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Il novum di Leone XIV

8 Maggio 2026 by Daniele Fazio

Leone XIV

In questo primo anno di pontificato, Leone XIV ha mostrato di legare la sua formazione agostiniana con il rilancio – insito nella scelta del nome – della dottrina sociale della Chiesa, leggendola alla luce della teologia della storia di sant’Agostino (354-430)

di Daniele Fazio

«Sono un figlio di Sant’Agostino». Così si è presentato Leone XIV appena eletto dalla Loggia centrale della Basilica di San Pietro. Allo stesso tempo, ha spiegato ai Cardinali che ha scelto di chiamarsi Leone «principalmente perché il Papa Leone XIII [1878-1903], con la storica Enciclica Rerum novarum, affrontò la questione sociale nel contesto della prima grande rivoluzione industriale; e oggi la Chiesa offre a tutti il suo patrimonio di dottrina sociale per rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro» (Discorso al Collegio cardinalizio, 10-5-2025).

Il Papa è consapevole che «c’è una domanda crescente di Dottrina Sociale della Chiesa a cui dobbiamo dare risposta» (Discorso ai membri della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice, 17-6-2025) ed è per questo che già nella sua scelta è esplicita la volontà di rilanciare e “aggiornare” il corpus dottrinale di morale sociale che ha accompagnato nei secoli i laici cattolici con principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive d’azione orientati da un lato ad analizzare, soprattutto in Occidente, il processo di scristianizzazione della società e, dall’altro, attraverso questi saldi riferimenti, a ricostruire un tessuto umano e sociale secondo giustizia e verità.

Le società, tuttavia, non sono enti astratti, ma corpi sociali che vivono nel tempo: società e storia, o meglio riflessione sulla storia, vanno di pari passo. La dottrina sociale della Chiesa si comprende appieno, sia nella funzione terapeutica che di educazione sociale integrale, all’interno di una significativa narrazione della storia, che implichi un itinerario provvidenziale, messo a disposizione dell’uomo, che favorisca la piena realizzazione, ossia la salvezza eterna, sia pur tra le vicissitudini del tempo. La storia non è dunque un insieme di fatti scoordinati o casualmente giustapposti, ma ha un senso e un fine.

La meditazione sulla storia a cui Leone XIV lega le sue considerazioni di morale sociale è desunta esplicitamente dalla monumentale e fondamentale opera De civitate Dei contra Paganos di sant’Agostino d’Ippona. Ad oggi sono quattordici gli interventi pontifici in cui l’insegnamento sulla storia agostiniano è direttamente citato: tra i più rilevanti vi sono quelli rivolti ad operatori della politica e della giustizia, in primis il Discorso ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede per la presentazione degli auguri del per il nuovo anno (9-1-2026), il Discorso ai parlamentari in occasione del Giubileo dei governanti (21-6-2025) e anche quelli rivolti alle autorità civili durante il recente viaggio in Africa.  

L’origine del De civitate Dei è apologetico. Nel 410, infatti, Roma – l’antico centro del potere politico e amministrativo dell’impero – venne saccheggiata dai barbari di Alarico (+ 410). È vero che l’impero romano stesse vivendo una decadente agonia già da tempo, tuttavia, il saccheggio della Città eterna fu uno shock per gli uomini ad esso contemporanei e gli ambienti pagani accusarono i cristiani e la diffusione della nuova fede di aver indebolito l’impero, quindi di essere in fondo i responsabili dell’accaduto.

Agostino – la figura più sapiente e carismatica tra i cristiani del tempo – s’incaricò di rispondere all’accusa e tra il 412 e il 426 pubblicherà ben ventidue libri sotto il suddetto titolo. Nei primi dieci direttamente mostra come le cause della decadenza dell’impero stessero nella corruzione morale e nell’idolatria dei pagani: la ricerca della semplice gloria terrena non produce una società giusta. Negli altri dodici sviluppa un’ermeneutica della storia attraverso la contrapposizione di due città.

La città di Dio e la città terrena traggono la loro ragion d’essere da due moti irriducibili: «Due amori quindi hanno costruito due città: l’amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio ha costruito la città terrena, l’amore di Dio spinto fino al disprezzo di sé la città celeste […] Quella cerca la gloria tra gli uomini, per questa la gloria più grande è Dio» (De civitate Dei XIV, 28). Le due entità non s’incarnano in nessuna istituzione, sono spirituali e attraversano in lotta il cuore di ogni uomo e si proiettano in ogni consesso umano. Ne esce fuori una visione della storia che configura il dramma della contrapposizione tra il bene e il male, in cui ogni uomo è chiamato a prendere chiara posizione.

Quando prevale la città di Dio si potranno verificare anche nel tempo dei periodi in cui le società potranno vivere nella pace intesa come tranquillitas ordinis (De civitate Dei XIX, 13). Quando, invece, l’uomo esclude il riferimento al trascendente e quindi alla legge naturale non potrà che impiantare società che escludono verità, giustizia e carità. Per accogliere e imitare la città di Dio – compiuta solo nel cielo – nella storia occorre che l’uomo sia umile, ossia che accetti una legge superiore alla sua volontà, una realtà voluta da Dio e a cui conformare se stesso e le comunità cui appartiene; mentre l’uomo orgoglioso mette il suo piacere e l’idolatria di se stesso al centro dei meccanismi sociali, facendo diventare legge i suoi capricci. Di conseguenza non potrà che realizzare una società ingiusta. Lo Stato serve per amministrare la giustizia: essa è dare a ciascuno il suo, non può essere dunque giustizia dell’uomo quella che lo sottrae al Dio vero (cfr. De civitate Dei, XIX, 21,1). Quando Cesare chiede ciò che è suo, gli va dato, ma quando Cesare chiede ciò che è dovuto a Dio, questo gli va negato. Lo Stato non è in sé una cosa negativa, se persegue il suo fine, ma pone dei seri problemi se perverte i suoi scopi.  

Alla luce di questa visione, ripercorrendo la storia della crisi dell’Occidente cristiano, comprendiamo come il processo di scristianizzazione che ha intaccato la società sia stato, in ultimo, un moto di orgoglio che, attraverso tendenze sbagliate, giustificate nella dimensione filosofica, è diventato uno stato, di fatto, incarnato da istituzioni e leggi. Ciò fino al punto che Papa Leone XIV ha avvertito: «se Sant’Agostino evidenzia la coesistenza della città celeste e di quella terrena fino alla fine dei secoli, il nostro tempo sembra piuttosto incline a negare “diritto di cittadinanza” alla città di Dio. Sembra esistere solo la città terrena racchiusa esclusivamente all’interno dei suoi confini. Ricercare solo beni immanenti mina quella “tranquillità dell’ordine”, che per Agostino costituisce l’essenza stessa della pace, la quale interessa tanto la società e le nazioni quanto lo stesso animo umano, ed è essenziale per qualunque convivenza civile. Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l’amor di sé fino all’indifferenza per Dio che governa la città terrena. Tuttavia, come nota Agostino, “è grande l’insensatezza dell’orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da se stessi”» (Discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 9-1-2026). 

Plasmare la città degli uomini secondo i crismi della città di Dio è il compito che di tempo in tempo, con gli strumenti offerti dalla dottrina sociale della Chiesa, dovranno assumere soprattutto i laici cattolici, con la certezza che – nonostante il male sembri prevalere – la storia è guidata dalla Provvidenza. Ogni sforzo di bene non sarà inutile, perché lavorare per la costruzione di una società a misura d’uomo e secondo il piano di Dio è chiaramente far prevalere la gloria di Dio e non quella dell’uomo, anche a livello sociale.

Tutto questo sembra proprio una priorità dell’attuale magistero pontificio, da accogliere e far fruttificare.

Venerdì, 8 maggio 2026

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