
La preoccupazione del ministro della Difesa per la manipolazione dell’opinione pubblica italiana
di Marco Invernizzi
Le notizie degli ultimi giorni, l’arresto di due ex-agenti segreti italiani per avere venduto informazioni (prevalentemente militari) alla Federazione Russa e l’espulsione dall’Italia di due addetti militari presso l’ambasciata russa di Roma, meritano grande attenzione. Soprattutto merita attenzione la preoccupazione del ministro della Difesa Guido Crosetto: «Non abbiamo gli anticorpi, e non sono sorpreso», perché «è una cosa con cui conviviamo da anni, c’è una manipolazione non delle elezioni, ma dell’opinione pubblica» (Corriere della Sera, 8 luglio).
La cosa più preoccupante è proprio questa, la manipolazione dell’opinione pubblica. Quando oggi si parla di guerra tutti sono giustamente preoccupati della guerra convenzionale, così prepotentemente tornata alla ribalta dell’attenzione dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 e dopo i recenti bombardamenti in Iran da parte delle forze aeree israelo-americane. Ma la novità della guerra moderna non è questa. La cosiddetta guerra ibrida passa attraverso la finanza, l’economia, il controllo delle banche, la disinformazione e, soprattutto, la manipolazione dell’opinione pubblica. La rivoluzione digitale, con la diffusione dei social come mezzi di comunicazione a fianco dei media classici, ha profondamente cambiato il modo attraverso cui le persone si formano un’opinione sugli avvenimenti. I russi sono sempre stati maestri in questo settore della disinformazione, sotto la guida del Kgb e del Gru, il servizio d’informazione delle Forze armate russe (Glavnoe razvedyvatel’noe upravlenie) e non stupisce quanto accaduto in questi giorni, anche perché si tratta di una lunga storia di disinformazione, che si avvalse del partito comunista più importante dell’Occidente e continua anche dopo la fine dell’Urss, nel 1991 e dopo la parentesi di Eltsin, quando la Russia cominciò a essere guidata da Putin a partire dal 2000.
Quel che stupisce è appunto la facilità con cui la narrazione russa penetra nell’opinione pubblica, nella sinistra ma anche nella destra dello schieramento politico. Stupisce, per esempio, come l’ambasciatore russo in Italia possa dichiarare pubblicamente, davanti alla sede del Ministero degli Esteri del Paese che lo ospita, che da quella sede non può venire nulla di buono, mentre a Roma ci sono tanti altri luoghi dove la simpatia per la causa russa risulta evidente (La Stampa, 10 luglio).
Lo stupore non è anzitutto per l’ideologia rosso-bruna (sulla quale ci siamo già soffermati trattando del fascio-comunismo), che pure esiste e si manifesta da diversi anni, anche se riguarda per ora piccole minoranze di esaltati. Lo stupore riguarda il modo con cui guardiamo alla guerra d’invasione dell’Ucraina, ormai da oltre quattro anni, che non ha suscitato proteste, manifestazioni, prese di posizione veramente popolari, come pur sarebbe stato lecito aspettarsi sia per ragioni di verità e di giustizia, sia perché il governo italiano sul punto è stato sempre chiaro e coerente a fianco dell’Ucraina e, così, anche parte dell’opposizione. E’ stupefacente che componenti della maggioranza siano così deboli nel condannare una posizione politica come quella russa, dichiaratamente schierata a fianco di Cina, Corea del Nord, Iran, e come la posizione contraria, a fianco della nazione invasa, non riesca a trovare consensi e manifestazioni di solidarietà come meriterebbe.
E stupisce ancora di più il permanere di quell’odio di sé dell’Occidente di cui parlava vent’anni fa il card. Ratzinger e che sembra non essere superato, nonostante addirittura un ministro della Difesa denunci pubblicamente una manipolazione dell’opinione pubblica così estesa che neppure lo Stato sa come farvi fronte.
Certo, l’Occidente oggi è quello che è, si odia perché non ama le sue radici. Peraltro, le classi dirigenti che hanno provocato nei secoli l’attuale condizione di disperazione in Occidente hanno clamorosamente fallito da tanti punti di vista, creando i presupposti dell’attuale crisi antropologica. Tuttavia, sarebbe folle “buttare via il bambino con l’acqua sporca”, cioè disprezzare la nostra identità storica e culturale perché qualcuno ha voluto segare il ramo su cui si appoggia la nostra personale identità. I molti che hanno combattuto contro la Rivoluzione che dal XVI secolo ha attaccato la società occidentale non hanno mai accettato la teoria “accelerazionista”, per cui sarebbe auspicabile che la civiltà occidentale crollasse definitivamente perché soltanto dopo sarebbe possibile ricostruire. Questo è un giro mentale sovversivo, che disprezza l’atteggiamento sanamente conservatore di chi parte sempre dal reale, da quel buono che rimane, poco o tanto che sia.
Ricostruire una civiltà dopo secoli di distruzione è un iter lungo e graduale, che comincia nel cuore degli uomini, non dalla conquista del potere, come alcuni erroneamente pensano. Il potere, o meglio i diversi poteri, può servire a rallentare od ostacolare il processo rivoluzionario, ma è nel modo di pensare e di vivere di ogni uomo che si gioca la partita più importante. Ogni uomo che si converte e che decide nel suo cuore di servire la nuova evangelizzazione è un piccolo, ma decisivo passo verso un “mondo migliore”.
Lunedì, 13 luglio 2026
