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La Chiesa e la Fraternità San Pio X

25 Febbraio 2026 - Autore: Daniele Fazio

La Tradizione contro il Magistero ordinario e il rifiuto del Concilio Vaticano II hanno allontanato il tradizionalismo lefebvriano dalla comunione con il Papa

di Daniele Fazio

La Fraternità sacerdotale San Pio X venne fondata dall’arcivescovo monsignor Marcel Lefebvre (1905-1991) nel 1970, che ne istituì il primo seminario e la sede nella diocesi di Friburgo, in Svizzera. Le posizioni dottrinali di mons. Lefebvre e della Fraternità scivolarono dalla critica agli abusi dottrinali e liturgici post-conciliari a posizioni sempre più dichiaratamente contrarie al Concilio Vaticano II (1962-1965), rifiutandone esplicitamente degli aspetti fondamentali: la dottrina sulla collegialità episcopale, la dottrina sulla libertà religiosa, l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, la riforma liturgica, quindi il Novus Ordo Missae di san Paolo VI (1963-1978).

Dopo un periodo di visite canoniche e di interlocuzioni con le autorità vaticane, tra cui quelle del card. Joseph Ratzinger (1927-2022), allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’arcivescovo francese decise unilateralmente, nel 1988, di procedere alle ordinazioni episcopali di quattro sacerdoti senza l’autorizzazione della Santa Sede. Ciò portò – come stabilito dal canone 1382 del Diritto canonico – alla scomunica dei vescovi consacranti e degli ordinati.

Con un atto di profonda paternità, Benedetto XVI (2005-2013), nel 2009 volle rimettere la scomunica latae sententiae, in cui erano incorsi i quattro vescovi della Fraternità. Ciò non metteva la Congregazione lefebvriana in piena comunione con la Chiesa cattolica, bensì rimuoveva quei problemi disciplinari per avviare un serio dialogo, soprattutto dottrinale, in vista dell’accettazione degli insegnamenti del Concilio Vaticano II.

Papa Francesco (2013-2025), in occasione del Giubileo della Misericordia nel 2016, concesse agli stessi sacerdoti della Fraternità di amministrare validamente e lecitamente per i fedeli il sacramento della Riconciliazione, estendendo questa possibilità, come si legge nella Lettera Apostolica Misericordia et Misera (n. 12), anche oltre il periodo giubilare, nell’ottica del dialogo e della piena comunione.

Di recente, il Superiore generale della Fraternità, don Davide Pagliarani, ha annunciato che la Fraternità intende procedere, in data 1° luglio 2026, alla consacrazione di cinque nuovi vescovi e ne ha confermato la decisione – assieme al rifiuto di accettazione di minimi dottrinali proposti dal Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, il card. Víctor Manuel Fernández – anche dopo l’incontro avuto con lo stesso Prefetto. Ciò – come comprensibile – metterebbe nuovamente in stato di scomunica i vescovi consacranti e quelli ordinati, acuendo lo scisma della stessa Fraternità.

Il nodo centrale che i lefebvriani non riescono a sciogliere riguarda il concetto di «Tradizione», che agitano ormai da decenni contro il magistero del Concilio Vaticano II e dei Pontefici successivi, resistendo alla piena comunione con il Pontefice, che è il garante della Tradizione viva della Chiesa. La comunione con il Papa non è un fatto meramente accessorio o solamente canonico, ma è teologico e sacramentale. Cristo, infatti, ha fondato la sua Chiesa su Pietro (cfr. Mt 16,13-20).

L’errore di fondo è considerare la Tradizione meramente da un punto di vista materiale, come un deposito di insegnamenti e documenti da cui ognuno sceglie arbitrariamente quello che più lo aggrada. Questo “tradizionalismo” ha deciso di sposare la tesi della “sola Traditio”, sostituendola alla luterana “sola Scriptura”. Sia nell’un caso che nell’altro l’opposizione è al magistero del Papa e dei vescovi uniti con lui.

Ed infatti, anche l’appello alla “coscienza”, messo in atto per giustificare tali scelte, non fa altro che riproporre in altri termini la questione del “libero esame” luterano applicato, in questo caso, non alla Scrittura, bensì all’insegnamento della Chiesa. Sia nell’un caso che nell’altro vi è il rifiuto, ancora una volta, dell’autorità suprema della Chiesa cattolica, che è la sola interprete autentica sia della Sacra Scrittura che della Tradizione e non può essere sostituita in questo da nessun’altro soggetto o organismo, sia pur una comunità teologica o religiosa.

Nella Chiesa, e soffrendo con la Chiesa, anche per le debolezze interne che vi si possono verificare – come sempre nel corso della storia –, si può lavorare e sperare in un cammino di continua purificazione e riforma – come innumerevoli santi di ogni epoca testimoniano –, ma al di fuori dell’ovile della Chiesa nessun frutto di vero rinnovamento può sbocciare. E la vera Chiesa si trova a Roma e si riunisce attorno a Pietro, oggi Sua Santità Leone XIV. Non altrove.

A noi tocca pregare per l’unità della Chiesa, cum Petro, sub Petro!

Mercoledì, 25 febbraio 2026

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