L’omicidio Naval’nyj riproduce schemi tipici dell’era sovietica
di Enrico Chiesura
Il 16 febbraio i principali mass media hanno ricordato il secondo anniversario della morte di Aleksej Naval’nyj (1976 – 2024), il più noto oppositore al regime che si si sia visto negli oltre vent’anni di dominio incontrastato di Vladimir Putin nella Federazione Russa. L’attenzione mediatica è stata tutta incentrata sulla conclusione delle indagini svolte da cinque paesi occidentali (Regno Unito, Francia, Germania, Svezia, Olanda), che attribuiscono unanimemente la sua morte ad un secondo avvelenamento, dopo quello da lui già subito nel 2020 e al quale era provvidenzialmente sopravvissuto. Il primo avvelenamento era stato causato dal Novicok, l’agente nervino utilizzato più volte dai servizi segreti russi per eliminare persone ritenute scomode. Questa volta, invece, gli esami compiuti su campioni biologici portati clandestinamente all’estero nel 2024, hanno evidenziato la presenza di Epibatidina, una tossina tanto rara quanto letale, presente solo in una specie di rana tropicale inesistente in Russia, circostanza che consente di escluderne l’assunzione accidentale, posto che Naval’nyj si trovava da due anni in stato detentivo, sotto totale controllo da parte delle autorità russe.
La pista dell’omicidio politico, con una trama in perfetto stile James Bond, rischia tuttavia di sviare l’interesse dal reale centro del problema: l’esistenza nella Federazione Russa di un regime dispotico che si regge con logiche, strumenti e strutture proprie della defunta Unione Sovietica, di cui il suo leader costituisce una diretta emanazione. E’ esattamente questo uno dei punti su cui si incentrava la denuncia di Naval’nyj, che nei suoi podcast seguiti da milioni di cittadini, denunciava questa continuità che – con la sola breve pausa della presidenza Eltsin (1931–2007) negli Anni Novanta – prosegue ininterrotta da venticinque anni. In tutto ciò, oggi come ieri, l’apparato repressivo e la macchina propagandistica continuano a costituire gli strumenti più efficaci di cui si avvale il regime per consolidare il proprio potere. Il primo agisce all’interno della Federazione Russa, stroncando sul nascere ogni tentativo di opposizione. Il secondo agisce soprattutto al di fuori, con particolare riferimento all’Occidente, dove non è raro trovare persone che – di fronte agli evidenti segni di declino – guardano con fiducia e speranza ad Est, quasi che Vladimir Putin sia l’effettivo difensore dei valori che l’Europa, priva di radici e di identità, ha ormai tradito. Sorvolando sul fatto che il sedicente neo-paladino della civiltà abbia scatenato una devastante guerra di aggressione che dura ormai da quattro anni, non può sfuggire il fatto che abbia stretto la Federazione Russa in un’alleanza col regime più dispotico del pianeta: quello di Pyongyang. Inoltre, per attuare i suoi disegni ha riattivato la macchina repressiva che con la caduta dell’Unione Sovietica speravamo di non rivedere più: quel KGB di cui Putin è stato tenente colonnello fino al dissolvimento dell’URSS, nel 1991. Grazie all’efficace macchina propagandistica, che si avvale di portavoce decisamente più convincenti dei grigi personaggi della Guerra fredda.
Il rischio da cui dobbiamo liberarci è la riproposizione di un falso mito, simile a uno di quelli visti dai nostri padri nel corso del Novecento. È proprio questo il senso del sacrificio di Alexeij Naval’nyj, uomo di raro coraggio e di rara forza morale, che non ha avuto paura di ergersi per denunciare la deriva in atto nel suo Paese.
Giovedì, 19 febbraio 2026
