Preoccupati soltanto del proprio benessere, quanti occidentali ricorderanno questi due anniversari?
di Marco Invernizzi
Quattro anni fa l’esercito della Federazione Russa invadeva l’Ucraina. Nel febbraio 2022 iniziava così una tragedia annunciata, in realtà cominciata molti anni prima, almeno con il referendum del 1° dicembre 1991 con cui l’Ucraina sceglieva la strada dell’indipendenza dopo la fine dell’Unione Sovietica. Era una tragedia per molti aspetti, perché la guerra è sempre e comunque una tragedia, tanto più fra popoli cristiani, ma anche perché avrebbe immesso una inimicizia carica di odio nelle relazioni fra i due popoli anzitutto, ma anche all’interno delle opinioni pubbliche europee e del mondo intero. Quest’ultimo si sarebbe diviso fra i sostenitori della Russia (Cina, Corea del Nord, Iran, Bielorussia, e rispettivi alleati) contrapposti all’Occidente, Europa (quasi tutta) e Stati Uniti, almeno fino alla presidenza Trump.
Vladimir Putin pensava di sconfiggere e conquistare l’Ucraina in pochi mesi ma si sbagliava: arrivato fino all’aeroporto di Kiev, l’esercito invasore era costretto a ritornare sui suoi passi dalla reazione dell’esercito e del popolo ucraino, deciso a resistere. Così, entro l’estate del 2022, l’esercito russo veniva ricacciato in Donbass e si creava un fronte fra i due eserciti che sostanzialmente dura tuttora.
Tuttavia, un male ideologico e psicologico penetrava all’interno delle opinioni pubbliche occidentali. Apparentemente tutto era abbastanza chiaro: c’era un aggredito e un aggressore, con ogni evidenza. C’era la sovranità dell’Ucraina violata da uno Stato, quello russo, che aveva invaso e conquistato militarmente la Crimea (a sovranità ucraina) nel 2014 e in modo simile si era atteggiata con la Georgia e la Cecenia. In più una propaganda ideologica penetrava nel mondo occidentale, soprattutto negli ambienti di destra ostili al progressismo e al relativismo: era l’ideologia del Mondo russo, una sorta di nazionalismo ortodosso, che vedeva uniti il Patriarca ortodosso Kirill e il Presidente russo nella crociata in nome dei “valori tradizionali” contro l’Occidente irrimediabilmente corrotto.
Inaspettatamente però, ed eroicamente, l’Ucraina non si arrendeva. Decine di migliaia di volontari si univano all’esercito ucraino e insieme davano vita a una resistenza che avrebbe stupito il mondo, certo grazie all’aiuto economico, militare e tecnologico degli Stati Uniti e dell’Europa: ma erano loro, gli ucraini, a morire per difendere la loro libertà.
Quale libertà? Semplicemente quella di affrancarsi da Mosca e di aderire all’Unione Europea, di scegliere l’Occidente come riferimento della propria politica estera ed economica. Un ruolo importante lo avrebbe avuto la Chiesa greco-cattolica ucraina, che rappresenta il 10% della popolazione. In Europa, soprattutto a livello di opinione pubblica, questa situazione non veniva percepita nella sua drammaticità. La propaganda filo-russa era ed è efficace e ben costruita: “non ti immischiare in cose che non ti riguardano e che non capisci”, veniva e viene ripetuto agli occidentali, tanto attenti al proprio benessere quanto dimentichi del gelo, delle bombe, degli attacchi che ogni notte vengono scagliati contro la popolazione civile ucraina, provocando migliaia di vittime civili dall’inizio del conflitto. “Pensa al tuo benessere e smettila di finanziare una guerra che comunque la Russia vincerà”, continuano a ripetere questi megafoni di una propaganda capillare, diffusa, che penetra e scoraggia.
Certo, trasformare l’aggressore in vittima risulta difficile anche al propagandista più bravo, eppure ciononostante i risultati si sono visti in questi quattro anni. Nessuna significativa manifestazione di solidarietà verso gli ucraini aggrediti, poche condanne decise dell’aggressione continua, molta indifferenza. All’inizio, nel 2022, si diceva che l’Ucraina avrebbe dovuto arrendersi perché non era in grado di resistere a un esercito più forte; per quattro anni l’Ucraina ha continuato a resistere dimostrando il contrario, eppure uomini politici, anche della maggioranza del nostro governo che pur è favorevole al sostegno dell’Ucraina, continuano a ripetere il mantra che ci vuole la pace, senza specificare quale pace che non sia quella voluta dalla Federazione russa, cioè che l’Ucraina deve arrendersi e cedere all’aggressore anche i territori che quest’ultimo non è stato neppure capace di conquistare militarmente.
Tutti vogliamo la pace, in primis la Chiesa cattolica che tanto si è spesa per la restituzione dei bambini ucraini rapiti dall’esercito russo e condotti in Russia, nonché per lo scambio dei prigionieri. Ma la pace non è possibile senza offrire garanzie internazionali all’Ucraina che non potrà più avvenire un’invasione del genere senza conseguenze.
In questo stesso periodo, esattamente il 16 febbraio di due anni fa, moriva Aleksej Naval’nyj (1976-2024), il prigioniero politico di Putin più seguito e più pericoloso per il despota di Mosca: moriva prigioniero nel gelo della prigione, avvelenato così come era stato avvelenato nel 2020 con il gas nervino Novičok, prima di riuscire a fuggire in Germania, dove verrà salvato in un ospedale di Berlino da dove, dopo unm lungo ricovero deciderà di rientrare nella sua patria, dove poi sarebbe stato arrestato. Secondo una dichiarazione congiunta, Regno Unito, Francia, Germania, Svezia e Paesi Bassi hanno dichiarato di essere convinti che Navalny sia stato avvelenato da una tossina letale mentre si trovava in un campo di prigionia russo nell’Artico, dove appunto è morto il 16 febbraio 2024.
Che fare oggi dunque? Anzitutto ricordare questi due eventi, come Alleanza Cattolica sta cercando di fare con i suoi pochi mezzi. Ricordare è importante, aiuta a coltivare la speranza e a custodire la memoria. La maggior parte di noi, in Occidente, non vuole sentire parlare delle sofferenze del popolo ucraino, anche perché diventare consapevoli significa mettere dentro la propria coscienza una domanda fatale: io che cosa faccio per aiutare chi muore anche per la mia libertà, per la mia sicurezza, per l’Europa in generale contro il “dispotismo orientale”.
Ci si consola affermando che tanto la Russia non invaderà mai l’Europa. Può darsi, ma certamente i popoli baltici e quelli confinanti con il Cremlino non la pensano così. E probabilmente è vero che non vuole invadere l’Europa, le basta destabilizzarla dall’interno, creando partiti filo-russi, facendo circolare sui media e sui social le proprie interpretazioni dei fatti, che risultano spesso convincenti per un’opinione pubblica distratta e superficiale, e soprattutto preoccupata soltanto di non compromettere il proprio benessere materiale.
Lunedì. 23 febbraio 2026
