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“Si fa presto a dire pace”

4 Maggio 2026 by Marco Invernizzi

La Difesa è un dovere necessario. Le parole del ministro Crosetto che non dovremmo dimenticare

di Marco Invernizzi

Io non credo che il Vangelo sia contrario al buon senso, anzi, mi sembra la sua sublimazione. La perfezione del dono di sé, che contempliamo nella vita e nel sacrificio di Gesù, non è contraria alla vita ordinaria di un militare come il centurione, che poi si converte (cfr. Mt 8,5-13 e Atti 10 e 11). Eppure, ad ascoltare i sondaggi e, spesso, ad ascoltare i discorsi sulla pace che circolano oggi, sembra che la pace prescinda dalla giustizia e dalla verità, oltre che dalla volontà di proteggere un popolo dalla guerra. Infatti, secondo Angelo Panebianco, «una maggioranza, se pure relativa, di italiani» è «contraria a aumenti della spesa militare», è «favorevole a riacquistare il gas russo (e al diavolo gli ucraini)» ed è «contraria a inviare navi militari nello stretto di Hormuz per bonificare-sorvegliare l’area dopo un eventuale consolidamento della tregua» (Corriere della Sera, 26 aprile). Peggio, l’impressione è che la pace sia diventata lo slogan che esprime una ideologia pacifista, per cui la pace deve essere esaltata a prescindere, anche quando comporterebbe la rinuncia alla giustizia e alla verità. Ne abbiamo avuto diversi esempi recenti nella storia moderna, come il pacifismo suggerito dal Cremlino durante la Guerra fredda, per smobilitare il mondo cattolico attraverso la politica della “mano tesa”, oppure le marce della pace per impedire l’installazione dei missili in Europa che, al contrario, hanno garantito la pace, scoraggiando ogni ipotesi di aggressione sovietica negli Anni ‘80 del secolo scorso.

Naturalmente la pace è un grande bene, forse il maggiore bene, sia per i singoli uomini che per le nazioni, ma non è mai una cosa astratta. Sto leggendo un libro di Mario Raffaelli, Si fa presto a dire pace (Marcianum press 2025), che spiega proprio come la pace abbia sempre bisogno di un contesto e sia sempre il risultato di un lavoro non solo diplomatico, ma storico e culturale, che ha bisogno di tanto tempo per vedere dei risultati. Nel libro Raffaelli racconta come la pace in Mozambico sia stata raggiunta concretamente, durante gli ultimi anni della Guerra fredda nel secolo scorso, attraverso l’azione diplomatica del governo italiano e della Comunità di S. Egidio, che portò alla storica firma del 4 ottobre 1992, dopo quindici anni di guerra civile, fra il presidente del Mozambico, Joaquim Chissano, e il presidente della Renamo (i ribelli anti-comunisti), Alfonso Dhlakama.

Alla base dell’equivoco c’è un problema culturale. Lo dice bene il ministro della Difesa Guido Crosetto in una recente intervista al Foglio (7 aprile): «la cultura della difesa non è l’elogio della forza. E’ la consapevolezza della vulnerabilità», perché «la pace si protegge. Non si eredita. Non si conserva da sola. Non basta desiderarla. E soprattutto non si difende umiliando l’idea stessa di difesa». E invece ascoltiamo ogni giorno le parole di forze politiche irresponsabili, che fanno continui appelli per rifiutare lo stanziamento di fondi per la Difesa, a cui spesso non viene data una risposta seria e convinta, neppure da chi dovrebbe avere gli strumenti dottrinali e politici per farlo.

Il Papa ogni giorno invita a pregare per la pace e fa benissimo, soprattutto per convincere che la guerra è sempre una tragedia. Ma da questa tragedia i governi devono cercare di proteggere i loro popoli, altrimenti vengono meno ai loro doveri. Questo andrebbe ripetuto e spiegato costantemente: la cultura della difesa non è cultura della guerra, ma l’unico modo per evitarla. E fra la cultura della difesa che dobbiamo sostenere c’è soprattutto quella di respingere una propaganda sottile e astuta, che penetra quotidianamente come un veleno in ciascuno di noi per «farci dubitare di noi stessi, farci percepire la difesa come sospetta, l’Occidente come colpevole in sé, la fermezza come fanatismo, la lucidità come escalation. E’ questa la guerra ibrida – dice sempre Crosetto –: spostare l’equilibrio psicologico delle società democratiche» (ibidem).

Allora, stando così le cose, i cattolici hanno delle grandi responsabilità per il bene comune, anche in una società profondamente secolarizzata come la nostra. L’appello viene dal di fuori del mondo cattolico: «E’ essenziale che i vescovi italiani, mentre giustamente invocano la pace, aiutino gli italiani a comprendere che non c’è contraddizione fra volere la pace e difendersi dai potenziali pericoli, non c’è contraddizione fra mantenere un’attitudine pacifica, per nulla aggressiva verso chicchessia, e contemporaneamente riconoscere non il diritto ma il dovere dei governi di fare tutto ciò che è in loro potere per difendere i loro Paesi da possibili aggressioni altrui» (Panebianco, cit).

La pace certamente, ma quella che porta alla convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore e nella libertà, come è scritto nell’enciclica Pacem in terris di san Giovanni XXIII (1963), uno splendido documento così lontano dal pacifismo ideologico dei nostri giorni.

Lunedì, 4 maggio 2026

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