Il ricordo di un uomo-cardinale e di un periodo storico non trascorso invano
di Marco Invernizzi
Per celebrare il card. Camillio Ruini (1931-2026) vorrei ricordare un evento estremamente importante per la storia della Chiesa italiana, il Convegno ecclesiale di Loreto del 1985. In quell’occasione Papa Giovanni Paolo II (1978-2005) pronunciò un discorso di quelli destinati a segnare un’epoca, appunto quella in cui in Italia la Chiesa avrebbe dovuto smettere di delegare alla Dc la propria presenza pubblica per invece intervenire come soggetto sociale, con il proprio laicato, con le associazioni e i movimenti, alcuni appositamente creati proprio per la nuova evangelizzazione di un Paese in cui i cattolici dovevano essere convinti di essere diventati una minoranza, ma una minoranza non rassegnata a essere irrilevante.
Poco dopo, nel 1986, il Papa nominò Ruini segretario della Cei, di cui sarebbe diventato Presidente nel 1991, guidandola fino al 2007, durante il pontificato di Benedetto XVI.
Il cardinale accompagnò quegli anni con l’intenzione specifica di attuare il Italia il magistero pontificio, in particolare per fare diventare cultura la fede, che era uno dei punti fondamentali dell’insegnamento di Papa Wojtyla.
Che cosa significa fare diventare cultura la fede? Bisogna tornare indietro negli anni per capirlo, almeno alla fine della Seconda guerra mondiale. Sconvolto dalla guerra civile, diviso dall’odio fra le ideologie rossa e nera, il popolo italiano era rimasto legato alla fede cristiana durante il regime fascista, che non era riuscito (forse anche per effettiva mancanza di convinzione) a creare l’«uomo nuovo» fascista. I cattolici, dopo la fine del conflitto, avrebbero avuto la possibilità di trasformare l’Italia in senso cristiano, ma non ci riuscirono, forse anche per mancanza di una vera convinzione. Votarono la Dc, la mandarono al governo il 18 aprile 1948 pur di fronte a una opposizione comunista importante come in nessun altro Paese occidentale, ma non riuscirono a impedire la penetrazione del laicismo soprattutto nella cultura del Paese, come denunciarono gli stessi vescovi in una Lettera pastorale sul laicismo del 1960. Il Sessantotto colse quasi tutti impreparati, ma in realtà alcuni nella Chiesa avevano compreso e anticipato quanto stava accadendo, soprattutto dopo il rifiuto (anche interno alla Chiesa) dell’enciclica Humanae vitae di san Paolo VI nello stesso 1968. Il Papa polacco, dieci anni dopo, si accorse del clima di rassegnazione presente fra i cattolici in Occidente, ma non si rassegnò. Nacque così il discorso di Loreto e il compito affidato a Ruini di evangelizzare l’Italia per la seconda volta. Il cardinale rispose obbedendo.
Sono state scritte diverse banalità in queste ore successive alla sua morte, anzitutto il suo presunto machiavellismo, il suo essere una sorta di cardinale Richelieu, il suo presunto collateralismo con Silvio Berlusconi dopo la fine della Dc e la nascita della coalizione di centro-destra che vinse le elezioni nel 1994.
La realtà è un po’ diversa.
Ruini rispondeva al progetto del Papa affinché la fede diventasse cultura. Consapevole del processo di secolarizzazione che aveva ridotto i cattolici a una minoranza, aveva compreso come questa deriva passasse soprattutto da un deficit culturale che il potere democristiano non aveva saputo evitare nei decenni precedenti. Per questo dieci anni dopo Loreto, al Convegno ecclesiale di Palermo, nel 1995, auspicò il “progetto culturale”, cioè una presenza pubblica dei cattolici nella società attraverso strutture costituite ad hoc, come il Forum delle associazioni familiari e Scienza e Vita, al fine di difendere i principi non negoziabili da proposte di legge inique. Furono così fermati i Dico nel 2007, cioè il disegno di legge del governo Prodi sulle cosiddette unioni civili delle persone omosessuali, e venne promossa una legge che regolamentava la procreazione artificiale sottraendola al far west, la famosa legge 40 del 2004, certamente non cattolica ma che invertiva il processo verso una totale liberalizzazione, introducendo dei “paletti” che fecero impazzire la sinistra e quei magistrati libertari che negli anni successivi cercheranno di smontare la legge. Il cardinale guidò nel 2005 i cattolici italiani in un memorabile referendum per confermare questa legge che i radicali volevano smantellare, ottenendo una importante vittoria “politica” grazie alla sua intuizione di chiedere agli italiani di non andare a votare per impedire il raggiungimento del quorum.
Non era colpa del cardinale se trovò più corrispondenza nel centro-destra del libertino Berlusconi piuttosto che nel centro-sinistra del cattolico Prodi, al quale peraltro era legato da un’antica amicizia.
IL card. Ruini ha fatto un grande servizio alla Chiesa e all’Italia. Forse il momento più alto della sua vita pubblica è stato dopo la strage di Nassiriya, in Iraq, dove persero la vita 19 militari italiani colpiti dal terrorismo islamista il 12 novembre 2003. In una commovente celebrazione eucaristica a Roma il cardinale fece vibrare nel cuore di tanti italiani il senso della patria, che non è nazionalismo e neppure odio per i nemici, che pur ci sono, ma amore per il bene comune e per la giustizia.
Oggi di tutto questo straordinario servizio sembra essere rimasto poco, ma non è vero. Il lungo pontificato di san Giovanni Paolo II e l’opera del cardinale italiano non appartengono al passato, ma a una stagione della fede in cui il Magistero e l’esempio che sono stati seminati rimarranno per sempre nel cuore e nella mente dei fedeli, in attesa di una nuova evangelizzazione, quando e come Dio vorrà.
Venerdì, 19 giugno 2026
