Testimoni di speranza

Il contagio della speranza cristiana proviene dai suoi portatori sani: uomini e donne che hanno agito e sofferto per santificare se stessi e migliorare il mondo
Daniele Fazio 2 mesi fa
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di Daniele Fazio

In un mondo che ha perso la speranza si può trovare un modo incisivo per tornare a comunicarla? Il richiamo dottrinale a cosa essa sia si accompagna alla testimonianza di portatori sani di speranza cristiana. Chi sarebbero? L’elenco sarebbe notevole, ma sono soprattutto coloro che nel buio delle ideologie hanno tenuto alta, viva, lucente la fiaccola della fede ed in condizioni disumane e tragiche hanno continuato a persistere e perseverare nella fede. Non hanno ceduto alla violenza psicologica e fisica della scristianizzazione e adesso con il loro esempio si stagliano ad illustrare eminentemente questa virtù all’uomo post-moderno.

La Chiesa è nuovamente perseguitata. I cristiani uccisi nel Novecento superano di gran lunga la somma dei cristiani martiri dei secoli precedenti. Da ciascuna di queste esperienze si può trarre una modalità concreta che ci permette di comprendere come dalla sofferenza trasformata nel vero amore il male sia stato superato, nonostante lo schiacciante potere dei signori di questo mondo. Uomini e donne fragili ed impotenti hanno tenuto alta la speranza radicandola nella preghiera e nell’offerta delle sofferenze quale misura di vero rinnovamento.

Nell’enciclica Spe Salvi, Papa Benedetto XVI richiama l’esempio di due testimoni vietnamiti: il cardinale François Xavier Nguyen Van Thuan (1928-2002) e il sacerdote Paolo Le-Bao-Thin (1793 ca.-1857).

Van Thuan, nominato nel 1975 vescovo coauditore di Saigon, viene arrestato dai comunisti e imprigionato per tredici anni, di cui nove in totale isolamento, con due guardie che lo piantonavano costantemente. In prigione celebrava la Messa tenendo sul palmo della mano tre gocce di vino e una di acqua. Un giorno gli fu recapitato un pesce incartato in due pagine dell’Osservatore romano. Scartato il pesce, ripulì i due fogli e li conservò con sé. Era questo il suo modo per rinnovare la sua unità col Papa. Finalmente nel 1988 fu liberato e nel 1991 esiliato in Vaticano. San Giovanni Paolo II (1978-2005) lo nominò presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace e cardinale. Morì a causa di un cancro raro fissando il crocifisso. Benedetto XVI scrive che la sua esperienza «gli consentì di diventare per gli uomini in tutto il mondo un testimone della grande speranza che anche nelle notti della solitudine non tramonta» (Spe Salvi, n. 32).

Paolo Le-Bao-Thin, invece, è tra le vittime della persecuzione che nel XIX secolo si abbatté sempre sul Vietnam scatenata dalla dinastia Nguyễn. Dopo una prima incarcerazione, da chierico, venne rilasciato. Accolto dal suo vescovo, ordinato sacerdote, guidò il seminario e lasciò scritti per i sacerdoti e un compendio di dottrina cristiana per i laici. Nuovamente incarcerato, descrisse nel suo epistolario le tremende condizioni di un vero e proprio inferno in terra. Citando lungamente una lettera del martire, Benedetto XVI commenta: «la sofferenza, i tormenti restano terribili e quasi insopportabili. È sorta, tuttavia, la stella della speranza – l’ancora del cuore giunge fino al trono di Dio. Non viene scatenato il male nell’uomo, ma vince la luce: la sofferenza senza cessare di essere sofferenza – diventa nonostante tutto canto di lode» (Spe salvi, n. 71).

I luoghi propri della speranza – lungi da una sua erronea declinazione individualistica – sono allora l’agire e il patire. Agire rettamente per la gloria di Dio, per migliorare le sorti del mondo, per organizzare una società a misura d’uomo e secondo il piano di Dio è un atto di speranza. Ancora di più il poter trasformare le sofferenze – così come gli innumerevoli martiri ci insegnano – in offerta per gli altri è alla base non solo di una santificazione personale, ma di un cambiamento misterioso ma reale anche della società, che solo Dio sa quando fiorirà. Tutto questo si radica nella preghiera che compendia il momento personale e il momento pubblico, in quanto tutto ciò che si chiede a Dio e soprattutto il sacrificio della Messa hanno un valore – nell’ottica della comunione dei santi – universale e uniscono la terra con il cielo. Lo sforzo continuo non può che essere quello – come ricorda sovente Papa Francesco – di non lasciarci rubare la speranza, per noi stessi e per gli altri.

Giovedì, 07 maggio 2020

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 Daniele Fazio

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Daniele Fazio è nato a Sant'Agata di Militello (Messina) nel 1983. Dopo gli studi classici, ha conseguito la laurea di primo livello in filosofia con una tesi su "Verità e Persona nel pensiero filosofico di Karol Wojtyla". Ha poi conseguito la laurea specialistica in Filosofia contemporanea con una tesi su "Ontologia ed etica della Persona. Prospettive contemporanee". Entrambe le tesi sono state discusse presso l'Ateneo di Messina con la professoressa Paola Ricci Sindoni, ordinario di Filosofia morale. Dal 2009 al 2012 è stato borsista del Centro Universitario Cattolico, con progetto Robert Spaemann: cristianesimo e filosofia nella modernità. Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia (2015) ha curato una ricerca sul pensiero di Étienne Gilson. E' cultore della materia presso la Cattedra di Filosofia morale del Dipartimento Civiltà Antiche e Moderne di Messina, con cui regolarmente collabora sin dal 2009. Ha frequentato i corsi del Tirocinio Formativo Attivo per l’abilitazione all’insegnamento negli Istituti di Istruzione Secondaria per la classe ex A037 – Filosofia e Storia. Militante di Alleanza Cattolica, tra le sue pubblicazioni, oltre agli articoli su riviste scientifiche, sono da rilevare la monografia Étienne Gilson. Metafisica dell’actus essendi e modernità, ed. Orthotes, Napoli 2018 e il saggio Eric Voegelin, un maitre à penser del Novecento in E. Voegelin, Politica, storia e filosofia, a cura di Oscar Sanguinetti, D’Ettoris Editori, Crotone 2018. Facebook - Instangram - Europa Mediterraneo