Qualche nota su intellettuali, politici e cultura di destra

Giovanni Cantoni 25 anni fa
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Giovanni Cantoni, Cristianità n. 246 (1995)

 

Articolo comparso senza note in Secolo d’Italia. Quotidiano di Alleanza Nazionale, anno XLIV, n. 219, 21-9-1995, pp.16-17, con il titolo redazionale Dal successo elettorale alla vittoria culturale.

 

Qualche nota su intellettuali, politici e cultura di destra

 

A pensarci bene, si poteva prevedere. Anche se ho qualche dubbio sul vantaggio che si sarebbe ricavato dal pensarci bene, cioè dal dedicare troppo tempo al problema. Di che cosa parlo? Parlo della polemica innescata da Stenio Solinas su il Giornale del 9 agosto 1995 con un attacco ad An colpita dal virus dc (1), una polemica che si è tentato perfino di trasformare in rubrica e che è debordata dai quotidiani ai rotocalchi (2).

Signo dato – assolutamente senza immaginare complotti di sorta, per i quali serve un minimo non solo di organizzazione, ma, prima ancora, di senso dell’organizzazione – il «piccolo popolo» degli «intellettuali di destra» – i pochi doc, secondo il loro nuovo Linneo Vittorio Feltri (3) – è sceso in piazza e si è esibito in una sarabanda con spari a volontà sulla classe politica di Alleanza Nazionale e con un bersaglio evidente, l’on. Gianfranco Fini, ma accuratamente e maldestramente celato, come se fosse possibile «parlar male» di AN senza «parlar male» del suo Presidente, uscito da un congresso, quello di Fiuggi, definito sprezzantemente come «bulgaro». 

Il «trauma da risurrezione» 

Tale classe politica è stata apertamente «accusata» di essere stata «miracolata» in occasione della tornata elettorale del 27 marzo 1994 (4) e di non aver fatto fronte adeguatamente alla nuova situazione, ma di essersi lanciata scompostamente sul potere, trascurando progettualità, formazione e cultura. 

Si tratta di accuse che trovano la loro eventuale fondatezza nell’«accusa» preliminare – non indicata come tale, ma condizione indispensabile perché le altre reggano –, quella di essere stata miracolata il 27 marzo 1994 e di non esserne mai stata o divenuta consapevole. Se qualcuno, nel gennaio del 1995, si fosse aggirato fra le folle di Fiuggi –, trattandosi di miracolati, stavo per scrivere… di Lourdes! – avrebbe colto senza difficoltà che, con maggiore o minore consapevolezza, il trauma da risurrezione colpiva tutti, fatta eccezione per i nostalgici della stampella, che pure avrebbero potuto appenderla come ex voto al Divino Amore o in un altro dei tanti santuari di cui è felicemente cosparsa l’Italia. Ma, se qualcuno fra i miracolati si fosse ingannato nel giudicare il «miracolo», cioè il successo elettorale e la sua natura, se avesse pensato seriamente all’ipotesi dell’autoguarigione, su di esso giudizio chiaro e inequivoco non ha mancato di formulare appunto l’on. Gianfranco Fini, che ha più di una volta, e non di passaggio e retoricamente, sottolineato la straordinarietà di quanto accaduto. 

Perché quanto accaduto era ed è «straordinario». Infatti, le vittorie vengono concepite consuetamente e univocamente come vittorie su qualcuno, raramente avendo presente l’ipotesi che qualcuno può godere dei frutti della vittoria, essere un vincitore di fatto, fare come se avesse vinto, semplicemente perché, per ragioni a questo qualcuno immediatamente estranee e da questo qualcuno immediatamente indipendenti, l’avversario ha perduto, non è più in condizioni di combattere, ha difficoltà rilevanti, e così via. Nella storia dell’Europa cristiana è successo qualche cosa di simile nel 1241, ma non lo ricordano in molti: i mongoli hanno sconfitto i polacchi a Legnica e i tedeschi a Liegnitz – si tratta dello stesso luogo e della stessa battaglia ma, «umano troppo umano», le sconfitte si preferisce metterle sul conto degli altri! –, sono arrivati fino all’Adriatico, poi sono tornati a casa, improvvisamente, per la morte di Ogodai Khan e l’apertura della successione. 

Lo storico «spostamento d’aria» 

L’impero socialcomunista è imploso, senza che nessuno possa vantare di averlo sconfitto in campo aperto, benché non manchino certamente meriti indiretti di Tizio e/o di Caio, Padre Eterno non escluso. Lo spostamento d’aria prodotto dalla sua caduta ha sconvolto anche l’Italia, il paese più comunista del mondo non comunista; la nomenklatura rossa, che si era risparmiata nel 1979 sottraendosi all’abbraccio mortale con l’on. Giulio Andreotti, ha tentato di realizzare un progetto da lungo preparato e ben organizzato, il massimo dell’abilità politica e non: trasformare una sconfitta in una vittoria. Qualcuno ha capito, forse – più realisticamente – ha intuito: il Cavaliere, invece di andarsi a coprire di gloria in paesi esotici, per esempio a Hammamet, è eroicamente «sceso in campo» in Italia, è comparso l’on. Silvio Berlusconi ed è nato il Polo. E l’on. Gianfranco Fini non ha perso l’occasione, ha inventato – con altri, ma giocando il proprio potere – AN, che nel Polo conta, mentre il MSI-DN sarebbe stato semplicemente una versione più a destra del Centro Cristiano Democratico. 

Certo, in tesi, l’on. Gianfranco Fini avrebbe dovuto aspettare che i suoi diventassero «grandi», che capissero quanto a lui pareva giustamente chiaro; ma, nell’ipotesi, ha ritenuto di non poterselo concedere, così come non ha neppure aperto un dibattito interno convocando intellettuali e non per sentirsi esporre confusamente l’opportunità di correre in aiuto della sinistra in rotta, di realizzare una terza forza, di lottare contro il capitalismo trionfante, di costruire una nuova destra dopo la fine della storia, e così via. Invece, ha mirabilmente realizzato, con gli uomini a disposizione – e con chi altri, se no? –, con «romoletti» veri piuttosto che con guerrieri fantasy – per certo guerrieri ma pure per certo fantasy –quanto era necessario per far fronte al problema dell’ora, cioè prendere al più presto contatto con l’autentica novità del panorama politico, una gran parte dell’elettorato cattolico, liberato dalla cattività democristiana – ma anche di quello socialista, demarxistizzato dal decennio craxiano – dopo Tangentopoli. Ed è stato premiato. 

Ideali, non miraggi 

No, certo, gli uomini «piccoli» non sono diventati «grandi» a causa di una vittoria sui generis, consistente nella sconfitta del nemico; no, un’eredità trasforma l’erede semplicemente in quello che era prima di ereditare, più le tentazioni della nuova ricchezza non guadagnata con il sudore della propria fronte; ma non era neppure serio attendere una crescita mai avviata nei decenni precedenti per molte ragioni – complesse e tutt’altro che esenti da profili di grave colpevolezza –, ma soprattutto per una, immediatamente evidente e schiacciante: una distanza tale fra la propria condizione storica e la possibilità di vincere da rinunciare non a combattere – qui sta il segno della qualità umana e il merito –, ma a organizzare una possibile vittoria. E qui si intravedono le responsabilità di quanti – «intellettuali di destra» – avrebbero dovuto fornire ideali, per permettere di superare anche i grandi divari storici senza lasciarsi andare e senza perdere l’equilibrio, e hanno invece prodotto miraggi, che addestrano a più o meno clamorosi fallimenti, quindi in qualche modo li preparano. 

Non credo che lo abbia mai detto, ma il comportamento dell’on. Gianfranco Fini ha una premessa, che potrebbe suonare così: «Intanto, visto che forse si può, cominciamo a vincere, poi si vedrà». E si sono viste anzitutto e subito le difficoltà: governare, cantare sulla scena, non è come fare opposizione, come fischiare dal loggione; soprattutto governare con qualche potere risicato in mano, la titolarità più della sostanza, nonostante la presentazione della situazione da parte degli avversari in termini disorientanti, cioè trionfalistici e sostanzialmente mistificatori: come se «la Destra al governo» fosse equivalente a «la Destra al potere», mentre non lo è assolutamente. Poi la lotta scatenata – sul piano nazionale e su quello internazionale – contro il Governo ha confermato la bontà sostanziale della scelta politica dell’on. Gian- franco Fini: basterebbe un inventario anche grossolano dei «nemici» del Governo Berlusconi per capire la portata oggettiva della compagine sfiduciata dal Parlamento. Poi, finalmente, è stata la volta della presentazione ugualmente mistificatoria e disinformante dei risultati elettorali del 1995, indicati come rovesci, mentre si è trattato di sostanziose conferme di tendenze positive quando non di crescite apprezzabili e questa volta non «miracolose» ma premianti (5). 

Però, se tutto quanto è accaduto è stato colto molto parzialmente dai protagonisti politici, oggi si può affermare con sicurezza che non è stato meglio inteso dagli «intellettuali di destra», che dichiarano pubblicamente di vergognarsi dei loro compagni di strada, visibilmente disturbati perché, nei sette mesi di Governo Berlusconi, non è stato dato alle stampe nemmeno il primo volume dell’edizione nazionale delle loro opere; ma che, soprattutto, non perdonano all’on. Gianfranco Fini di aver vinto senza di loro, quando non contro di loro, dimenticando – da politologi di basso profilo – che l’uomo politico, quello con il carisma e la responsabilità della politica è lui, non loro, come se i mistici fossero quelli che scrivono trattati – o almeno articoletti – di mistica. 

«Segno di predestinazione» 

Credo che, per l’on. Gianfranco Fini, l’aver colto in larga misura il carattere di «miracolo» del marzo del 1994 sia indubbio «segno di predestinazione»; ma credo pure che segno ancor più significativo – nella prospettiva del da farsi sia l’esser stato bersaglio vero della rivolta degli «intellettuali di destra» nell’agosto del 1995. Infatti, se allora il Presidente di AN ha trovato un elettorato, oggi ha perduto dei cattivi consiglieri», quelli che gli avrebbero consigliato di rimandare la costituzione di AN, che lo avrebbero sconsigliato di scendere in campo con gli uomini che aveva, comunque di scendere in campo con i «conservatori», suggerendo piuttosto preliminari tavoli di confronto con la sinistra culturale, così simili agli incontri ecumenici: quando i convenuti escono per annunciare quanto hanno concordato, i fedeli sono scomparsi. 

Quindi, oggi l’on. Gianfranco Fini può – nella m misura in cui glielo permette la pressione politica – cominciare a interessarsi doverosamente di progettualità, di formazione e di cultura non senza rischi, ma con rischi minori, perché libero dall’ipoteca – almeno sentimentale –,  del «piccolo popolo» degli «intellettuali di destra», circondato invece dal popolo reale di AN, aderenti ed elettori. Forse si tratta di lettori di pochi libri – ma libro e cultura sono sinonimi solo in una prospettiva illuministica e, comunque, si tratta di un’ipotesi tutta da verificare –, portatori però di una «cultura di destra» certo implicita, cioè non riflessa, ma sicura: quella che li ha fatti schierare senza incertezze, oltre i nomi a loro per la gran parte ignoti dei singoli candidati, nel 1994 e nel 1995. Perché dovrebbero mutare rotta? Perché lo scrive qualcuno? 

Giovanni Cantoni

 

Note:

(1) Cfr. STENIO SOLINAS, An colpita dal virus dc, in il Giornale, 9-8-1995.
(2) Cfr. GIANO ACCAME, Destra: vi spiego io il male oscuro di AN, in Epoca, anno XLVI, n. 34 (2342), 27-8-1995, pp. 32-33.
(3) Cfr. VITTORIO FELTRI, Alla sera non andiamo ad Arcore, in il Giornale, 15-8-1995.
(4) Cfr. il mio L’alternativa davanti al Polo delle Libertà e del Buon Governo: Seconda Repubblica o NuovaRepubblica?, in Cristianità, annoXXII, n. 227-228, marzo-aprile1994, pp. 3-5.
(5) Cfr. il mio Risultato da leggere in prospettiva, in Secolo d’Italia. Quotidiano di Alleanza Nazionale, 28-4-1995, trascritto in Cristianità, anno XXIII, n. 241-242, maggio- giugno 1995, pp.27-28, con il titolo 23 aprile 1995: il risultato in prospettiva anticomunista.

 

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