Martiri spagnoli del secolo XX

Alleanza Cattolica 6 anni fa
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di Mauro Ronco

 

1. La proclamazione pontificia dei martiri

La storia del popolo spagnolo dalla proclamazione della II Repubblica, il 14 aprile 1931, al 1° aprile 1939, quando il capo delle forze nazionali, generale Francisco Franco Bahamonde (1892-1975) dichiara la fine della guerra, è stata per lunghi anni censurata, nell’intento di cancellare la memoria di una persecuzione anticristiana senza l’uguale nella storia del cristianesimo occidentale. Infatti tutte le forze dell’arco rivoluzionario, dal liberalismo massonizzante al democratismo radicale, dalle Internazionali socialista e comunista ai trotzkisti e agli anarchici, corresponsabili del tentativo di scristianizzare gli spagnoli, hanno tutelato il comune interesse a occultare i misfatti compiuti; inoltre, il contributo dell’Italia alla vittoriosa crociata ha reso agevole alla propaganda antifascista marchiare tutte le vittime dell’odio anticristiano con l’infamia riservata dai vincitori della seconda guerra mondiale agli sconfitti.

Ma il 29 marzo 1987 la Chiesa cattolica offre l’ennesima prova di essere sia arca dell’Alleanza dell’uomo con Dio che custode dei valori umani e della memoria storica: Papa Giovanni Paolo II proclama beate, dopo il riconoscimento del martirio, tre carmelitane scalze del monastero di San José di Guadalajara: Jacoba Martínez García (1877-1936), Eusebia García y García (1909-1936) e Marciana Valtierra Tordesillas (1905-1936), fucilate dai repubblicani il 24 luglio 1936. Negli anni seguenti, dopo processi canonici che verificano per tutti la condizione di martiri, lo stesso Papa proclama beati: nel 1989, padre Vicente Díez Tejerina (1893-1936) e altri 25 padri della comunità passionista di Daimiel, presso Ciudad Real, assassinati fra il luglio e l’ottobre del 1936; nel 1990, José Sanz Tejedor (1888-1934) e altri 7 fratelli delle Scuole Cristiane di Turón, nonché il passionista Manuel Canoura Arnau (1887-1934), con loro perché chiamato a preparare i bambini al primo venerdì del mese, fucilati il 9 ottobre 1934, durante la sollevazione comunista delle Asturie; Mercedes Prat y Prat (1880-1936), religiosa della Compagnia di Santa Teresa, fucilata a Barcellona la notte del 23 luglio 1936; e il fratello delle Scuole Cristiane Manuel Barbal Cosán (1898-1937), fucilato a Tarragona il 18 gennaio 1937; nel 1992, 71 fratelli ospedalieri di San Giovanni di Dio, assassinati dal luglio al dicembre del 1936; e Felipe de Jesús Munárriz Azcona e i 50 missionari claretiani della comunità di Barbastro, fucilati nel luglio e nell’agosto del 1936; nel 1993, il gruppo dei 9 martiri di Almería, costituito dal vescovo della città, mons. Diego Ventaja Milán (1880-1936), dal vescovo di Guadix, mons. Manuel Medina Olmos (1869-1936), e da 7 fratelli delle Scuole Cristiane del collegio San José di Almería, assassinati nell’agosto e nel settembre del 1936; don Pedro Poveda Castroverde (1874-1936), fondatore dell’Istituto Teresiano, ucciso a Madrid il 28 luglio 1936; e Victoria Díez y Bustos de Molina (1903-1936), dello stesso Istituto, uccisa vicino a Córdoba il 12 agosto 1936; nel 1995, il vescovo di Teruel-Albarracín, l’agostiniano mons. Anselmo Polanco Fontecha (1881-1939), e il suo vicario generale, monsignor Felipe Ripoll Morata (1878-1939), uccisi il 7 febbraio 1939; 9 sacerdoti della Fraternità dei Sacerdoti Operai Diocesani del Sacro Cuore di Gesù, uccisi dal luglio all’ottobre del 1936; 13 religiosi scolopi, assassinati dal luglio al dicembre del 1936; 3 religiosi marianisti, uccisi nel settembre e nell’ottobre del 1936; 17 suore della Congregazione della Dottrina Cristiana della Comunità di Mislata, in diocesi di Valenza, uccise nel settembre e nel novembre del 1936; e l’ingegner Vicente Vilar David (1889-1937), laico coniugato, ucciso a Manises, presso Valenza, il 14 febbraio 1937.

Gli esempi eroici di fedeltà a Cristo e alla Chiesa finora appurati con certezza costituiscono una piccolissima porzione dell’immenso sacrificio di sangue pagato dal popolo spagnolo alla violenza rivoluzionaria. Moltissimi processi di beatificazione sono in corso, in attesa che sia provato il martirio, il cui riconoscimento comporta il patimento volontario della morte, che essa sia causata dall’aggressore per odio contro la fede cristiana o contro una virtù cristiana, che la morte sia subìta dalla vittima con pazienza e fortezza, perdonando i colpevoli per amor di Dio. I processi canonici, aperti a livello diocesano alla fine della guerra e trasmessi alla Congregazione romana delle Cause dei Santi, poi sospesi nel 1964 da Papa Paolo VI (1963-1978), hanno ripreso il loro iter dal 1982, per impulso di Papa Giovanni Paolo II.

 

2. Il contesto storico del martirio

Dalla proclamazione della II Repubblica la Chiesa è oggetto di un duplice attacco: da un lato la violenza fisica dei miliziani assalta, saccheggia e incendia chiese e conventi, con la connivenza delle pubbliche autorità; d’altro lato la persecuzione da parte del potere legislativo e amministrativo con una legislazione che ostacola l’esercizio del culto e delle attività religiose. Il 9 dicembre 1931 viene approvata la Costituzione “laica”, che delinea il quadro della persecuzione legislativa e amministrativa: il 16 gennaio 1932 una circolare governativa impone di togliere dalle scuole qualsiasi simbolo religioso; il 2 febbraio è introdotto il divorzio; il 6 sono secolarizzati i cimiteri e l’11 marzo è soppresso l’insegnamento della religione. Il 17 maggio 1933 è approvata la Ley de Confesiones y Congregaciones religiosas, che limita l’esercizio del culto cattolico, sottoponendolo al controllo delle autorità civili. Sul piano politico, dopo il risultato, favorevole ai partiti di destra, delle elezioni del 19 novembre 1933, nell’ottobre del 1934 si ha una prima esplosione di terrore rivoluzionario: a Barcellona viene proclamato lo Stato autonomo e federativo di Catalogna e scoppia la rivoluzione nelle Asturie, ove per vari giorni infuria la violenza rossa. Il bilancio è di 33 sacerdoti e religiosi trucidati, cui si accompagna la distruzione delle chiese e dei simboli religiosi, il bombardamento della cattedrale di Oviedo, l’incendio del palazzo episcopale e del seminario.

Le elezioni del 16 febbraio 1936 danno la vittoria al Fronte Popolare, formato da repubblicani, socialisti, comunisti, sindacalisti e dal Partito Operaio di Unificazione Marxista. Nei suoi cinque mesi di governo, fino all’alzamiento militare del 18 luglio 1936 contro il governo repubblicano, sono incendiate e saccheggiate centinaia di chiese; molte sono chiuse e perquisite illegalmente. I sacerdoti minacciati e spesso obbligati ad abbandonare le parrocchie; le case del clero, i centri e le sedi delle comunità religiose incendiate e saccheggiate, ovvero occupate dalle autorità locali. La libertà di culto è soppressa o limitata: profanati i cimiteri e i sepolcri; le Specie eucaristiche rubate o fatte oggetto di sacrilegio. Ben 17 sacerdoti sono uccisi, molti altri incarcerati; i religiosi perseguitati e cacciati. Le autorità osservano compiaciute gli avvenimenti, impedendo la difesa dei cattolici e lasciando impuniti i malfattori. La Chiesa è l’obiettivo del terrore rivoluzionario, che cresce in un moltiplicarsi di false accuse: il 14 maggio, per esempio, a Madrid si fa correre voce che le religiose salesiane distribuiscono ai bambini caramelle avvelenate, e si provocano così l’assalto e l’incendio del collegio.

Nell’estate del 1936, in coincidenza con l’alzamiento, la persecuzione religiosa perviene all’apogeo: i sacerdoti e i religiosi assassinati ammontano a 6.832, dei quali 4.184 del clero secolare e fra essi dodici vescovi e un amministratore apostolico; 2.365 religiosi e 283 religiose. Impossibile censire i laici cattolici uccisi a motivo della loro fedeltà a Cristo tanto sono numerosi. Se dal 1° gennaio al 18 luglio 1936 le vittime fra il clero erano state 17, esse diventano 861 alla fine di luglio. La strage giunge al culmine nel mese di agosto con 2.077 assassinati, fra cui dieci vescovi, con una media di 70 al giorno. Il che dimostra quanto poco gli accadimenti militari siano la causa della persecuzione, germinata invece dall’odio anticristiano e scatenatasi furiosamente non appena si presentano le circostanze favorevoli. Quando, il 19 marzo 1937, Papa Pio XI (1922-1939) pubblica l’enciclica Divini Redemptoris sul comunismo ateo proclamando che le atrocità commesse dai comunisti in Spagna sgorgano da un sistema che strappa dal cuore degli uomini l’idea stessa di Dio; quando, nell’agosto del 1937, l’episcopato spagnolo pubblica una lettera pastorale collettiva — datata 1° luglio —, che denuncia i crimini commessi dal regime repubblicano, è già stata assassinata la maggior parte dei sacerdoti e dei religiosi: perciò le denunce delle autorità ecclesiastiche sono stilate in conseguenza e a causa dei crimini commessi, perché l’opinione pubblica mondiale conosca i fatti e la strage si arresti, e non ne sono affatto la causa.

Gli orrori della persecuzione sono realizzati in odium fidei, in odium Ecclesiae. Lo provano la simultaneità con cui, a partire dal 18 luglio 1936, viene scatenato il piano d’annientamento dei sacerdoti e dei religiosi; la sistematicità delle azioni assassine, che postulano un’organizzazione e una coordinazione a livello elevato e centrale; la distensione dell’eccidio su tutto il territorio controllato dal governo repubblicano; il sostegno propagandistico, da parte dei vertici dei partiti formanti la coalizione del Fronte Popolare, alla persecuzione in atto; la partecipazione alle esecuzioni — per esempio a Madrid, nei mesi di luglio e di agosto del 1936 — di unità regolari di polizia; l’assenza di qualsiasi tentativo del governo d’impedire i massacri. Ma non basta l’eliminazione fisica delle vittime: le stragi sono precedute da torture psicologiche e fisiche, mutilazioni, false esecuzioni per accrescere il terrore; a esse seguono spesso profanazioni e atti di vilipendio dei cadaveri. Con l’uccisione dei sacerdoti e dei religiosi si vuole cancellare dalla terra di Spagna ogni traccia del divino e del sacro. Così si spiega la profanazione dell’Eucarestia, realizzata con modalità varie: distruggendo le Specie consacrate; sparando contro il Santissimo Sacramento; mangiando le ostie e bevendo con dileggio il vino consacrato; inscenando processioni sacrileghe; distruggendo con particolare accanimento gli altari. La furia distruggitrice, scatenatasi con vandalismo inaudito contro le chiese e gli edifici sacri, porta alla rovina una parte ragguardevole del patrimonio storico-artistico della Spagna.

 

3. Esempi di martiri

L’unica ragione di molte condanne a morte, avvenute quasi sempre senza processo, è “per essere sacerdote, per essere parroco, per essere religioso o per essere suora”. Spesso i carnefici cercano di ottenere dalle loro vittime l’apostasia; non infrequente è la promessa di far salva la vita se le vittime avessero bestemmiato, ovvero violato il sigillo della Confessione, o profanato il crocifisso o le immagini sacre, o compiuto atti contro la purezza. La risposta della grandissima parte dei sacerdoti, religiosi e laici cristiani è meravigliosa: pochissimi sono i casi di cedimento.

Ricordo due episodi. Il primo proviene dai 51 missionari claretiani di Barbastro, diocesi che, allo scoppio della guerra, conta 140 sacerdoti, oltre ai religiosi. La persecuzione costa alla diocesi la morte del vescovo, il cui processo di canonizzazione è in corso, di 114 sacerdoti secolari, di 5 seminaristi, di 51 missionari claretiani, di 9 padri scolopi e di 18 monache benedettine. I 51 missionari martiri — alcuni sacerdoti e gli altri fratelli e studenti —, per la grandissima parte giovanissimi, muoiono tutti nella gioia cristiana, scrivendo su foglietti e gridando, al momento della fucilazione, “Viva Cristo Re!”, “Viva il Regno sociale di Gesù Cristo Operaio!” e altre invocazioni del medesimo tenore, e perdonando di cuore a quanti strappano loro la vita. Nella lettera di addio, redatta il 13 agosto 1936 dal venticinquenne Faustino Pérez García — che promette di dare inizio al grido “Viva Cristo Re!” sul camion che li trasporta al luogo dell’esecuzione —, essi esprimono con la frase “Moriamo felici!” il significato del loro entusiasmo vocazionale per la gloria di Dio, la salvezza del mondo e l’avvento del regno sociale di Gesù Cristo e del Cuore di Maria. Infine, l’esempio del vescovo di Teruel-Albarracín, assassinato a pochi giorni dalla fine della guerra, quando ormai le esecuzioni erano divenute rare. Il suo caso è importante, perché contro di lui, giudicato da un giudice speciale nominato dal governo, la prova d’accusa principale consiste nell’aver sottoscritto la lettera collettiva dell’episcopato spagnolo del 1937. Ed egli, rifiutandosi di ritirare, in quelle drammatiche circostanze, la sottoscrizione al documento, ribadisce le verità, di principio e di fatto, in esso contenute, e attrae su di sé la condanna capitale.


Per approfondire: vedi, con un’ampia informazione sui martiri beatificati, Vicente Cárcel Ortí, Martires españoles del siglo XX, Biblioteca de Autores Cristianos, Madrid 1995. Barbastro

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