Paul Bourget (1852-1935)

Alleanza Cattolica 6 anni fa
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di Alessandro Massobrio

 

1. La giovinezza

Paul Bourget nasce ad Amiens, nella Francia Settentrionale, il 2 settembre 1852. Nella Lettre autobiographique, del 1894, egli descrive la sua formazione spirituale, improntata a quel déracinement, a quello “sradicamento” a cui, fin dall’infanzia, l’aveva condannato l’attività del padre Justin (1822-1887), professore di matematica, nelle tappe successive della sua carriera, dal liceo di Amiens a quello di Strasburgo, poi, nel 1854, all’università di Clermont-Ferrand e infine, nel 1867, a quella di Parigi. Ma tali peregrinazioni sono anche all’origine […] di quel gusto — come scrive lo stesso Bourget — per una cultura complessa e cosmopolita di cui si trova la traccia in tante mie pagine”.

Fino all’estate del 1870 frequenta il liceo parigino Sainte-Barbe dove, incoraggiato dal suo professore di retorica, amico di Charles-Pierre Baudelaire (1821-1867), s’infiamma alla lettura dei Fleurs du Mal, usciti nel 1857. La Weltanschauung positivista non è ancora tramontata, ma già si manifestano, percepibilissimi, soprattutto per chi possiede antenne capaci di coglierli, i segnali della nuova età del decadentismo, che esprime il rifiuto di una scienza intesa come unica chiave interpretativa del reale, la volontà di fare dell’io il centro dell’universo e la pretesa di dare più spazio ai turbamenti della psiche che all’immutabilità delle leggi naturali.

Bourget assimila disordinatamente tutte le tendenze in voga nella Francia del tempo. I positivisti, soprattutto Joseph-Ernest Renan (1823-1892) e Hippolyte-Adolphe Taine (1828-1893), stimolano in lui quel fondo di razionalità che appartiene forse all’eredità paterna, mentre i decadenti e i romantici — non soltanto Baudelaire, ma anche Alfred de Musset (1810-1857) e Henri Murger (1822-1861) — esercitano su di lui un’attrazione fatale, che sa di peccato, di colpa, ma anche — e il giovane poeta lo scoprirà presto — di redenzione. Queste letture provocano una crisi spirituale che lo allontana dalla fede e lo spinge su posizioni di scetticismo.

Allo scoppio della guerra franco-prussiana (1870-1871) si rifugia a Chambéry, nella Savoia, quindi l’armistizio lo riconduce a Parigi, dove vive la tragica vicenda della Comune, simpatizzando per i rivoluzionari. Riprende gli studi al liceo Louis-le-Grand e nel 1872 consegue la licenza in lettere. Dopo una breve esperienza didattica comincia a scrivere versi e novelle e collabora a giornali e a riviste d’avanguardia, come il Siècle Illustré, La Répubblique des Lettres e la Revue des Deux Mondes, dove pubblica articoli di critica letteraria, enunciando le sue prime riserve nei confronti del romanzo naturalista, al quale rimprovera l’incapacità di comprendere e di descrivere le passioni e i sentimenti.

 

2. Il saggista

Esordisce nel campo della lirica con alcune raccolte di versi — Au bord de la mer, del 1872, La vie inquiète, del 1875, e Les aveux, del 1882 —, che risentono dell’influsso malinconico del romantico Alphonse-Marie-Louis de Lamartine (1790-1869) e dell’impressionismo musicale del decadente Claude-Achille Debussy (1862-1918). Rivela quindi un’attitudine all’indagine psicologica, che lo condurrà al successo degli Essais de psychologie contemporaine, del 1883, e dei Nouveaux essais de psychologie contemporaine, del 1886 — raccolti in un’edizione definitiva nel 1901 —, che eserciteranno un notevole influsso sui giovani del tempo. Alla critica tornerà volentieri in età più avanzata pubblicando Pages de critique et de doctrine, nel 1912, e Nouvelles pages de critique et de doctrine, nel 1922.

L’indagine letteraria di Bourget — secondo la lezione di Charles-Augustin de Sainte-Beuve (1804-1869) — non è affidata a formule estetiche o ad astratte contrapposizioni fra forma e contenuto, come accade in Italia con Francesco De Sanctis (1817-1883), ma nasce dalla frequentazione diretta con l’autore preso in esame, nel quale il critico s’immerge completamente. È un’ulteriore prova di quella concretezza, tipica di una visione rispettosa della realtà, in base alla quale il giudizio estetico su di un’opera d’arte non può e non deve prescindere dal “vissuto” spirituale di chi ha dato vita a essa.

Con grande acume Bourget traccia il profilo di Stendhal (Marie -Henri Beyle, 1783-1842), di Honoré de Balzac (1799-1850), di Renan e di Henri-Frédéric Amiel (1821-1881), studiando i costumi di una società attraverso l’analisi psicologica di uno o più personaggi e delle ragioni profonde che hanno contribuito a orientarne scelte e comportamenti. In questo modo il “positivista” Bourget, lo scrittore per il quale race, milieu, moment, “razza, ambiente e momento storico” dovrebbero esaurire la sfera dell’agire umano, gradualmente si libera da ogni residuo deterministico e s’incammina verso quel “mistero del reale”, che — secondo un’espressione del francescano Léon Veuthey (1896-1974) — è anche e soprattutto un mistero d’amore.

 

3. Il romanziere

Bourget inizia quindi la sua attività di romanziere psicologico, in contrapposizione al naturalismo di Émile Zola (1840-1902), incontrando il favore del pubblico, non soltanto francese. Nascono così L’irréparable, raccolta di novelle, del 1884, e i primi romanzi che lo renderanno celebre, Cruelle énigme, del 1885, Un crime d’amour, del 1886, André Cornélis, del 1887, e Mensonges, del 1888 — storie d’amore variamente impostate su un conflitto morale, che analizza lungamente —, nonché lo studio sulla Fisiologia dell’amore moderno, del 1889. Queste opere contribuiscono a creare intorno allo scrittore la fama di delicato indagatore degli stati d’animo e del disagio spirituale della sua generazione, che ritiene diffuso soprattutto nell’aristocrazia e nell’alta borghesia e le cui cause sono oggetto delle sue appassionate ricerche.

Solo pochi osservatori si rendono conto del mutamento radicale che si sta verificando nella sua narrativa. L’attenzione costante alla vita di coppia, al matrimonio, al conflitto fra generazioni, all’adulterio con l’inevitabile “coda” del divorzio, che sono ancora gl’ingredienti delle sue storie, favoriscono in lui una progressiva consapevolezza della fragilità della società moderna: una società costruita senza il cemento della fede, senza quelle élite aristocratiche che ne costituiscono la struttura portante e senza le fondamenta di una tradizione millenaria, che la Francia laicista della III Repubblica (1870-1945) non riconosce più come propria. Bourget affronta la crisi, ponendo sul banco degli accusati i “cattivi maestri”. La sua è una risposta articolata, scandita da una serie di romanzi, che mettono a rumore il mondo culturale di fine secolo; romanzi non più à thèse, secondo i criteri dell’estetica naturalistica, ma d’idées.

Nasce così Le disciple, del 1889, che narra la storia di Robert Greslou e del suo maestro Adrien Sixte, “il grande negatore” di Dio e della libertà umana, l’intellettuale che, in nome della scienza, ha ridicolizzato le leggi morali che governano la società. Quando Greslou, dopo aver disonorato e ucciso l’allieva di cui era il precettore, e aver tentato inutilmente il suicidio, scrive dal carcere al proprio maestro, rivendicando la liceità di un comportamento che trovava giustificazione nell’insegnamento dello stesso Sixte, l’opinione pubblica francese è percorsa da un fremito. Perfino i maître à penser più indiscussi si rendono conto che il mondo sta cambiando e che una nuova temperie spirituale si va diffondendo in Europa. Per Bourget non è ancora la conversione, ma è certamente il ricupero della fede.

Le disciple assume un valore particolare anche perché nella Prefazione si delinea un primo atteggiamento critico verso le forme politiche del momento e verso le dottrine democratiche e populiste. In quelle pagine egli ammonisce i giovani a guardarsi dai falsi maestri e dai politicanti, che hanno sfruttato i sacrifici della generazione del 1870 — quella che aveva salvato la Francia dal disastro dopo la sconfitta patita a Sedan a opera della Prussia — e che si sono serviti […] del suffragio universale, la più mostruosa e la più iniqua delle tirannie, — perché la forza del numero è la più brutale delle forze, mancando ad essa perfino l’audacia e il talento”.

 

4. La conversione religiosa e politica

Nell’agosto del 1890 Bourget sposa Minnie David, figlia di un armatore fiammingo, che introduce nella sua vita un po’ di tranquillità, e nel 1891 pubblica Sensations d’Italie, scritto nel corso del viaggio di nozze. Il 1894 è l’anno della sua elezione all’Académie Française e anche l’anno in cui scoppia il caso di Alfred Dreyfus (1859-1935) — un ufficiale francese di famiglia ebraica condannato alla deportazione per alto tradimento —, che lo coinvolge nelle sue imprevedibili implicazioni. Quando, nel 1898, Zola scaglia contro la Francia monarchica e cattolica il suo J’accuse, autentico spartiacque che per tutto il Novecento dividerà i difensori della tradizione dai propugnatori del radicalismo massonico e rivoluzionario, la scelta di Bourget è immediata. Al di là di ogni atteggiamento antisemita, che gli è profondamente estraneo, egli sceglie il Trono e l’Altare, schierandosi contro i sostenitori di Dreyfus, nemici della religione e sovvertitori dell’ordine sociale. L’affaire affretta la sua conversione religiosa, che si compie formalmente il 21 luglio 1901 con il ritorno ai sacramenti. Nel 1900, con altri scrittori di grido come Jacques Bainville (1879-1936), Robert de Montesquiou-Fezensac (1855-1921) e Sully Prudhomme (1839-1907), risponde all’Enquête sur la monarchie di Charles Maurras (1868-1952), dichiarandosi decisamente favorevole alla restaurazione del regime monarchico.

Pubblica quindi i quattro romanzi “cattolici”, L’Étape, nel 1902, Un divorce, nel 1904 — che affronta e sostiene con calda eloquenza il tema dell’indissolubilità del matrimonio —, L’Émigré, nel 1907, e Il demone meridiano, nel 1914, considerato dalla critica, insieme con Le disciple, il suo capolavoro narrativo, dove ribadisce la necessità di una profonda restaurazione della coscienza morale e religiosa. La storia della passione “autunnale”, che s’accende fra lo storico cattolico Luigi Savignan e la sua ex fiamma, la bella Geneviève di Soléac, andata nel frattempo in sposa a un grosso industriale radicale dell’Alvernia, è lo sfondo in cui si colloca l’attacco che Bourget sferra contro l’abate Giustino Fauchon, simbolo e sintesi dell’eresia modernista.

I suoi ultimi romanzi, Il senso della morte, del 1915, e I nostri atti ci seguono, del 1927, propongono ancora una volta l’appassionata contesa fra fede e modernità e mostrano come Bourget, formatosi nella cultura di fine Ottocento, affronti problemi di estrema attualità come l’insorgere dei totalitarismi e l’avvento della psicoanalisi.

Insignito del titolo di Maréchal des Lettres Française nel 1926, in occasione del suo giubileo letterario, muore a Parigi il 25 dicembre 1935. Nonostante l’ostracismo della cultura ufficiale, della sua intensa opera letteraria non resta solo la celebre massima — ancora citata nel 1959 dal pensatore brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995) in Rivoluzione e Contro-Rivoluzione — secondo cui “bisogna vivere come si pensa, se no, prima o poi, si finisce col pensare come si è vissuto”, ma essa eserciterà una grande influenza su quel cattolicesimo francese che vanta, in sede letteraria, nomi come quello di Georges Bernanos (1888-1948).


Per approfondire: fra gli scritti pubblicati in lingua italiana nel secondo dopoguerra vedi Il demone meridiano, trad. it., Salani, Firenze 1956; Fisiologia dell’amore moderno, trad. it., con prefazione di Arrigo Cajumi, Longanesi, Milano 1955; Nemesi, trad. it., Sonzogno, Milano 1965; La dama che ha perduto il suo pittore, trad. it., postfazione e note di Claudio Pizzorusso, Giunti, Firenze 1993; I nostri atti ci seguono, a cura di Davide Rondoni, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1995; e Il senso della morte, con lo stesso curatore, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1996. Sullo scrittore vedi Gian Carlo Menichelli, Paul Bourget, in AA. VV., I Contemporanei della Letteratura Francese, Lucarini, Roma 1976, pp. 155-175, con ampia bibliografia; vedi anche le voci Bourget, di Pietro Paolo Trompeo, in Enciclopedia Italiana, vol. VII, pp. 615-616, e di Maria Sabucchi, in Enciclopedia Cattolica, vol. II, coll. 1988-1989.

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