita, al contrario.

Il risultato, comunque, è che della mancanza di libertà religiosa in Cina non si parla. Notizie come questa meriterebbero di uscire sulle prime pagine dei giornali, e ce ne sarebbero molte, ma pochi hanno l’interesse e il coraggio di renderle pubbliche. Eppure, per quanto riguarda la libertà politica, pensate che fine ha fatto Hong Kong sotto il controllo della Cina: semplicemente l’opposizione è stata silenziata, l’editore cattolico quasi ottantenne Jimmy Lai è stato condannato nel febbraio di quest’anno a vent’anni di prigione, praticamente a morire in galera. Anche il Papa ha detto che non ne può parlare, pur avendo ricevuto in udienza privata la moglie e la figlia dell’editore in carcere.

Il tema è molto controverso. C’è chi dice che soltanto una presa di posizione pubblica che denunciasse queste violazioni potrebbe spingere la Cina a liberare le sue vittime, oppure ad attenuare la persecuzione. Altri dicono, al contrario, che il Paese comunista inasprirebbe ulteriormente il suo atteggiamento anticristiano.

Difficile valutare una situazione che già si verificò decenni or sono davanti all’Ostpolitik vaticana, durante la Guerra fredda, che appunto partiva dal presupposto che il comunismo avrebbe vinto comunque e, quindi, era necessario trovare un compromesso. San Giovanni Paolo II la pensava diversamente, non tanto perché ostile alla Ostpolitik, ma perché contrario a come veniva praticata. Ai popoli sottomessi bisognava rivolgersi direttamente e  dire loro semplicemente la verità, senza peraltro entrare direttamente in polemica col regime, anzi, cercando un dialogo che permettesse ai cattolici di avere un minimo di visibilità e, al Papa, di parlare al popolo. Questo avvenne in Polonia e, così, il regime polacco cadde sotto la spinta della popolazione, nonostante il colpo di Stato comunista del generale Wojciech Jaruzelski (1923-2014), nel 1981, e un braccio di ferro con il regime che durò fino al 1989.

Certo, la Cina non è la Polonia, immaginare una rivolta anticomunista in Cina come quella di Solidarnosc è impensabile, almeno oggi. Eppure, senza la verità non è immaginabile che arrivi la libertà, neppure fra cent’anni. Spesso noi sottovalutiamo l’efficacia liberatoria della verità, anche quella semplicemente dei fatti. Soprattutto eviteremmo che l’ingiustizia e la sopraffazione la facessero sempre da padrone.

Abbiamo detto di Hong Kong e della sua triste fine, ma a Taiwan rischiano lo stesso risultato. Leggo sul Corriere della Sera del 24 maggio che «il segretario alla Marina (cinese) Hung Cao ha annunciato al Congresso che gli Stati Uniti metteranno “in pausa” gli aiuti militari per Taiwan». E’ mai possibile? Un pacchetto di 11 miliardi di dollari già varato, più un altro di 14. sono stati sospesi in nome del business con la Cina? E’ normale? E soprattutto, è questa la pace? O meglio, sarebbe dire che è la pace dei “morti”, come si diceva durante l’Ostpolitik con l’Unione Sovietica?

Lunedì, 25 maggio 2026

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