Dopo la pubblicazione della prima enciclica di Leone XIV si sono manifestate diverse interpretazioni del testo, a volte critiche. Ma la cosa peggiore sarebbe dimenticarla da parte dello stesso mondo cattolico
di Marco Invernizzi
Il Papa ha fatto la sua parte, quella fondamentale. Adesso tocca a noi, al popolo di Dio, mettere in pratica. Tocca ai vescovi, ai sacerdoti, ai laici, ai movimenti e alle associazioni tradurre in formazione, in catechesi, in cultura, insomma, questo documento così importante.
Magnifica humanitas non è soltanto un’enciclica sull’intelligenza artificiale (IA), ma un nuovo documento che viene ad arricchire la dottrina sociale della Chiesa, «parte integrante della concezione cristiana della vita», come ha scritto san Giovanni XXIII nel 1961, nell’enciclica Mater et magistra.
Basta leggerla (e studiarla, cioè rileggerla molte volte) per rendersi conto che siamo di fronte a un nuovo capitolo della lunga storia della dottrina sociale. Quest’ultima, infatti, si articola in tre passaggi, indicati nell’enciclica Sollicitudo rei socialis (1987) di san Giovanni Paolo II: «principi di riflessione», «criteri di giudizio», «direttrici di azione», a cui vale la pena aggiungere, con lo stesso Pontefice, che «continuità e rinnovamento sono una riprova del perenne valore dell’insegnamento della Chiesa».
Ora, nei primi due capitoli di Magnifica humanitas, Leone XIV rilegge il magistero sociale dalla Rerum novarum (1891) a oggi e riassume i principi fondamentali della dottrina sociale: bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà e solidarietà, giustizia sociale. Nei successivi capitoli entra nel merito dell’attualità, indicando il motivo che lo ha spinto a scrivere questo testo, cioè appunto l’irrompere dell’intelligenza artificiale nella storia dell’umanità. E così espone i criteri di giudizio con cui deve essere affrontata questa importante rivoluzione digitale, così come venne affrontata la rivoluzione industriale con le sue conseguenze nella Rerum novarum. Entrambe le situazioni, infatti, rappresentano dei “cambi d’epoca”, per usare le parole di Papa Francesco, e qui sta la loro importanza perché incidono sui cambiamenti umani, sul modo di pensare e di vivere degli uomini e, quindi, sulla possibilità della loro salvezza e santificazione. Da qui l’interesse della Chiesa per la questione sociale, perché «dalla forma data alla società, consona o no alle leggi divine, dipende e s’insinua anche il bene o il male delle anime», come scriveva Pio XII nella festa di Pentecoste del 1941, nel 50° anniversario della Rerum novarum. Così il Magistero arriva a occuparsi dell’IA perché ravvisa la straordinaria opportunità che essa rappresenta, ma anche i pericoli insiti nella trasformazione culturale e sociale che sta già promuovendo. Analogamente fece Leone XIII di fronte al cambiamento della sua epoca, certamente in seguito alla rivoluzione industriale, ma non soltanto. Infatti, il Papa impresse uno sviluppo straordinario al Magistero sociale con una serie numerosa di encicliche e di altri documenti, ognuno dei quali si occupava di un aspetto della società “toccato” dalle “cose nuove”, in seguito alla Rivoluzione francese e al passaggio da una società ancora sostanzialmente legata ai valori cristiani (almeno nominalmente) a un tipo di società che si stava allontanando da essi sotto la pressione delle ideologie rivoluzionarie. Nacque così il corpus leoninum, come lo ha chiamato fra gli altri Augusto Del Noce (1910-1989): un vero e proprio progetto di ricostruzione della società invasa dalle ideologie.
Leone XIV fa oggi lo stesso lavoro: che cos’è l’IA, quanto potrebbe incidere sulla vita dei nostri contemporanei, come li può aiutare e quali rischi comporterebbe un atteggiamento imprudente verso di essa, che non cercasse di prevenire il rischio di essere abbandonata a se stessa, senza un intervento umano per controllarla e dirigerla? Sono questi i temi affrontati negli altri tre capitoli dell’enciclica, alla luce dello scontro fra le due città, come insegnava s. Agostino, quella di Dio (la civiltà dell’amore) contro quella del demonio (la cultura della potenza).
Sull’enciclica si sono sprecate, come al solito, diverse letture, qualcuna addirittura precedente la sua pubblicazione, dalle quali si evince che non l’avevano proprio letta. E’ stato scritto che non coglie le vere priorità dell’azione evangelizzatrice della Chiesa, come se spettasse agli intellettuali stabilire quali siano le priorità pastorali.
Indubbiamente l’enciclica ha i suoi nemici, più o meno consapevoli. Sono suoi nemici quanti, fra i cattolici con responsabilità pastorali (non solo vescovi e preti, ma anche i laici dirigenti di gruppi, associazioni e movimenti), la chiuderanno in un cassetto senza neanche averla letta. Sono ancora peggiori quelli che le daranno la loro interpretazione, rifiutando sostanzialmente (pochi arrivano a contraddirla apertamente, ma qualcuno c’è stato) la lettura offerta dal Papa nei discorsi successivi alla pubblicazione, oltre che nel testo stesso. Altri continueranno a contrapporre l’annuncio di Cristo alla dottrina sociale, dimenticando quanto il Magistero ha detto negli ultimi decenni, soprattutto dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi, proclamando la necessità di una “nuova evangelizzazione” che ha bisogno dell’annuncio così come dei contenuti dottrinali.
La nuova evangelizzazione ha bisogno dell’Evangelii nuntiandi di san Paolo VI (1975), perché la fede venga ritrovata dagli uomini che l’hanno perduta e, così, possa diventare cultura superando la tragedia del nostro tempo, appunto la frattura fra Vangelo e cultura. Ma ha bisogno anche che chi si converte, ritornando a Cristo, trovi una proposta dottrinale solida, vera, anche per quanto riguarda i problemi sociali e politici del nostro tempo. E nel caso specifico, conosca come meglio usare l’IA per aiutare il mondo a non perdersi ulteriormente, ma a ritrovarsi ritrovando il Signore.
Sarà possibile tutto questo? Dipende dai disegni di Dio, ma anche un poco dalla nostra disponibilità.
Lunedì, primo giugno 2026
