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I disastri naturali fanno bene al PIL?

24 gennaio 2017
Non bastano i disastri naturali che periodicamente si abbattono sugli sfortunati paesini del centro-Italia. Ai danni, umani e materiali, si aggiungono anche i commenti di chi dice che nella sciagura esiste però un risvolto positivo: la ricostruzione farà aprire dei cantieri, rilancerà l’occupazione, creerà ripresa e benessere. Ma è davvero così? Viene in mente la famosa fallacia della “finestra rotta”. Un giorno un ragazzino ruppe il vetro della finestra di casa. Al padre comprensibilmente infastidito venne detto che in realtà ciò avrebbe avuti degli effetti molto positivi per tutta la città. Il denaro speso per la sostituzione del vetro avrebbe infatti consentito al vetraio di acquistare del pane dal panettiere, che a sua volta avrebbe potuto acquistare delle scarpe dal calzolaio, che quindi avrebbe fatto altre spese, e così all’infinito, innescando un circolo virtuoso di crescita dei consumi e dei redditi. A vantaggio di tutti. Il ragazzino non era un vandalo, ma un benefattore! Intrigante, ma le cose non stanno così. Si tratta, infatti, di un famoso “falso ragionamento”, smascherato dall’economista francese Frédéric Bastiat (1801-1850) nel suo famoso saggio del 1850, “Ciò che si vede e ciò che non si vede”. Ma perché il ragionamento è sbagliato? Semplicemente perché il focus è soltanto su quello che si vede – l’incremento di redditi e consumi indotti dall’evento infausto – mentre non si guarda a quello che non si vede: il denaro speso per la riparazione della finestra, se non fosse stata rotta, avrebbe potuto essere speso in altri tipi di consumi, magari nell’acquisto di un libro, beneficiando il libraio anziché il vetraio. Il “capitale sociale” nel secondo caso risulterebbe incrementato – finestra più libro – mentre nel primo caso rimane invariato – la finestra riparata. La rottura della finestra produce semplicemente un effetto redistributivo, ai danni del proprietario della finestra: il ragazzino non è un benefattore della sua città, l’ha semplicemente resa più povera del valore di una finestra. Altrimenti sarebbe molto semplice fare ripartire l’economia: basterebbe distruggere per poi ricostruire, pagare persone perché edifichino piramidi del tutto inutili o scavino buche per poi riempirle nuovamente, come suggeriva l’economista britannico John Maynard Keynes (1883-1946) come mezzo straordinario di stimolo in presenza di risorse inutilizzate. In tale prospettiva anche eventi drammatici come terremoti, come dicevamo in esordio, ed addirittura attentati terroristici o guerre potrebbero avere effetti positivi a livello aggregato. Alcune persone ne sono così convinte da auspicare addirittura l’insorgere di conflitti come soluzione per fuoriuscire dalle crisi economiche. Un’assurdità logica, in cui si rischia però di cadere in buona fede se ci si limita a guardare superficialmente a “quello che si vede”, trascurando “quello che non si vede”, ovvero i costi occulti e le alternative perdute. In realtà ogni distruzione di capitale ha per forza effetti aggregati negativi, perché dirotta per la ricostruzione risorse che avrebbero potuto essere impiegate in altro modo, con un accrescimento del benessere collettivo. Se cade un ponte va molto bene per i costruttori di ponti, ma molto male per tutti gli altri: i vantaggi sono sempre

Un mondo che sanguina

19 gennaio 2017
In queste prime settimane di gennaio gli analisti di politica internazionale sono soliti dedicarsi alla pubblicazione di report e previsioni di vario genere per individuare quali saranno i punti e i temi caldi per l’anno che verrà. È un esercizio per nulla semplice. Il rischio è quello di scadere verso l’astrologia, come gli oroscopi che vediamo in televisione in questo stesso periodo. Se fatto seriamente, però, è un esercizio utile: non ci dice quello che accadrà ma ci può indicare dove puntare lo sguardo per poi andare a vedere quello che vi succede davvero. Facendo una rapida ricognizione di alcune di queste fonti occorre distinguere fra due livelli: il primo individua le tendenze di lungo periodo relative alla disponibilità di risorse, all’inurbamento della popolazione, ai flussi migratori, al comportamento delle grandi potenze, etc. Il secondo si applica maggiormente alle situazioni di singole aree, considerando il presente o un ragionevole futuro. Partiamo da quest’ultimo piano più tattico. Le aree a cui dovremo guardare con una maggiore attenzione e preoccupazione nel 2017, fra le molte possibili, sembrerebbero essere quattro: il Medio Oriente. È una costante in questi elenchi, ma nel 2017 saranno due le domande importanti a cui dovremo cercare una risposta sullo sfondo delle devastazioni di questo angolo di mondo. La prima riguarda l’ISIS/Daesh. Se proseguirà la pressione militare delle forze congiunte di Siria, Turchia, Russia, Iran e coalizioni occidentali varie, il sedicente califfato finirà con il perdere gran parte del territorio tra Siria e Iraq che oggi rappresenta il suo asset più simbolico. Anche se questo dovesse succedere è ben difficile che il problema si risolva definitivamente. Lo zoccolo duro dei seguaci di al-Baghdadi cercherà un altro “santuario”. Dove? Con la perdita di Sirte sembra fallito il tentativo di trasloco in Libia e la principale candidata sembra essere, in questo momento, l’Africa sub-sahariana (vedi sotto). Ma il califfo ci ha abituato alle sorprese e potrebbe cercare casa anche nella penisola dell’Indocina o portare letteralmente armi e bagagli in qualche angolo dell’Asia centrale ex-sovietica; per non parlare delle propaggini meridionali dell’arcipelago delle Filippine, da anni terra e mare di nessuno. Il secondo gruppo di interrogativi ci porta in Turchia. Riuscirà Erdogan a completare la sua marcia di avvicinamento al potere assoluto grazie alla riforma costituzionale per il passaggio al sistema presidenziale? E, in questo caso, come proseguirà la realizzazione del suo progetto di egemonia regionale neo-ottomana? Riuscirà ancora a destreggiarsi tra una scomoda appartenenza alla NATO e un’utile alleanza con la Russia putiniana? Ce la farà a continuare a fare la guerra ai kurdi siriani e la pace con i kurdi iracheni ? Molte domande la cui risposta potrà palesarsi in questo nostro ’17. – L’Africa sub sahariana. Quella fascia del continente nero che abbraccia un vastissimo e complicatissimo territorio, dal Mali e Nigeria attraverso gli evanescenti Niger e Chad, con l’omonimo lago, vero ombelico della regione, per arrivare nell’inferno del Sud Sudan, il più giovane stato del mondo. Un’area che, pur distante, ci riguarda assai da vicino perché è lì

Il criceto e la ruota

17 gennaio 2017
Un criceto che corre affannosamente nella ruota, senza requie ma sempre al punto di partenza. È l’immagine che viene in mente pensando agli acquisti compulsivi di una società con consumatori sempre più anziani, soli, in numero calante a causa del continuo declino demografico. Una società affannata e senza prospettive. Il termine “consumismo” va sicuramente usato con cautela, pensando ai molti che purtroppo i consumi possono permetterseli sempre meno e per non rischiare di cadere nelle solite ramanzine moralistiche contro la società “consumistica”: supermercati con scaffali vuoti non sono certamente auspicabili. È però vero che il trend pluridecennale di declino demografico in atto in Italia e nella maggior parte dei Paesi sviluppati comporta un calo continuo nel numero dei consumatori. Consumatori sempre più anziani e con meno bisogni, a parte quelli legati alla cura della persona, che “devono” quindi moltiplicare gli acquisti per mantenere inalterato il “monte acquisti”, la mitica “domanda aggregata”. Di qui una spinta crescente da parte dei produttori a fomentare acquisti di beni e servizi a ritmi sempre più insostenibili, che portano a vere e proprie derive di acquisti compulsivi: per chi può permetterselo, ovviamente. Consumismo quindi, ma che cosa è esattamente “consumismo”? Impossibile forse darne una definizione valida sempre ed ovunque perché gli stili di consumo sono necessariamente influenzati culturalmente e legati all’evoluzione dell’offerta di merci e servizi, quindi tra i consumi “necessari” per un italiano di inizio terzo millennio possono comparire beni considerati “di lusso” o semplicemente inesistenti anche solo poche generazioni orsono o inimmaginabili per un contemporaneo dell’Africa sub-sahariana. Acquistare e possedere uno smart-phone è oramai “necessario” quasi per tutti, pena essere disconnessi da persone ed informazioni; cambiarlo ogni sei mesi, invece, è certamente un atteggiamento consumistico. E gli esempi si potrebbero moltiplicare, ovviamente con molte zone grigie. La spinta a consumi fini a se stessi, quasi ossessivi, non è solo l’effetto di pubblicità sempre più invasive, di comportamenti emulativi o di un’insoddisfazione radicale nella propria vita che si cerca invano di sublimare nello shopping selvaggio. È anche conseguenza dei tassi di interesse schiacciati verso lo zero. Dov’è l’incentivo al risparmio se questo non viene remunerato o addirittura rischia di perdere nel tempo potere d’acquisto? Le politiche monetarie ultra-espansive – tassi a zero – portate avanti dalla Bce e dalle altre Banche Centrali servono non a rilanciare l’economia, come dichiarato ufficialmente, ma a mettere sotto controllo debiti pubblici altrimenti insostenibili per il crollo demografico e la crescita asfittica. Il costo di tali politiche è ovviamente a carico dei risparmiatori, e ciò non solo scoraggia il risparmio ma incentiva anche acquisti “a debito”, e non solo per comprare casa ma anche per finanziarsi le vacanze. Carte di credito e finanziamenti al consumo “a gogò”, ipotecando così il futuro indebitandosi sempre più. Una spirale negativa che col tempo toglie sempre più spazio a scelte libere e consapevoli. Più consumi, meno risparmi e meno investimenti, in una società sempre più vecchia e sola, che compensa così la mancanza di progettualità e di quella proiezione nel futuro resa possibile

La voce del Magistero

La contro-rivoluzione è frutto di una speranza forte

20 gennaio 2017
Continuano le udienze pontificie sul tema della speranza, virtù teologale a cui Benedetto XVI aveva dedicato un’intera enciclica, la Spe salvi, nel 2007. Papa Francesco ha ripreso il tema nelle ultime 8 udienze del mercoledì ma si era già soffermato sulla speranza nel 2013 in una profonda omelia durante la S. Messa mattutina a Santa Marta. In quell’occasione, riprendendo il tema chiave della Spe salvi aveva detto che la speranza «non è quella capacità di guardare le cose con buon animo e andare avanti. No, quello è ottimismo, non è speranza. Né la speranza è un atteggiamento positivo davanti alle cose. Quelle sono persone luminose, positive [.. .] Ma non è la speranza. Non è facile capire cosa sia la speranza. Si dice che è la più umile delle tre virtù, perché si nasconde nella vita. La fede si vede, si sente, si sa cosa è. La carità si fa, si sa cosa è. Ma cosa è la speranza? Cosa è questo atteggiamento di speranza? Per avvicinarci un po’, possiamo dire in primo che la speranza è un rischio, è una virtù rischiosa, è una virtù, come dice San Paolo “di un’ardente aspettativa verso la rivelazione del Figlio di Dio”. Non è un’illusione». Anche Benedetto XVI ha scritto nella sua enciclica che la speranza è intimamente legata alla fede, ne è il completamento in quanto in questa trova le sua fondamenta e da questa scaturisce. Partendo dalla nota definizione di fede che San Paolo propone in Ebrei 11,1 “La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono”, il Pontefice si sofferma su due termini e ne sottolinea l’importanza. “Fondamento”, hypostasis nel testo latino, indica la “sostanza”, concetto fondamentale di tutta la filosofia greca e medioevale. La sostanza è quanto vi è di più importante in ogni realtà, è ciò che rende una cosa quello che è veramente. E’ la sostanza che fa del foglio che stiamo leggendo un foglio, e fa sì che un foglio sia diverso da un pezzo di pane, da un gatto o da un ciclamino – ma, nello stesso tempo, abbia qualche cosa di essenziale in comune con ogni altro foglio, anche lontanissimo nel tempo e nello spazio, rispetto al quale non cambierà la sostanza, ma solo quelli che la filosofia classica chiama accidenti saranno diversi. La sostanza delle cose che si sperano è dunque qualche cosa di molto concreto. Non uno stato d’animo, un desiderio, una passione, un’emozione: ma una cosa. La speranza non è un’illusione, come sottolineato da Papa Francesco, anche se si riferisce al futuro è già dentro di noi, non come fantasia ma come realtà. Veramente dentro di noi c’è “già ora qualcosa della realtà attesa” (Spe salvi, n. 7), e solo la parola “sostanza” ci permette di dare all’espressione “qualcosa” tutta la sua realtà, sottraendola definitivamente al regno del vago, dell’indefinito e dell’illusorio. Non solo: la fede – che qui si fa anche e nello stesso tempo speranza – è “prova delle cose

La dottrina sociale della Chiesa

18 gennaio 2017
Guida sicura per politica ed economia Sabato 14 gennaio il Santo Padre ha incontrato alcuni membri della Global Foundation riuniti a Roma per un summit sulle nuove prospettive economiche mondiali. La Fondazione, nata in Australia nel 1998 ad opera del primo ministro, on.John Howard John Howard, ha come scopo di associare privati facoltosi intenzionati ad operare per il bene comune attraverso tutti i canali possibili e collaborando con tutte le grandi organizzazioni internazionali come il Fondo Monetario internazionale, la Banca mondiale e l’infrastruttura di Asian Investment Bank, insieme con realtà religiose come il Vaticano e la Chiesa anglicana. Nel breve saluto loro rivolto, Papa Francesco non ha esitato a richiamare con forza l’importanza di un’economia rispettosa della persona umana, come sottolineato da tutto il Magistero in tema economico. Parafrasando l’odierno Vangelo, occorre ricordare che l’economia è fatta per l’uomo, non l’uomo per l’economia. Sulla scia della Centesimus annus di san Giovanni Paolo II, ha ricordato che il timore, che la globalizzazione economica si riducesse ad una globalizzazione del capitalismo puro, è oggi una realtà drammaticamente patita da milioni di esseri umani. Non solo un sistema poco rispettoso della persona non ha favorito la crescita sociale ed economica delle classi più basse ma ha portato al diffondersi di una “cultura dello scarto” che considera utili solo i soggetti che possono essere inseriti nel ciclo produttivo. Come insegnava già il Beato Pio IX nella Quanta cura, e dopo di lui Leone XIII nella Rerum novarum, quando  l’economia è ingabbiata in sistemi ideologici – socialismo o capitalismo –   perde di vista l’uomo (anche se con differenti sfumature) e si riduce ad un sistema fine a se stesso. Nessuno ha dubbi sui disastri provocati dal socialismo in tante parti del mondo, ma allo stesso tempo anche il capitalismo – che pure in modo maggiore ha favorito lo sviluppo economico – è fonte di errori gravi e di perdita della dignità umana.   Senza ridurre tutti all’ugualitarismo, occorre però ricordare che i beni della terra sono dati da Dio all’uomo per il bene dell’uomo e che devono essere usati perché tutti possano godere di una vita decorosa (San Giovanni XXIII, Pacem in Terris). Solo se “gli operatori economici e politici [useranno] la loro intelligenza e le loro risorse per aiutare i responsabili nei diversi ambiti politici – regionali, nazionali e internazionali – a correggerne l’orientamento ogni volta che sia necessario potranno dimostrare di avere a cuore la persona in quanto tale.” La politica e l’economia devono avere alla base la virtù della prudenza per essere a servizio, e non “padrone”,  dell’uomo. Solo la Dottrina sociale della Chiesa guarda all’uomo con un sincero interesse per il suo vero bene ed è per questo che il Santo Padre sollecita tutti, anche se la maggioranza dei suoi interlocutori non sono cattolici, a trarre da questa le indicazioni per un proficuo lavoro. Durante l’Angelus dello stesso giorno, Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, dedicata al tema “Migranti minorenni, vulnerabili e senza voce”, il Papa torna a considerare la drammatica

MARIA MADRE DI DIO

2 gennaio 2017
Al Messaggio per la Giornata della Pace ben si collega la contemplazione di Maria con il piccolo Gesù in braccio, Maria Madre di Dio che oggi tutta la Chiesa festeggia. Otto giorni dopo la nascita la legge prevedeva il rito della circoncisione. Così possiamo contemplare Maria che, accompagnata da Giuseppe, si presenta al Tempio per i riti prescritti. La sacra famiglia si pone nelle mani del Padre. Da Lui ha ricevuto in dono il Figlio, a Lui lo ripresenta, preannuncio della grande offerta di sé che Gesù farà sulla croce per la salvezza di tutti gli uomini. Maria fin dall’inizio prende parte a questo progetto di salvezza dell’uomo, si muove insieme a Gesù, anzi lo porta lei stessa. Lo ha portato per nove mesi nel suo grembo, ha imparato a sentire il suo cuore battere all’unisono con quello di Dio, e adesso conserva nel suo cuore ricordo di tutto quello che vede succedere: i pastori, gli angeli, i canti…”Maria appare come donna di poche parole, senza grandi discorsi né protagonismi ma con uno sguardo attento che sa custodire la vita e la missione del suo Figlio e, perciò, di tutto quello che Lui ama. Ha saputo custodire gli albori della prima comunità cristiana, e così ha imparato ad essere madre di una moltitudine”, madre di tutti noi, ha imparato ad essere partecipe di tante sofferenze, di tanti dolori, ha imparato a consolare e aggiunge il Papa “Dove c’è una madre, c’è tenerezza. E Maria con la sua maternità ci mostra che l’umiltà e la tenerezza non sono virtù dei deboli ma dei forti, ci insegna che non c’è bisogno di maltrattare gli altri per sentirsi importanti”. Anche nella nostra società c’è tanto bisogno di madri perché “Le madri sono l’antidoto più forte contro le nostre tendenze individualistiche ed egoistiche, contro le nostre chiusure e apatie. Una società senza madri sarebbe non soltanto una società fredda, ma una società che ha perduto il cuore, che ha perduto il “sapore di famiglia” la presenza della madre salva da “ Quella orfanezza che trova spazio nel cuore narcisista che sa guardare solo a sé stesso e ai propri interessi e che cresce quando dimentichiamo che la vita è stata un dono, che l’abbiamo ricevuta da altri, e che siamo invitati a condividerla in questa casa comune.” ammonisce il santo Padre, correndo gravi rischi “La perdita dei legami che ci uniscono, tipica della nostra cultura frammentata e divisa, fa sì che cresca questo senso di orfanezza e perciò di grande vuoto e solitudine. La mancanza di contatto fisico (e non virtuale) va cauterizzando i nostri cuori (cfr Lett. enc. Laudato si’, 49) facendo perdere ad essi la capacità della tenerezza e dello stupore, della pietà e della compassione. L’orfanezza spirituale ci fa perdere la memoria di quello che significa essere figli, essere nipoti, essere genitori, essere nonni, essere amici, essere credenti”. Ecco perché Gesù al momento supremo del suo sacrificio, dalla croce, ha fatto alla sua Chiesa nascente un regalo grande, la sua stessa

Dall’archivio

Il federalismo e la sua filosofia

30 novembre 2016
Gonzague de Reynold, Cristianità n. 256-257 (1996) Che cos’’è il federalismo Il federalismo è una forma politica nella quale molti piccoli Stati, o città, accettano di sacrificare una parte della loro sovranità per istituire un potere centrale, dirigente e supremo, allo scopo di meglio difendere la loro esistenza, conservare la loro indipendenza e promuovere i loro interessi comuni. Come si sa, il federalismo differisce in modo profondo e dal regionalismo e dal decentramento. Il regionalismo e il decentramento escludono ogni idea, ogni principio di sovranità. Sia l’’uno che l’’altro sono solamente concessioni amministrative emananti da un potere, non solo centrale, ma anche centralizzato. Tale potere preesistente li crea e conferisce a essi un’’esistenza legale. Da questo potere dipendono. Invece, il federalismo implica Stati sovrani, preesistenti al potere centrale, che lo creano e al quale fanno liberamente sacrifici di sovranità, perché sia in grado di svolgere la sua funzione. Infatti, il potere deve la sua esistenza legale agli Stati confederati. * * * Quindi, nel federalismo vi sono due elementi costitutivi: gli Stati, le città che si federano; il potere centrale che istituiscono. Ma questi due elementi non sono uguali, né per età, né per valore, né per diritto. Non si fronteggiano, ma il secondo è subordinato al primo. Il primo: gli Stati, le città, formano L’’elemento costituente; il secondo, il potere centrale, forma l’’elemento costituito. Il secondo elemento è solamente un’’emanazione del primo. Questo può modificarlo in ogni momento con un nuovo accordo fra i suoi membri. Il primo elemento, gli Stati, le città, avendo un’’esistenza anteriore al secondo, il potere centrale, ha quindi diritti superiori ai diritti di questo. Tuttavia, i due elementi sono indissolubili. Se non esiste più una Confederazione, e neppure uno Stato federale, il giorno in cui gli Stati che si sono federati sono stati sostituiti da un sistema unificato, centralizzato, non vi è ancora o non vi è più federalismo, ma semplicemente un’’alleanza temporanea o perpetua, se il potere centrale non è stato costituito o se è stato costituito in modo insufficiente. Infatti, ogni federalismo suppone un federatore comune. Stati troppo deboli e un potere centrale troppo forte o, inversamente, Stati troppo forti e un potere centrale troppo debole, rappresentano un federalismo incompleto o squilibrato. Perché gli Stati si sono federati? Per conservare la loro autonomia, la loro personalità, non per sacrificarle al potere centrale. La missione del potere centrale sta nel difendere, salvaguardare, promuovere l’’autonomia, la personalità di ogni Stato, questa è la sua ragion d’essere. Se tradisce la sua missione, perde la sua ragion d’essere, esce dalla sua legalità. Quando il potere centrale si sostituisce al governo interno di ogni Stato confederato, vi è usurpazione da parte sua. Poiché il potere centrale è solo l’emanazione degli Stati confederati, deve conoscere direttamente solo questi e si deve indirizzare ai loro popoli solo attraverso la loro mediazione. Invece, il potere centrale deve essere forte nel suo campo specifico: all’’esterno, la difesa della Confederazione che rappresenta di fronte allo straniero; all’’interno, la conservazione della Confederazione secondo

Dietro la barba di Castro

27 ottobre 2016
Articolo apparso su Cristianità n. 259 del 1996, con il titolo originale: “Dietro la barba di Castro: qualche istantanea di un regime socialcomunista vigente *” – Dal 13 al 17 novembre 1996 la FAO, l’’Organizzazione per l’’Alimentazione e l’’Agricoltura delle Nazioni Unite con sede a Roma, vi tiene il Vertice Mondiale sull’’Alimentazione. All’’incontro è prevista la partecipazione di numerosi capi di Stato, fra i quali il dottor Fidel Castro Ruz, capo dello Stato e del Governo della Repubblica di Cuba. Da sempre corre in Italia un giudizio superficiale a proposito del socialismo reale iberoamericano, considerato come una versione debole di tale regime, neppure lontanamente paragonabile alle sue modalità tedesca o slava. Questo abbaglio interpretativo è stato incrementato dal cosiddetto crollo del Muro di Berlino, cioè dall’’inizio della metamorfosi dell’’impero socialcomunista mondiale, sì che il giullare di una superpotenza — così pensano molti—, scomparsa la superpotenza, è a maggior titolo solo e semplicemente un giullare, da non prendere sul serio all’’estero in quanto incapace di far gran male anche all’’interno. Poiché, tragicamente per i cubani, le cose stanno molto diversamente, e poiché nella mitologia dei nostalgici rossi -— soprattutto di quelli di area cattolica, fra i quali anche soggetti in significativa posizione gerarchica —- il dottor Fidel Castro Ruz è l’’astro centrale di una costellazione di cui si auspica il levarsi tempestivo all’’orizzonte prima che l’’umanità tutta precipiti nelle tenebre del consumismo, credo valga la pena di dotarsi di qualche informazione sulla situazione cubana. Ma, poiché ricostruirne brevemente la storia significa esporsi all’’accusa di aver operato una selezione maliziosa dei fatti, e poiché la ricostruzione potrebbe essere soltanto breve, presento un identikit di tale situazione attraverso flash, attraverso informazioni giornalistiche e dichiarazioni — tutte successive al 1989, altrettanti punti che, collegati dal lettore come in una enigmistica pista cifrata, permettono di cogliere, dietro la maschera carnevalesca, il ghigno della morte. E la strumentazione mi viene offerta soprattutto da un articolo che ha come sottotitolo La situazione cubana in pillole. Senza commenti, comparso sulla rivista Tradición Familia Propiedad, organo della Sociedad Chilena de Defensa de la Tradición, Familia y Propiedad, nel fascicolo n. 98, dell’’ottobre 1996 e in corso di diffusione nel paese andino (17). Aborto, suicidio e prostituzione “La promiscuità di adolescenti e di giovani promossa dal governo comunista fa perdere loro il senso della moralità -— afferma S. E. mons. Eduardo Boza Masvidal, vescovo cubano in esilio –. L’’aborto viene praticato ampiamente con il pieno appoggio del governo. Un terzo delle giovani fra i 15 e i 19 anni hanno fatto almeno un aborto. In totale, ogni dieci nascituri, sei vengono abortiti. È la maggiore percentuale dell’’emisfero e forse di tutto il mondo”; e ancora: “Si calcola che solamente all’Avana vi siano circa 35.000 prostitute, che trasformano Cuba nel paradiso del turismo sessuale. Per il governo, se entrano dollari, siano benvenuti, anche se a costo della dignità della donna cubana. Cuba ha pure il livello più elevato di suicidi dell’emisfero” (18). “”Fra altre ragioni, Cuba ha fatto la rivoluzione per non

Preghiera alla Beata Vergine Maria della Misericordia

31 marzo 2016
S. Faustina Kowalska, Cristianità n. 379 (2016)   O Maria, Vergine Immacolata, Puro cristallo per il mio cuore, Tu sei la mia forza, o àncora potente, Tu sei lo scudo e la difesa dei deboli cuori. O Maria, tu sei pura ed impareggiabile, Vergine e Madre insieme. Tu sei bella come il sole, senza alcuna macchia, Nulla è paragonabile all’immagine della Tua anima. La Tua bellezza ha affascinato il Tre volte Santo, Sceso dal cielo, abbandonando il trono della Sua sede eterna, E prese corpo e sangue dal Tuo cuore, Nascondendosi per nove mesi nel cuore della Vergine. O Madre, o Vergine, nessuno riesce a comprendere Che l’immenso Iddio diventa uomo, Solo per amore e per la Sua insondabile Misericordia. Per merito Tuo, o Madre, vivremo con Lui in eterno. O Maria, o Vergine Madre e Porta del cielo, Attraverso te ci è venuta la salvezza, Ogni grazia sgorga per noi dalle Tue mani E solo la Tua fedele imitazione mi farà santa. O Maria, o Vergine, o Giglio più bello, il Tuo Cuore è stato il primo tabernacolo per Gesù sulla terra, Perché la Tua umiltà è stata la più profonda E per questo sei stata innalzata sopra i cori degli angeli e sui santi. O Maria, dolce Madre mia, Affido a Te l’anima, il corpo ed il mio povero cuore. Sii la Guardiana della mia vita E soprattutto nell’ora della morte, nell’ultima battaglia. Santa Maria Faustina Kowalska della Congregazione delle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia (1905-1938)