Senso del peccato ed «eclissi della coscienza»

Alleanza Cattolica 27 anni fa
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Giovanni Paolo II, Cristianità n. 218-219 (1993)

 

Senso del peccato ed «eclissi della coscienza»

 

Discorso ai Vescovi statunitensi dell’Alabama, del Kentuky, della Louisiana, del Mississippi e del Tennessee in visita ad limina apostolorum, del 5-6-1993, nn. 3-4, in L’Osservatore Romano, 6-6-1993. Traduzione e titolo redazionali.

 

Dagli albori della Chiesa nella Pentecoste, la con­versione a Cristo è legata al Battesimo con il qua­­le le persone entrano a far parte del corpo di Cri­sto (cfr. At. 2, 38). Questa rigenerazione «non è un semplice suggello della conversione, quasi un se­gno esteriore che la dimostri e la attesti, bensì è Sa­cramento che significa ed opera questa nuova na­scita dallo Spirito» (Redemptoris mis­sio, n. 47). Quando la Chiesa am­­ministra il Battesimo «per la remissione dei pec­­­cati» — in particolare il peccato originale, la condizione in cui tutti so­­no nati privi della san­ti­­­tà e della giustizia origi­na­­li (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 405) — coloro che lo ri­cevono divengono figli adot­ti­­vi del Padre nel Fi­glio. Essi vengono mo­del­­lati a immagine di Cristo, uniti a Lui a immagi­ne della sua Morte e Ri­sur­­rezione (cfr. Lumen gen­tium, n. 7) e divengo­no santi e templi viventi del­lo Spirito (cfr. Chri­sti­­fideles laici, n. 11-13).

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Il perdono dei peccati sperimentato per la prima vol­ta nel Battesimo è una necessità costante nella vi­ta di ogni cristiano. Restaurare un adeguato senso del peccato è il primo passo da compiere per affronta­re obiettivamente la grave crisi spirituale che incom­be og­gi sugli uomini e le donne, una crisi che può es­sere ben descritta come «un’eclissi della coscienza» (Re­con­­ci­lia­tio et pae­ni­ten­tia, n. 18). Sen­­­za una sa­na con­sa­pe­volezza dei propri peccati, le persone non sperimenteranno mai la profondità dell’amore re­­den­­tore di Dio per loro mentre erano ancora pec­catori (cfr. Rm. 5, 8). Poiché è predominante l’idea se­condo cui la felicità consiste nel soddisfare sé stes­si e nell’essere soddisfatti di sé stessi, la Chiesa de­ve proclamare ancor più energicamente che sol­tanto la grazia di Dio, e non modelli terapeutici o di auto­giu­sti­ficazione, può sanare le divisioni nel cuore umano cau­sate dal peccato (cfr. Rm. 3, 24; Ef. 2, 5).

Il ministero pastorale dei Vescovi e dei sacerdoti si scon­tra costantemente con un fallimento nel riconoscere tutta la verità cir­ca la persona umana. […] un’antropologia parziale e dis­torta costituisce per la Chiesa […] una seria sfida pastorale […]. Che cosa si può fare per aiutare sacerdoti, re­li­­giosi e laici ad avere un sen­so autentico ed equili­bra­to di ciò che significa es­sere infedeli a Dio e quindi pec­care? Certa­men­­te, è necessario un insegnamento ade­guato. Sen­za dubbio la prima fa­se di rinnovamento del­la pratica del Sacra­men­­to della Penitenza con­siste nel pre­dicare con chiarezza ciò che ci di­ce san Giovanni: «Se di­ciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi» (Gv. 1, 8). Infondendo nei cuori delle per­sone un ardente desiderio di perdono e la con­so­la­­zio­ne di incontrare il Padre che è «ricco di miseri­cor­dia» (Ef. 2, 4), coloro che predicano il Vangelo del­la salvezza aiuteranno i fedeli a ri­sco­pri­re «la bel­lezza e la gioia del Sacramento della Penitenza» (Pa­­sto­res dabo vobis, n. 48). Ma la conoscenza deve es­sere accompagnata da sforzi per rendere la pratica del Sa­cramento della Penitenza il più accessibile e il più utile possibile.

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