La persecuzione anticattolica in Istria e Dalmazia al tempo delle foibe
di Susanna Manzin
Il 10 febbraio 2022 mons. Giampaolo Crepaldi, nel corso di una commemorazione alla Foiba di Basovizza in occasione del Giorno del Ricordo, ha recitato una preghiera rivolta a tre martiri cattolici, figli di quelle terre e uccisi dai partigiani di Tito in odio alla fede: don Francesco Bonifacio, italiano, don Miroslav Bulesić, croato, e il giovane laico Lojze Grozde, sloveno. Il fatto che si tratti di tre diverse etnie è la prova di quanto la tragedia delle foibe e dell’esodo abbia avuto anche una forte matrice anticattolica. Ecco alcuni brevi cenni biografici su questi martiri.
Don Francesco Bonifacio (1912 – 1946) viene ordinato sacerdote nel 1936 e svolge la sua missione di parroco in Istria negli anni drammatici dell’occupazione nazista e poi del dilagare dei partigiani di Tito, prodigandosi per aiutare tutti. Il suo servizio pastorale è fortemente limitato, ma lui non desiste. Quando andare in chiesa diventa pericoloso, lui organizza momenti di preghiera e incontri di catechesi nelle case, nei cortili delle fattorie, gira nelle frazioni sperdute per garantire il sacramento della confessione a tutti. È un prete scomodo, lui è consapevole del pericolo che corre ma non abbandona il suo gregge e prosegue con coraggio nella missione. L’11 settembre 1946 viene avvicinato e fermato da alcune guardie dell’OSNA, la polizia politica. Di lui non si saprà più nulla. Probabilmente è stato gettato in una foiba. Don Bonifacio è stato beatificato nel 2008 nella cattedrale di San Giusto a Trieste: come attestato dal decreto di beatificazione, viene ucciso «esclusivamente per il fatto di essere un sacerdote molto zelante nel suo ministero», pertanto «trova la morte solo nell’odio che i comunisti hanno verso il prete come tale». Il suo è «un martirio autentico in odium fidei».
Don Miroslav Bulesić (1920 – 1947) viene ordinato sacerdote nel 1943 ed è catapultato subito nella realtà drammatica dell’Istria. Si rimbocca le maniche e aiuta tutti, senza fare distinzione di etnia o di orientamento politico: «Io sono un sacerdote cattolico ed amministro i santi sacramenti a tutti coloro che me li richiederanno: ai Croati, ai Tedeschi, agli Italiani». Cominciano le minacce e i parenti gli consigliano di allontanarsi, di andare in Italia, al seguito dei tanti che sono costretti all’esodo per mettere in salvo la propria vita, ma lui risponde: «In Italia ci sono sacerdoti a sufficienza. Bisogna rimanere qui». Il 23 agosto 1947, mentre sta celebrando la Messa, a mani nude difende il tabernacolo dalla profanazione che alcuni partigiani armati vorrebbero compiere, dicendo loro che devono prima passare sul suo cadavere. I partigiani desistono, ma torneranno il giorno seguente, quando vengono celebrate le Cresime da Mons. Ukmar, assistito da don Miroslav e dal parroco, don Cek. Conclusa la cerimonia, i sacerdoti si rifugiano in canonica, nella quale fanno irruzione i partigiani che feriscono gravemente mons. Ukmar e uccidono con una pugnalata alla gola don Miroslav. Don Cek viene arrestato e condannato a sei anni di lavori forzati, così come molti genitori e padrini di quella Cresima di sangue. Il 20 dicembre 2012 è stato emanato il Decreto di Papa Benedetto XVI, con il quale è stato riconosciuto che l’uccisione del Servo di Dio Miroslav Bulešić è avvenuta in odio alla fede. La cerimonia di beatificazione si è svolta nell’Arena di Pola il 28 settembre 2013, alla presenza di una grande folla di fedeli.
Alojzij (Lojze) Grozde (1923 – 1943) nasce il 27 maggio1923 in Slovenia del Sud. Figlio illegittimo, viene cresciuto dalla madre con molti sacrifici. Frequenta il liceo a Lubiana. Molto devoto, a 13 anni entra nella Congregazione Mariana e si consacra all’Immacolata. Alcuni anni dopo diventa il presidente di questa Congregazione. Entra nell’Azione Cattolica, dove si impegna con generosità nell’apostolato. Nel suo diario scrive: «Il giovane di Azione Cattolica deve essere sempre disposto ai sacrifici, perfino al martirio e alla morte». Attinge la forza per il suo apostolato laico dalla Comunione quotidiana. Per il Natale 1942 vuole tornare a casa per festeggiare con la sua mamma, nonostante fosse molto pericoloso perché quel territorio era pattugliato da partigiani comunisti. Viene catturato, accusato di essere una spia segreta dei militanti anticomunisti, torturato e ucciso. Non aveva ancora compiuto vent’anni. Con sé non aveva niente altro che un piccolo messale romano, il libro “Sequela di Cristo” di Tommaso da Kempis e alcune immaginette della Madonna di Fatima. Il suo corpo viene gettato in un bosco e viene trovato quasi due mesi dopo da alcuni bambini. Miracolosamente non era decomposto, nonostante fosse rimasto esposto alle intemperie. La sua tomba diventa luogo di un silenzioso pellegrinaggio. È stato beatificato nel 2010, annoverato tra «gli eroici testimoni della Fede».
La persecuzione anticattolica in queste terre martoriate si è abbattuta anche sui monasteri: molti religiosi li hanno dovuto abbandonare, quelli che eroicamente sono rimasti cercando di resistere, come quelli del monastero di Sant’Onofrio, sono stati arrestati e deportati nei campi di concentramento. Gli edifici sono stati saccheggiati e lasciati in un triste abbandono. È stata così distrutta non solo la presenza spirituale dei monaci ma anche il loro impegno culturale ed economico: le loro floride attività agricole, che portavano tanti vantaggi anche alla popolazione, hanno cessato di esistere. Sono fatti che meritano di essere conosciuti: l’odio anticattolico è stato uno degli aspetti di questa tragedia che ha colpito le popolazioni di Istria e Dalmazia.
In conclusione, bisogna anche ricordare la straordinaria figura dell’arcivescovo di Trieste mons. Antonio Santin (1895 – 1981), punto di riferimento per i cittadini di Trieste e per tutti gli Istriani e i Giuliani, eroico nella difesa dei diritti di tutti, prima durante l’occupazione nazista, durante la quale salvò molti ebrei, e poi durante la tragedia dell’occupazione jugoslava. Era un vescovo che operava per la giustizia e la libertà, mettendo a repentaglio la propria vita (subì anche un attentato a Capodistria). Per conoscere nei dettagli queste vicende e in particolare la vita di mons. Santin, consiglio la visione del documentario Antonio Santin. Defensor civitatis” (Venice Film, in collaborazione con il Centro di Documentazione Multimediale della Cultura giuliana, istriana, fiumana e dalmata di Trieste (CDM), regia di Valeria Baldan e Giovanni Ziberna. Disponibile attualmente – febbraio 2026 – su Amazon Prime Video).
Martedì, 10 febbraio 2026
