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Il Papa in Egitto

30 aprile 2017
Una terra turbata quella in cui è arrivato venerdì Papa Francesco, ospite di Cheikh Ahmed Mohamed el-Tayyib, Grande Imam della Moschea di Al-Azhar del Cairo. Come la visita di san Giovanni Paolo II nell’anno giubilare del 2000, anche quella di Papa Francesco non è una pura visita di cortesia. Assume significati di alto profilo sia per il particolare momento storico che stiamo vivendo, sia per la compresenza del Patriarca Bartolomeo, Primate della Chiesa Ortodossa di Costantinopoli, e del Papa della Chiesa copta Tawadros. È stata quindi visita di dialogo ecumenico, di dialogo interreligioso e, non ultimo, di rilevante dialogo politico con il Presidente al-Sisi. Diversi, ma collegati, i temi che vengono messi sul tavolo dal Santo Padre: cultura, accoglienza, dialogo interreligioso e, soprattutto, alleanza fra le religioni per la salvaguardia dei diritti fondamentali dell’uomo e della pace. «Fin dall’antichità, […] in Egitto si è levata alta la luce della conoscenza, facendo germogliare un patrimonio culturale inestimabile, fatto di saggezza e ingegno, di acquisizioni matematiche e astronomiche, di forme mirabili di architettura e di arte figurativa» ed è per questo che il Papa auspica un’adeguata educazione delle giovani generazioni. Educazione non solo istruzione, perché l’educazione diventa «sapienza di vita quando è capace di estrarre dall’uomo, in contatto con Colui che lo trascende e con quanto lo circonda, il meglio di sé, formando identità non ripiegate su se stesse. La sapienza ricerca l’altro, superando la tentazione di irrigidirsi e di chiudersi». La vera ricerca, di cui il mondo islamico oggi ha urgente bisogno, «sa valorizzare il passato e metterlo in dialogo con il presente, senza rinunciare a un’adeguata ermeneutica». Da questo dialogo fra passato e presente nasce anche il dialogo interreligioso «nella convinzione che l’avvenire di tutti dipende anche dall’incontro tra le religioni e le culture» in un reciproco riconoscere i diritti e le libertà fondamentali, prima fra tutte quella religiosa. ui Il dialogo è un impegno serio e gravoso che deve tener presente prima di tutto il dovere di salvaguardare la propria identità. Non si può nascondere se stessi per compiacere l’altro: il dialogo è sempre e solo quello che avviene nella verità delle proprie posizioni. Presentare la propria identità è un aprirsi ad accettare l’identità dell’altro e quindi è «il coraggio dell’alterità», rispettoso e pronto alla «sincerità delle intenzioni». Il dialogo «non è una strategia per realizzare secondi fini, ma una via di verità, che merita di essere pazientemente intrapresa per trasformare la competizione in collaborazione», per evitare che si cammini sulla strada dello scontro e invece si costruisca la strada dell’incontro. L’Egitto in questo ha una tradizione millenaria, è terra di alleanze e di convivenza religiosa perché qui si sono incontrate e si incontrano fedi diverse che devono vivere accanto «senza confondersi ma riconoscendo l’importanza di allearsi per il bene comune». Proprio in questa terra sorge il Monte Sinai dove Dio ha rivelato il suo nome a Mosè e ha stipulato la grande alleanza con gli uomini. Gli uomini non possono sperare in un’alleanza fra loro se chiudono il proprio orizzonte

Arte e liturgia

29 aprile 2017
Nel romanzo L’oblato (tr. it., D’Ettoris, Crotone 2016) del celebre scrittore decadente e poi convertito Joris Karl Huysmans (1848-1907), il protagonista Durtal – alter ego dell’autore – a più riprese definisce l’oblazione benedettina come particolarmente adatta agli artisti, legando spesso la spiritualità monastica alla creazione artistica: «[…] l’oblazione si addice soprattutto agli artisti, dà loro il sostegno di grazie monastiche, lo stesso aiuto del Patriarca e comunque lascia loro una certa libertà» (p. 236). Non che esista una specifica spiritualità, né tanto meno un’estetica benedettina – il che appare chiaro anche nel romanzo, scritto da un profondo conoscitore delle istituzioni monastiche, oblato egli stesso nel monastero di Ligugé. Piuttosto, ed è proprio qui il nesso tra l’arte e il chiostro, la spiritualità benedettina consiste nell’essere eminentemente liturgica: nihil operi Dei praeponatur, leggiamo nella Regola, così che l’intera vita dei monaci e di chi, pur vivendo nel mondo, trae da essi ispirazione, si caratterizza per il solo fatto di essere interamente plasmata dalla liturgia.   Quella che propone Durtal, in altre parole, è una rinascita dell’arte liturgica, ben distinta dall’arte genericamente religiosa. Quest’ultima infatti può essere di vario genere, passando dalla personale riflessione religiosa dell’artista, senza escluderne i conflitti interiori, ad un’arte persino devozionale,  risultando senza dubbio edificante, tuttavia… è un’arte ancora terrena, guarda al cielo dal basso, con maggiore o minore chiarezza, ma non scaturisce invece dal cielo stesso, non intinge il pennello nella Gerusalemme celeste. Tra arte religiosa e arte liturgica c’è la stessa differenza che passa – nella migliore delle ipotesi – tra un pio manualetto di devozione e la potenza dell’Ufficio Divino che Durtal sperimenta al di là delle sue distrazioni. Potremmo dire che, tra arte vagamente religiosa – e persino devozionale – e arte liturgica ci sia una differenza di fondo: la prima va dall’introspezione all’esortazione morale, mentre la seconda si pone al livello della più alta contemplazione estetica, sospendendo le nostre riflessioni per restare a bocca aperta di fronte a Colui che è la vera bellezza. La liturgia evangelizza, ma lo fa in modo non mediato da ragionamenti bensì in maniera im-mediata, attraverso lo stupore. Dinanzi ad una bella liturgia, come di fronte a qualsiasi vera e profonda esperienza del bello, cessa qualsiasi obiezione alla verità e al bene, lasciando il posto allo stupore. Ed è qui in fondo anche una possibile via d’uscita dal “conflitto” che, da oltre mezzo secolo, oppone estimatori e detrattori di tanti recenti edifici di culto, il cui problema non sta tanto nell’aver abbandonato l’antico, semmai dall’aver eclissato l’eterno. Arte liturgica, significa forse dipingere solo Madonne e santi? Limitarsi a ciò che è strettamente legato al culto? Non diventerebbe forse un’arte rubricistica? Niente affatto, poiché la vera questione non è l’oggetto, bensì lo sguardo: non si tratta di forzare la realtà nei confini del chiostro, semmai far risplendere la luce del chiostro fino alle più minute realtà quotidiane. Del resto, la vita del monaco è liturgica non solo nei sacri uffici, ma anche nella quotidianità, nella mensa, nel lavoro. Riprendendo

Manif Pour Tous: il 7 maggio, Macron, no!

27 aprile 2017
Nel pieno della campagna elettorale per il secondo turno delle elezioni presidenziali francesi, la Manif Pour Tous ha pubblicato un testo che riproduciamo volentieri. Si tratta di un appello esplicito a non votare per il candidato Macron, che continuerebbe la politica contro la famiglia degli ultimi cinque anni. In un mondo che muore, incapace di esprimere candidati che mettano la vita e la famiglia al centro della propria politica, siamo sempre più spesso costretti a indicare il candidato peggiore, quello da evitare a ogni costo. E a ricordare continuamente, in Italia come in Francia, che la battaglia necessaria è quella nel corpo della società, per conquistare uomini e cambiare la cultura dei popoli, affinché un domani possa rinascere un ordine politico rispettoso del bene comune.   ELEZIONI PRESIDENZIALI Il 7 maggio: Macron, no! Con il sostegno di François Hollande, Christiane Taubira, Manuel Valls, Jean-Paul Delevoye, Jacques Attali, Pierre Bergé… Emmanuel Macron intende iscriversi nella continuità del quinquennio uscente e proseguire nel grande cambio culturale e di civiltà. Apertamente contro la famiglia, il candidato antepone i soldi alla persona.   Costanza e coerenza per la famiglia Da quattro anni e mezzo, La Manif Pour Tous si impegna per la famiglia, luogo primario di solidarietà e rifugio per i più deboli, innanzitutto per i bambini e il loro diritto a non essere deliberatamente privati di un padre o di una madre. Matrimonio, filiazione, identità di genere, educazione o ancora accanimento fiscale sulle famiglie sono le sfide alle quali il nostro movimento civile di portata storica risponde giorno dopo giorno. Libera e indipendente da ogni partito, La Manif Pour Tous raccoglie diverse centinaia di migliaia di francesi che antepongono il loro attaccamento e il loro impegno per la famiglia ad ogni considerazione elettorale o di parte. Per questo motivo, l’unico vero “candidato” de La Manif Pour Tous, che si è sempre rifiutata di dare qualsiasi indicazione di voto, è la famiglia. Dal 2013, per ogni elezione, ha presentato in modo concreto le posizioni dei diversi candidati. Lo ha fatto di nuovo nel corso di questo ricco anno elettorale durante le primarie della destra e del centro, poi durante quelle de La Belle Alliance Populaire e per il primo turno delle presidenziali.   Appello alla responsabilità Il secondo turno si avvicina e le posizioni dei candidati sono continuamente aggiornate sul nostro sito www.boomerang2017.fr dedicato alle scadenze elettorali. Maternità e filiazioni dissociate (PMA senza padre e regolarizzazione delle maternità surrogate eseguite all’estero), fine del diritto degli orfani e dell’interesse superiore del bambino, identità di genere, accanimento fiscale contro le famiglie, prelievi alla fonte che aprono la strada verso la personalizzazione delle tasse… il programma di Emmanuel Macron è nella continuità della politica contro la famiglia condotta da 5 anni da François Hollande, Manuel Valls e Christine Taubira. “Emmanuel Macron sta preparando una politica contro la famiglia. Per le famiglie, per i bambini, per il futuro, il 7 maggio: Macron, no!” ha dichiarato Ludovine de La Rochère. Noi rifiutiamo questo grande cambio culturale e di civiltà

La voce del Magistero

Omelia del 29 aprile al Cairo

30 aprile 2017
Giornata dedicata al mondo cristiano dopo quella di venerdì, molto intensa, dedicata all’incontro con le autorità politiche e religiose egiziane. Rivolgendosi ai tanti, soprattutto giovani, presenti stamane all’Air Defense Stadium per la celebrazione della Santa Messa, il Santo Padre ha cercato di applicare alla vita di ogni fedele l’esperienza dei discepoli di Emmaus. Tutti siamo discepoli in cammino e viviamo quotidianamente l’esperienza dei due giovani ebrei. Nella vita ci sono momenti di delusione profonda: «Morte. I due discepoli tornano alla loro vita quotidiana, carichi di delusione e disperazione: il Maestro è morto e quindi è inutile sperare. Erano disorientati, illusi e delusi. […] Colui sul quale hanno costruito la loro esistenza è morto, sconfitto, portando con sé nella tomba ogni loro aspirazione». In verità, il Papa sottolinea che «La croce di Cristo era la croce delle loro idee su Dio; la morte di Cristo era una morte di ciò che immaginavano fosse Dio. Erano loro, infatti, i morti nel sepolcro della limitatezza della loro comprensione» ed è per questo che hanno bisogno di Gesù che spieghi loro cosa è successo. «Risurrezione. Nell’oscurità della notte più buia, nella disperazione più sconvolgente, Gesù si avvicina a loro e cammina sulla loro via». Nel buio, Gesù si fa compagno di strada e spiega che siamo noi a doverci mettere in sintonia con Dio, perché «ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio», sempre. «…noi non possiamo incontrare Dio senza crocifiggere prima le nostre idee limitate di un dio che rispecchia la nostra comprensione dell’onnipotenza e del potere». Quando io mi metto sui passi di Cristo, Lui trasforma la mia vita perché Lui è «Vita. L’incontro con Gesù risorto ha trasformato la vita di quei due discepoli […] Infatti, la Risurrezione non è una fede nata nella Chiesa, ma la Chiesa è nata dalla fede nella Risurrezione». Dio gradisce la fede autentica, solo quella «ci rende più caritatevoli, più misericordiosi, più onesti e più umani […] Dio gradisce solo la fede professata con la vita». Ecco che allora, passando dai fedeli ai pastori della Chiesa egiziana, Francesco mette in evidenza alcune tentazioni che devono essere fuggite. Li esorta a non perdere la speranza, a non cadere nella tristezza dei frutti non visti crescere, dopo tanta fatica, ma a continuare ad essere linfa per il popolo a loro affidato. Diverse le tentazioni che il Papa enuncia: la tentazione di lasciarsi trascinare e non guidare, la tentazione di lamentarsi continuamente, la tentazione del pettegolezzo e dell’invidia, la tentazione del paragonarsi con gli altri, la tentazione del “faraonismo”, la tentazione dell’individualismo, ma soprattutto una che riguarda anche tutti i fedeli: la tentazione del camminare senza bussola e senza mèta. È un rischio per tutti quello di camminare «…senza avere un’identità chiara e solida». «La vostra identità come figli della Chiesa è quella di essere copti – cioè radicati nelle vostre nobili e antiche radici – e di essere cattolici – cioè parte della Chiesa una e universale: come un albero che più è radicato nella

Il cristiano, un uomo che cammina eretto, nella certezza della vittoria.

28 aprile 2017
«Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20), la promessa di Gesù prima di ascendere al cielo, richiama direttamente l’annuncio dell’Arcangelo a Maria Ss. «A lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi» (Mt 1,23; cfr. Is 7,14). Così il Santo Padre apre l’udienza generale di ieri mattina. Queste due frasi, che aprono e chiudono l’avventura terrena di Gesù, Figlio di Dio e Dio lui stesso, ci presentano la vera natura di Dio. «Il nostro Dio non è un Dio assente, sequestrato da un cielo lontanissimo; è invece un Dio “appassionato” dell’uomo, così teneramente amante da essere incapace di separarsi da lui». Ecco come viene presentato da Papa Francesco il Signore del cielo e della terra, il Creatore, a poche ore dalla sua partenza per il viaggio in Egitto. Consapevoli o casuali? Ma c’è forse il posto per il caso nella prospettiva cristiana dell’esistenza? No, e forse queste poche parole possono suonare come una puntualizzazione rispetto all’immagine di Allah, misericordioso ma lontanissimo rispetto all’uomo. Dio ama l’uomo come Padre, che amorevolmente si china sulla nostre miserie per chiamarci alla conversione, come Figlio che ama talmente l’uomo da dare la Sua vita per lui, come Spirito Santo che effonde il Suo amore sull’uomo per aprirgli la strada verso il cielo. E allora «Dio sarà con noi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Gesù camminerà con noi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo», prosegue il Papa. La nostra esistenza è un cammino, un continuo muoversi verso una promessa, come ha fatto Abramo che ha lasciato ogni certezza per andare “oltre”, basandosi sulla fiducia verso Dio. Fiducia ben riposta perché «Dio sarà con noi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Gesù camminerà con noi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo […] Non ci sarà giorno della nostra vita in cui cesseremo di essere una preoccupazione per il cuore di Dio» e questa è quella che chiamiamo Provvidenza, il prendersi cura di noi da parte di Dio. Dio è la nostra áncora, tra i simboli cristiani «uno che a me piace tanto, perché infatti «se facessimo affidamento solo sulle nostre forze, avremmo ragione di sentirci delusi e sconfitti, perché il mondo spesso si dimostra refrattario alle leggi dell’amore». Invece non siamo mai soli sulla strada della nostra vita: quando tutto sembra diventare buio dobbiamo restare attaccati all’áncora in cielo, la nostra fede, perché come dice il salmo «Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me» (Sal 23,4). E il Papa chiude con un’altra affermazione che pare parlare da lontano al mondo musulmano che domani incontrerà: «Il santo popolo fedele di Dio è gente che sta in piedi –  “homo viator” – e cammina, ma in piedi, “erectus”, e cammina nella speranza. E dovunque va, sa che l’amore di Dio l’ha preceduto: non c’è parte del mondo che sfugga alla vittoria di Cristo Risorto. E qual è la vittoria

Regina coeli della Domenica della Divina misericordia.

24 aprile 2017
Nella II domenica di Pasqua il Papa ripercorre tutta la ricchezza semantica dei molti modi di chiamare questa festività, a partire dalla dizione antichissima di Domenica in Albis. Il bianco (“alba” in latino) delle vesti di cui si parla è quello degli abiti dei catecumeni, che nei primi secoli indossavano ininterrottamente la tunica ricevuta il Sabato Santo durante il Battesimo fino al termine dell’Ottava di Pasqua, quando riprendevano la vita quotidiana. “Ancora oggi si fa questo. Ai neonati si offre una piccola veste simbolica, mentre gli adulti ne indossano una vera e propria, come abbiamo visto nella Veglia pasquale”. “Nel Giubileo del 2000 S. Giovanni Paolo II ha stabilito che questa domenica fosse dedicata alla Divina misericordia”. Francesco non ha dubbi che “è stato lo Spirito Santo” l’ispiratore autentico di questa festa. La pagina di Vangelo letta nelle chiese (anche quelle ambrosiane) rimane quella antica dell’incredulità di Tommaso (Gv 20,19-31), da cui il Papa trae non a caso i versetti “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”, il momento preciso dell’istituzione del Sacramento della Penitenza. “Cristo ha trasmetto come primo compito alla Chiesa l’annuncio del perdono”, portatore di “pace nel cuore e incontro rinnovato con il Signore”. “Sappiamo che si conosce attraverso varie forme”, ma la misericordia è il mezzo conoscitivo privilegiato per fare esperienza di Cristo, “apre il cuore della mente per comprendere maggiormente il mistero di Dio e la nostra esperienza personale” riconoscendo gli altri come “figli di uno stesso Padre”. E’ proprio la misericordia che “impegna a diventare strumenti di giustizia”, ma la giustizia di Dio, non quella che l’uomo vuole che sia la vendettadi Dio, in genere preservandosi a priori dai fulmini che desidera veder calare sugli altri. Bisogna diventare “strumenti di riconciliazione e di pace” per dare concreta “visibilità alla risurrezione di Gesù” nella nostra vita quotidiana. Nessun buonismo, quindi, e neppure oblio del peccato, pensiero che in troppi attribuiscono al Papa sulla base di una visione precostituita della tradizione. A guidare la Chiesa nelle sue scelte c’è sempre lo Spirito Santo e accompagnare pazientemente verso la necessaria coerenza il fratello che fa più fatica, mettendosi al suo passo, non è sacrilegio, ma Vangelo applicato. Aleggiano su piazza S. Pietro anche i timori per l’imminente viaggio del Papa in Egitto (28-29 aprile), terra segnata dal martirio di numerosi cristiani. Francesco, che sarà accompagnato dal patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, conserva uno sguardo ottimista e augura con sicurezza “Buon pranzo e arrivederci!”, certo del sostegno nella preghiera di tutti i buoni cattolici. Michele Brambilla

Dall’archivio

“Redemptoris Custos”

23 febbraio 2017
PIETRO CANTONI, Cristianità n. 180-181 (1990)     Dopo le encicliche Redemptor hominis (1), Dives in misericordia (2), Dominum et vivificantem (3) e Redemptoris Mater (4) – dedicate rispettivamente al Verbo incarnato, a Dio Padre, allo Spirito Santo e alla Beata Vergine Maria -, nell’opera magisteriale del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II non poteva mancare un documento su san Giuseppe, il cui incipit suona appunto Redemptoris Custos (5). All’interno di questa ideale “pentalogia”, l’esortazione apostolica giuseppina si affianca in modo particolare alle encicliche Redemptor hominis e Redemptoris Mater, dove l’accento è posto, insieme, sul mistero dell’Incarnazione e su quello della Redenzione, un’accentuazione che riflette perfettamente i temi dominanti del pontificato di Papa Giovanni Paolo II, cioè Cristo e l’uomo. Nella prospettiva di una grande e radicale evangelizzazione, che deve essere innanzitutto una ri-evangelizzazione, il Santo Padre ripropone i fondamenti della fede in modo organico e sistematico a partire dalle profondità del mistero di Dio: anzitutto il mistero “necessario”, la Trinità; quindi il mistero “libero”, quello dell’economia liberamente scelta da Dio per salvare l’uomo, l’incarnazione, passione, morte e risurrezione del Redentore. Il punto di congiunzione dei due misteri, il punto “focale”, è Gesù Cristo in cui Dio rivela insieme sé stesso e la sua volontà di salvezza e che non può essere disgiunto da coloro che sono stati, per libera ma non arbitraria scelta divina, intimamente e indissolubilmente coinvolti nella sua “venuta nella carne” (6). Il procedimento è rigorosamente teologico, di una teologia però che non disdegna di farsi anche meditazione in ossequio al principio che la pietà deve essere teologica e la teologia deve comunicare verità vive e vivificanti. Così, dopo aver ricordato il centenario del principale documento precedente del Magistero su san Giuseppe, l’enciclica Quamquam pluries di Papa Leone XIII (7) – centenario che costituisce l’occasione prossima dell’esortazione apostolica Redemptoris custos –, e che il “disegno redentivo […] ha il suo fondamento nel mistero dell’Incarnazione“ (n. 1), Papa Giovanni Paolo II abbozza, su questo fondamento (8), i lineamenti di una “teologia di san Giuseppe”. Il punto di partenza è un passo del Vangelo secondo san Matteo: “Gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. […] Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa” (9). In queste parole il Sommo Pontefice vede “una stretta analogia” (n. 3) con l’annunciazione a Maria. Come per Maria, nella generosa risposta a questo annuncio sta l’autentica grandezza di san Giuseppe: come Maria è grande per aver concepito il Verbo “prima con la mente che con il corpo” (10), così la “giustizia” di Giuseppe è tutta nella sua obbedienza alla parola del Signore, espressione purissima di “obbedienza della fede”. “Per la verità, Giuseppe non rispose all'”annuncio” dell’angelo come Maria, ma “fece

Il federalismo e la sua filosofia

30 novembre 2016
Gonzague de Reynold, Cristianità n. 256-257 (1996) Che cos’’è il federalismo Il federalismo è una forma politica nella quale molti piccoli Stati, o città, accettano di sacrificare una parte della loro sovranità per istituire un potere centrale, dirigente e supremo, allo scopo di meglio difendere la loro esistenza, conservare la loro indipendenza e promuovere i loro interessi comuni. Come si sa, il federalismo differisce in modo profondo e dal regionalismo e dal decentramento. Il regionalismo e il decentramento escludono ogni idea, ogni principio di sovranità. Sia l’’uno che l’’altro sono solamente concessioni amministrative emananti da un potere, non solo centrale, ma anche centralizzato. Tale potere preesistente li crea e conferisce a essi un’’esistenza legale. Da questo potere dipendono. Invece, il federalismo implica Stati sovrani, preesistenti al potere centrale, che lo creano e al quale fanno liberamente sacrifici di sovranità, perché sia in grado di svolgere la sua funzione. Infatti, il potere deve la sua esistenza legale agli Stati confederati. * * * Quindi, nel federalismo vi sono due elementi costitutivi: gli Stati, le città che si federano; il potere centrale che istituiscono. Ma questi due elementi non sono uguali, né per età, né per valore, né per diritto. Non si fronteggiano, ma il secondo è subordinato al primo. Il primo: gli Stati, le città, formano L’’elemento costituente; il secondo, il potere centrale, forma l’’elemento costituito. Il secondo elemento è solamente un’’emanazione del primo. Questo può modificarlo in ogni momento con un nuovo accordo fra i suoi membri. Il primo elemento, gli Stati, le città, avendo un’’esistenza anteriore al secondo, il potere centrale, ha quindi diritti superiori ai diritti di questo. Tuttavia, i due elementi sono indissolubili. Se non esiste più una Confederazione, e neppure uno Stato federale, il giorno in cui gli Stati che si sono federati sono stati sostituiti da un sistema unificato, centralizzato, non vi è ancora o non vi è più federalismo, ma semplicemente un’’alleanza temporanea o perpetua, se il potere centrale non è stato costituito o se è stato costituito in modo insufficiente. Infatti, ogni federalismo suppone un federatore comune. Stati troppo deboli e un potere centrale troppo forte o, inversamente, Stati troppo forti e un potere centrale troppo debole, rappresentano un federalismo incompleto o squilibrato. Perché gli Stati si sono federati? Per conservare la loro autonomia, la loro personalità, non per sacrificarle al potere centrale. La missione del potere centrale sta nel difendere, salvaguardare, promuovere l’’autonomia, la personalità di ogni Stato, questa è la sua ragion d’essere. Se tradisce la sua missione, perde la sua ragion d’essere, esce dalla sua legalità. Quando il potere centrale si sostituisce al governo interno di ogni Stato confederato, vi è usurpazione da parte sua. Poiché il potere centrale è solo l’emanazione degli Stati confederati, deve conoscere direttamente solo questi e si deve indirizzare ai loro popoli solo attraverso la loro mediazione. Invece, il potere centrale deve essere forte nel suo campo specifico: all’’esterno, la difesa della Confederazione che rappresenta di fronte allo straniero; all’’interno, la conservazione della Confederazione secondo

L’eutanasia

7 ottobre 2011
di Lorenzo Cantoni 1. Nozione Dopo aver già da tempo abbandonato il legame con l’etimo greco di morte buona, il termine eutanasia viene usato nell’attuale dibattito in sensi spesso molto diversi. Frequentemente si distingue fra eutanasia attiva — o positiva, o diretta —, là dove il medico, o chi per lui, interviene direttamente per procurare la morte di un paziente, ed eutanasia passiva — o negativa, o indiretta —, dove si ha invece astensione da interventi che manterrebbero la persona in vita. Si distingue inoltre fra eutanasia volontaria, quella esplicitamente richiesta dal paziente, ed eutanasia non volontaria, quando la volontà del paziente non può essere espressa, perché si tratta di persona incapace. Eutanasia si oppone talora a distanasia o ad accanimento terapeutico, che indicano invece il ricorso a interventi medici di prolungamento della vita non rispettosi della dignità del paziente. Prossimo concettualmente e fattualmente all’eutanasia, benché distinto da essa, è poi il suicidio medicalmente assistito, in cui la morte è conseguenza diretta di un atto suicida del paziente, ma consigliato e/o aiutato da un medico. Si tratta, come si vede, di una mappa di significati tutt’altro che omogenea e definita, e assai sensibile alla prospettiva teorica adottata. Una definizione completa e precisa — abitualmente citata anche da autori che non ne condividono le valutazioni etiche concomitanti — si trova nella Dichiarazione sull’eutanasia “Iura et bona”, pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede il 5 maggio 1980, al n. 6: “Per eutanasia s’intende un’azione o un’omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. L’eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati”. 2. Sofferenza, trattamento del dolore ed eutanasia Una delle caratteristiche definitorie dell’eutanasia è dunque il suo obiettivo di ridurre la sofferenza. Talora si ritiene che la richiesta di un intervento eutanasico o di un’assistenza al suicidio da parte dei pazienti sia direttamente proporzionale alla gravità della loro malattia, e alla loro sofferenza. Si tratta, invero, di una semplificazione indebita. Se prendiamo in esame i casi di suicidio, per esempio, “gli studi indicano — secondo il documento When Death Is Sought: Assisted Suicide and Euthanasia in the Medical Context, pubblicato nel 1994 dallo Stato di New York — che su molti pazienti con grave sofferenza, sfiguramento o disabilità, la grande maggioranza non desidera il suicidio. In uno studio su pazienti malati terminali, fra quelli che espressero una volontà di morire, tutti soddisfacevano i criteri di diagnosi della depressione endogena”. L’esperienza degli Hospice, cliniche il cui obiettivo primario è l’umanizzazione dell’assistenza ai pazienti in fin di vita, e il trattamento del dolore — attraverso le cosiddette cure “palliative” — mette in dubbio ulteriormente questa correlazione fra sofferenza e desiderio di morire apparentemente così ovvia: “Pazienti con una sofferenza non controllata — si legge nel documento citato — possono vedere la morte come l’unica fuga dalla sofferenza che stanno sperimentando. In ogni caso, la sofferenza non è solitamente un fattore di rischio indipendente. La variabile significativa nel rapporto fra sofferenza e suicidio è l’interazione fra sofferenza e sentimenti di disperazione e depressione”. 3. Aspetti legali e giuridici dell’eutanasia Benché il Parlamento inglese avesse discusso già nel 1936