Il Comune di Pisa (1080 ca.-1406)

Alleanza Cattolica 6 anni fa
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di Marco Tangheroni

 

1. La tradizione marittima

Antica, quasi originaria, è la tradizione marittima di Pisa, che fin dalla sua esistenza come centro urbano — in età etrusca —appare legata al mare e dotata di un’importante funzione portuale, che cresce in età romana, come conferma il fortunato ritrovamento, nel dicembre del 1998, di un porto, oggi interrato, all’epoca presumibilmente fluviale o lagunare, con una quindicina di relitti di navi. Il sistema era completato da un porto marittimo, qualche chilometro a sud, e da un porto alla foce dell’Arno, là dove sorse, in età paleocristiana, una basilica in ricordo della prima eucarestia in Italia che san Pietro (m. 64 ca.), vittima di un naufragio, avrebbe celebrato personalmente, secondo una leggenda molto antica: la chiesa, poi inglobata in una basilica romanica, aveva appunto il nome di San Piero a Grado, ad gradum, cioè al porto. Fedele a Roma sia nella seconda guerra punica (219-201 a.C.), quando è sfiorata dalla discesa in Italia del cartaginese Annibale Barca (274 ca.-183 a.C.), sia nella guerra contro i liguri (166-155 a.C.), diventa colonia romana nell’età dell’imperatore Cesare Augusto (63 a.C.-14 d.C.). Le descrizioni letterarie e le molteplici provenienze mediterranee del materiale archeologico, dimostrano che Pisa — in latino solo plurale, Pisae — fu una città molto fiorente, aperta verso il mare e ridistributrice di merci nel retroterra della Tuscia: caratteri che si ritrovano nella sua grande stagione di “repubblica marinara”.

 

2. L’ascesa della città marinara

Una lettera scritta nel 603 a Smaragdo, esarca bizantino di Ravenna fra il 585 e il 589, da Papa san Gregorio I Magno (590-604) — che invano aveva chiesto “ai pisani” di desistere dal loro intento di uscire in mare con i propri dromoni, dal greco drómos, veloce nave da guerra — testimonia non solo la continuità dell’attività marittima anche dopo la fine dell’impero romano d’Occidente, nel 476, ma pure l’indipendenza, di fatto, di cui godeva allora la città, non più bizantina e non ancora longobarda, anche se negli anni o nei decenni immediatamente successivi passerà a far parte del regno longobardo. Saccheggiata dai vichinghi nel secolo IX, attaccata dai saraceni nel secolo X e all’inizio del secolo XI, Pisa — forse anche per questi attacchi, con un meccanismo che potremmo definire, con lo storico inglese Arnold Joseph Toynbee (1889-1975), di “sfida e risposta” — non solo reagisce, ma è protagonista, insieme a Genova, della riconquista marittima cristiana del Mediterraneo Occidentale, per secoli dominato dalla marineria islamica.

Dopo il Mille, per più di un secolo le navi, gli armatori e i marinai-mercanti di Pisa sono gl’interpreti di una straordinaria serie d’imprese marittime: la sconfitta dell’emiro musulmano Mudjahid al-Amiri “Mugetto” (m. 1044), signore di Denia, in Spagna, che aveva tentato, nel 1015, la conquista della Sardegna, da allora aperta, invece, alla penetrazione della città toscana e di Genova; la spedizione contro la città di Bona, in Africa Settentrionale, nel 1034; quella contro Palermo, ancora musulmana, con i proventi della quale è avviata la costruzione della nuova grande cattedrale, dedicata a Santa Maria Assunta, nel 1063; la spedizione, voluta da Papa Vittore III (1087-1088), contro l’allora munitissima città tunisina di al-Mahdyia, nel 1087; infine, la grande spedizione balearica, degli anni 1113-1115, che porta, con l’aiuto del conte di Barcellona, Raimondo Berengario III (m. 1131), alla provvisoria riconquista di Maiorca e alla liberazione di migliaia di cristiani, schiavi dei musulmani.

Pisa partecipa alla prima crociata (1096-1099) con una grande flotta di centoventi navi che, attardatasi nel saccheggio di alcune isole bizantine, arriva in Terrasanta nel settembre del 1099, cioè un mese e mezzo dopo la conquista di Gerusalemme. La sua attività, però, è molto importante per assicurare la conquista dei centri del litorale siro-palestinese e per fronteggiare la flotta dell’Egitto fatimita. A capo delle navi è lo stesso arcivescovo della città, Daiberto (m. 1107), che Papa beato Urbano II (1088-1099) aveva difeso contro i monaci vallombrosani — che lo accusavano di simonia per esser stato ordinato diacono alla corte dell’imperatore Enrico IV di Franconia (1050-1106) —, innalzato alla dignità di metropolita e infine nominato proprio legato per la guida spirituale della crociata, dopo la morte di Ademaro di Puy, nel 1098. Daiberto, poi, pur con qualche contrasto, diviene il primo patriarca della chiesa latina di Gerusalemme.

 

3. L’apogeo del secolo XII

Pisa conosce il suo apogeo nel secolo XII, grazie ai traffici marittimi con Costantinopoli, dove aveva un quartiere inferiore solo a quello veneziano, con la Siria e la Terrasanta — ancor oggi ad Accon, un tempo Acri, si può visitare il quartiere portuale pisano —, con l’Egitto, con l’Africa maghrebina, con le Baleari, con la Francia Meridionale, con l’Italia del Sud e con la Sicilia. Merita di essere riportata la ben nota descrizione che ne fa il geografo arabo al-Idrisi (1099 ca.-1164 ca.), autore di un trattato geografico per il re normanno di Sicilia Ruggero II d’Altavilla (1095-1154): “È una delle metropoli dei Rûm [romani]; celebre è il suo nome, esteso il suo territorio; ha mercati fiorenti e case ben abitate, spaziosi passeggi e vaste campagne abbondanti d’orti e di giardini e di seminagioni non interrotte. Il suo stato è possente, i ricordi delle sue gesta terribili; alti ne sono i fortilizi, fertili le terre, copiose le acque, meravigliosi i monumenti. La popolazione ha navi e cavalli ed è pronta alle imprese marittime sopra gli altri paesi. La città è posta su di un fiume che ad essa viene da un monte dalla parte della Langobardia. Questo fiume è grande ed ha sulle sponde mulini e giardini”.

La piazza del duomo, con la cattedrale, il battistero, il celebre campanile pendente e il camposanto monumentale, esprime compiutamente i caratteri della cultura pisana, profondamente cristiana e insieme mediterranea. Di essi lo scrittore tedesco Rudolf Borchardt (1877-1945) ebbe a dire che […] voltano orgogliosamente le spalle alla Toscana e guardano al mare”. La cattedrale — per la sua grandiosità senza eguali nella Cristianità dell’epoca, almeno fino alle cattedrali gotiche —, oltre a segnare il ritorno al marmo, il materiale nobile per eccellenza del mondo romano, s’ispira a Santa Sofia di Costantinopoli per la cupola e al mondo arabo per gli archi a ferro di cavallo, la bicromia e molti elementi decorativi, ed esalta, nelle cinque navate del braccio longitudinale e nelle tre navate del transetto, il ruolo delle grandi colonne, tutte monolitiche, estratte dalle cave di granito dell’Elba e da quell’isola trasportate via mare. Della consapevolezza dell’impresa è testimonianza l’epigrafe sulla facciata in ricordo del primo architetto-ingegnere, Buscheto (secolo XI), lodato sia per la costruzione di un tempio superiore a quello dei romani, sia per l’invenzione di speciali macchine per il trasporto e per la posa in opera di simili colonne.

Il secolo XII conosce altri importanti lavori pubblici, religiosi — come ancora attestano una quindicina di chiese romaniche, fra parrocchiali e monastiche — e civili, quali le mura, anch’esse in buona parte conservate, e l’allestimento e la fortificazione di Porto Pisano, subito a nord dell’allora piccolo castello di Livorno, necessario per i nuovi velieri protagonisti dei traffici marittimi. La precocità, la varietà e la ricchezza della cultura pisana emergono in molti altri campi. I suoi giuristi giungono a un alto grado di elaborazione giuridica, pratica e teorica, come mostrano, già a metà del secolo XII, i due “Costituti”, della Legge e dell’Uso, cioè del diritto di derivazione romana e di quello consuetudinario, nato, com’è scritto nel prologo, “propter conversationem diversarum gentium”, “per i rapporti internazionali con popoli diversi”. Vanno ricordati anche Burgundio (1110 ca.-1193), esperto di greco, traduttore e teologo, e Leonardo Fibonacci (1175 ca.-1235 ca.), che, educato nell’algerina Bugia da maestri musulmani e affinatosi, “attraverso lo studio e la disputa“, in Provenza, in Grecia, in Siria e in Egitto, dà un decisivo contributo alla conoscenza e alla diffusione nella Cristianità latina delle cifre arabe — che egli chiama correttamente “indiane” — ed è, per giudizio unanime, il maggiore matematico del Medioevo occidentale.

Dalla seconda metà del secolo XII, infine, si fissa la tradizione ghibellina di Pisa, dopo che nei decenni precedenti era stata punto d’appoggio sicuro per i Pontefici e rifugio accogliente per Papa Innocenzo II (1130-1143) dal 1134 al 1137, meritando da san Bernardo di Chiaravalle (1090 ca.-1153) — un cui discepolo, di nascita pisana, il beato Eugenio III, sarà eletto Papa (1145-1153) — l’appellativo di “altera Roma”, “seconda Roma”.

 

4. La decadenza

Nel secolo XIII gl’interessi pisani si concentrano soprattutto sull’Africa Settentrionale e sulla Sardegna. L’emigrazione pisana nell’isola è molto consistente e di diversa estrazione sociale, dalle famiglie nobili ai grandi e ai piccoli mercanti, dagli artigiani ai militari, ai marinai e alle persone più umili in cerca di fortuna. Grandi casate pisane, come i Gherardesca, i Visconti — da non confondere con i Visconti di Milano — e i Da Capraia, conquistano i troni dei quattro regni, i “giudicati”, in cui essa era divisa. Il conte Ugolino della Gherardesca (m. 1289) vi fonda, verso il 1260, la città di Villa di Chiesa, oggi Iglesias, le cui miniere producevano allora dal 5 al 10 per cento dell’argento d’Europa; altri pisani fondano, nel 1217, Castel di Castro, oggi Cagliari. Attraverso complesse vicende, fra la metà del Duecento e l’inizio del Trecento, il comune di Pisa arriva a controllare tutta l’isola, tranne il giudicato d’Arborea, comunque alleato. Ma proprio allora la sua potenza marittima volge al declino.

Il plurisecolare confronto con Genova per la supremazia in Corsica, in Sardegna e, più in generale, nel Mediterraneo Occidentale, trova una soluzione decisiva nella battaglia navale della Meloria, il 6 agosto 1284, in cui la flotta pisana è quasi annientata. Altre due guerre perse fra il 1323 e il 1328 contro la Corona d’Aragona — cioè l’unione personale del Regno d’Aragona propriamente detto, del Regno di Valenza, del Principato di Catalogna e, più tardi, del Regno di Maiorca, di quello di Sicilia e di quello di Napoli —, cui Papa Bonifacio VIII (1294-1303) aveva nel 1297 infeudato il “Regno di Sardegna e di Corsica”, portano alla perdita di ogni influenza politica nell’isola.

Pisa, dopo l’appassionato coinvolgimento nella politica imperiale, soprattutto con gl’imperatori Federico II di Svevia (1194-1250) ed Enrico VII di Lussemburgo (1274 ca.-1313) — quest’ultimo sepolto nel duomo della città toscana —, e nonostante l’isolamento politico in Toscana, rimane un centro importante, in lotta accanita con Firenze per l’egemonia nella regione. Soprattutto, malgrado l’allontanamento progressivo delle maggiori famiglie mercantili dalle attività marittime, resta un centro bancario, finanziario, commerciale e portuale di primissimo piano. Nel 1343, Papa Clemente VI (1342-1352), con la bolla In supremae dignitatis, eleva il suo studio universitario al rango di “Studio Generale”. Sul piano interno, al reggimento da parte dell’oligarchia mercantile, nelle forme della “democrazia comunale”, si alternano esperimenti signorili di diversa origine: nobiliare, come quelle di Ugolino della Gherardesca e del nipote Nino Visconti (1265 ca.-1298), dal 1284 al 1288, o della famiglia dei Donoratico della Gherardesca, dal 1329 al 1347; militare ed esterna, come quelle dei capi ghibellini Guido da Montefeltro (m. 1298 ca.), fra il 1289 e il 1293, e Uguccione della Faggiola (1250 ca.-1319), dal 1313 al 1316; mercantili, come il “dogato” di Giovanni dell’Agnello (m. 1387), dal 1364 al 1368, e la signoria di Piero Gambacorta (m. 1392), dal 1370 al 1392.

Dopo drammatiche e convulse vicende politiche interne, Pisa, venduta da momentanei signori prima alla Milano dei Visconti, nel 1399, poi alla sua mortale nemica in Toscana, Firenze, è conquistata, dopo duro assedio, appunto da questa. Finisce così, nel 1406 — con un nuovo periodo d’indipendenza, sanguinosamente difesa, dal 1494 al 1506 —, la grande storia di questo comune marinaro. Le famiglie del suo ceto dirigente si disperdono allora nel Mediterraneo e in particolare in Sicilia.


Per approfondire: vedi Ottavio Banti, Breve storia di Pisa, Pacini, Pisa 1989; e il mio Medioevo Tirrenico. Sardegna, Toscana e Pisa, Pacini, Pisa 1992.

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