Un popolo aggredito non ha celebrato la Pasqua nella pace neanche quest’anno
di Marco Invernizzi
Si fa bene a dire pace. Soprattutto in questi giorni in cui il Salvatore ha vinto la morte ed è risorto, portando la pace nel cuore di chi crede in Lui, viene spontaneo chiedersi come sia possibile in questo mondo, dominato dal caos e dal terrore, non rivolgersi al Principe della pace. Lo faremo con il Santo Padre sabato 11 aprile, pregando e desiderando che la pace dimori nel cuore di ogni uomo e finisca la terza guerra mondiale a pezzi.
Tuttavia bisogna fare attenzione. Spesso la pace viene usata come strumento di guerra psicologica, per colpire l’avversario. E’ stato così per decenni durante la Guerra fredda, quando dal Cremlino arrivò l’ordine di organizzare i movimenti pacifisti per spiazzare i cattolici nel nome della pace e isolare gli Stati Uniti, accusandoli di essere nemici della pace. Successe così, per esempio, con la guerra in Vietnam, che vide la sconfitta americana grazie ai movimenti che in nome della pace misero a soqquadro le principali città del mondo, comprese quelle americane, e così il risultato di quella sconfitta fu che la dominazione comunista (e la fine della pace sociale) si impose anche alla parte libera del Vietnam.
Così avviene oggi per l’Ucraina, il Paese che per la quinta volta consecutiva non potrà celebrare la Pasqua nella pace dopo l’invasione militare russa del febbraio 2022. L’Ucraina, fateci caso, è uscita di scena. Non se ne parla più, semplicemente. Tutta l’attenzione è concentrata sul conflitto in Medio Oriente, perché più adatto per incolpare Usa e Israele, accusandoli di avere iniziato una guerra che, peraltro, dura dal 1979, quando la rivoluzione in Iran vide la nascita della Repubblica islamica. Da allora non ci sono state relazioni diplomatiche fra Iran, Usa e Israele, e l’obiettivo dichiarato della Repubblica islamica è sempre stato quello di distruggere il “Piccolo Satana” (lo Stato ebraico) e di colpire il “Grande Satana” (gli Stati Uniti) che lo protegge.
Tuttavia, credo sia normale per un ucraino che combatte al fronte sentirsi a disagio quando gli si parla in un certo modo di pace. Il popolo ucraino è stanco, prostrato da quattro anni di guerra, eppure continua a resistere di fronte all’ingiustizia che subisce. Certamente vorrebbe la pace, ma non riesce ad accettare le parole che molti in Occidente gli hanno rivolto fin dall’inizio dell’invasione: arrendetevi, siete troppo inferiori, sarete sconfitti senz’altro. Spesso queste parole sono pronunciate da chi non ama tanto la pace, quanto il proprio benessere in Occidente, compromesso dai soldi e dalle risorse “sprecate” per aiutare un popolo aggredito, che chiede semplicemente di liberarsi dall’influenza russa, dopo avere votato a larga maggioranza l’indipendenza nel referendum del 1991, in seguito alla fine dell’Unione Sovietica. Certo, c’è anche una versione “buona” di questa proposta: perché sprecare il sangue dei giovani (e meno giovani) dell’Ucraina, se non ci fosse nessuna speranza di ottenere la vittoria? Anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica c’è scritto che una delle condizioni per legittimare una guerra è che ci siano reali speranze di non versare sangue inutilmente. Ma chi deve decidere questo? Il popolo ucraino e i suoi legittimi governanti, oppure noi in Occidente?
Ancora una volta la storia di questi anni ci ha risposto. L’esercito ucraino resiste al fronte ed è diventato il più forte in Europa. Il popolo resiste sotto le bombe russe, che hanno l’evidente scopo di abbattere il morale della popolazione, senza che la Federazione russa sia riuscita nell’intento, almeno finora. L’esercito invasore, che sperava di risolvere la guerra in pochi giorni, è costretto a un conflitto che costa tantissimo alla Russia di Putin.
L’arcivescovo greco-cattolico di Kyjiv ci ha detto due volte in incontri online come la Chiesa greco-cattolica (il 10% della popolazione) sia vicina a chi combatte e in particolare alla popolazione civile, che soffre ma non è disposta a barattare la libertà, l’onore e l’indipendenza. Anche gli ortodossi sono sulla stessa lunghezza d’onda.
Non credo che il popolo ucraino sia migliore degli altri, ma so che gli è capitata una croce più pesante, certamente rispetto a noi italiani, che viviamo in pace dal 1945. Dopo aver subito decenni di regime comunista all’interno dell’URSS (1919-1991), gli ucraini hanno trovato indipendenza e libertà e hanno cercato, a partire della Rivoluzione della dignità iniziata a Kyjiv nel 2014, nella centrale Piazza Maidan, di legarsi all’Europa, unica alternativa possibile a Mosca. Pochi in Europa avrebbero scommesso sull’invasione da parte di Putin, ma questa è avvenuta. Gli ucraini hanno risposto, anzitutto rinunciando con il loro Presidente Zelensky ad andare a Varsavia per guidare un governo in esilio. Si sono e sono stati armati, molti sono rientrati dall’estero per combattere, altri hanno accompagnato le famiglie a Leopoli o all’estero per potere combattere liberamente. Così è andata, così ce l’ha raccontata l’arcivescovo maggiore greco-cattolico Svjatoslav Ševčuk.
Chi più di loro può desiderare la pace?
E allora preghiamo per la pace del popolo ucraino, ma nella giustizia, soprattutto adesso che tutti sembrano essersi dimenticati delle sue sofferenze. Gli anziani di Kharkiv, la seconda città dell’Ucraina, ricordando la tragedia dell’Holodomor, la carestia artificiale imposta ai contadini ucraini da Stalin nel 1932-33 e costata milioni di morti per fame, sono soliti pronunciare queste parole: «Ci hanno tolto il pane, ma non la voce». Facciamo udire la voce dell’Ucraina aggredita che soffre, perché pregare non basta: dobbiamo cercare di risvegliare un’opinione pubblica preoccupata soltanto del proprio benessere, incapace di scegliere la giustizia se questa può ostacolare il proprio egoismo. Il processo a Gesù, pochi giorni fa, ci ha ricordato come sia vergognoso “lavarsi le mani” davanti a chi soffre ingiustamente.
Lunedì, 6 aprile 2026
