URBI ET ORBI, IL DESERTO E LA GRAZIA

Riflessioni a margine della solenne cerimonia di venerdì 27 marzo 2020
Andrea Arnaldi 3 mesi fa
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di Andrea Arnaldi

Introduzione

Non era mai accaduto prima. Mai. Mai un evento di questo tipo, in mondo visione, in una enorme piazza deserta e sotto gli occhi di milioni di persone inchiodate davanti alla diretta televisiva. Mai, per un’ora esatta, con gli occhi del mondo a fissare una scena impensabile, surreale, apocalittica, drammatica e al tempo stesso consolante.

Erano le 18 di venerdì 27 marzo 2020 quando questa scena si è offerta alla contemplazione del cielo e della terra e ognuno di noi ha potuto esserne dapprima spettatore e poi, poco a poco, protagonista.

Vorrei cercare, anzitutto per me stesso, di riordinare le idee, mettere in fila qualche riflessione suggeritami dall’aver vissuto questo momento. Torno allora, con il ricordo ed il pensiero, alla grande piazza in quel tardo pomeriggio di uno strano inizio di primavera.

Gli elementi di scena

Quali sono i più importanti elementi che adornano questo straordinario palcoscenico, la sconfinata piazza San Pietro circondata dal maestoso colonnato del Bernini?

La pioggia nell’oscurità – Siamo al tramonto, scende l’oscurità della sera, una pioggia battente sferza la piazza. È l’incipit della “rappresentazione” che va in scena questa sera ed è, non a caso, l’incipit della grande avventura della storia dell’uomo e della vita di ciascun uomo. La Creazione è raccontata a partire dal dato di partenza: le tenebre che aleggiano sulla terra informe e vuota.  Tenebre cancellate dalla creazione e che riemergono col disordine della caduta. Ogni uomo che rifletta con sincera consapevolezza sulla propria esistenza riconosce che questo è lo “stato dell’arte” che ci caratterizza: debolezze, passioni sregolate, ferite che faticano a rimarginarsi, senso di disorientamento di fronte alle grandi domande che la vita ci sbatte in faccia senza troppi complimenti. Da qui si parte. Da qui si DEVE ripartire. Lo ha fatto Dio, creatore e provvidente, che si è fatto carico di quel Caos originario per sprigionare tutto l’estro della propria “creatività”, proprio per tracciare il sentiero e indicare la direzione. Dal regno della tenebra si può uscire. E la pioggia in qualche misura è anticipatrice di questo possibile esito felice. La pioggia infatti, non rappresenta solo l’elemento avverso, disturbatore, potenzialmente distruttore quando eccede i propri limiti. La pioggia è anche, più spesso, apportatrice di vita, alimento dei corsi d’acqua e delle campagne, risorsa idrica per dissetare il creato, elemento utile per generare energia.

La Solitudine – La piazza è deserta, ogni rumore di fondo rimbomba e attraverso i microfoni entra nelle case di milioni di persone. La solitudine è anch’essa, come la pioggia, un elemento ambivalente. Anzitutto, richiama il senso di abbandono, il deserto con i suoi significati di annientamento, miseria, aridità, inospitalità. In questa accezione, la solitudine si sposa bene con il calare delle tenebre, con il richiamo all’angoscia della fine, della mancanza di ogni consolazione e di ogni possibilità di condivisione della difficoltà del tempo presente. Ma vi è anche un’altra accezione: la solitudine prepara all’incontro personale con il soprannaturale, così come nel deserto Gesù fu tentato e importunato per 40 giorni per poi entrare in relazione profonda con il Padre ed essere servito dagli angeli. Allo stesso modo, gli eremiti egiziani del IV e V secolo si ritirano nella aspra solitudine del deserto per combattere il demonio, affrontarlo in campo aperto e predisporsi alla vittoria su di esso.

I Gabbiani – Tra i rumori di fondo che la televisione ci porta in casa emerge lo stridulo grido dei gabbiani, attoniti spettatori di una Roma svuotata dalla gente in una piazza inaspettatamente tutta a loro disposizione. È il Creato che partecipa alle vicende del mondo, che assiste allo scontro nel deserto, che leva la propria voce per ribadire il proprio esserci.

I Bracieri – Sul sagrato della Basilica sono stati posti alcuni grandi bracieri le cui alte fiamme lanciano bagliori di luce e sembrano contrastare la pioggia torrenziale che li sovrasta. È il momento del tramonto, l’oscurità sta per avvolgere la piazza, la Città, il mondo intero. Il Caos pervade gli animi e ottenebra le menti, cupi presagi si stendono ovunque con la subdola e terrificante energia di una pandemia globale. Eppure, in questo straordinario scenario simbolico, vi sono alcuni portatori della luce e del calore, fiaccole che indicano il sentiero nella fitta oscurità della foresta, punti di riferimento che orientano il viandante nel deserto.

Mentre sta per lasciare la rassicurante quiete di Lorien per intraprendere il viaggio decisivo, Frodo riceve da Dama Galadriel un regalo prezioso:

«Mostrò una piccola fiala di cristallo, che scintillava mentre ella la muoveva, e sprigionava raggi di luce bianca. “In questa fiala” disse “è prigioniera la luce della stella di Earendil, impregnata delle acque della mia fontana. Splenderà ancor più luminosa, quando sarai immerso nella notte. Possano i suoi raggi guidarti nei luoghi oscuri, ove tutte le altre luci si spegnessero».

Le Campane – Se è vero che il grande silenzio è stato sovente interrotto da tanti piccoli rumori di fondo (lo scrosciare dell’acqua, lo stridio dei gabbiani, qualche sirena in lontananza) la vera, grande irruzione di “suono” (escludendo, ovviamente, le parole ed il canto) è stata quella delle maestose campane di San Pietro. Un suono cupo, nobile, imponente, autorevole, che all’improvviso ha squarciato la lunga attesa silenziosa dell’adorazione eucaristica nel momento in cui il Santo Padre, preso con sé l’Ostensorio, si è diretto verso la piazza per impartire la solenne benedizione apostolica. Preannunzio di benedizione e di Grazia, richiamo per i cuori e le menti, inno sacrale al cospetto del Re dei re. Come l’araldo di un gran Signore, le campane diffondono note di buon augurio e di speranza. L’assordante silenzio dell’abbandono è spezzato dalla melodia celeste, preannuncio di vittoria.

La Croce e Maria – Sul sagrato, ai due lati dell’ingresso in Basilica, due immagini sacre vegliano su quanto sta accadendo: l’antico crocifisso ligneo portato qui dalla chiesa di San Marcello in quanto vinse miracolosamente la peste nel XVI secolo e l’effige di Maria, Salus Populi Romani, veneratissima immagine sacra della Madre di Dio, assai cara alla Città Eterna. Non li hanno messi qui perché in qualche modo si doveva pur “arredare” un enorme sagrato spoglio di una gigantesca piazza vuota. Croce e Maria sono qui perché rappresentano l’antidoto alla paura, alla disperazione, al senso di abbandono. L’Abbandonato per eccellenza (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”) e Colei che invece di fronte allo scandalo della croce e della sconfitta mortale non è fuggita come gli altri.

Il Crocifisso, contorto nel dolore del supremo sacrificio, guarda la piazza e sembra piangere di fronte alla debolezza dell’uomo: rivoli d’acqua lo solcano per tutta la durata della cerimonia e si uniscono alle striature rosso sangue realizzate dall’antico artista che ne ha forgiato il sembiante: “dalle sue piaghe uscì sangue ed acqua”.

I Protagonisti

L’uomo solo e claudicante – La scena si apre con le immagini di un anziano signore che avanza lentamente e con andatura visibilmente zoppicante attraversando da solo, sotto un torrente di pioggia, l’enorme piazza vuota. “Ecce Homo!”, ecco l’uomo, come disse Pilato presentando alla folla inferocita la figura sfigurata e insanguinata di Gesù. Ecco l’uomo, ciascun uomo, che vive nella solitudine e nell’angoscia la prova della tentazione, mentre l’oscurità si infittisce e le intemperie lo tormentano. Ecco l’uomo che sperimenta il Caos, il disordine, il deserto. Eppure, per quanto sia oppresso da sentimenti di angoscia e fatichi enormemente nel suo stentato cammino, quell’uomo avanza, segue un itinerario segnato dai bracieri e incorniciato dalla Croce e da Maria. Ha una direzione verso la quale ha puntato il timone. La sua solitudine si svela allora come un’apparenza, un inganno del Nemico.

La Parola, le parole – L’inganno della solitudine viene vinto dall’irrompere della Parola. Dio parla e lo fa attraverso la declamazione cantata del brano del Vangelo di Marco, capitolo 4, che racconta la “tempesta sedata”. La tempesta è simbolo della nostra condizione di pericolo, paura, disperazione e senso di abbandono. In questo frangente drammatico gli apostoli gridano terrorizzati e implorano Gesù, che dorme tranquillo a poppa, di porre fine alla loro angoscia. Certo, il primo impulso degli apostoli non è la lode di Dio e la declamazione della Sua misericordiosa onnipotenza, ma è l’angoscia urgente di salvare la pelle. Siamo noi. E la risposta di Dio è la conferma della Sua presenza: sono qui, sulla barca con voi, anzi mi sono messo nel punto più pericoloso della barca. Ed ecco che irrompe la quiete, la serenità, la salvezza.

Dopo “la” Parola, seguono le parole, quelle con le quali il Papa commenta il brano del Vangelo e ne offre la chiave di lettura.

«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti»

Fino al potente richiamo alla conversione:

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai».

Il Santissimo Sacramento – Elementi di scena, oggetti, suoni, uomini e parole. Ma, infine, vi è un unico grande protagonista in tutto quanto è accaduto in quel tardo pomeriggio di un venerdì di Quaresima dell’anno Domini 2020. Preannunciato dalla Parola, che lo ha indicato come Colui che è presente (Colui che è) nelle vicende della vita degli uomini, la Presenza si è manifestata nel modo più eclatante e vero: un grande Ostensorio posto sull’altare per mostrare al mondo che la Presenza è presente, che il Grande Abbandonato non abbandona, che Colui che pare dormire sul fondo della barca travolta dalla tempesta è pronto a placare i venti e le acque.

Allora, gli strepiti degli apostoli smarriti e atterriti devono essere sostituiti dal Silenzio. Non già il silenzio dell’abbandono e della tristezza, ma quello dell’adorazione e della meditazione profonda. Scorrono lenti minuti di silenzio sotto l’occhio delle telecamere che portano questa immagine silenziosa a milioni di persone. Reti televisive abituate al rumore, al parlare continuo e spesso vano, volgare, vuoto trasmettono il silenzio ad un mondo col fiato sospeso, fermo di fronte alla Presenza.

Questo meraviglioso silenzio che suscita l’adorazione di chi crede ed il rispetto di tutti, si interrompe quando l’uomo stanco e claudicante viene rivestito da paramenti sacrali, prende “su di sé” l’Ostensorio, come Cristo prese la Croce all’inizio della salita del Calvario, e, carico delle angosce, delle speranze, delle preghiere di milioni di donne e di uomini si avvia verso la piazza. Le campane iniziano i loro rintocchi, lo sguardo si posa sull’uomo vestito di bianco che guarda lontano, verso la piazza ed il grande viale che ne prosegue la prospettiva, e compie gesti antichi, di una potenza inaudita, senza pronunciare alcuna superflua parola.

La Grazia non fa rumore, la Misericordia è più fitta della pioggia di fine marzo.

Martedì, 31 marzo 2020

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 Andrea Arnaldi

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