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Trump e la “questione cattolica”

27 Aprile 2026 by Marco Invernizzi

Nonostante il delirio trumpiano non lasciamo morire quanto costruito nell’ultimo mezzo secolo

di Marco Invernizzi

Accadono tante cose, troppe perché possano essere seguite e analizzate tutte come meriterebbero. Oggi vorrei riflettere con voi sulle “uscite” trumpiane, quasi sempre sopra le righe, ma senza dimenticare le verità nascoste dietro tante esternazioni sbagliate e volgari. Eppure, nel frattempo, il presidente americano è stato oggetto di un nuovo attentato, grazie a Dio fallito anch’esso. Donald Trump sembra sempre essere al centro delle vicende mondiali, e spesso ci augureremmo che non fosse così, per il bene suo, per quello dell’Occidente e, in generale, del mondo conservatore.

Infatti, per fare un esempio, non è difficile cogliere l’impatto negativo degli attacchi sconsiderati del presidente al Santo Padre nei giorni scorsi: basta leggere quanto hanno scritto quasi tutti i giornali nelle ore successive. Per rimanere in Italia, dopo la vittoria del NO al referendum sulla giustizia, l’attacco di Trump era il secondo grande segnale sul quale “giocare” tutte le carte per finalmente creare un “campo largo”, non tanto in senso politico (anche), ma soprattutto dal punto di vista culturale, unendo tutte le forze ostili al conservatorismo e mettendo accanto a questo fronte addirittura il Papa.

Mi direte che questo fronte c’era già. È vero, ma non era unito e soprattutto appariva perdente. I due episodi gli hanno dato energie nuove e l’entusiasmo che mancava. La differenza fra i due episodi sta nel fatto che il referendum avrebbe forse potuto avere un esito diverso, se ci fossero stati maggiore impegno e convinzione nelle forze politiche del centro-destra, mentre nel caso del presidente americano ha fatto tutto lui, compiendo un gesto politicamente suicida, che ha avuto e avrà ripercussioni in tutto il mondo conservatore, perché Trump non è soltanto il commander-in-chief degli Stati Uniti, ma anche il punto di riferimento del movimento MAGA, all’interno del quale ci sono i conservatori vero nomine, almeno fino a oggi.

Naturalmente viene istintivo chiedersi perché il presidente Trump abbia scelto questo modo di porsi così “poco conservatore” verso il Pontefice, cioè così poco attento a quello che il Papa rappresenta, per i cattolici certamente, ma anche in generale per i cristiani protestanti come lui, che possono avere coltivato un’antipatia verso il Papa derivante, appunto, dalla storia del protestantesimo, ma che non possono non vedere nel Vicario di Cristo un punto di riferimento per l’Occidente, anche se non lo ritengono tale. Così è stato per tutti i presidenti conservatori della storia americana, da Ronald Reagan (1981-1989) ai Bush, padre (1989-1993) e figlio (2001-2009).

Rispondere a questa domanda non è facile. La postura di Trump deriva dalle influenze che riceve dal cristianesimo evangelico o, come provocatoriamente viene chiamato, dal “sionismo cristiano”, che contestano a Leone XIV una posizione troppo pacifista nel conflitto contro l’Iran? Ma perché allora non affrontare il tema attraverso le vie diplomatiche, come sarebbe normale per un presidente americano, che non deve per forza condividere tutte le posizioni in politica estera della Santa Sede? Oppure può venire dal disprezzo di Trump verso la diplomazia, che giudica inconcludente, ma allora perché non cercare una strada diretta per esprimere le proprie perplessità?

Di fatto il Presidente americano ha creato una “questione cattolica”, come ha bene spiegato Federico Rampini sul Corriere della Sera (17 aprile), inimicandosi una componente importante del suo elettorato, che sembra essere stata decisiva per la sua elezione al secondo mandato, nel 2025. Rampini lo ha spiegato cedendo la parola a un intellettuale conservatore e cattolico, Ross Douthat, opinionista del New York Times, non trumpiano ma nemmeno ostile al presidente al punto da non riconoscere le cose fatte bene durante gli anni della prima e della seconda presidenza.

Ma allora perché? Io credo esista un problema nel modo di fare del presidente, il cui stile non è semplicemente figlio del suo carattere “sopra le righe”, o del fatto di non conoscere l’importanza della figura del Pontefice a livello mondiale (possibile che nessuno glielo abbia spiegato?), ma derivi invece proprio da quella che qualcuno chiama la IV Rivoluzione, cioè la rivoluzione antropologica degli Anni Sessanta, che appunto provocò un radicale cambiamento nelle relazioni umane, denunciando e affossando il principio di autorità, il rispetto di regole di comportamento che non sono soltanto formali, ma evidenziano un senso di rispetto della persona, della sua funzione, della sua autorità, per cui ognuno va rispettato come imago Dei, unico e irrepetibile: tanto più se incarna una posizione come quella del Papa.

L’impressione è che Donald Trump non capisca, ma anche che non voglia sottostare a questo codice di comportamento. Non lo capisce perché la sua cultura, come quella di tutti noi, è figlia del Sessantotto, della trasgressione, del rifiuto delle forme, che spesso sono anche sostanza. Non capendola, non si sente in dovere di rispettare un certo protocollo e, forse, pensa di potere essere più popolare (da qui il populismo contro le élite) disprezzando pubblicamente tutte le autorità che semplicemente non dicono quello che lui vorrebbe sentire.

Naturalmente questa è solo un’ipotesi di lettura di un fatto che, comunque, rimane nella sua gravità. È vero che viviamo in una società senza memoria, che dimenticherà domani quanto accaduto oggi, tuttavia questo assist è stato troppo ghiotto perché i nemici del conservatorismo se ne dimentichino presto.

Per venire all’Italia, abbiamo visto le reazioni di chi il populismo lo ha praticato prima per aumentare il consenso e poi per governare (male):mi riferisco a Giuseppe Conte e al Movimento5Stelle. Ma abbiamo visto anche il Partito Democratico, con Elly Schlein, che credo si ritrovi perfettamente nell’eredità del Sessantotto e non si dimenticherà di “cavalcare” l’opportunità offerta da Trump, che mette in grande imbarazzo la presidente del Consiglio italiana, schiacciata fra un doveroso e, credo convinto, senso di solidarietà verso il Papa e una fedeltà politica con gli Usa nella prospettiva culturale della Magna Europa.

Detto questo, non perdiamo la speranza. Questi ragionamenti erano impossibili mezzo secolo fa. Allora la società era certamente meno corrotta, ma non c’era quella consapevolezza culturale, diffusasi nel corso degli ultimi cinquant’anni, che è alla base della nascita o rinascita di un mondo conservatore che oggi esiste, in tutto l’Occidente, pur con tutti i suoi limiti. Quello che cominciò negli Usa, durante la presidenza Reagan, e si trasferì anche in Europa non era un conservatorismo solo di facciata, per coprire e giustificare una posizione politica. Era ed è un movimento culturale, che prima non c’era, e da molti decenni. Anche in Italia qualcosa di importante è accaduto: libri, intellettuali, uomini politici, piccoli ambienti, un partito e un governo esplicitamente conservatori. Se ce l’avessero detto negli Anni Settanta, quando ad affermare certi valori si rischiava la vita, non l’avremmo creduto possibile.

Invece qualcosa è avvenuto. È un movimento debole, fragile, poco coltivato, spesso terribilmente superficiale. Ma esiste, non lasciamolo morire. 

Lunedì, 27 aprile 2026

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