La socialdemocrazia fabiana, “new look” dell'”opzione socialista”

Alleanza Cattolica 30 anni fa
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Giovanni Cantoni, Cristianità n. 186 (1990)

Alternativa vera e alternativa falsa al “socialismo scientifico” Quesiti di fondo e grandi prospettive relativamente al mondo di là dalla Cortina di Ferro — a partire dall’Unione Sovietica — e, più in generale, al mondo intero: dal “socialismo scientifico” a quello “fabiano”, nel tentativo di vanificare consistenti spinte “neo-conservatrici”.

 

1. Il 20 febbraio 1990, a Parigi, alla Sorbona, si è tenuto un convegno sul tema Ou va l’Est?, organizzato da Libération, Antenne 2, Europe 1, Journal des Élections, El País, Frankfurter Rundschau, la Repubblica, The Indipendent, Beszelö, Gazeta Wyborcza, Zidove Noviny e Les Nouvelles de Moscou: dopo un saluto del rettore de l’Académie e cancelliere delle Università di Parigi, Michèle Gendreau-Massaloux, ha aperto i lavori il primo ministro della Repubblica Francese, Michel Rocard, e alla discussione hanno partecipato il primo ministro rumeno, Petre Roman, il presidente dell’Internazionale Socialista, Willy Brandt, il direttore del quotidiano polacco Gazeta Wyborcza e deputato alla Dieta, Adam Michnik, il ministro degli Esteri della Repubblica Italiana, Gianni De Michelis, il segretario generale del PDS, il Partito del Socialismo Democratico — ex SED, il Partito di Unità Socialista, cioè comunista — della Repubblica Democratica Tedesca, Gregor Gysi, il capo del gruppo parlamentare laburista britannico, Roy Hattersdley, nonché — insieme a filosofi, sociologi e storici di numerosi paesi europei — una nutrita delegazione dell’Unione Sovietica, di cui faceva parte — fra altri — anche Aleksandr Tsipko, vicedirettore e docente di filosofia all’Istituto di Economia del Sistema Socialista Mondiale (1).

Nel giugno del 1990, in un’intervista su “”l’opzione socialista” nella teoria e nella pratica”, raccolta dal giornalista politico Valeri Vyjutovic, lo stesso Aleksandr Tsipko, di fronte alla situazione del mondo oltre la Cortina di Ferro — un mondo che sta vivendo una sorta di dopoguerra in quanto sta faticosamente tentando di uscire dalla guerra fatta alla natura, umana e non, dall’utopia socialcomunista — e con implicito riferimento a propositi espressi in occasione del convegno parigino, afferma: “Le speranze di Brandt e di Rocard di vedere la socialdemocrazia conquistare tutta l’Europa sono illusorie.

[…] nessuna previsione sulla prossima socialdemocratizzazione dell’Europa Orientale si è rivelata fondata. Tutti questi paesi passano dal comunismo al neo-conservatorismo oppure al neo-liberalismo, saltando la socialdemocrazia. In questo vi è una logica. Quando si è portati a ripartire da zero, è meglio appoggiarsi sui valori e sui princìpi antichi, provati dai secoli. Il conservatorismo che punta sulla famiglia, la proprietà, l’impresa privata, la religione, la coscienza nazionale permette di accelerare il ristabilimento della vitalità della società. Questo spiega la popolarità del conservatorismo. La socialdemocrazia ha ancor meno possibilità di prosperare da noi [in Unione Sovietica]. […]

“I nostri nuovi ideologi […] [garantiscono] che i sovietici […] restano in maggioranza fedeli all’ideologia comunista, e che sono nemici convinti della proprietà privata. Tutto questo deriva da una cattiva conoscenza della realtà, dalla perdita di contatto con le masse popolari. […]

[…] La gente non teme né la proprietà privata né il capitalismo, ha paura di non avere la sua parte. Date a ciascuno di loro in privato possesso anche un solo pezzo tolto alla collettività e diventerà difensore feroce della proprietà privata” (2).

È difficile essere più chiari ed esprimere con maggiore sinteticità i termini di un grande problema, offrendo nel contempo utili elementi di giudizio. Infatti, al quesito che angoscia molti e che riguarda la fine o meno del socialcomunismo oltre la Cortina di Ferro — e, soprattutto, oltre la cortina eretta dall’informazione occidentale, che è sempre meno facile distinguere dalla propaganda allo stato puro — il paradigma sapienziale risponde così: “Soltanto quando in un luogo tornano a fiorire i valori e i princìpi provati dai secoli, cioè la famiglia, la proprietà, l’impresa privata, la religione e la coscienza nazionale, in quel luogo il socialcomunismo è certamente morto. In caso diverso…”.

 

2. La “sentenza” del filosofo sovietico richiama immediatamente quanto scriveva nella seconda metà degli anni Settanta il matematico russo Igor Rostislavovic Safarevic: poiché “con il termine “socialismo” si designano spesso due fenomeni completamente differenti: a) la teoria e il conseguente appello a un programma di rinnovamento della vita; b) un regime sociale realmente esistente nello spazio e nel tempo” (3), il problema della definizione del socialismo […] non in modo formale, ma chiarendo almeno cosa intendiamo noi con questo termine []

[…] s’intreccia con quello della sua esistenza come categoria storico-universale. […]

“Incominceremo dunque — proseguiva l’eminente scienziato — con l’enumerare i principî fondamentali che si presentano nell’attività degli Stati socialisti e nell’ideologia delle dottrine socialiste […].

“1. Abolizione della proprietà privata

[…]

“2. Abolizione della famiglia

[…]

“3. Distruzione della religione

[…]

“4. Comunitarismo o uguaglianza (4).

Svolgendo un pregevole sforzo ermeneutico, Igor R. Safarevic notava poi come […] tutti gli elementi che rientrano nell’ideale socialista (abolizione della proprietà privata, della famiglia, della gerarchia, avversione per la religione) possono essere intesi come manifestazioni di un unico principio fondamentale: la repressione dell’individuo” (5); e concludeva che “interpretare il socialismo come una manifestazione dell’istinto d’autodistruzione dell’uomo aiuta a capire la sua ostilità verso l’individualità, e la sua volontà di distruggere le forze che sostengono e rafforzano questa individualità: la religione, la cultura, la famiglia, la proprietà individuale” (6). Ma ammoniva che “il termine “ateismo” — opportunamente evocato a proposito di un programma così radicalmente distruttore — non deve essere applicato alle persone conquistate dalla visione socialista del mondo, perché questo potrebbe ingenerare confusione, non si dovrà parlare quindi di ateismo ma di teofobia. Tale infatti è l’atteggiamento del socialismo verso la religione, appassionato e intriso d’odio. Certamente il socialismo è collegato alla perdita del senso religioso, ma non si può ridurlo solo a questo. Il posto occupato una volta dalla religione non è rimasto vuoto e ha accolto un nuovo inquilino. Qui ha origine quel principio attivo del socialismo che determina appunto il ruolo storico di questo fenomeno” (7).

 

3. L’affermazione di Aleksandr Tsipko sarebbe semplicemente il richiamo nell’ipotesi della tesi doviziosamente illustrata da Igor R. Safarevic se il filosofo sovietico enunciasse la sua “regola d’oro” in polemica e per contrasto con l’esperienza socialcomunista, nel qual caso la sua affermazione potrebbe sembrare perfino troppo facile e oggi troppo evidente. Invece, la polemica e il contrasto sono con quelle che lui stesso chiama le “speranze” dei socialdemocratici, che quindi non contrappone alle speranze dei socialcomunisti, ma — anch’esse e piuttosto — a quei valori e a quei princìpi “provati dai secoli”.

Dunque, nel passaggio — non mai facile — dalla “teoria” alla “pratica”, sembra che Aleksandr Tsipko si lasci “distrarre” dal “neo-conservatorismo” e dal “neo-liberalismo” — cui, per altro, non dà seguito e che pare introdotto esclusivamente per ragioni d’argomentazione, comunque interpretabile come “conservatorismo depauperato”, cioè già privato di un cospicuo numero di valori —, e che cada platealmente e miseramente, non cogliendo la vera natura dell’alternativa storica, quella fra “democrazia” e “totalitarismo” come alternativa fra socialdemocrazia e socialcomunismo o “socialismo reale”.

Purtroppo la caduta è soltanto apparente: infatti, lo soccorre il pastore luterano sudafricano Edward Cain che — anch’egli in modo molto sintetico e, quindi, pure esso tendenzialmente sapienziale —, chiedendosi perché Nelson Mandela è tanto popolare in Occidente, afferma che la risposta deve essere cercata nel fatto che il socialismo è… trino: scientifico, fabiano e nazionale. Dopo non più di cenni al nazionalsocialismo e al socialismo scientifico — nell’evidente ipotesi che tutti li conoscano o, meglio, presumano di conoscerli adeguatamente —, egli traccia brevemente una storia del socialismo fabiano. Questa branca del socialismo trae il suo nome da “la Fabian Society […] fondata a Londra nel 1884 dall’economista Sidney Webb e da sua moglie, Beatrice. Entrambi ebbero influenza sullo sviluppo del movimento laburista britannico. La loro brillante descrizione della Rivoluzione bolscevica e delle riforme sovietiche, soprattutto dopo la loro visita nell’URSS nel 1922, ebbe una grandissima importanza nel coltivare il sostegno al regime sovietico in Gran Bretagna e in altri paesi. Anche il drammaturgo George Bernard Shaw e lo scrittore H[erbert] G[eorge] Wells, entrambi membri eminenti della Fabian Society, ritornarono dall’URSS pieni di lodi per Stalin e l’”esperimento sovietico”. Un altro fabiano, l’economista James Maynard Keynes, fu il capo della rappresentanza britannica alla conferenza di Bretton Woods (1944) da cui è nata l’istituzione del Fondo Monetario Internazionale.

“I fabiani non hanno mai costituito un movimento politico, pensando che avrebbero potuto esercitare meglio la loro influenza attraverso la penetrazione nei partiti politici esistenti, nelle istituzioni scolastiche e nell’amministrazione pubblica. Tuttavia, nel 1895, fondarono la London School of Economics.

“La tradizione fabiana — prosegue Edward Cain — continua a vivere nel British Royal Institute of International Affairs e le sue organizzazioni sorelle nelle nazioni del Commonwealth, come il South African Institute of International Affairs. In America, si trova nel [CFR, il] Council of Foreign Relations e nella Commissione Trilaterale.

“Benché l’attuale numero di soci del CFR sia soltanto di 2440, tutti i 14 segretari di Stato degli Stati Uniti (affari esteri) dalla sua fondazione nel 1921 ne sono stati membri. Questo fatto ha dato all’organizzazione un’influenza senza pari sulla politica estera americana e quindi la possibilità di influenzare altri paesi esercitando pressioni su di essi. Il CFR ha fornito inoltre 14 segretari al Tesoro, 11 segretari alla Difesa e un gran numero di dirigenti dipartimentali federali, indipendentemente da quale partito è al potere. Altri membri sono eminenti personalità nel mondo degli affari (soprattutto banchieri), dell’amministrazione, della giustizia e dei mass media. Si entra soltanto per invito.

“Nel suo monito al Senato americano nel dicembre del 1989, il senatore Jesse Helms disse che dal punto di vista globalistico del CFR “le attività delle forze finanziarie e industriali internazionali sarebbero orientate a mettere in essere un programma di unità mondiale con la convergenza dei sistemi sovietico e americano come suo elemento centrale” (The Shadows of Power [Le ombre del potere], p. 15)” (8).

Ritornando a fatti noti — o che almeno oggi dovrebbero essere tali e costituire premesse per la formulazione di ogni giudizio politico —, il pastore luterano sudafricano osserva che “il socialismo scientifico ha creato nell’Europa Orientale stagnazione economica, profonda povertà e popoli scoraggiati e ha ridotto questi paesi del Primo Mondo allo stato del Terzo Mondo. Per mantenervisi al potere e riconquistare il sostegno del popolo, sta cambiando la sua immagine e il suo nome. Ora chiama sé stesso “socialismo democratico”, ma la sostanza resta la stessa.

“L’influenza del socialismo fabiano è derivata dai capitali dell’Occidente, dalle sue università, dai suoi media e dalle sue Chiese. Screditando lo status quo e rendendo il socialismo intellettualmente rispettabile, i fabiani hanno spesso preparato la strada all’insediamento di marxisti violenti. Perciò la differenza fra fabiani e marxisti riesce spesso sfocata. La confusione delle linee fra queste due forme di socialismo è accresciuta dagli agenti d’influenza sovietici.

“Probabilmente la cosa più importante è che la meta comune di entrambe le forme di socialismo è costituita dalla costruzione di un Nuovo Ordine Mondiale diretto da un governo mondiale unico. Il CFR ha da tempo identificato nel nazionalismo come sovranità di ciascuna nazione il maggior ostacolo alla realizzazione di questa meta. Perciò fin nel lontano 1953 il professor Robert Osgood scriveva: “L’estrema forma di idealismo è l’autosacrificio nazionale, che richiede il deliberato cedimento del proprio interesse da parte di ciascuna nazione per amore delle altre nazioni e degli altri popoli oppure per amore di qualche principio morale o meta universale” (Conspiracy: A Biblical View, p. 71)” (9).

 

4. Dunque, venendo ai nostri giorni e parlando del mondo oltre la Cortina di Ferro, si può dire che sta venendo “fuori dal socialismo” oppure si deve sostenere che sta passando “da socialismo a socialismo”?

Comunque, con che cuore mettere sullo stesso piano il socialismo nazionale, quello scientifico e quello fabiano? Trascuro il nazionalsocialismo, limitandomi al socialcomunismo e al socialismo democratico o socialismo fabiano, al cui proposito cito una conclusione inquietante di A. B. Ulam secondo il quale “l’idea della “moderazione” della ricetta fabiana per il socialismo è giustificata soltanto finché si tratta del metodo e del ritmo proposti per la realizzazione del programma. Ma allorché si passa all’obiettivo economico finale, la società che emergerebbe in conformità al dettato degli Essays non dispiacerebbe a un marxista” (10).

Per meglio intendere quanto afferma l’autorevole studioso del pensiero socialista inglese — quindi per meglio intendere anche l’uso dell’aggettivo “fabiano”, assunto come sinonimo di “gradualistico” e ricavato dal nome dell’uomo politico dell’antica Roma Quinto Fabio Massimo detto il Temporeggiatore — credo basti segnalare che il […] processo di concentrazione capitalistico riceve dai fabiani una valutazione caratteristicamente positiva in quanto sembra loro preparare la via al socialismo […]: accentuandosi, col crescere delle dimensioni dell’impresa, la separazione tra l’elemento formale della proprietà, nelle mani di un gruppo di azionisti, più o meno ristretto, ma comunque interessato esclusivamente a percepire dividendi, e quello sostanziale, ai fini dell’andamento economico, della gestione, sempre più affidata a manager stipendiati, risulta corrispondentemente agevolato il compito dello stato, che si proponesse di subentrare progressivamente nella proprietà del capitale industriale e finanziario della nazione. “Più di un terzo dell’intera attività economica inglese — rileva compiaciuto Webb — misurata sulla base del capitale impiegato, viene oggi esercitata in forma di società per azioni, i cui titolari potrebbero essere espropriati dalla comunità senza causare maggior disturbo nell’andamento delle industrie interessate di quello prodotto dagli acquisti di pacchetti azionari che si realizzano quotidianamente alla borsa valori” [S. Webb, Historic, in G. B. Shaw (a cura di), Fabian Essays in Socialism, Londra 1889 (reprint Peter Smith, Gloucester, Mass., 1976), p. 67]. La trasformazione della figura del capitalista, da enterpreneur, costoso ma indispensabile agente del progresso economico, a ozioso rentier, rimpiazzato, in tutte le funzioni socialmente utili, dai manager alle sue dipendenze, così come un tempo i rois fainéants erano stati spodestati dai propri maestri di palazzo, è, agli occhi dei fabiani, un fatto pressoché compiuto, almeno per quanto riguarda la grande industria” (11); ma, soprattutto, è un fatto auspicato nella prospettiva che […] prevede che lo stato democratico, dopo aver sperimentato l’inefficacia dei controlli esercitati dall’esterno sui grandi monopoli privati [“l’enorme concentrazione di potere nelle mani di pochi privati cittadini”], tagli il nodo gordiano della proprietà privata dei mezzi di produzione trasformandosi in stato socialista” (12).

 

5. Stando così le cose, la regola d’oro suggerita da Aleksandr Tsipko non vale forse anche per l’Occidente? Anzi, benché il socialismo scientifico abbia avuto un brutto tracollo — ma non si deve assolutamente dimenticare la condizione del popolo albanese né di quelli cubano, cinese e del Sud-Est Asiatico —, non vale ormai per tutto il mondo? Perciò l’alternativa vera non è quella reiteratamente proposta dalla “malsana utopia”, dalla “rivolta” e dall’“empietà” (13), romantica oppure razionalistica, cioè fra questo o quel socialismo, per quanto con sopravviventi venature del liberalismo necessario come premessa e come strumento per la sua realizzazione, ma fra socialismo e verità sociale, qualunque sia la forma di socialismo proposta, quella “democratica” non esclusa.

Ma — come in un romanzo a puntate — riusciranno le nazioni, naturalmente, benché disordinatamente, attratte dalla verità sociale, a sottrarsi a “l’influenza del socialismo fabiano [che] deriva dai capitali dell’Occidente, dalle sue università, dai suoi media e dalle sue Chiese”, che in genere trascurano il monito di Papa Pio XI secondo cui il socialismo, anche moderato, è sempre socialismo e non si può essere insieme buoni cattolici e veri socialisti (14)?

 

Giovanni Cantoni

 

 

Note:

(1) Cfr. Ou va l’Est?, in Les Nouvelles de Moscou, n. 10 (2269), 10-3-1990.

(2) Aleksandr Tsipko, Le destin d’une idée, intervista a cura di Valeri Vyjutovic, ibid., n. 24 (2283), 17-6-1990.

(3) Igor Rostislavovic Safarevic, Il socialismo come fenomeno storico mondiale, con una presentazione di Aleksandr Solzenicyn, trad. it., “La Casa di Matriona”, Milano 1980, p. 17. Del suo studio — notevolissimo benché in qualche parte “segnato” da pregiudizi anticattolici tipici della cultura “ortodossa” — l’autore offre una sintesi in Passato e avvenire del socialismo, in AA. VV., Voci da sotto le macerie, trad. it., Mondadori, Milano 1981, pp. 33-73.

(4) I. R. Safarevic, Il socialismo come fenomeno storico mondiale, cit., pp. 261-264.

(5) Ibid., p. 346.

(6) Ibid., p. 375.

(7) Ibid., p. 308.

(8) Edward Cain, Socialism — Scientific, Fabian and National, in Signposts. A digest of researched information for concerned christians, vol. 9, n. 4, 1990, p. 6. Per un excursus storico di maggior respiro, cfr. G. D. H. Cole, Storia del pensiero socialista. III. La Seconda Internazionale 1889-1914, tomo primo, trad. it., Laterza, Bari 1972, pp. 127-156; per un esame storico-dottrinale, che illustra la filiazione della Fabian Society dal radicalismo della Rivoluzione puritana attraverso John Stuart Mill, cfr. Lucio Renzo Pench, Il socialismo fabiano: un collettivismo non marxista, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1988. “La storia della trasformazione del filosofo fabiano in re […] — afferma lo studioso italiano — [raggiunge] il suo apogeo con la formazione del ministero Attlee all’indomani della grande vittoria del Labour Party alle elezioni del 1945: su un totale di 82 componenti, 45 erano fabiani, dieci dei quali membri del gabinetto (incluso il primo ministro); mentre appartenevano alla società 229 dei 394 parlamentari laburisti” (L. R. Pench, op. cit., p. 10). Sull’”esperimento inglese del socialismo”, dal 1945 al 1951, cfr. Johannes Messner, Das englische Experiment des Sozialismus, Tyrolia, Innsbruck 1954, trad. spagnola, El experimento inglés del socialismo, Rialp, Madrid 1957.

Una dimensione metapolitica della Fabian Society è suggerita dal fatto che, fra i suoi membri eminenti non citati da Edward Cain, si trova Annie Besant, succeduta ad Anna Petrovna Blavatsky alla guida della Società Teosofica. Infatti, entrambe testimoniano una contaminatio fra Rivoluzione politica e Rivoluzione religiosa resa evidente, per esempio nel caso di Anna Petrovna Blavatsky, dall’affiliazione alla mazziniana Giovane Europa verso il 1856 e dalla partecipazione, nel 1867, alla battaglia di Mentana agli ordini di Giuseppe Garibaldi, in occasione dell’azione di guerriglia da questi sferrata contro lo Stato Pontificio; nel caso di Annie Besant — e sempre per esempio — da una dichiarazione del 1880, a Bruxelles, nel discorso di chiusura del Congresso dei liberi pensatori, secondo cui bisognava […] innanzi tutto combattere Roma ed i suoi preti, lottare ovunque contro il Cristianesimo e scacciare Dio dai Cieli (cit. in René Guénon, Il Teosofismo. Storia di una pseudo-religione, trad. it., Delta Arktos, Carmagnola [TO] 1987, vol. I, p. 13 e nota 2. Sulla Teosofia in genere e sulla Società Teosofica in specie, cfr. Massimo Introvigne, Le nuove Religioni, SugarCo, Milano 1989, pp. 270-272, e la corrispondente bibliografia essenziale, pp. 399-400), e dalla collaborazione con un saggio su L’industria sotto il socialismo ai Fabian Essays in Socialism, il primo testo della Fabian Society pubblicato nel 1889.

(9) E. Cain, art. cit..

(10) A. B. Ulam, Philosophical Foundations of English Socialism, Harvard University Press, Cambridge, Mass., 1950, p. 77, cit. in L. R. Pench, op. cit., p. 103.

(11) L. R. Pench, op. cit., pp. 99-100.

(12) Ibid., nota 57.

(13) San Pio X, Lettera Notre charge apostolique, del 25-8-1910, in La pace interna della nazioni. Insegnamenti pontifici, con introduzione e indici sistematici a cura dei monaci di Solesmes, trad. it., Edizioni Paoline, 2a ed., Roma 1962, p. 274.

(14) Cfr. Pio XI, Enciclica Quadragesimo anno, del 15-5-1931, in I documenti sociali della Chiesa da Pio IX a Giovanni Paolo II (1864-1982), a cura e con introduzioni di padre Raimondo Spiazzi O.P., Massimo, Milano 1983, nn. 116 e 119.

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