Per non scordare la «Vandea» di Binasco

Una strage dimenticata, avvenuta durante l’occupazione rivoluzionaria francese dell’Italia, aiuta a riflettere sul pericolo che ogni ideologia comporta per la dignità umana
Lorenzo Simonetti 1 anno fa
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di Lorenzo Simonetti

Il 24 maggio, quando ogni anno in Italia si commemora l’ingresso del Paese nell’«inutile strage» della Prima guerra mondiale (1914-1918), ricorre l’anniversario di un altro episodio drammatico della nostra storia moderna, che merita di essere ricordato.

Tra il 24 e il 26 maggio 1796, era in pieno svolgimento la “campagna d’Italia” (1796-1797), ovvero la serie di operazioni militari guidate dall’allora generale Napoleone Bonaparte (1769-1821) durante la guerra che oppose la Francia alla Prima coalizione (1792-1797) di potenze europee, tra cui il Regno di Sardegna, il Sacro Romano Impero e lo Stato Pontificio. Pochi giorni prima, il 15 maggio, a Parigi la Francia aveva firmato la pace con il Regno di Sardegna, uscito sconfitto dalla battaglia di Mondovì (20-21 aprile). Napoleone continua quindi ad avanzare nel Lombardo-Veneto, determinato a inseguire e a distruggere le armate imperiali comandate dal generale austriaco Johann Peter Beaulieu de Marconnay (1725-1819) che, con 28mila uomini, si è ritirato oltre il corso del Mincio.

Accade però qualcosa che costringe Napoleone a fermarsi, seppur per poco: il 23 maggio a Milano e a Pavia scoppiano rivolte contro i francesi a causa delle requisizioni, delle contribuzioni forzose e della politica antireligiosa degli occupanti. A Milano la ribellione viene sedata quasi subito con perquisizioni, arresti e fucilazioni. L’arcivescovo milanese Filippo Maria Visconti (1721-1801) interviene esortando il popolo alla sottomissione e all’obbedienza nei confronti dei conquistatori. Animato dallo stesso intento, si dirige poi assieme ai francesi anche a Pavia, dove, invece, l’insorgenza si fa più tenace: una folla di contadini guidati dal curato di Samperone, don Paolo Bianchi, e dal viceparroco di Trivolzio, don Domenico Capella, si ribella alle armate rivoluzionarie francesi. Sulla piazza del Duomo viene abbattuto l’“albero della libertà” e il presidio nemico nel Castello Visconteo viene assalito al grido di «Viva l’imperatore!», costringendo i francesi alla resa, anche se di breve durata.

Il 24 maggio, per riprendere il controllo della situazione, Bonaparte manda da Milano una brigata di fanti scortata da uno squadrone di dragoni agli ordini del generale Jean Lannes (1769-1809), o forse, come alcune cronache tramandano, del generale Pierre Dominique Garnier (1756-827). Sulla strada, però, il contingente francese s’imbatte in un intoppo inaspettato a Binasco, un borgo a metà strada tra Pavia e Milano: qui infatti si sono radunati circa mille contadini provenienti dai vicini borghi di Bereguardo, Casorate, Trivolzio, Samperone, Giovenzano e Casarile. Sono armati di forche, roncole, bastoni e pietre, con un esiguo numero di sciabole e fucili, e intendono costituire un avamposto contro i francesi a nord del canale Ticinello. Da Pavia arriva anche lo stesso don Bianchi, che fa suonare le campane parrocchiali a martello onde chiamare tutti alle armi, nonostante il dissenso del prevosto di Binasco, don Luigi Stefanini, intenzionato ad arrendersi. I rivoltosi innalzano barricate sulla strada maestra dalla parte di Milano, in località Pilastrello, all’imbocco del paese nei pressi dell’osteria dell’Insegna della Corona, al ponte del mulino e al ponte della Catena nei pressi dell’osteria dei Tre Re.

Nel tardo pomeriggio del 24 maggio la colonna di militari francesi arriva nei pressi del borgo. I primi due dragoni a cavallo, giunti in avanscoperta, sono presi a fucilate dai ribelli prima di poter entrare nel paese. Alla notizia dell’attacco, i francesi chiedono aiuto direttamente a Napoleone; questi invia 2mila soldati armati di cannoni, che hanno ben presto il sopravvento. La popolazione fugge e si mette in salvo nelle campagne dal lato di Pavia, mentre i rivoltosi sono dispersi. I soldati francesi, per ordine di Bonaparte, saccheggiano e incendiano il borgo, compiendo stupri e massacrando civili innocenti, come si evince dalle cronache dell’epoca; anche la chiesa è spogliata di tutti gli oggetti di valore destinati alle funzioni religiose. Le famiglie danneggiate dall’incendio e dal saccheggio sono un’ottantina. L’incendio di Binasco dura quasi tre giorni, dalla sera di martedì 24 fino a giovedì 26, tanto da ridurre in cenere più della metà del borgo, ed è visibile anche dai bastioni del castello di Pavia, che nel frattempo viene riconquistata da Napoleone, con altri saccheggi violenti.

Napoleone entra in Binasco il 26: il borgo, la campagna intorno e le acque del Ticinello sono disseminate di cadaveri. Egli stesso, in una sua lettera al Direttorio, confessa di esserne rimasto dolorosamente colpito, ma ciò non gli impedisce di scrivere, qualche anno dopo, il 4 febbraio 1806, al generale Jean-Andoche Junot duca di Abrantès, detto «La tempesta» (1771-1813): «Ricordatevi di Binasco: è stato il prezzo della tranquillità che da allora regna in Italia ed ha risparmiato il sangue di migliaia di persone. Nulla è più salutare di terribili esempi nei momenti opportuni».

La storia del massacro di Binasco, che lo stesso Napoleone considerava così importante, invita a riflettere sul cinico machiavellismo che le armate rivoluzionarie adottarono in quel contesto bellico, nel tentativo di esportare i presunti ideali di «libertà, fratellanza, uguaglianza» in un’Europa che, nonostante tutto, era ancora legata alle monarchie tradizionali.

Spesso, quando si parla di stragi, la memoria comune rievoca quasi esclusivamente gli orrori delle stragi nazionalsocialiste, fasciste o terroristiche, quelle legate ai regimi totalitari o ai fondamentalismi pseudoreligiosi. Ma la strage di Binasco insegna che anche i sedicenti paladini della “libertà” possono arrivare a compiere crimini contro il genere umano. Questo accade quando l’ideologia viene anteposta alla dignità umana, nello sforzo di imporla con varie forme di «colonizzazione», violando sia il diritto naturale sia le tradizioni culturali e religiose dei popoli.

Il coraggio degli insorgenti di Binasco serva dunque di sprone per combattere, con prudenza cristiana, le nuove forme di tirannia rivoluzionaria che si oppongono alla signoria di Dio sul mondo e pregiudicano l’integrità materiale e spirituale dell’uomo.

Giovedì, 23 maggio 2019


Riferimenti bibliografici:

La storia di Binasco, reperibile sul sito del Comune all’indirizzo

https://www.comune.binasco.mi.it/site/home/il-comune/la-storia-di-binasco.html e tratta dal libro Binasco tra storia e leggende, Alberto Cuomo, edizioni Cardano, 1999.

Rivolte dimenticate: le insorgenze degli italiani dalle origini al 1815, Massimo Viglione, edizioni Città Nuova, 1999, pag. 70 e ss.

Libera chiesa in libero stato?: il Risorgimento e i cattolici: uno scontro epocale, Massimo Viglione, edizioni Città Nuova, 2005, pag. 94 e ss.

Le Madonne Piangenti: e le insorgenze antifrancesi in Italia tra il 1796 e il 1799, IreneGheri,edizioni Enigma, 2015, cap. I.

Raccolta degli ordini ed avvisi stati pubblicati dopo il cessato Governo Austriaco, Milano, presso Luigi Veladini, 1796, pag. 48.

Oscar Sanguinetti, Le insorgenze contro-rivoluzionarie in Lombardia nel primo anno della dominazione napoleonica. 1796, con una prefazione di Marco Tangheroni, Cristianità, Piacenza 1996, pp. 224, £ 20.000

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 Lorenzo Simonetti

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Lorenzo Simonetti nasce a Genova nel 1986. Nel 2010 si laurea in Giurisprudenza all'Università degli studi di Genova con una tesi in Diritto dell'Unione europea, in materia di procedimenti "accelerati" innanzi alla Corte di Giustizia, relatore il professore Lorenzo Schiano di Pepe. Consegue il diploma della Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali di Genova nel 2013. Dal 2016 è iscritto al Comitato Difendiamo i Nostri Figli (ora Associazione "Family Day"), di cui ha contribuito a fondare una sezione locale nella provincia di Sondrio; attualmente opera presso la sezione di Pavia, ove ha anche coordinato a livello provinciale alcune iniziative di ProVita Onlus. Collabora al settimanale della diocesi pavese "Il Ticino", in qualità di membro dell'Unione Giuristi Cattolici di Pavia "Beato Contardo Ferrini".