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Non “più Stato”, ma “Stato migliore”

23 maggio 2017
Sono la libertà e l’ordine slegati che producono l’«economia che uccide» Quando un’economia può dirsi “libera” e “ordinata“? Può la libertà andare a scapito dell’ordine o viceversa? Contrariamente alle apparenze, no: senza ordine non può infatti esistere alcuna libertà autentica, e quando la libertà viene compressa, non si ha nemmeno vero ordine, bensì solo una sua parodia, tipica degli Stati totalitari. Come insegna Papa San Giovanni Paolo II (1920-2005) nell’eniclica Centesimus Annus, del 1991, «[…] la libertà nel settore dell’economia» deve essere «[…] inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso» (n. 42). Solo così può fiorire un’attività economica favorevole allo sviluppo di tutti e di ciascuno, ovvero secondo le esigenze di quel bene comune autentico che non è affatto il frutto di decisioni prese “dall’alto” da un pianificatore centrale. Norme chiare e condivise, se sensate, non sono di ostacolo alla crescita, anzi: anche per una semplice partita di calcio occorre condividere le regole e occorre un arbitro che le faccia rispettare. Si potranno avere legittime visioni differenti su “quante” e “quali” regole siano necessarie: le regole queste potranno cambiare nel tempo e nello spazio a seconda del livello e del modello di sviluppo, di fattori socio-culturali, e così via, ma le regole sono necessarie. Il problema più grande nasce però quando una delle squadre in gioco ‒ per restare alla metafora della partita di calcio ‒ corrompe l’arbitro: fuori ‒ invece ‒ di metafora, oggi nei Paesi più sviluppati non si corre affatto il rischio di uno Stato “assente”, quanto piuttosto quello di uno Stato che falsifica le regole del gioco e che invece di arbitrare scende in campo a favore di questo o di quel contendente.I privati investono così le proprie risorse non nel servire sempre al meglio i clienti, ma per guadagnarsi il favore del potente di turno onde piegare le regole a proprio vantaggio e perseguire scopi “privatissimi” in violazione delle regole della concorrenza, concorrenza che non può essere libera se non è anche leale. Molte delle critiche mosse al capitalismo cosiddetto “selvaggio” (qualsiasi cosa questa espressione significhi davvero) colgono, correttamente, una situazione di profondo malessere, iniqua, una «economia che uccide», per usare le parole oramai tanto famose quanto travisate di Papa Francesco. Sbaglia diagnosi però chi attribuisce le cause di problemi veri a una presunta assenza di regole, anziché a regole distorte; in questo modo si sbaglia dunque anche terapia e si finisce per invocare il fatidico ma deleterio “più Stato”. Questa “filosofia” comporta infatti una concentrazione di potere ancora maggiore nelle mani del ceto politico, e questo produce legami ancora più forti tra il potere politico e le lobby d’interesse, causando distorsioni sempre maggiori in una spirale apparentemente inarrestabile: un perfetto esempio di “eterogenesi” dei fini, insomma, colta in azione. Infatti, non è “più Stato” quel che occorre, ma uno “Stato migliore” che si preoccupa davvero del bene comune, in

Spiriti animali

22 maggio 2017
Fra le priorità del Movimento animalista, un vero e proprio partito la cui assemblea di fondazione si è tenuta a Milano sabato scorso con l’intervento dell’on. Silvio Berlusconi, vi è – come ha annunciato la presidente del Movimento, l’on. Michela Vittoria Brambilla – l’istituzione di un servizio veterinario nazionale per le famiglie meno abbienti. Poche ore prima le agenzie avevano informato di un procedimento penale avviato nel genovese, su denuncia di una donna verso la vicina di casa per la negata coabitazione di un gatto, che in precedenza aveva frequentato le dimore di entrambe: il tribunale del riesame ha revocato il sequestro del gatto disposto dal pubblico ministero, che a sua volta di cognome fa Gatti. Iniziative come queste, politiche e giudiziarie, non suonano eccentriche, viste le foto di animali su non pochi profili whatsapp e le pagine, gli spot e le trasmissioni tv dedicate al benessere degli animali. Non è in discussione il rispetto per questi esseri. E’ in discussione il capovolgimento di prospettiva, e le sue ricadute concrete. Si nega il diritto alla vita agli umani – da decenni non riconosciuto per età o per condizioni di salute – ma si teorizzano i “diritti degli animali”. Si allungano le liste di attesa – cause ristrettezze finanziarie – per tac ed esami salvavita e si propone il servizio sanitario per i quattro zampe. Si fanno prescrivere processi importanti e si dedicano tempo ed energie giudiziarie al domicilio di un gatto. Poiché non accade per caso, sarebbe strano meravigliarsene: sarebbe un errore – come dire? – bestiale. *Foto corriere.it

Rallegrati, Vergine Madre di Dio! di Sergej Rachmaninov

20 maggio 2017
Sergej Rachmaninov, un “ponte” musicale tra Oriente e Occidente Il 20 maggio di sette anni fa, l’Orchestra Nazionale Russa, il Coro Sinodale di Mosca e la Cappella di Corni della Russia si esibirono nell’Aula Paolo VI con un concerto «organizzato in onore di Sua Santità Papa Benedetto XVI» a conclusione delle Giornate di cultura e spiritualità russa in Vaticano promosse da Kirill I, Patriarca di Mosca e di tutte le Russie. Fu una tappa a suo modo storica lungo il percorso di riavvicinamento fra la Chiesa Cattolica e la Chiesa ortodossa russa. Secondo Papa Benedetto XVI, la musica eseguita in quel concerto anticipava, in qualche modo realizzandola, una «sinergia tra Oriente e Occidente, come pure tra tradizione e modernità», del tutto coerente con la visione «unitaria e armonica dell’Europa» prospettata da Papa san Giovanni Paolo II (1978-2005). Avendo avuto «la gioia di ascoltare brani di grandi artisti russi», Benedetto XVI notava come in particolare il compositore russo Sergej V. Rachmaninov (1873-1943) abbia saputo far tesoro «del ricco patrimonio musicale-liturgico della tradizione russa, rielaborandolo e armonizzandolo con motivi ed esperienze musicali dell’Occidente e più vicini alla modernità». Nel concerto del 20 maggio, infatti, di Rachmaninov era stata eseguita in esordio la versione orchestrale di Vocalise op. 34 no. 14 – brano dalla melodia struggente e memorabile, di cui è famosa una storica incisione risalente al 1929 con il compositore sul podio – e, più avanti, uno dei numeri tratti da Vsènoshnoje Bdènie, la «Veglia dell’intera Notte» op. 37, opera nota in Italia con il nome (non del tutto appropriato) di «Vespri», per coro misto «a cappella», cioè senza accompagnamento strumentale. Nato a Oneg, nella Russia nord-occidentale, in una famiglia nobile di ascendenza tartara, Rachmaninov era tuttavia cresciuto a San Pietroburgo in condizioni non agiate, avendo il padre dilapidato la propria fortuna. Nel 1915, comunque, anno di composizione di Vocalise e della Veglia, la reputazione nazionale e internazionale di Rachmaninov come compositore, virtuoso del pianoforte e direttore d’orchestra era ampiamente consolidata. I quindici cori che compongono l’op. 37 fanno parte della cosiddetta liturgia ortodossa dei «Grandi Vespri» da celebrare alla vigilia delle grandi feste, comprendente gli uffici dei Vespri propriamente detti (destinati alle ultime ore del giorno), del Mattutino e dell’Ora Prima. Sin dalla prima esecuzione, la Veglia ebbe notevole successo di critica e di pubblico, e fu salutata come un contributo di grande rilevanza al repertorio liturgico nazionale. A sole tre settimane dal golpe bolscevico del 1917, Rachmaninov decise di riparare in Occidente: non solo perché la qualità della vita a Mosca – con i turni notturni di guardia imposti dal Comitato di condominio e la sospensione di ogni tipo di attività musicale – era già drasticamente peggiorata, ma anche perché i suoi quarti di nobiltà – Sergej lo percepì in tempo – mettevano a rischio la vita della moglie, quella delle loro due figlie e la propria. Raggiunti gli Stati Uniti d’America, Rachmaninov avrebbe dedicato gran parte della successiva vita artistica all’attività concertistica. Nella Russia sovietica, comunque, la sua Veglia op.

La voce del Magistero

Non “più Stato”, ma “Stato migliore”

23 maggio 2017
Sono la libertà e l’ordine slegati che producono l’«economia che uccide» Quando un’economia può dirsi “libera” e “ordinata“? Può la libertà andare a scapito dell’ordine o viceversa? Contrariamente alle apparenze, no: senza ordine non può infatti esistere alcuna libertà autentica, e quando la libertà viene compressa, non si ha nemmeno vero ordine, bensì solo una sua parodia, tipica degli Stati totalitari. Come insegna Papa San Giovanni Paolo II (1920-2005) nell’eniclica Centesimus Annus, del 1991, «[…] la libertà nel settore dell’economia» deve essere «[…] inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso» (n. 42). Solo così può fiorire un’attività economica favorevole allo sviluppo di tutti e di ciascuno, ovvero secondo le esigenze di quel bene comune autentico che non è affatto il frutto di decisioni prese “dall’alto” da un pianificatore centrale. Norme chiare e condivise, se sensate, non sono di ostacolo alla crescita, anzi: anche per una semplice partita di calcio occorre condividere le regole e occorre un arbitro che le faccia rispettare. Si potranno avere legittime visioni differenti su “quante” e “quali” regole siano necessarie: le regole queste potranno cambiare nel tempo e nello spazio a seconda del livello e del modello di sviluppo, di fattori socio-culturali, e così via, ma le regole sono necessarie. Il problema più grande nasce però quando una delle squadre in gioco ‒ per restare alla metafora della partita di calcio ‒ corrompe l’arbitro: fuori ‒ invece ‒ di metafora, oggi nei Paesi più sviluppati non si corre affatto il rischio di uno Stato “assente”, quanto piuttosto quello di uno Stato che falsifica le regole del gioco e che invece di arbitrare scende in campo a favore di questo o di quel contendente.I privati investono così le proprie risorse non nel servire sempre al meglio i clienti, ma per guadagnarsi il favore del potente di turno onde piegare le regole a proprio vantaggio e perseguire scopi “privatissimi” in violazione delle regole della concorrenza, concorrenza che non può essere libera se non è anche leale. Molte delle critiche mosse al capitalismo cosiddetto “selvaggio” (qualsiasi cosa questa espressione significhi davvero) colgono, correttamente, una situazione di profondo malessere, iniqua, una «economia che uccide», per usare le parole oramai tanto famose quanto travisate di Papa Francesco. Sbaglia diagnosi però chi attribuisce le cause di problemi veri a una presunta assenza di regole, anziché a regole distorte; in questo modo si sbaglia dunque anche terapia e si finisce per invocare il fatidico ma deleterio “più Stato”. Questa “filosofia” comporta infatti una concentrazione di potere ancora maggiore nelle mani del ceto politico, e questo produce legami ancora più forti tra il potere politico e le lobby d’interesse, causando distorsioni sempre maggiori in una spirale apparentemente inarrestabile: un perfetto esempio di “eterogenesi” dei fini, insomma, colta in azione. Infatti, non è “più Stato” quel che occorre, ma uno “Stato migliore” che si preoccupa davvero del bene comune, in

Udienza del 18 maggio

22 maggio 2017
Ci sono interventi del Papa che vengono sottaciuti dal circo mediatico perché non servono ad alimentare l’immagine che i giornalisti di ogni orientamento si sono creati del Pontefice. Giovedì 18 maggio Francesco riceve in Vaticano oltre un migliaio di malati di corea di Huntington, provenienti da 20 Paesi. La corea di Huntington è una malattia ereditaria (viene dal patrimonio genetico) neurodegenerativa, quindi progressivamente invalidante. Il Papa denuncia che il malato ha spesso “vissuto il dramma della vergogna, dell’isolamento, dell’abbandono”. L’obiettivo del Papa è ancora una volta colpire la “cultura dello scarto”, l’inciviltà contemporanea di cui l’eutanasia è l’emblema e a cui si contrappone la civiltà cristiana. “Oggi però bisogna voltare pagina, guardando a Gesù, che durante il Suo ministero ha incontrato tanti ammalati, si è fatto carico delle loro sofferenze, ha abbattuto i muri dello stigma e dell’emarginazione che impedivano a tanti di loro di sentirsi rispettati e amati”. Il riferimento biblico è a tutte le pagine in cui Cristo combatte soprattutto la mentalità con cui nella Terra Santa del I sec. si guardava alla malattia. “Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori perché sia nato cieco? (…) Né lui ha peccato, né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio” (Gv. 9,2-3). Ai nostri giorni siamo in un certo senso tornati a quelle frasi sprezzanti, sintomo di un atteggiamento che punta alla scomparsa del malato, considerato un peso per la famiglia e la società, più che alla sua cura. Francesco critica il diffondersi di tale mentalità specialmente tra medici e scienziati, che dovrebbero invece avere a cuore solo la salute del malato in base al giuramento di Ippocrate. “A loro l’incoraggiamento a perseguire i loro obiettivi, sempre con mezzi che non contribuiscono ad alimentare quella cultura dello scarto. (…) Alcuni filoni di ricerca, infatti, utilizzano embrioni umani causando inevitabilmente la loro distruzione”. Confermando il magistero dei Papi precedenti, ribadisce che “nessuna finalità, anche in se stessa nobile, come la previsione di una utilità per la scienza, per altri esseri umani o per la società, può giustificare la distruzione di embrioni umani”, poiché le persone non possono mai essere ridotte a mezzi. L’embrione è essere umano e come tale va trattato fin dai primi istanti. L’udienza del Papa segna anche la nascita di un movimento internazionale dei malati di corea, diffusi in particolare nella sua America del Sud, territorio nel quale crescono anche le pressioni per modificare la legislazione restrittiva sull’aborto. Il Papa segue attentamente le vicende della sua terra d’origine e dà indicazioni chiare sui valori che l’America Latina deve custodire per rimanere se stessa. Le sue parole valgono, però, per ogni scenario mondiale, Europa compresa. Michele Brambilla

La guerra è sempre extrema ratio

17 maggio 2017
La guerra di aggressione è intrinsecamente immorale ma «nel tragico caso in cui essa si scateni, i responsabili di uno Stato hanno il diritto e il dovere di organizzare la difesa anche usando le armi» (Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 500) come pure la comunità internazionale ha il dovere di intervenire. Secondo la morale, chi ha l’autorità e la possibilità di intervenire per evitare un grave danno, e non lo fa, si rende responsabile del danno stesso. Se mi trovo per caso dietro ad una persona che sta entrando in un ristorante affollato con un fucile in mano e ho la possibilità di bloccarla con una bastonata in testa, devo farlo perché in questo modo evito la possibilità che faccia del male a qualcuno. Infatti così ammoniva S.S. Pio XII nel messaggio di Natale del 1948: «Un popolo minacciato o già vittima di una ingiusta aggressione, se vuole pensare ad agire cristianamente non può rimanere in una indifferenza passiva; tanto più la solidarietà della famiglia dei popoli interdice agli altri di comportarsi come semplici spettatori in un atteggiamento d’impassibile neutralità. Chi potrà mai valutare i danni già cagionati in passato da una tale indifferenza, ben aliena dal sentire cristiano, verso la guerra di aggressione?». Ma, ovviamente, il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che la guerra va sempre intesa come extrema ratio di fronte ad un danno che si presume grave e duraturo. Per ultima soluzione si intende assolutamente l’ultima, soprattutto oggi, quando la potenza sempre più distruttiva delle armi mette sotto grave rischio tanta popolazione innocente. I sommi Pontefici, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e soprattutto Francesco, hanno insistito a più riprese sul dovere di cercare ogni altra strada possibile pur di non cadere nel baratro della guerra. Nell’impossibilità di trovare altre soluzioni, il conflitto deve, in ogni caso, rispettare alcune condizioni: avere come fine il ristabilire l’ordine. Già sant’Ambrogio scriveva «la guerra è cosa giusta e meritoria se ha per fine il bene»; deve avere una certa speranza di successo; essere certa che «il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare»; «La valutazione di tali condizioni di legittimità morale spetta al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune.» (CCC 2309) e mai al privato. I pubblici poteri, in questo caso, hanno «il diritto e il dovere di imporre ai cittadini gli obblighi necessari alla difesa nazionale.»(Idem, 2309-10). Sempre il Catechismo al 2309 «Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione». Le armi di distruzione di massa – chimiche, nucleari, biologiche – rappresentano un pericolo enorme per l’umanità intera e chi le detiene ha delle enormi responsabilità morali. Si innesca su questo il discorso dell’industria bellica, degli investimenti statali, del riarmo o disarmo nucleare come strategia deterrente ad ulteriori conflitti. Le considerazioni in merito, pur mantenendo un profilo morale, coinvolgono soprattutto una valutazione di carattere tecnico. A tutti piacerebbe pensare ad un mondo senza armi, quindi senza produttori di armi,

Dall’archivio

“Redemptoris Custos”

23 febbraio 2017
PIETRO CANTONI, Cristianità n. 180-181 (1990)     Dopo le encicliche Redemptor hominis (1), Dives in misericordia (2), Dominum et vivificantem (3) e Redemptoris Mater (4) – dedicate rispettivamente al Verbo incarnato, a Dio Padre, allo Spirito Santo e alla Beata Vergine Maria -, nell’opera magisteriale del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II non poteva mancare un documento su san Giuseppe, il cui incipit suona appunto Redemptoris Custos (5). All’interno di questa ideale “pentalogia”, l’esortazione apostolica giuseppina si affianca in modo particolare alle encicliche Redemptor hominis e Redemptoris Mater, dove l’accento è posto, insieme, sul mistero dell’Incarnazione e su quello della Redenzione, un’accentuazione che riflette perfettamente i temi dominanti del pontificato di Papa Giovanni Paolo II, cioè Cristo e l’uomo. Nella prospettiva di una grande e radicale evangelizzazione, che deve essere innanzitutto una ri-evangelizzazione, il Santo Padre ripropone i fondamenti della fede in modo organico e sistematico a partire dalle profondità del mistero di Dio: anzitutto il mistero “necessario”, la Trinità; quindi il mistero “libero”, quello dell’economia liberamente scelta da Dio per salvare l’uomo, l’incarnazione, passione, morte e risurrezione del Redentore. Il punto di congiunzione dei due misteri, il punto “focale”, è Gesù Cristo in cui Dio rivela insieme sé stesso e la sua volontà di salvezza e che non può essere disgiunto da coloro che sono stati, per libera ma non arbitraria scelta divina, intimamente e indissolubilmente coinvolti nella sua “venuta nella carne” (6). Il procedimento è rigorosamente teologico, di una teologia però che non disdegna di farsi anche meditazione in ossequio al principio che la pietà deve essere teologica e la teologia deve comunicare verità vive e vivificanti. Così, dopo aver ricordato il centenario del principale documento precedente del Magistero su san Giuseppe, l’enciclica Quamquam pluries di Papa Leone XIII (7) – centenario che costituisce l’occasione prossima dell’esortazione apostolica Redemptoris custos –, e che il “disegno redentivo […] ha il suo fondamento nel mistero dell’Incarnazione“ (n. 1), Papa Giovanni Paolo II abbozza, su questo fondamento (8), i lineamenti di una “teologia di san Giuseppe”. Il punto di partenza è un passo del Vangelo secondo san Matteo: “Gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. […] Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa” (9). In queste parole il Sommo Pontefice vede “una stretta analogia” (n. 3) con l’annunciazione a Maria. Come per Maria, nella generosa risposta a questo annuncio sta l’autentica grandezza di san Giuseppe: come Maria è grande per aver concepito il Verbo “prima con la mente che con il corpo” (10), così la “giustizia” di Giuseppe è tutta nella sua obbedienza alla parola del Signore, espressione purissima di “obbedienza della fede”. “Per la verità, Giuseppe non rispose all'”annuncio” dell’angelo come Maria, ma “fece

Il federalismo e la sua filosofia

30 novembre 2016
Gonzague de Reynold, Cristianità n. 256-257 (1996) Che cos’è il federalismo Il federalismo è una forma politica nella quale molti piccoli Stati, o città, accettano di sacrificare una parte della loro sovranità per istituire un potere centrale, dirigente e supremo, allo scopo di meglio difendere la loro esistenza, conservare la loro indipendenza e promuovere i loro interessi comuni. Come si sa, il federalismo differisce in modo profondo e dal regionalismo e dal decentramento. Il regionalismo e il decentramento escludono ogni idea, ogni principio di sovranità. Sia l’uno che l’altro sono solamente concessioni amministrative emananti da un potere, non solo centrale, ma anche centralizzato. Tale potere preesistente li crea e conferisce a essi un’esistenza legale. Da questo potere dipendono. Invece, il federalismo implica Stati sovrani, preesistenti al potere centrale, che lo creano e al quale fanno liberamente sacrifici di sovranità, perché sia in grado di svolgere la sua funzione. Infatti, il potere deve la sua esistenza legale agli Stati confederati. * * * Quindi, nel federalismo vi sono due elementi costitutivi: gli Stati, le città che si federano; il potere centrale che istituiscono. Ma questi due elementi non sono uguali, né per età, né per valore, né per diritto. Non si fronteggiano, ma il secondo è subordinato al primo. Il primo: gli Stati, le città, formano L’elemento costituente; il secondo, il potere centrale, forma l’elemento costituito. Il secondo elemento è solamente un’emanazione del primo. Questo può modificarlo in ogni momento con un nuovo accordo fra i suoi membri. Il primo elemento, gli Stati, le città, avendo un’esistenza anteriore al secondo, il potere centrale, ha quindi diritti superiori ai diritti di questo. Tuttavia, i due elementi sono indissolubili. Se non esiste più una Confederazione, e neppure uno Stato federale, il giorno in cui gli Stati che si sono federati sono stati sostituiti da un sistema unificato, centralizzato, non vi è ancora o non vi è più federalismo, ma semplicemente un’alleanza temporanea o perpetua, se il potere centrale non è stato costituito o se è stato costituito in modo insufficiente. Infatti, ogni federalismo suppone un federatore comune. Stati troppo deboli e un potere centrale troppo forte o, inversamente, Stati troppo forti e un potere centrale troppo debole, rappresentano un federalismo incompleto o squilibrato. Perché gli Stati si sono federati? Per conservare la loro autonomia, la loro personalità, non per sacrificarle al potere centrale. La missione del potere centrale sta nel difendere, salvaguardare, promuovere l’autonomia, la personalità di ogni Stato, questa è la sua ragion d’essere. Se tradisce la sua missione, perde la sua ragion d’essere, esce dalla sua legalità. Quando il potere centrale si sostituisce al governo interno di ogni Stato confederato, vi è usurpazione da parte sua. Poiché il potere centrale è solo l’emanazione degli Stati confederati, deve conoscere direttamente solo questi e si deve indirizzare ai loro popoli solo attraverso la loro mediazione. Invece, il potere centrale deve essere forte nel suo campo specifico: all’esterno, la difesa della Confederazione che rappresenta di fronte allo straniero; all’interno, la conservazione della Confederazione secondo

L’eutanasia

7 ottobre 2011
di Lorenzo Cantoni 1. Nozione Dopo aver già da tempo abbandonato il legame con l’etimo greco di morte buona, il termine eutanasia viene usato nell’attuale dibattito in sensi spesso molto diversi. Frequentemente si distingue fra eutanasia attiva — o positiva, o diretta —, là dove il medico, o chi per lui, interviene direttamente per procurare la morte di un paziente, ed eutanasia passiva — o negativa, o indiretta —, dove si ha invece astensione da interventi che manterrebbero la persona in vita. Si distingue inoltre fra eutanasia volontaria, quella esplicitamente richiesta dal paziente, ed eutanasia non volontaria, quando la volontà del paziente non può essere espressa, perché si tratta di persona incapace. Eutanasia si oppone talora a distanasia o ad accanimento terapeutico, che indicano invece il ricorso a interventi medici di prolungamento della vita non rispettosi della dignità del paziente. Prossimo concettualmente e fattualmente all’eutanasia, benché distinto da essa, è poi il suicidio medicalmente assistito, in cui la morte è conseguenza diretta di un atto suicida del paziente, ma consigliato e/o aiutato da un medico. Si tratta, come si vede, di una mappa di significati tutt’altro che omogenea e definita, e assai sensibile alla prospettiva teorica adottata. Una definizione completa e precisa — abitualmente citata anche da autori che non ne condividono le valutazioni etiche concomitanti — si trova nella Dichiarazione sull’eutanasia “Iura et bona”, pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede il 5 maggio 1980, al n. 6: “Per eutanasia s’intende un’azione o un’omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. L’eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati”. 2. Sofferenza, trattamento del dolore ed eutanasia Una delle caratteristiche definitorie dell’eutanasia è dunque il suo obiettivo di ridurre la sofferenza. Talora si ritiene che la richiesta di un intervento eutanasico o di un’assistenza al suicidio da parte dei pazienti sia direttamente proporzionale alla gravità della loro malattia, e alla loro sofferenza. Si tratta, invero, di una semplificazione indebita. Se prendiamo in esame i casi di suicidio, per esempio, “gli studi indicano — secondo il documento When Death Is Sought: Assisted Suicide and Euthanasia in the Medical Context, pubblicato nel 1994 dallo Stato di New York — che su molti pazienti con grave sofferenza, sfiguramento o disabilità, la grande maggioranza non desidera il suicidio. In uno studio su pazienti malati terminali, fra quelli che espressero una volontà di morire, tutti soddisfacevano i criteri di diagnosi della depressione endogena”. L’esperienza degli Hospice, cliniche il cui obiettivo primario è l’umanizzazione dell’assistenza ai pazienti in fin di vita, e il trattamento del dolore — attraverso le cosiddette cure “palliative” — mette in dubbio ulteriormente questa correlazione fra sofferenza e desiderio di morire apparentemente così ovvia: “Pazienti con una sofferenza non controllata — si legge nel documento citato — possono vedere la morte come l’unica fuga dalla sofferenza che stanno sperimentando. In ogni caso, la sofferenza non è solitamente un fattore di rischio indipendente. La variabile significativa nel rapporto fra sofferenza e suicidio è l’interazione fra sofferenza e sentimenti di disperazione e depressione”. 3. Aspetti legali e giuridici dell’eutanasia Benché il Parlamento inglese avesse discusso già nel 1936