«Vivere senza menzogna». Un profilo di Aleksandr Solženicyn

Maurizio Brunetti 2 anni fa
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Maurizio Brunetti, Cristianità n. 394 (2018)

 

«Vivere senza menzogna». Un profilo di Aleksandr Solženicyn

 

1. «Molte delle cose che ho fatto — disse san Giovanni Paolo II (1978-2005) le ho fatte pensando a lei e grazie per quel che ci ha saputo dire» (1). Il Pontefice rivolse queste parole allo scrittore russo Aleksandr Isaevič Solženicyn (1918-2008) nel corso del colloquio privato di circa un’ora avvenuto a Roma il 16 ottobre 1993.

In quest’anno in cui ne ricorrono sia il centenario della nascita sia il decennale della morte, è più che giusto rendere omaggio a questo gigante della letteratura — Solženicyn fu insignito del premio Nobel nel 1970 —, del pensiero e soprattutto della volontà sottomessa allo spirito. Sopravvissuto inaspettatamente a un tumore maligno allo stomaco nel 1954, lo scrittore pose il resto della propria vita al servizio di una missione: svelare la realtà, patita sulla propria pelle, dell’universo concentrazionario sovietico — l’«Arcipelago GULag» (2) — a un Occidente distratto, quando non connivente; fare da cassa di risonanza alle moltitudini silenziate e prive di diritti del suo Paese in anni in cui l’implosione dell’Unione Sovietica era ancora lontana; provare che la menzogna e la disumanità sono caratteristiche intrinseche di ogni totalitarismo — e, in particolare, di quello social-comunista —, ma che l’uomo può comunque resistervi e addirittura vincere ove conservi un rapporto costitutivo con la verità, non dimentico di Dio e della propria realtà spirituale. 

2. Aleksandr Isaevič Solženicyn nasce a Kislovodsk, nel Caucaso, l’11 dicembre 1918 (3). È figlio di Isaakij Semenovič (?-1918), ufficiale volontario dell’esercito zarista che aveva combattuto tre anni sul fronte russo-tedesco e morto pochi mesi prima della sua nascita, e di una giovane donna di origini ucraine, Taisia Sacharovna Ščerbak, cui il regime comunista confisca ben presto le proprietà terriere di famiglia. Nel 1941 Alek­sandr si laurea in matematica e fisica all’univer­sità di Rostov mentre, dal 1939, segue per corrispondenza i corsi di filosofia, storia e letteratura del­l’Università di Mosca. Nel corso della Seconda Guerra Mondiale (1939-1945) fa valere in veste di ufficiale le sue competenze nella fonotelemetria — la localizzazione delle batterie nemiche in base alle onde sonore — che gli otterranno alcune decorazioni. 

Nel 1945 viene arrestato mentre presta servizio nella Prussia Orientale: l’accusa è di propaganda antisovietica, per aver espresso giudizi critici su Iosif Vissarionovič Džugašvili «Stalin» (1878-1953) in una lettera indirizzata a un compagno di scuola. Viene condannato a otto anni di lavori forzati e al confino perpetuo. Nel GULag comincia a ideare le proprie opere letterarie mandando a memoria «molte migliaia di righe» (4). Negli anni di prigionia gli incontri con centinaia di persone estremamente diverse per convinzioni e destini innescano un lungo processo di revisione delle sue opinioni, dall’ateismo e dall’ingenuo entusiasmo per il bolscevismo inculcatigli a scuola alla riscoperta del cristianesimo ortodosso e all’anticomunismo consapevole.

Lungo la sua odissea carceraria Solženicyn sperimenterà tanto il regime duro — per esempio nel campo di Ekibastuz, nel Kazachstan, con mansioni di minatore, muratore e operaio in fonderia — quanto quello relativamente mite di una šaraška, come venivano chiamati i laboratori scientifici segreti all’interno dei quali fisici, ingegneri, chimici e scienziati d’altro genere lavoravano da reclusi allo sviluppo di nuove tecnologie d’impiego soprattutto militare. Tali esperienze ispireranno rispettivamente il racconto lungo Una giornata di Ivan Denisovič, pubblicato nel 1962, e il romanzo Il primo cerchio del 1968 (5).

3. Nel 1953 termina il periodo di detenzione e inizia quello di domicilio coatto a Kok-Terek, in Kazachstan, dove insegna matematica e fisica. Nell’autunno di quell’anno gli viene diagnosticato un cancro. «Sembrava assai probabile — racconta lo scrittore — ch’io avessi solo pochi mesi di vita. In dicembre i medici […] confermarono che non mi rimanevano più di tre settimane. Tutto quanto avevo memorizzato nei lager minacciava di spegnersi con la mia testa. […] Durante quelle ultime settimane promesse dai medici […] di sera e durante le notti rese insonni dal dolore mi urgeva la necessità di scrivere: con scrittura minutissima riempivo i fogli, ne arrotolavo diversi insieme e li infilavo in una bottiglia di spumante vuota. Sotterrai la bottiglia nel mio orto e a capodanno del 1954 partii per Taškent per morirvi. Tuttavia non morii (dato il trascuratissimo tumore acutamente maligno, questo fu un miracolo di Dio, e solo come tale lo interpretai. L’intera vita che mi è stata restituita da allora non mi appartiene più nel senso completo della parola, vi è stato immesso uno scopo)» (6).

I mesi trascorsi nel remoto ospedale uzbeko forniranno a Solženicyn la base del romanzo semi-autobiografico Reparto C, dove «C» sta per «cancro», e il reparto oncologico attorno a cui ruotano i personaggi del romanzo assurge a metafora della società afflitta dalla «metastasi» comunista (7).

4. Nel 1956 comincia in Unione Sovietica la destalinizzazione, Solženicyn viene «riabilitato» e le restrizioni imposte dal confino perpetuo cessano. Nel 1961, dopo il XXII Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, il primo segretario del Comitato Centrale Nikita Sergeevič Chruščëv (1894-1971) dà parere favorevole alla pubblicazione del racconto Una giornata di Ivan Denisovič sulla rivista Novyj mir (8). Per la prima volta in Unione Sovietica si può accedere a un testo che descrive la vita di un uomo qualunque all’interno di un campo di lavoro forzato senza che autore e lettori rischino conseguenze penali. La tiratura iniziale della rivista, di quasi centomila copie, viene esaurita in poche ore. Di lì a un anno ne escono edizioni statunitensi, francesi e ita­liane. Solženicyn perviene così alla fama mondiale. 

Con la caduta di Chruščëv, nel 1964, inizia per lo scrittore un nuovo periodo di persecuzioni e di ostracismo: la polizia segreta gli requisisce parte dell’archivio e nel 1969 viene espulso dall’Unione degli scrittori sovietici. Quando, nel 1970, l’Accademia svedese delle Scienze gli conferisce il premio Nobel per la letteratura, Solženicyn decide di non recarsi a Stoccolma, temendo che le autorità sovietiche non gli avrebbero consentito il ritorno in patria. L’8 agosto 1971 sopravvive miracolosamente a un tentativo di avvelenamento da parte del KGB (9) con una sostanza che gli provoca vesciche dolorose e di difficile cicatrizzazione su tutto il corpo, come se fossero ustioni di secondo grado. Lo scrittore avrebbe in seguito attribuito il fallimento dell’attentato all’intercessione di san Pantaleone medico (?-305), giacché qualche minuto prima era entrato nella cattedrale di Novočerkassk e aveva rivolto a tale santo un’invoca­zione di protezione (10).

Fra l’agosto e il settembre del 1973 compone a Mosca il breve scritto Vivere senza menzogna, una sorta di appello-manifesto inizialmente destinato agli intellettuali moscoviti del tempo (11). Il 12 febbraio 1974 viene arrestato, condotto forzosamente nella Germania Federale e privato della cittadinanza sovietica. Per l’allora responsabile della politica culturale dei comunisti italiani, on. Giorgio Napolitano, le autorità sovietiche non avrebbero potuto trovare una «soluzione migliore», visti gli «aberranti giudizi politici di Solgenitsyn» (12). Del resto — argomenta dalle colonne de l’Unità«le posizioni dì quanti vorrebbero “imporre” una “liberalizzazione” all’interno dell’URSS subordinando in modo inammissibile lo sviluppo del processo di distensione a non si sa quali mutamenti del regime politico e dell’ordinamento giuridico sovietico [sarebbero] del tutto fuorvianti oltre che manifestamente contrarie agli interessi supremi della pace» (13).

5. Nei primi anni dell’esilio Solženicyn vive molti mesi a Zurigo: è alla ricerca di documenti di prima mano sulla permanenza in Svizzera di Vladimir Il’ič Ul’janov «Lenin» (1870-1924) per La ruota rossa, una narrazione in vari volumi sugli eventi preparatori della Rivoluzione russa del 1917, che lo scrittore ultimerà nel 1994 (14). Dal 1976 si stabilisce a Cavendish, nel Vermont, nel nord-est degli Stati Uniti d’America.

Resosi conto che Solženicyn, a differenza di altri dissidenti famosi, non può essere «normalizzato» con l’etichetta di socialista riformatore e umanitario, l’establishment culturale progressista in Occidente tenta di co­struirgli attorno una sorta di cordone sanitario. Le sue opinioni sono ritenute inammissibili: quando al «mondo libero» rimprovera la viltà e la corruzione spirituale, intellettuale e morale (15); quando non propone come alternativa al comunismo né la fase rivoluzionaria che lo precede, né quella che lo segue — sesso, droga e rock’n’roll —, ma il ritorno a Dio (16); quando distingue gli eventuali eccessi dei regimi autoritari — per esempio quello spagnolo di Francisco Franco Bahamonde (1892-1975) e quello cileno di Augusto Duarte Pinochet (1915-2006) — dalla disumanità senza attenuanti dei regimi che realizzano le uniche due tipologie di totalitarismo del secolo XX: comunismo e nazionalsocialismo (17).

Nel 1974 esce in Italia Arcipelago GULag. La casa editrice Monda­dori, che aveva acquisito i diritti del libro, lo pubblica senza alcun battage pubblicitario, anzi, mettendo in atto una curiosa forma di autocensura che andava contro i propri stessi interessi commerciali (18). Carlo Cassola (1917-1987), scrittore partigiano di cultura azionista e di lì a poco promotore di una «Lega per il disarmo unilaterale dell’Italia», definisce Solženicyn «un retore declamatorio che non vale niente come scrittore» (19), precisando che «un corrispondente di provincia scrive meglio» (20). Gli fa eco lo scrittore e futuro eurodeputato del Partito Comunista Italiano Alberto Moravia (pseudonimo di Alberto Pincherle, 1907-1990), scrivendo: «Ci dispiace per Solgenitsin, che è un nazionalista slavofilo della più bell’ac­qua, ma gli orrori da lui giustamente denunziati, sembrano essere stati originati da certi caratteri storici del suo paese piuttosto che dal socialismo» (21).

Qualche anno più tardi, il saggista e narratore Umberto Eco (1932-2016) avrebbe collegato Solženicyn al «[…] filone del misticismo ottocentesco russo [alimentato] almeno in buona parte […] dal grande savoiardo, il padre del pessimismo reazionario cattolico e legittimista: Joseph de Maistre [1753-1821]» (22). Nonostante il palese intento denigratorio, l’accostamento era corretto (23).

6. Il 10 maggio 1983 Aleksandr Solženicyn è insignito a Londra del Premio Templeton. L’investitore e filantropo sir John Templeton (1912-2008), cristiano presbiteriano, lo aveva istituito nel 1972 per premiare uomini distintisi nell’«imprenditoria dello spirito». Per volontà del fondatore, il suo importo — attualmente ammonta a 1,1 milioni di sterline — avrebbe sempre dovuto superare quello dei premi Nobel, volendo così significare che i progressi nel dominio spirituale non sono meno importanti di quelli conseguiti in altre aree di ricerca. Nella lista dei vincitori vi è santa Teresa di Calcutta (1910-1997) — la prima destinataria del premio in assoluto — e, fra gli scienziati, il sacerdote ungherese naturalizzato statunitense, nonché religioso benedettino, fisico e filosofo della scienza Stanley Laszlo Jaki (1924-2009). 

Nel discorso pronunciato in occasione del conferimento del premio, Solženicyn evoca il «graduale inaridimento della forza interiore […] che, dal tardo Medio Evo in poi, ha progressivamente sommerso l’Occiden­te». Tale inaridimento sarebbe «[…] per la fede una minaccia ben più pericolosa di qualsiasi attacco le giunga dall’esterno» (24).

Nel 1989, con la rimozione del Muro di Berlino, in Unione Sovietica cade il divieto di pubblicare le opere di Solženicyn e Arcipelago GULag esce a puntate sulla rivista Novyj mir. 

Nel 1994 lo scrittore rientra in Russia e decide di tornare a Mosca in treno da Vladivostok, nell’estremo oriente del Paese, percorrendo seimila chilometri di territorio russo. Riprenderà in patria il suo percorso intellettuale al servizio del suo popolo. Negli ultimi anni le sue critiche nei confronti dell’Occidente si fanno più aspre e le sue prese di posizione tranchant suscitano molte polemiche in Russia e all’estero. Muore a Mosca il 3 agosto 2008. Il solenne funerale di Stato si tiene tre giorni dopo presso il monastero Donskoj di Mosca, che tuttora conserva le sue spoglie mortali.

Nel 1963, poco tempo dopo la pubblicazione di Una giornata di Ivan Denisovič, Aleksandr Solženicyn aveva composto una preghiera che circolò nel samizdat, l’auto-editoria clandestina espressione delle varie correnti d’opposizione in Unione Sovietica. La riporto qui per intero: «Co­me mi è facile vivere con Te, Signore! / Com’è facile credere in Te! Quando il mio intelletto confuso / si ritira e viene meno, quando gli uomini più intelligenti / non vedono al di là di questa sera / e non sanno che fare domani, / Tu mi concedi la chiara certezza / che esisti e ti preoccupi / perché non vengano sbarrate / tutte le vie che portano al bene. / Sulla cresta della gloria terrena / io mi volto indietro stupito / a guardare la strada percorsa / dalla disperazione a questo punto / donde fu dato a me comunicare / all’Umanità un riflesso dei Tuoi raggi. / Dammi quanto m’è necessario / perché continui a rifletterli. / E per quello che non riesco a fare, / so che Tu hai destinato / altri a compierlo» (25).

Maurizio Brunetti

 

Note:
(1) Cit. in Irina Alberti, Così lItalia censurò Solženicyn, in Avvenire. Quo­ti­dia­no dispirazione cattolica, Milano 13-4-1999. Irina Alberti (1924-2000), se­greta­ria dello scrittore durante il periodo dell’esilio trascorso in Sviz­zera fra il 1974 e il 1976, era presente all’incontro.
(2) Cfr. Aleksander Solženicyn, Arcipelago Gulag, trad. it., a cura di Maurizia Calu­so, Mondadori, Milano 2017. «GULag» è l’acronimo di Glavnoe Upravlenie ispravitel’no-trudovy­ch Lagerej, «Direzione generale dei campi correttivi di lavoro».
(3) La vita dello scrittore è esaustivamente raccontata in Ljudmila Saraskina, Solženicyn, con una Introduzione di Adriano Dell’Asta, trad. it., San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 2010. Su questa biografia monumentale, pubblicata in Russia pochi mesi prima che lo scrittore morisse, cfr. l’ampia recensione di Giovanni Formicola, in Storia Libera. Rivista di scienze storiche e sociali, anno I, n. 1, Castellammare di Stabia (Napoli) 2015, pp. 165-169.
(4) A. Solženicyn, La quercia e il vitello. Uno scrittore contro il potere. Memorie autobiografiche, trad. it, Mondadori, Milano 1975, p. 11.
(5) Cfr. Idem, Una giornata di Ivan Denisovič, trad. it., Einaudi, Torino 2017, e Il primo cerchio, trad. it., Mondadori, Milano 1981.
(6) Idem, La quercia e il vitello. Uno scrittore contro il potere. Memorie autobiografiche, cit., pp. 11-12.
(7) Il romanzo è stato pubblicato in Italia con vari titoli: Divisione cancro (Il Saggiatore, Milano 1968, e Garzanti, Milano 1974), Reparto C (Einaudi, Torino 1997) e Padiglione cancro (Newton Compton, Roma 2007).
(8) Il racconto comparirà sul numero del novembre 1962.
(9) Il Komitet gosudarstvennoj bezopasnosti, cioè il «Comitato per la sicurezza dello Stato» di cui la sigla KGB costituisce l’acronimo, è stato la principale agenzia di sicurezza, servizio segreto e polizia politica dell’Unione Sovietica. Ha operato dal 1954 al 1991.
(10) Cfr. L. Saraskina, op. cit., pp. 990-998.
(11) Cfr. A. Solženicyn, Vivere senza menzogna, con la Lettera ai dirigenti del­lUnione Sovietica, trad. it., Mondadori, Milano 1974. Il testo è pure presente in Idem, Il mio grido. Il prezzo della vigliaccheria è sempre e solo il male, trad. it., PianoB Edizioni, Prato 2015, pp. 7-14.
(12) Giorgio Napolitano, Ancora sul «caso Solgenitsyn», in lUnità, Roma 20-2-1974.
(13) Ibidem.
(14) In italiano sono disponibili solo il primo volume della tetralogia Agosto 1914 (Mondadori, Milano 1972) e Lenin a Zurigo (Mondadori, Milano 1976), che contiene alcuni capitoli tratti dal secondo.
(15) Cfr. A. Solženicyn, Un mondo in frantumi, discorso pronunciato l’8-6-1978 all’Università «Harvard», in Idem, Il mio grido. Il prezzo della vigliaccheria è sempre e solo il male, cit., pp. 42-66.
(16) Cfr. Idem, La millenaria fede popolare è il nostro bene supremo, discorso tenuto in occasione del conferimento del premio Templeton, in corso di pubblicazione sul sito web <https://aleanzacattolica.org>. Pure significativo è il discorso tenuto il 25 settembre 1993 in Francia all’inaugurazione di un monumento a Les Lucs-sur-Boulogne in ricordo dell’insorgenza di popolo vandeana contro la Rivoluzione francese. Cfr. Idem, Onore alla memoria della resistenza e del sacrificio degli insorti vandeani del 1793 contro la Rivoluzione, in Cristianità, anno XXI, n. 222, ottobre 1993, pp. 13-14.
(17) Sulla Spagna di Francisco Franco cfr. l’intervista concessa alla TV spagnola, ora trascritta in Cultura e Identità. Rivista di studi conservatori, anno X, nuova serie, n. 21 del 29-9-2018 (<www.culturaeidentita.org>), pp. 41-46. Sul Cile di Pinochet lo scrittore si espresse, per esempio, nel corso della conferenza stampa del 22-3-1976 a Madrid. Cfr. Idem, Dialogo con il futuro. Discorsi e interviste, trad. it., La Casa di Matriona, Milano 1977, pp. 97-106 (p. 105).
(18) Cfr. Mara Quadri, Il grande guastafeste. Solženicyn e la stampa occidentale, in La nuova Europa, anno VIII, n. 2, Milano 1999, pp. 78-87.
(19) Carlo Cassola, Intervista al settimanale «Il Mondo» cit. in Enzo Bettiza (1927-2017), Dalla parte di Solzhenicyn, in Il Giornale, Milano 25-6-1974.
(20) Ibidem.
(21) Alberto Moravia, Gli schiavi della Santa Russia, in LEspresso, Roma 8-9-1974, pp. 62-63.
(22) Umberto Eco, I nuovi filosofi, in Corriere della Sera, Milano 27-7-1977.
(23) Che la teologia della storia di Joseph de Maistre sia caratterizzata da un pessimismo radicale è uno dei molti cliché «duri a morire» sul personaggio. Per una ricostruzione del suo pensiero scevra da pregiudizi, cfr. Ignazio Cantoni, Joseph de Maistre (1753-1821) profeta delleterno. Un itinerario introduttivo, in Cristianità, anno XLI, n. 367, gennaio-marzo 2013, pp. 45-60.
(24) A. Solženicyn, La millenaria fede popolare è il nostro bene supremo, cit.
(25) Idem, La verità è amara. Scritti, discorsi e interviste (1974-1995), trad. it. a cura del Centro Studi Russia Cristiana, Maurizio Minchella, Milano 1995, p. 2.

 

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 Maurizio Brunetti

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Maurizio Brunetti è professore aggregato di Geometria e Algebra presso la Scuola Politecnica e delle Scienze di Base dell’Università di Napoli «Federico II». Ha conseguito il Master of Science e il Ph.D. in Matematica presso l’università di Warwick (Regno Unito), come anche il Dottorato di Ricerca in Italia. La sua attività di ricerca si svolge prevalentemente nella topologia algebrica e, più di recente, nella teoria spettrale dei grafi. Sono oggetto dei suoi studi para-accademici le questioni epistemologiche relative alla storia della scienza, l’evoluzione della musica classica occcidentale – in particolare del Novecento – e il conservatorismo anglosassone. Suoi articoli, interviste, recensioni e traduzioni sono apparsi sulle riviste Cristianità, Cultura & Identità, Storia Libera, Veritatis Diaconia e Il Corriere del Sud. Per la D’Ettoris Editori ha curato l’edizione italiana dei seguenti volumi: Guida politicamente scorretta alla storia degli Stati Uniti d’America di Thomas J. Woods Jr. (2011), Lo spirito del Natale di Gilbert K. Chesterton (2013), La genesi della scienza di James Hannam (2015), Hobbit Party di Jonathan Witt e J. W. Richards (2016) e Campioni del Rosario. Eroi e storia di un’arma spirituale di Donald H. Calloway (2018). Milita in Alleanza Cattolica sin dai tempi del liceo.