La Città-Stato di Lucca (1162-1848)

Alleanza Cattolica 8 mesi fa
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di Giulio Dante Guerra

 

1. Le origini

Lucca, fra le numerose Città-Stato che hanno caratterizzato il Medioevo italiano, è una delle poche ad aver mantenuto la propria indipendenza e identità statale, ininterrottamente, dall’età comunale fino all’epoca della Restaurazione.
Le istituzioni comunali vi si sviluppano fra la fine del secolo XI e gli inizi del XII. Se la partecipazione dei lucchesi alla prima crociata (1096-1099) avviene a titolo personale, nel secolo successivo il Comune di Lucca partecipa con milizie proprie alle guerre che si combattono in Toscana e stipula trattati come entità territoriale dotata di autonomia politica, più o meno legittimata da diplomi imperiali. In particolare, con i privilegi concessi nel 1081 dall’imperatore Enrico IV di Franconia (1050-1106) la città assume una consistenza specifica all’interno del marchesato di Toscana, uno dei più grandi complessi feudali del regno d’Italia. Acquistati nel 1160 i diritti del marchese Guelfo VI di Baviera (1115-1191) sulla città e sul suo contado — le cosiddette “sei miglia” — nel 1162 Lucca vede riconosciuto il proprio Comune dall’imperatore Federico I Barbarossa di Hohenstaufen (1125-1190) in occasione della Dieta di San Genesio.
Questo primo periodo di libertà comunale è per Lucca anche un periodo di prosperità economica e le monete con l’effigie del Volto Santo — il “crocifisso tunicato” ligneo attribuito a Nicodemo, divenuto il simbolo stesso della città — circolano in tutta la Cristianità. Ma ben presto il Comune è coinvolto nelle lotte fra guelfi e ghibellini con alterne vicende, finché, nel 1315, finisce sotto la signoria del ghibellino Uguccione della Faggiola (1250 ca.-1319), signore anche di Pisa. L’anno seguente una rivolta di entrambe le città, capeggiata a Lucca da Castruccio Castracani degli Antelminelli (1281-1328), costringe Uguccione a fuggire dalla Toscana. Nei dodici anni seguenti Castruccio, con il favore dell’imperatore Ludovico di Wittelsbach (1287-1347), detto il Bavaro, riunisce sotto di sé un vasto ducato che va dalle Cinque Terre alle vicinanze di Volterra e a Pistoia. Nel 1328 Castruccio muore di malaria.

2. La Repubblica

Dopo un periodo d’incertezza che vede succedersi rapidamente diverse signorie, nel 1369 l’imperatore Carlo IV di Lussemburgo (1316-1378) rilascia un diploma che dichiara la città libera dalla soggezione a Pisa. Maturano in questi anni quelle che saranno per secoli le direttive fondamentali della politica estera della Repubblica di Lucca — come, secondo il linguaggio classicheggiante che si sta affermando, ha cominciato a chiamarsi il Comune —, tendenti a sottrarre la città alla grande politica italiana e, a partire dal secolo XVI, a quella internazionale, per difendere la propria libertà, cioè i diritti e le prerogative cittadine. La prudenza della classe dirigente locale non è segno d’inerzia civile o d’incapacità politica, ma nasce da un’attenta valutazione dei fattori in gioco e da un amore profondo per la “piccola patria”. Nonostante i violenti contrasti interni che caratterizzano la vita cittadina nel Medioevo, le diverse fazioni si presenteranno sempre in modo unitario e solidale di fronte ai pericoli che mettono in discussione l’indipendenza della Repubblica.
Nel 1372 è pubblicato il nuovo Statuto — con la suddivisione della città in tre terzieri e in dodici gonfaloni o contrade —, in base al quale è eletto il Consiglio Generale, vengono sorteggiati gli Anziani ed è nominato il Consiglio Minore. Ai nove Anziani — che durano in carica solo due mesi e non sono riconfermabili per un anno — ne è preposto un decimo, con il titolo di Gonfaloniere di Giustizia e con funzioni di capo di Stato e di governo, anch’egli eletto per un bimestre e non rieleggibile per due anni.
Estinti gli Antelminelli, prevale la famiglia magnatizia dei Guinigi, che si assicurano stabilmente il potere con la nomina di Paolo (1376-1432) a signore di Lucca, il 21 novembre 1400. In trent’anni di governo egli seguirà una politica tesa a conservare — più con la diplomazia che con le guerre — l’indipendenza e l’integrità territoriale della città, ma nel 1406 non riesce a impedire la caduta di Pisa in mano ai fiorentini, che nel 1430 assediano anche Lucca. L’intervento del capitano di ventura milanese Francesco Sforza (1401-1466) pone fine all’assedio, ma anche alla signoria dei Guinigi.
La ricostituzione delle magistrature repubblicane non determina però la fine delle ostilità contro Lucca, che si ritrova, nel secolo successivo, fortemente ridimensionata nel territorio e quasi completamente circondata dai fiorentini dopo la definitiva sottomissione di Pisa a Firenze nel 1509. La città, tuttavia, non dimentica i propri doveri verso la Cristianità e nel 1463 aderisce alla crociata proclamata da Papa Pio II (1458-1464) per la liberazione di Costantinopoli dai turchi, promettendo di armare a proprie spese una galera. La morte del Pontefice, però, farà tramontare definitivamente il progetto della crociata.
Viene anche riorganizzata la vita civile ed economica dello Stato con la pubblicazione, nel 1446, del nuovo Statuto Generale, lo Statutum de regimine, a cui fanno seguito provvedimenti volti a risollevare le condizioni di una popolazione stremata da guerre, da carestie e da pestilenze. Sono emanate leggi a favore dell’agricoltura, dell’industria e del commercio, e si cerca d’indirizzare, con leggi contro il lusso, le spese dei cittadini abbienti verso gli investimenti produttivi. Nel 1448 viene istituito l’Offizio sopra la Onestà e nel 1489 il francescano beato Bernardino da Feltre (1439-1494) fonda il Monte di Pietà contro l’usura.
Dopo la congiura dei famiglia Poggi, nel 1522, Lucca è sconvolta dalla rivolta degli “straccioni” (1531-1532), cioè dei tessitori, organizzatisi contro riduzioni controllate della produzione. Nel 1542 Pietro Fatinelli (1512-1543) spera invano nell’appoggio dell’imperatore Carlo V di Asburgo (1500-1558) per farsi signore di Lucca, mentre nel 1546 Francesco Burlamacchi (1498-1548) progetta una rivolta generale contro i Medici, duchi di Firenze. Nell’ambito di queste crisi s’infiltra in città la Riforma protestante, che si diffonde indisturbata fino al 1545, quando la Repubblica — che non aveva accettato la giurisdizione della Congregazione dell’Inquisizione, meglio nota come Sant’Uffizio, istituita da Papa Paolo III (1534-1549) tre anni prima — emana una legge recante severi provvedimenti contro l’eresia. Questa iniziativa ne blocca la diffusione nello Stato lucchese, e nel 1565 — su suggerimento di san Carlo Borromeo (1538-1584), divenuto in quegli anni cardinale protettore della Repubblica di Lucca —, Papa Pio IV (1559-1565) conferisce alla città la Rosa d’Oro, onorificenza pontificia per importanti servizi resi alla Chiesa. Il pericolo protestante è scongiurato grazie anche all’attuazione della Riforma promossa dal Concilio di Trento (1545-1563), in cui ha un ruolo rilevante — accanto al clero diocesano e agli ordini religiosi tradizionali — la Congregazione dei Chierici Regolari della Madre di Dio, fondata nel 1574 da san Giovanni Leonardi (1541-1609), che, dopo molte ostilità iniziali, diverrà con le sue scuole lo strumento principale di formazione intellettuale e religiosa dei giovani nobili. La rievangelizzazione del popolo lucchese continuerà nel secolo successivo, e culminerà nell’incoronazione della statua del Volto Santo nella cattedrale di San Martino, nel 1655, e nell’erezione sul largo dello Stellario di una colonna dell’Immacolata, nel 1687. Né va dimenticata la partecipazione di numerosi volontari lucchesi alla battaglia di Lepanto, nel 1571.
Nel frattempo due riforme costituzionali ufficializzano la natura aristocratica della Repubblica: la prima, del 1556, restringe, con poche eccezioni, l’accesso alle cariche pubbliche ai nati in Lucca da padre lucchese, e la seconda, del 1628, istituisce il Libro d’Oro del patriziato lucchese, limitando l’elezione alle 224 famiglie che avevano ricoperto cariche nel settantennio precedente.
Il secolo XVIII vede da un lato gli sforzi della Repubblica per tenersi fuori dalle guerre di successione, che coinvolgono l’Italia nella prima metà del secolo, dall’altro la partecipazione di volontari lucchesi alla battaglia di Petrovaradin contro i turchi, nel 1716. Nel 1726 la diocesi di Lucca, da sempre immediate subiecta alla Santa Sede, viene elevata ad arcidiocesi.

3. Il Ducato e il Principato

Quando, nel 1792, i francesi tentano di esportare manu militari la Rivoluzione in Italia, Lucca cerca in ogni modo di mantenersi fuori dal conflitto, pur versando al Sacro Romano Impero, di cui era considerata feudo, contributi in denaro per le spese di guerra. Ogni astuzia però si rivela inutile e il 2 gennaio 1799 il generale Jean-Mathieu-Philibert Sérurier (1742-1819) occupa militarmente la città. L’insorgenza popolare del 4 maggio è soffocata nel sangue, ma il 18 luglio, dopo la sconfitta francese alla Trebbia, la città è invasa, al grido di “Morte ai giacobini!” e di “Viva i nostri signori!”, dagli insorti delle campagne, così che il generale austriaco Johann Klenau (1758-1819) può insediare una nuova reggenza provvisoria, composta dagli Anziani e dal Gonfaloniere dell’ultimo governo aristocratico. Lucca è rioccupata il 9 luglio dell’anno seguente e assoggettata a un governo “democratico”, quindi liberata l’11 settembre dal generale lodigiano Annibale Sommariva (1755-1829), comandante delle truppe imperiali in Toscana, infine di nuovo ripresa dai francesi il 9 ottobre.
I successivi trattati di Luneville e di Firenze, del 1801, abbandonano definitivamente l’Italia a Napoleone Bonaparte (1769-1821) — imperatore dei francesi e re d’Italia—, che il 14 luglio 1805 nomina principe di Lucca Felice Baciocchi (1762-1841), principe di Piombino e marito di sua sorella Maria Anna Elisa Bonaparte (1777-1820), che sarà la vera sovrana del Principato, a cui sono aggiunte, nel 1806, Massa, Carrara e la Garfagnana. Gran parte dei patrizi dell’antica repubblica aristocratica, cioè quelli che avevano accettato di far parte dei governi della repubblica democratica, si adatterà a divenire ornamento della fastosa corte dei Baciocchi. L’esenzione dei lucchesi dalla coscrizione obbligatoria, che Elisa riuscirà a conservare per tutta la durata del suo principato, contribuisce a stornare il pericolo di nuove insorgenze.
Dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia, nel 1813, e la fuga di Elisa, diventa chiaro ai delegati lucchesi al Congresso di Vienna che, per salvare l’autonomia, bisognava rinunciare al regime repubblicano, di per sé sospetto alle grandi monarchie. Lucca viene assegnata, sotto forma di ducato, a Maria Luisa di Borbone-Parma (1782-1824), ma il 10 giugno 1817 un atto addizionale del Trattato di Vienna stabilisce che alla morte di Maria Luisa d’Austria (1791-1847) — l’ex imperatrice dei francesi, alla quale è stato assegnato il ducato di Parma, Piacenza e Guastalla — i Borboni tornino a Parma e il Ducato di Lucca passi al granduca di Toscana.
Nel 1824 la duchessa Maria Luisa muore a Roma e gli succede il figlio Carlo Lodovico (1799-1883), di animo instabile e stravagante, che riesce a governare abbastanza bene solo grazie all’esistenza di un’aristocrazia avvezza, per tradizione familiare plurisecolare, alla gestione della cosa pubblica. I primi moti del Risorgimento trovano scarso seguito a Lucca; ma quando, nel 1847, i prodromi di quella che sarà la rivoluzione europea del 1848 si fanno sentire anche in città, il duca — dopo aver incaricato il ministro marchese Antonio Mazzarosa (1781-1861) di riforme in senso liberale — cede anticipatamente, il 4 ottobre, il Ducato a Leopoldo II di Asburgo-Lorena, granduca di Toscana (1797-1870). Questi compare ancora con il titolo di duca di Lucca in un manifesto che indice le elezioni del Parlamento Toscano, dopo la concessione dello Statuto nel 1848, ma l’unione dei due Stati si rivelerà presto una vera e propria annessione, con la progressiva perdita da parte di Lucca di tutte le sue antiche autonomie, fino al decreto del 26 aprile 1858 sul ritiro dal corso legale di tutte le monete lucchesi. Un anno dopo, il golpe liberal-unitario del 27 aprile 1859 caccia il granduca e prepara l’annessione della Toscana al Regno di Sardegna, poi Regno d’Italia.

Giulio Dante Guerra


Per approfondire: vedi A. Mazzarosa, Storia di Lucca dalla sua origine fino al MDCCCXIV, Forni, Bologna s.d., ristampa anastatica dell’ed. del 1833; Augusto Mancini (1875-1957), Storia di Lucca, Pacini Fazzi, Lucca 1981, ristampa anastatica dell’ed. del 1950; Raoul Manselli (1917-1985), La repubblica di Lucca, in AA. VV., Comuni e signorie nell’Italia nordorientale e centrale. Lazio, Umbria e Marche, Lucca, vol. VII, tomo secondo, della Storia d’Italia, diretta da Giuseppe Galasso, UTET, Torino 1987, pp. 610-743.

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