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«Il Concilio spiegato ai miei figli»

20 Settembre 2025 - Autore: Marco Invernizzi

Marco Invernizzi, Cristianità n. 434 (2025)

Vi sono tanti motivi per ringraziare l’autore di questo impegnativo e corposo studio sul Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) (1).

In primo luogo, un ringraziamento per averlo letto veramente, cioè per averne studiato i documenti. Sappiamo infatti che tanto si è scritto sui media a proposito del Concilio quanto poco sono stati letti i documenti che ha prodotto e che si possono agevolmente consultare sul sito web della Santa Sede <www.vatican.va>. L’autore, Luca Del Pozzo, invece, non si è limitato a leggere i testi ma li ha analizzati in profondità, come si evince dalla lettura. Infatti, una parte importante del volume è costituita dalla sintesi, preziosa perché fedele, delle quattro Costituzioni e dei principali altri documenti conciliari, soprattutto di quelli che hanno suscitato le maggiori controversie, come la dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis humanae, del 7 dicembre 1965, e quella sul rapporto della Chiesa con le religioni non cristiane Nostra aetate, del 28 ottobre 1965.

Negli Anni ‘70 e ‘80 del secolo scorso, nel pieno della polemica post-conciliare, spesso ci si rendeva conto che si stava litigando all’interno della Chiesa a proposito di documenti che non erano stati letti, almeno completamente. Ciò avveniva sia perché i testi del Concilio rappresentano un consistente volume di circa mille pagine, sia perché era nello stile di quel tempo polemizzare su tutto, a prescindere dalla conoscenza e dalla competenza.

In effetti, il grande problema del ventunesimo concilio della storia della Chiesa cattolica (2) è proprio di non essere stato veramente studiato e, tuttavia, di essere al centro di polemiche, rivendicazioni, citazioni fuori luogo per almeno mezzo secolo, cioè fino a una decina di anni fa, quando progressivamente su di esso è calato il silenzio.

Questo mi sembra il motivo principale che ha spinto l’autore di questo meritorio sforzo: egli ha voluto, cioè, spiegarlo ai suoi figli per evitare che anche a loro, come è accaduto al loro papà e a tutti noi, arrivi e rimanga soltanto una lettura ideologica del Vaticano II, oppure in alternativa non se ne sappia alcunché.

Il tentativo è riuscito e i figli di Del Pozzo dovranno essere grati di avere avuto un padre così attento alla loro educazione. 

Il libro è riuscito anzitutto per come è scritto, cioè in modo comprensibile anche ai non specialisti, come sono i due giovani cui è indirizzato, e contemporaneamente un lavoro imponente, basato su un’analisi sia della situazione precedente il Concilio, nella Chiesa e nel mondo, sia dei documenti principali, come già detto; sia, ancora, delle luci e delle ombre della Chiesa negli anni successivi al Concilio, fino ad arrivare a una conclusione piena di speranza, che poi era la vera principale intenzione dei padri conciliari e soprattutto dei due Papi che lo hanno voluto e portato a termine, Giovanni XXIII (1958-1963) e Paolo VI (1963-1978), entrambi in seguito canonizzati.

Lo scopo principale del libro mi sembra proprio quello di riportare il Vaticano II a sé stesso, ai suoi documenti, alle intenzioni dei Pontefici, anche di quelli successivi all’assise, che ne hanno dato una interpretazione precisa anche se poco seguita, in particolare attraverso i due importanti discorsi di Benedetto XVI (2005-2013), quello alla Curia romana del 2005 (3) e quello ai parroci romani, pronunciato «a braccio», poco prima di lasciare la guida della Chiesa per ritirarsi in preghiera, nel 2013 (4).

Riportare il Concilio a sé stesso non dovrebbe essere difficile se solo si volessero leggere i principali interventi dei Papi in merito, a cominciare da quello inaugurale di Giovanni XXIII nel 1962. In esso il Pontefice si esprime in modo chiaro: lo scopo del Concilio non è quello di intervenire sulla dottrina, che è santa e deve rimanere immutata, ma cercare di fare in modo che i cristiani la approfondiscano tornando alla sua sorgente e cerchino le parole adatte a comunicarla agli uomini del loro tempo, che, in conseguenza del processo di secolarizzazione dei due secoli precedenti, si erano allontanati dalla Chiesa e dalla fede: «Quel che più di tutto interessa il Concilio è che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace» (5).

La Chiesa, all’avvio dei lavori, era consapevole che un ciclo della sua storia si stava chiudendo, quello aperto dal Concilio di Trento (1545-1563), da cui era nata la cosiddetta «civiltà parrocchiale» (6), fondata appunto sulla centralità della parrocchia e sul prete-parroco, educato attentamente e scrupolosamente per anni nei seminari delle diocesi, finalmente guidate da un vescovo stabilmente residente (7).

La Riforma tridentina era stata una splendida risposta alla sfida della Riforma luterana e aveva dato origine a un rinnovamento del cattolicesimo, dando le vere risposte alle domande sollevate dai protestanti e anche al declino della cristianità medioevale, dovuto sia al Rinascimento, sia, appunto, alla reazione contro di esso che aveva animato i riformatori, primo fra i quali Martin Lutero (1483-1546).

Ma quella tridentina era stata anche un’epoca di forte slancio missionario portato avanti da nuovi e importanti ordini religiosi, come i gesuiti: essa, tuttavia, al tempo del Concilio era ormai finita e, soprattutto nei Paesi di antica cristianità, pareva necessaria una seconda evangelizzazione. Tutto ciò era leggibile già nel discorso di apertura dell’11 ottobre che, anni dopo, san Giovanni Paolo II (1978-2005) definirà l’inizio della nuova evangelizzazione.

Le cose però andarono diversamente da quanto auspicato e il libro lo mette accuratamente in evidenza. Vi furono infatti «due» concili, come dirà Benedetto XVI nel discorso ai parroci romani, quello dei media e quello dei documenti, sì che alla gente normale arriverà soltanto, o soprattutto, quello dei giornali. Così, un concilio che voleva essere missionario e trasmettere la fede di sempre a un’umanità smarrita o inasprita, rischiò di diventare il 1789 della Chiesa, il concilio della Rivoluzione, del cambiamento, della damnatio del passato in nome di un futuro in cui tutto avrebbe dovuto essere cambiato.

Questo è il punto centrale del libro, l’ermeneutica, o interpretazione, del Vaticano II. Si era svolto un concilio basato su una ermeneutica della «riforma nella continuità dell’unico soggetto che è la Chiesa» oppure si era trattato di un avvenimento, di una svolta, di segno rivoluzionario, frenata solo dai «paletti» voluti da Paolo VI, con cui il Pontefice aveva cercato di spegnere il preteso e devastante «spirito del Concilio»?

La prima è stata la lettura costante da parte del Magistero pontificio, a concilio ancora in corso, per esempio con la Nota praevia, fatta inserire da Paolo VI alla fine della Costituzione dogmatica Lumen gentium per ribadire il primato petrino, e culminata con il discorso di Benedetto XVI del 2005, che ha posto fine a ogni dubbio. Al contrario, la seconda interpretazione è stata quella penetrata tra i fedeli attraverso la lettura datane soprattutto dalla «Scuola di Bologna», sorta intorno alla rivista il Mulino, fondata nel 1951 da studiosi che si ispiravano a don Giuseppe Dossetti (1913-1996) — e successivamente animata da Giuseppe Alberigo (1926-2007) — che hanno studiato seriamente il Concilio per «imporne», però, una lettura nell’ottica della «rottura»: una Chiesa retriva e superata era esistita fino al Concilio ma poi finalmente era arrivata la luce del cambiamento radicale (8). Purtroppo, questa è la lettura oggi più diffusa del Vaticano II alla quale si è opposto, fra gli studiosi, il cardinale Agostino Marchetto, definito da Papa Francesco (2013-2025) «il miglior ermeneuta del Concilio» (9) Si tratta però di un uomo, ancorché acuto e preparato, solo di fronte alla maggioranza degli studiosi accademici, sostenuti dai media.

Alla lettura in chiave rivoluzionaria si è contrapposta, tuttavia, una lettura critica «da destra» del concilio, nata in ambienti tradizionalisti. Essa, come l’altra, non ha colto la portata missionaria dei documenti conciliari, limitandosi solo a rovesciarne l’interpretazione: se i progressisti intendevano esaltare la Chiesa «del futuro», quei tradizionalisti volevano invece celebrare quella «del passato» (10). Il libro di Del Pozzo ha il merito di analizzare entrambe le «ermeneutiche della rottura», senza cadere nella tentazione di assumere la «rottura» come chiave di lettura, ma ritornando ai documenti, cioè all’unico autentico Concilio.

La lettura di Del Pozzo, che raccomando a tutti i cultori di storia della Chiesa e a chi ha a cuore le sorti del corpo mistico di Cristo, pone tuttavia un problema non minore. Un concilio ecumenico è una tappa fondamentale nella vita della Chiesa, che, come tale, non può essere messa fra parentesi. Nell’otti­ca progressista ormai quasi non si fa più riferimento al Concilio, se non nella prospettiva di considerarlo un bel tentativo rivoluzionario, stroncato da Paolo VI. Allo stesso modo pensano coloro per i quali il Vaticano II è stato un evento negativo, da mettere fra parentesi o addirittura da rifiutare: essi tendono così a ignorarlo o, peggio, a denigrarlo. A questa stregua però la Chiesa viene ridotta a una realtà solo umana, a una specie di partito politico, dove l’assistenza dello Spirito Santo sarebbe venuta meno per un lungo periodo, almeno a partire dalla metà del secolo XX. 

Ma, grazie a Dio, la Chiesa non è soltanto umana e lo Spirito non ha mai smesso di assisterla. Lo si evince appunto dalla continuità del Magistero che attraverso tutti i Papi non ha mai smesso di «tenere insieme» riforma e continuità, così come è sempre stato in occasione dei grandi mutamenti della storia cristiana.

Nelle ultime pagine del libro Del Pozzo accenna al problema della formazione di quel «piccolo resto» (11) o di quelle «minoranze creative» (12) a cui ha fatto riferimento il cardinale Joseph Ratzinger (1927-2022) prima come teologo e poi come Pontefice. Se è vero che queste minoranze potrebbero essere artefici della nuova evangelizzazione negli antichi Paesi della Cristianità, mentre in Asia e Africa continua la prima evangelizzazione, allora si pone il problema essenziale di dove e come formare questo «piccolo resto».

Il libro si chiude con questa domanda e con questo auspicio. Dopo tante polemiche, dopo tanti fraintendimenti del Concilio Vaticano II, dopo che per decenni ⸻ ma temo sia un vizio molto più antico ⸻ anche dentro la Chiesa si è messo il venerabile Papa Pio XII (1939-1958) contro Giovanni XXIII e Paolo VI, Francesco contro Benedetto XVI, mentre i Papi al contrario si richiamavano l’uno con l’altro mostrando la continuità e smentendo ogni ipotesi di «rottura», questo libro aiuta a rasserenare gli animi, ad amare la Chiesa in tutta la sua storia, a non contrapporre un Papa a un altro.

Note:

1) Cfr. Luca Del Pozzo, Il Concilio Vaticano II spiegato ai miei figli, Cantagalli, Siena 2025.

2) Cfr. Hubert Jedin (1900-1980), Breve storia dei Concili, trad. it., Morcelliana, Brescia 2023.

3) Cfr. Benedetto XVI, Discorso ai Cardinali, agli Arcivescovi, ai Vescovi e ai Prelati della Curia Romana per la presentazione degli auguri natalizi, del 22-12-2005.

4) Cfr. Idem, Incontro con i parroci e il clero di Roma, del 14-2-2013.

5) San Giovanni XXIII, Discorso alla solenne apertura del Concilio Vaticano II, 11-10-1962.

6) Cfr. Émile Poulat (1920-2014), L’ère postchrétienne. Un monde sorti de Dieu, Flammarion, Parigi 1994, p. 11 (trad. it., L’era post-cristiana. Un mondo uscito da Dio, SEI. Società Editrice Internazionale, Torino 1996).

7) Cfr. H. Jedin, Il Concilio di Trento, 5 voll., trad. it., Morcelliana, Brescia 2009-2010.

8) Sulla Scuola di Bologna cfr. Paolo Prodi, Giuseppe Dossetti e le Officine bolognesi, il Mulino, Bologna 2016. Il principale lavoro che la Scuola bolognese ha prodotto sul Concilio è la Storia del Concilio Vaticano II, diretta da Giuseppe Alberigo, 5 voll., il Mulino, Bologna 1995-2000.

9) Francesco, Mons. Agostino Marchetto, «il migliore ermeneuta del Concilio Vaticano II», in Cristianità, anno XLII, n. 371, gennaio-marzo 2014, p. 67; cfr. altresì Agostino Marchetto, Il Concilio ecumenico Vaticano II. Per una corretta ermeneutica, LEV. Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2012. 

10) Cfr. Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Lindau, Torino 2012.

11) Cfr. le ultime pagine di Joseph Ratzinger, Fede e futuro, trad. it., Queriniana, Brescia 1971, 2a ed. È significativo come, nell’edizione originale del 1970, quando Ratzinger era un professore e si era nel pieno della crisi successiva al Sessantotto, egli scriveva: «Anche questa volta dalla crisi di oggi verrà fuori una chiesa, che avrà perduto molto. Essa diventerà più piccola, dovrà ricominciare tutto da capo. Essa non potrà più riempire molti degli edifici, che aveva eretto nel periodo della congiuntura alta. Essa, oltre che perdere degli aderenti numericamente, perderà anche molti dei suoi privilegi nella società. Essa si presenterà in modo molto più accentuato di un tempo come la comunità della libera volontà, cui si può accedere per il tramite di una decisione. Essa come piccola comunità solleciterà molto più fortemente l’iniziativa dei suoi singoli membri» (pp. 114-115).

12) «Direi che normalmente sono le minoranze creative che determinano il futuro, e in questo senso la Chiesa cattolica deve comprendersi come minoranza creativa che ha un’eredità di valori che non sono cose del passato, ma sono una realtà molto viva ed attuale» (Benedetto XVI, Intervista durante il volo verso la Repubblica Ceca, 26-9-2009).

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