Note sulle elezioni in El Salvador

Marco Invernizzi 38 anni fa
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Marco Invernizzi, Cristianità n. 84 (1982)

 

In El Salvador come in Polonia e in Afghanistan il paese «reale» è contro qualsiasi socialismo, sia al potere che all’opposizione. Circa l’85% della popolazione ha rischiato la morte per andare a votare, premiando soprattutto quei partiti che si erano opposti alla Riforma Agraria confiscatoria realizzata dalla giunta di Duarte. Un grande esempio di coraggio, nel più piccolo paese dell’America centrale, da parte di un popolo che ha rifiutato la guerriglia dei socialcomunisti, ma che ha anche diffidato della Democrazia Cristiana salvadoregna, troppo compromesse con le sinistre.

 

Quando la democrazia è «scomoda»

Note sulle elezioni in El Salvador

 

«Quando la democrazia è eroica, non piace alle sinistre». Così, forse, potrebbero essere sintetizzate le recenti elezioni in El Salvador, che hanno visto la vittoria complessiva delle destre, nonostante la maggioranza relativa sia andata alla Democrazia Cristiana di Napoleon Duarte. Al di là del commento strettamente elettorale e relativo ai partiti – tanti e pochissimo conosciuti dalla opinione pubblica europea, a eccezione della Democrazia Cristiana -, queste elezioni hanno senza ombra di dubbio un vincitore. 

Il vero vincitore di queste elezioni è certamente il popolo salvadoregno, non la massa enfatizzata dalla sinistra internazionale, che avrebbe dovuto boicottare le elezioni, e neppure la massa che avrebbe dovuto votare esclusivamente per la Democrazia Cristiana, ma il popolo reale che ha rischiato la morte per andare a mettere nell’urna la propria sfida contro chi non voleva le elezioni, semplicemente perché non riteneva questo popolo sufficientemente maturo per votare a sinistra. Mai, forse, come in El Salvador, nella storia più recente, la partecipazione a una competizione elettorale ha rappresentato – di per sé stessa – un gesto eroico, indipendentemente dai partiti che hanno raccolto il consenso. Così, mentre nelle democrazie occidentali il popolo – anche se a diverso titolo – vota sempre meno, in El Salvador, contro ogni aspettativa, la percentuale dei votanti è aumentata e – fatto ancora più importante – l’elettorato non ha certamente votato per la sinistra, impegnata fino all’ultimo nel disperato tentativo di impedire le elezioni con la violenza armata.

 

Una descrizione della giornata elettorale al di sopra di ogni sospetto

La rabbia della stampa italiana – di sinistra e non – è stata grande. Ma quando la foga di parte, la volontà di trovare a ogni costo una giustificazione per la guerriglia, ha lasciato il posto alla descrizione della giornata elettorale, al fatto obiettivo, sono allora emerse le verità nascoste fino alla data delle elezioni: in sostanza, sono venuti alla luce i veri sentimenti del popolo salvadoregno, che nella partecipazione alle elezioni hanno trovato la possibilità di esprimersi. Uno dei tanti quotidiani italiani – che non hanno mai tentato di celare la simpatia e il sostegno propagandistico alla guerriglia – ci descrive la domenica elettorale in questi termini: «(…) del resto noi stessi, visitando numerosi seggi elettorali, durante le votazioni e poi durante lo spoglio, abbiamo l’impressione che tutto si sia svolto regolarmente malgrado alcune violente battaglie che la guerriglia ha ingaggiato all’alba (…).

«Appena aperti i seggi la gente del Salvador è andata a votare in massa. Questo è apparso subito il primo dato clamoroso: in città si sono viste file davanti ai seggi elettorali, ordinate e lunghe oltre due chilometri. La gente appariva serena e paziente.» E ancora: «L’ordine è notevole e sembra spontaneo. I soldati adolescenti se ne stanno accaldati seduti sotto un gigantesco ficus con il fucile mitragliatore fra le gambe» (1).

A denti stretti, nonostante una grande voglia di potere dire il contrario, la verità dei fatti è riuscita a farsi strada tra le smagliature dell’autocensura del corrispondente da El Salvador. 

Così come quest’altra verità, che fa giustizia della Riforma Agraria imposta dalla Democrazia Cristiana di Duarte con la complicità dell’amministrazione americana, allora sotto la presidenza di Carter: una riforma voluta per i poveri, che i poveri hanno rifiutato: «Il fatto che uno sperduto borgo rurale (…) dia voti massicci per D’Aubuisson fa riflettere: una parte del contado, gli stessi servi della gleba, il lumpen-proletariato è vandeista e di destra. (…) Non è dunque vero che D’Aubuisson si nutra soltanto di voti agrari, milionari e altoborghesi» (2).

Un popolo eroico, una democrazia «scomoda»: è quanto basta per non piacere a sinistra.

 

Le elezioni e la stampa cattolica italiana

Anche la stampa cattolica italiana, purtroppo, non ha brillato per correttezza negli articoli su El Salvador, cercando di presentare il popolo salvadoregno come vittima di due bande contrapposte, la destra e la sinistra, per esaltare la collocazione centrista della Democrazia Cristiana; eppure questa tesi è stata smentita dai risultati elettorali, che hanno riservato più suffragi popolari alle destre che alla Democrazia Cristiana. Inoltre, la stessa stampa ha cercato di criminalizzare il partito di destra ARENA, guidato dal maggiore Roberto d’Aubuisson, dando per scontato che stia dalla parte dei «cattivi», senza mai spiegarne il perché: dispiace leggere titoli come «Così D’Aubuisson ha piegato i poveri», e poi scoprire, come lo stesso organo di stampa ammette, che il suo partito ha «ottenuto un considerevole numero di consensi nei dipartimenti più poveri e conflittuali» (3). Intendiamoci: conosco d’Aubuisson e il programma del suo partito soltanto dalle poche notizie pervenute attraverso la stampa italiana; mi limito, perciò, a riportare semplicemente alcune dichiarazioni che gli sono state attribuite, perché da esse il lettore possa giudicare: «Il primo passo che faremo se otteniamo la maggioranza nell’Assemblea costituente sarà quello di legalizzare la situazione pagando ai proprietari le terre che sono state loro rubate» (4). Se questo è veramente accaduto, se vi è stato furto, come sembra e come è stato documentato (5), e se la giustizia e il settimo comandamento non sono una opinione, mi pare che non si possa che sottoscrivere questo proposito.

Vi è un’altra dichiarazione che lo stesso organo di stampa gli attribuisce: «La DC applica dottrine che non differiscono in nulla da quelle marxiste-leniniste ed è la facciata del comunismo internazionale, abbiamo l’eloquente esempio della distruzione dell’economia cilena con Frei, che una volta concluso il suo impegno di destabilizzare l’economia ha consegnato il sofferente popolo cileno al marxista Allende». Mi rendo conto di come queste parole possano apparire malesonanti a tanti cattolici europei: d’altra parte, è un fatto assodato e dimostrabile che Allende si è limitato – durante il periodo della sua presidenza – ad applicare le riforme introdotte precedentemente da Frei, le stesse che hanno provocato un’autentica reazione popolare, che poi costrinse l’esercito a intervenire con il golpe del 1973 (6).

Ma vi è ancora qualcosa di più, e di peggio; in un articolo di fondo sul quotidiano di ispirazione cattolica, si legge: «Inoltre la sua assenza (della sinistra, sempre in El Salvador, ndr) dallo schieramento politico uscito dalle elezioni rende praticamente nulla l’ipotesi di una alleanza chiamiamola di centro-sinistra (la DC più le forze non estremiste della sinistra) che avrebbe potuto finalmente porre fuori gioco la destra reazionaria. Il relativo successo globale di quest’ultima, per quanto ottenuto con la somma di forze diversificate, è il segno purtroppo di una arretratezza politica del Salvador» (7).

Una serie di domande viene spontanea; non sono domande maliziose, come qualcuno potrebbe immaginare, ma sono quesiti che, quando finalmente troveranno risposte serie, serviranno a rimuovere molti luoghi comuni della filosofia politica corrente. Perché, nel caso di El Salvador, come scrive Avvenire, sarebbe auspicabile che la Democrazia Cristiana si alleasse con la sinistra, che, estremista o moderata, ha comunque scelto la strada della violenza armata? Per «porre fuori gioco la destra reazionaria», risponde Avvenire; ma perché, allora, non auspicare il contrario, cioé un’alleanza con la destra, almeno con quella moderata, per mettere fuori gioco la sinistra, tenendo conto – nel caso, e non è da poco – che, mentre la destra ha scelto la soluzione elettorale, la sinistra ha optato per la guerriglia? Ancora, perché un successo popolare di destra è «il segno di un’arretratezza politica», come scrive Avvenire? Cioé, perché destra – per tanti ambienti che pure fondano la «verità delle cose» esclusivamente sulla maggioranza numerica – rimane sinonimo di violenza, barbarie e regresso, anche quando la grande parte di un popolo dimostra di pensare diametralmente il contrario? E se, per ipotesi, fosse anche vero, perché non cercare di dimostrarlo uscendo dagli slogan, dai luoghi comuni, e affrontando il tema sul piano dei principi, cercando una risposta che, per i cattolici soprattutto, sia definitiva una volta per tutte?

Concludendo: la popolazione di El Salvador, che è in grande maggioranza cattolica, andando a votare ha rifiutato la sinistra, sia estremista che moderata, e non ha premiato la Democrazia cristiana. Ora, non so se i partiti di destra che hanno raccolto tanti suffragi abbiano o meno programmi cattolici, cioè conformi alla dottrina sociale della Chiesa, ma mi domando: se li avessero, che cosa impedirebbe loro di chiedere il voto all’elettorato cattolico, in nome dei principi cattolici, così come fa, da sempre, in tutto il «mondo libero», la Democrazia Cristiana, tra l’altro con alle sue spalle un almeno dubbia fedeltà alla dottrina sociale cristiana?

Sono domande forti, me ne rendo conto; e mi rendo anche conto di essere partito da El Salvador per arrivare a problemi che vanno molto al di là di una consultazione elettorale in un piccolo paese dell’America Centrale. Ciò non toglie, però, che restino domande importanti che aspettano risposte adeguate, soprattutto per il mondo cattolico, e per quello italiano in particolare. 

Un motivo in più per essere grati a questo popolo che, eroicamente, ci ha dato un esempio, più che di democrazia, di scelta di civiltà.

Marco Invernizzi

 

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 Marco Invernizzi

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Marco Invernizzi nasce a Milano nel 1952. Nel 1977 si laurea in filosofia all'Università Cattolica del Sacro Cuore con una tesi su Il periodico "Fede e Ragione" nell'ambito della storia del Movimento Cattolico italiano dal 1919 al 1929, relatore il professor Luigi Prosdocimi. Dopo gli studi universitari continua ad approfondire, in modo non puramente intellettualistico - dal 1972 milita in Alleanza Cattolica, della quale è stato responsabile per la Lombardia e per il Veneto fino al 2016-, le vicende del movimento cattolico in Italia. Ha pubblicato, fra l'altro, L'Unione Elettorale Cattolica Italiana. 1906-1919. Un modello di impegno politico unitario dei cattolici(Cristianità, Piacenza 1993); La Chiesa, la politica, il potere attraverso i secoli (contributo a Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia, a cura di Franco Cardini, Piemme, Casale Monferrato 1994); e, con altri, I Papi del nostro secolo, parte prima Da Leone XIII a Pio XII (Italica Libri/Editoriale del Drago, Milano 1991); e Guida introduttiva alla storia della Chiesa cattolica (Mimep-Docete, Pessano [Milano]). Collabora a Cristianità e ad altre riviste e quotidiani. Dal 1989 conduce a Radio Maria la trasmissione settimanale La voce del Magistero. Nella linea di quanto già edito si pone Il movimento cattolico in Italia dalla fondazione dell'Opera dei Congressi all'inizio della seconda guerra mondiale (1874-1939), un'opera di sintesi in cui viene ripercorsa la storia del movimento cattolico, con particolare attenzione alle sue espressioni politiche, dalla Breccia di Porta Pia alla vigilia del secondo conflitto mondiale. Dal 28 maggio 2016 è Reggente Generale di Alleanza Cattolica. Facebook - Instagram - Cathopedia