E’ in corso una battaglia fra libertà e tirannia. Bisogna scegliere da che parte stare
di Marco Invernizzi
L’episodio relativo al prelevamento del Presidente Nicolàs Maduro e della moglie dalla loro camera da letto a Caracas e al successivo trasferimento a New York segna la fine (forse) del “socialismo del XXI secolo”. Quest’ultimo è stato un tentativo di rilancio dell’ideologia socialista dopo il 1989 e dopo la fine dell’Urss (1991) in America Latina, in particolare attraverso il pensiero del politologo tedesco Heinz Dieterich, che fu consigliere del governo venezuelano prima della rottura nel 2007, e assunto come programma politico da diverse figure carismatiche, in particolare dal generale venezuelano Hugo Chàvez (1954-2013).
Si tratta di una forma di socialismo che rifiuta alcuni aspetti deleteri del “socialismo reale”, in particolare il burocratismo e la violenza, per tenere insieme con la lotta per l’uguaglianza sociale anche il nazionalismo, con un esplicito rimando alla figura dell’eroe nazionale dell’America Latina Simon Bolivar (1783-1830), per quanto profondamente strumentalizzata.
Chàvez è stata certamente la figura principale di riferimento di questo movimento politico. Generale dell’esercito venezuelano, dopo un fallito golpe che lo ha portato in prigione nel 1992, riesce a conquistare il potere vincendo quattro elezioni consecutive dal 1999 al 2013, poco prima della morte. Il suo socialismo nazionale lo porta a raccogliere consensi rosso-bruni, cioè sia all’estrema sinistra che all’estrema destra, in nome della lotta contro l’Occidente e contro gli Usa in particolare. Di fatto porta il Paese alla miseria, anche se quest’ultima si manifesterà soprattutto dopo la sua morte, quando il Venezuela viene governato dal suo braccio destro, Maduro.
Il chavismo porta il Venezuela alla miseria perché applica in modo radicale l’idea di fondo del socialismo, cioè la soppressione della proprietà privata, attraverso la nazionalizzazione della produzione petrolifera, che è la vera ricchezza del Paese. Nazionalizzata l’industria petrolifera, il Venezuela sprofonda nella miseria a causa dell’incapacità produttiva, della corruzione, dell’inefficienza.
Con Chàvez il Venezuela diventa un punto di riferimento per tutte le forze anti-occidentali del mondo, sia a destra sia a sinistra, ovviamente in proporzioni diverse. Il generale, come detto, ha vinto quattro elezioni prima di morire di cancro e lasciare a Maduro la direzione del Paese, che nel frattempo è diventato sempre più militarizzato grazie al ruolo essenziale dell’esercito e dei “colectivos” (forze paramilitari armate al servizio del ministro dell’interno), mentre l’esercizio delle libertà concrete si è sempre più ristretto. Con Maduro, la miseria diventa il principale problema del Paese, con otto milioni di abitanti che vanno in esilio volontario.
La Chiesa rimane l’unica alternativa al regime, sia perché riceve aiuti dall’estero e può organizzare le “pentolate” per sfamare una popolazione stremata, sia per la sua struttura capillare attraverso le parrocchie, presenti sul territorio, che possono aiutare la popolazione in difficoltà.
L’opposizione politica esiste, divisa in tanti partiti, e vince le elezioni con Edmundo Gonzàlez Urrutia nel 2024, sotto la regia politica di Maria Corina Machado, che riesce a uscire clandestinamente dal Venezuela per arrivare a Oslo il 19 ottobre 2025 per il Premio Nobel per la pace, ritirato poche ore prima dalla figlia. Ma l’opposizione non ha un esercito né una forza paramilitare in grado di contrapporsi all’esercito di Maduro. Forse per questo Trump dirà che Machado è “gentile”, ma non ha la forza per potere governare. Non basta riempire le piazze, neppure le urne, bisogna avere anche la forza.
Trump invece ha la forza e la usa. Il blitz con cui ha portato Maduro in prigione negli Stati Uniti non rappresenta forse un modello di rispetto del diritto internazionale, anche se non ha invaso un Paese con un esercito di centinaia di migliaia di soldati, come invece ha fatto Putin in Ucraina. Si è trattato di un’operazione di polizia nei confronti non soltanto di un uomo politico ostile agli Usa, ma anche ritenuto colpevole di gravi reati, in primis il narcotraffico, come si avrà modo di verificare in occasione del prossimo processo a New York.
Il Presidente Usa ha voluto ribadire che in America Latina non si può prescindere dagli Stati Uniti e che favorire la Cina e la Russia e i loro interessi geo-politici non è una buona idea, ma il prelevamento di Maduro non è completamente comprensibile prescindendo dalla sua dimensione criminale.
Noi europei amiamo il diritto internazionale e ci piacerebbe vederlo sempre rispettato. Però bisogna prendere atto che nel mondo odierno comanda la forza degli Stati, o almeno di alcuni Stati. Sono tutti uguali questi Stati? L’uso della forza americana è ancora preferibile a quello cinese o russo, o peggio della Corea del Nord? Io penso senz’altro di sì.
Il gesto di Trump ha diviso ancora una volta il mondo fra favorevoli e contrari. Esso però è il segno di una divisione molto più antica che riguarda l’Occidente e risponde alla domanda: la cultura occidentale è un patrimonio che merita di essere difeso e riproposto oppure al contrario merita di morire, cioè di essere spazzato via dalle nuove forze ideologiche e politiche che si richiamano o al vecchio comunismo aggiornato (Cina e Corea del Nord) oppure a una forma di nazionalismo imperialista con venature religiose (sciita in Iran e ortodosso in Russia)?
Nell’ottica di un cattolico che vive in Occidente, che sa benissimo che la sua cultura e la sua civiltà non sono le uniche possibili incarnazioni della fede cristiana, ma sono quelle che contraddistinguono le sue radici, è giusto difendere e riproporre questi principi (che sono quelli della dottrina sociale della Chiesa), oppure va incoraggiato quel vento rivoluzionario, nazionalista e/o socialista, che in nome del “socialismo del XXI secolo” vorrebbe spazzare via dalla storia l’Occidente decadente e corrotto?
Anche oggi bisogna scegliere, come durante la Guerra fredda, se si vuole proteggere e ricostruire partendo dall’esistente, per quanto disgustoso possa essere, oppure se si preferisce cercare di “distruggere il sistema” per poi affidarsi utopisticamente alla costruzione del “mondo nuovo”.
Maduro è espressione di questo mondo rivoluzionario, nemico radicale dell’Occidente e accecato dall’odio anti-americano, che piace a certa destra e a quasi tutte le sinistre, che ha portato il popolo venezuelano alla fame o alla fuga di otto milioni di abitanti, disperati.
Ma non si tratta soltanto del Venezuela. E’ in corso in questi giorni un’antica battaglia fra la libertà e la tirannia. Chi scende in piazza in Iran (addirittura sembra invocando il ritorno di Reza Pahlavi, l’erede dello Scià di Persia, fuggito dal Paese nel 1979 dopo la Rivoluzione khomeinista), o i venezuelani che manifestano in tutto il mondo la loro gioia per l’arresto di Maduro auspicando la caduta del regime, così come gli oppositori che non possono parlare in Cina, Russia e Corea del Nord: tutte queste persone stanno dalla parte della libertà contro i regimi totalitari o dispotici. Fra queste persone che scendono in piazza ci sono appartenenti alle più diverse formazioni politiche. In Venezuela l’opposizione è divisa in tanti partiti, così come in Iran, e la mancanza di una leadership spesso è il principale problema perché indebolisce e rende l’opposizione poco credibile. Vi è poi il problema della forza militare: è evidente che Machado ha un grande seguito e consenso, ma non controlla l’esercito nemmeno in parte e questo fa sì che sia una leader che certamente vincerebbe le eventuali elezioni, ma poi avrebbe poche possibilità di governare.
Tuttavia, non è questo il punto. Il fatto è che interi popoli hanno riscoperto il desiderio della libertà, l’amore per la propria tradizione e per le radici, e sono disposti anche a sacrificare la vita per raggiungere questi obiettivi.
L’«asse del male» è in difficoltà, questa è la buona notizia. Ma nessuno pensi che tutti gli iraniani che eroicamente stanno sfidando il regime siano come noi vorremmo che fossero: ci sono femministe e radicali, nostalgici della monarchia e musulmani sciiti non fondamentalisti, tutti comunque uniti dal rifiuto di un regime che nega il valore della libertà, che impedisce alle forze politiche di organizzarsi all’interno della Repubblica, e che si è alleato nell’«asse del male» con Cina, Russia, Corea del Nord, Bielorussia, Nicaragua e Venezuela. Basta questo per guardare con riconoscenza a queste persone che, come gli ucraini e i venezuelani, difendono un valore universale e cristiano, cioè quella libertà scritta nel diritto naturale dei popoli che troppo spesso noi in Occidente siamo tentati di disprezzare perché viene usata male e da malintenzionati.
Lunedì, 12 gennaio 2026
