Lessico livoroso.

Due visioni antropologiche che si "incarnano" in due liguaggi: volgare e pieno d'odio da una parte, un inno alla vita dall'altra
Domenico Airoma 1 anno fa
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di Domenico Airoma 

A Verona si è celebrato molto più di un congresso. Le giornate di sabato e di domenica hanno mostrato plasticamente, al di là dei limiti e delle intenzioni degli organizzatori, due piazze, due mondi, due diverse concezioni dell’uomo.

I manifestanti del sabato hanno ritenuto di identificarsi in slogan del tipo: “L’utero è mio e non di quel porco di D…”, “Dio, patria e famiglia: che vita di m…”, “Obietta su sta fr…”.

Quelli della domenica hanno preferito, più che gli slogan, raccontare che esiste un’Italia che, pur con tante difficoltà, è convinta che con “Dio, patria e famiglia”, si possa fare “una vita di meraviglia”.

Da una parte è andato in scena il lessico dell’odio. Un odio che – come sosteneva Jacques Lacan, maestro troppo spesso citato ma poco ascoltato dai maître à penser contemporanei – non ha di mira semplicemente l’immagine dell’altro, non aggredisce un aspetto particolare della sua esistenza, del suo modo di pensare. L’odio è un’invidia speciale: attacca l’essere stesso dell’altro, è l’ “invidia della vita”.

Domenica è andata in scena la vita, la vita degli uomini, per come è. Che ha le sue leggi biologiche, ma che non si ferma lì. Essendo l’uomo un essere che ha bisogno di un maschio e di una femmina per venire al mondo e di qualcuno che si prenda cura del partorito perché diventi uomo (siano essi i genitori biologici o quelli adottivi); cioè di qualcuno che lo ami, per come è. Perché ogni lessico, anche quello dell’amore, parte dal reale; così come la Grazia perfeziona ciò che è già in natura.

Sabato, invece, ha sfilato un’umanità illusa da un amore senza verità, piena di livore verso altri che provano a vivere un amore nutrito della Verità.

E’ il dramma della nostra piccola storia; ma è anche il dramma della grande storia, quella dell’uomo, impegnato a costruire una civitas che lo accompagni nel ritorno al suo Creatore.

A volte ci è data la possibilità di scegliere il campo di battaglia; altre volte no. Domenica scorsa il campo assegnato era l’arena Verona. Esserci ha significato non rinunciare alla battaglia. E in questo è già un inizio di vittoria.

La vittoria piena, però, è nel conquistare alla vita anche e soprattutto chi è prigioniero dell’odio; chi fa ancora parte di quel mondo che il giorno prima ha urlato la propria invidia della vita.

E per vincere occorre perseveranza e preghiera; e fiducia. Perché la vittoria è certa ed il suo lessico è fatto non solo degli sforzi degli uomini.

Lunedì, 01 aprile 2019

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 Domenico Airoma

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Domenico Airoma, napoletano, 55 anni, sposato con Paola, tre figlie, magistrato dal 1989.