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Livatino: appello contro l’eutanasia

28 marzo 2017
Appello di oltre 250 giuristi: sono chiamate “disposizioni anticipate di trattamento”, la sostanza è eutanasia  Il Centro Studi Livatino formato da magistrati, docenti universitari, avvocati e notai, ha inviato a tutti i Deputati e i Senatori l’appello in allegato, quale contributo all’approfondimento della proposta di legge sulle “disposizioni anticipate di trattamento”,  della quale nel pomeriggio di oggi l’Aula della Camera inizierà l’esame e il voto. L’appello, sottoscritto da oltre 250 giuristi – ma le adesioni continuano ad arrivare – reca come prima la firma del prof. Mauro Ronco, presidente del Centro studi Livatino, cui si affiancano quelle di giudici emeriti della Corte costituzionale come Paolo Maddalena e Fernando Santosuosso, di magistrati impegnati in ogni settore della giurisdizione, dalla legittimità al merito, dal penale al civile, al minorile, di notai e avvocati con competenze, provenienze geografiche ed esperienze diverse. Come è analiticamente precisato nell’appello, rispetto al testo sul “fine vita” approvato nella 16^ Legislatura solo dalla Camera dei Deputati, in questa p.d.l. sono scomparsi il riconoscimento del diritto inviolabile della vita umana, il divieto di qualunque forma di eutanasia, di omicidio del consenziente e di aiuto al suicidio. La nutrizione e l’idratazione artificiali sono qualificati trattamenti sanitari: così quella che è una forma – anche temporanea – di disabilità in ordine alle modalità di sostentamento fisico diventa causa della interruzione della somministrazione, e quindi di morte. Poiché mancano per definizione di attualità e hanno a oggetto un bene indisponibile come la vita, le “disposizioni anticipate di trattamento” sono ben diverse dal consenso informato: rappresentano il riconoscimento del “diritto” al suicidio, che non ha nulla a che vedere con la libertà di non essere curati. A esso, come per ogni diritto, corrisponderà un dovere: quello del medico di assecondare la volontà suicidiaria: anche per questo la p.d.l. stravolge il senso e il profilo della professione del medico. La disciplina per i minori realizza una eutanasia di non consenziente, come è già accaduto in Belgio ed Olanda. Di fronte a un testo obiettivamente inemendabile il Centro studi Livatino auspica che il Parlamento italiano affronti le reali emergenze sanitarie; nella convinzione che chi soffre vada aiutato, oltre che a ricevere terapie adeguate, a vivere con dignità la sofferenza, non a vedersi sottratte insieme la vita e la dignità.   Roma, 28 marzo 2017   Il Centro studi Livatino info@centrostudilivatino.it – www.centrostudilivatino.it-(+393494972251 +393334152634)         Appello di giuristi promosso dal Centro Studi Livatino sulla prop. di legge riguardante le “dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari” Rinnovato impegno del medico verso il paziente e rifiuto dell’eutanasia   Da giuristi a vario titolo impegnati nella formazione, nell’attività forense e nella giurisdizione, esprimiamo forte preoccupazione per il testo unificato c.d. sulle d.a.t.-disposizioni anticipate di trattamento, in corso di esame alla Camera dei Deputati, e per ciascun singolo passaggio dell’articolato. La proposta di legge, pur non adoperando mai il termine eutanasia, ha un contenuto nella sostanza eutanasico. Rispetto al testo sul “fine vita” approvato nella 16^ Legislatura dalla Camera dei Deputati il 12 luglio 2011, del quale è

Fiducia nell’Ue e coerenza di comportamenti

27 marzo 2017
1000battute…di alfredo mantovano “Un’Europa sicura, dove tutti i cittadini possano spostarsi liberamente, in cui le frontiere esterne siano protette, con una politica migratoria efficace, responsabile, sostenibile, nel rispetto delle norme internazionali”. E’ il passaggio dedicato alle migrazioni nella Dichiarazione di Roma, sottoscritta sabato dai rappresentanti dei 27 Stati dell’Ue in occasione dei 60 anni dei Trattati. A qualche centinaio di chilometri in linea d’aria dalla sala degli Orazi e Curiazi, in un altro luogo carico di storia quale è l’attuale confine fra la Grecia e la Turchia, è sempre operativo l’accordo raggiunto nell’estate del 2015, in virtù del quale la Grecia rimanda in Turchia tutti i migranti che giungono sul proprio territorio e che non ottengono l’asilo o la protezione umanitaria. Il vaglio delle richieste di riconoscimento dello status di rifugiati proposte in territorio ellenico è rapido e sommario, in spregio alle regole UE. I profughi che la Grecia non riesce a rimandare a Istanbul vengono bloccati sulle isole elleniche dell’Egeo, a comin­ciare da Lesbo. La Turchia – ancora adesso riconosciuta dalla Ue quale “Stato terzo sicuro”! – trattiene i profughi nel proprio territorio e in cambio ottiene dall’UE una somma complessiva di circa 6 miliardi di euro e facilitazioni sui visti d’ingresso in Europa per i propri cittadini. Così, giusto per dare senso immediato e concreto all’espressione “politica migratoria efficace, responsabile, sostenibile, nel rispetto delle norme internazionali”.

1000battute – Maternità surrogata e scelte di parte

23 marzo 2017
di alfredo mantovano Maternità al bivio: dalla libera scelta alla surrogata. Una sfida mondiale. E’ il titolo del convegno che si svolge oggi a Montecitorio, per iniziativa dell’associazione Se non ora quando-Libere, sull’utero in affitto. Fra le relatrici, le ministre del governo in carica Finocchiaro e Lorenzin, parlamentari europee e italiane, la vicepresidente del Parlamento francese, la socialista Laurence Dumont. L’importanza del tema e il coraggio delle promotrici, che da sinistra con questo incontro danno seguito all’appello da loro lanciato nel dicembre 2015, che ha aperto proprio in quell’area un dibattito serio sul tema, non sono stati sufficienti a convincere la presidente della Camera a concedere il proprio patrocinio. Spiegazione testuale: “su temi sensibili non si appoggiano iniziative dove c’è la scelta netta di una parte”. Chiaro? Discutere della condizione di donne sottoposte a elettrostimolazione ovarica e alla sottrazione del bambino poche ore dopo averlo messo al mondo è una “scelta di parte”. Come qualifica l’on. Boldrini la foto che su la Repubblica di ieri, a corredo del pezzo che informava del diniego del suo patrocinio, la ritrae in compagnia dell’on. Vendola, del di lui compagno e del bambino avuto con la maternità surrogata? “Super partes”? Anche “super” la “parte” delle donne?

La voce del Magistero

Il marzo delle tre encicliche

28 marzo 2017
Marzo 1937: sembra quasi di assistere a un’eruzione vulcanica. Nel giro di pochi giorni il Papa, il lombardo Pio XI (1922-1939), pubblica ben tre lettere encicliche, in cui condanna le tre forme di totalitarismo che dominavano allora nel mondo occidentale: il nazionalsocialismo, al potere in Germania; il comunismo al potere in Russia e in via di rapida diffusione nel mondo, come aveva profetizzato la Vergine apparendo a Fatima vent’anni prima e il laicismo secolaristico e persecutore dei cristiani di regimi come quello instauratosi nel Messico di allora. Con la Mit brennender Sorge (Con ardente ansia), del 14 marzo, Papa Pio XI analizza l’ideologia del totalitarismo hitleriano, svelandone l’essenza neo-pagana, anti-semita e nemica del cristianesimo e dell’ordine civile naturale. Con la Divini Redemptoris promissio del 19 successivo condanna il comunismo ateo del suo tempo — che ha visto drammaticamente instaurarsi nell’ex impero zarista — e ogni forma di socialismo e di comunismo, anche non atea, in quanto, secondo il Pontefice, l’essenza di quella dottrina-prassi non è tanto l’ateismo quanto l’ostilità a ogni forma di libertà concreta fondata sulla libera proprietà e sulla libertà d’iniziativa economica. Infine con la Firmissimam constantiam del 28 marzo torna a rivolgersi ai cattolici messicani tuttora perseguitati dal regime ateista, laicista e democratico-sociale, che si era imposto con la Rivoluzione messicana iniziata nel 1911 e che dominava ancora, nonostante l’opposizione armata del popolo cattolico del popolo nella cosiddetta e sfortunata “guerra dei cristeros” scoppiata fra il 1926 e il 1929. Oscar Sanguinetti

Il Papa a san Siro

26 marzo 2017
All’interno dei discorsi della visita di Papa Francesco a Milano il 25 marzo gli spunti pedagogici sono numerosi, ma culminano nelle parole pronunciate, in parte a braccio, nella cornice gioiosa dello stadio Meazza, davanti a circa 80.000 cresimandi e cresimati dell’arcidiocesi ambrosiana. Come accaduto in mattinata per l’incontro con sacerdoti e religiosi, vengono presentate al Papa alcune domande, quella di un ragazzo, di una coppia di genitori e di una catechista. Davide, da Cornaredo, chiede semplicemente al Papa chi o cosa lo avesse aiutato a “far crescere l’amicizia con Gesù” quando aveva la sua età (11 anni). La risposta valorizza sorprendentemente non solo i nonni (uno dei leit-motiv del pontificato di Francesco), ma pure la dimensione fondamentale del gioco. “Fa bene, perché quando il gioco è pulito s’impara a rispettare gli altri e a fare squadra insieme, questo ci unisce a Gesù”. Per i bambini milanesi è il cortile dell’oratorio che, nel suo complesso, avvicina ed educa alla Fede.  Il Papa parte dall’esperienza elementare di ogni ragazzo per guidarlo a comprendere che c’è un filo rosso che tiene insieme ogni azione della giornata del cristiano: “la preghiera”. Una preghiera che scaturisce, per Francesco, quasi dalla gratitudine proprio per ciò che si sta vivendo, si nutre di ascolto, di obbedienza, di perdono (“se si litiga è normale, ma poi si chiede scusa e la storia finisce lì”). La bellezza di una vita buona è quindi via alla salvezza ultraterrena. L’oratorio stesso plasma non solo con le parole, ma soprattutto attraverso il clima che vi si respira. E’ proprio questo, immagazzinato nella memoria, a costituire forse l’impressione più duratura: rimane persino, come una nostalgia che riporta lentamente sulla via di casa, in chi da adolescente si ribella. Il secondo polo del rapporto educativo è l’adulto. Il Papa prova vero dolore per i separati/divorziati che si contendono i figli per il proprio egoismo, litigando persino davanti a loro. “I nostri figli, anche se non ci rendiamo conto, ci osservano tutto il tempo e intanto apprendono!”. Giovani traumatizzati dai propri genitori faticheranno, poi, ad avere valori di riferimento e a costruire legami solidi. Francesco sprona, in proposito, a rileggere il cap. IV di Amoris laetitia sui gesti del quotidiano, ma in giornata cita anche il par. 35, nel quale si ricorda: “Come cristiani non possiamo rinunciare a proporre il matrimonio allo scopo di non contraddire la sensibilità attuale”. Mette al bando una sterile “denuncia retorica dei mali” per invitare ad uno “sforzo più responsabile e generoso, che consiste nel presentare le ragioni e le motivazioni per optare in favore del matrimonio e della famiglia”. Esattamente il contrario di una resa senza condizioni alla mentalità contemporanea, come spesso l’esortazione viene presentata da cattivi interpreti. L’appello contro il bullismo nelle scuole, che si traduce nella richiesta di una promessa specifica all’atto di ricevere la Cresima, s’iscrive anche lui nella logica della testimonianza “bella”. L’arcivescovo di Milano, card. Angelo Scola, ha giustamente commentato che ragazzi e adulti rispondono agli inviti di Papa Francesco perché vedono in lui

Angelus a Milano

26 marzo 2017
C’è un sole caldo mentre, attorno alle 12.20 del 25 marzo, solennità del’Annunciazione, Papa Francesco esce sul sagrato del Duomo di Milano per recitare l’Angelus con la moltitudine di gente che si assiepa attorno alla cattedrale. Era arrivato con un pizzico di nebbia, sulla quale scherza: “Cari fratelli e sorelle, vi saluto e vi ringrazio per questa calorosa accoglienza qui a Milano. La nebbia se n’è andata. Le cattive lingue dicono che verrà la pioggia… Non so, io non la vedo ancora. Grazie tante per il vostro affetto e vi chiedo per favore la vostra preghiera, di pregare per me, perché io possa servire il popolo di Dio, servire il Signore, e fare la sua volontà”. Non introduce la preghiera con altre parole. Impartisce la benedizione apostolica con accanto il card. Angelo Scola e tutti i vescovi ausiliari di Milano e si concede un acclamatissimo bagno di folla, nel percorso che lo conduce a pranzo con i carcerati di S. Vittore. Un pizzico di ambrosianità lo insegue fino a piazza S. Pietro, a Roma, la domenica mattina. Il Vangelo della IV domenica di Quaresima (domenica Laetare, con i paramenti rosati, perché è un invito al giubilo a metà del digiuno, esattamente come la rottura del silenzio nel pranzo del giorno mediano degli Esercizi ignaziani) è, infatti, nel ciclo A la lunga pericope giovannea riguardante il miracolo del cieco nato (Gv 9, 1-38), che è la medesima da sempre ed invariabilmente assegnata alla medesima domenica dal Rito liturgico della Milano appena visitata. “Questo episodio ci induce a riflettere sulla nostra fede, la nostra fede in Cristo, il Figlio di Dio, e al tempo stesso si riferisce anche al Battesimo, che è il primo Sacramento della fede: il Sacramento che ci fa “venire alla luce”, mediante la rinascita dall’acqua e dallo Spirito Santo; così come avvenne al cieco nato, al quale si aprirono gli occhi dopo essersi lavato nell’acqua della piscina di Siloe. Il cieco nato e guarito ci rappresenta quando non ci accorgiamo che Gesù è la luce, è la luce del mondo”. La Quaresima è fin dai tempi più antichi il tempo in cui si preparano i catecumeni a ricevere i sacramenti dell’iniziazione cristiana durante la Veglia pasquale, ma i moniti della liturgia si applicano a ciascuno di noi quando preferiamo le tenebre del peccato e delle false dottrine. E’ diventata proverbiale  la massima evangelica dei “ciechi che guidano altri ciechi” come immagine di chi propala volontariamente il male e si pone in alternativa all’unico vero Salvatore. I cristiani sono i veri “illuminati”, cioè “figli della luce” chiamati a camminare nel mondo giudicandolo secondo Verità e a trasformare la propria vita “secondo un’altra scala di valori, che viene da Dio”. In coda non manca un altro saluto caloroso ai milanesi, di cui continua a ricordare la straordinaria accoglienza (sembra che la Messa nel parco di Monza abbia infranto ogni record precedente in visite pastorali su suolo italiano. Il VII incontro mondiale delle famiglie, sempre a Milano nel 2012, in quanto evento

Dall’archivio

“Redemptoris Custos”

23 febbraio 2017
PIETRO CANTONI, Cristianità n. 180-181 (1990)     Dopo le encicliche Redemptor hominis (1), Dives in misericordia (2), Dominum et vivificantem (3) e Redemptoris Mater (4) – dedicate rispettivamente al Verbo incarnato, a Dio Padre, allo Spirito Santo e alla Beata Vergine Maria -, nell’opera magisteriale del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II non poteva mancare un documento su san Giuseppe, il cui incipit suona appunto Redemptoris Custos (5). All’interno di questa ideale “pentalogia”, l’esortazione apostolica giuseppina si affianca in modo particolare alle encicliche Redemptor hominis e Redemptoris Mater, dove l’accento è posto, insieme, sul mistero dell’Incarnazione e su quello della Redenzione, un’accentuazione che riflette perfettamente i temi dominanti del pontificato di Papa Giovanni Paolo II, cioè Cristo e l’uomo. Nella prospettiva di una grande e radicale evangelizzazione, che deve essere innanzitutto una ri-evangelizzazione, il Santo Padre ripropone i fondamenti della fede in modo organico e sistematico a partire dalle profondità del mistero di Dio: anzitutto il mistero “necessario”, la Trinità; quindi il mistero “libero”, quello dell’economia liberamente scelta da Dio per salvare l’uomo, l’incarnazione, passione, morte e risurrezione del Redentore. Il punto di congiunzione dei due misteri, il punto “focale”, è Gesù Cristo in cui Dio rivela insieme sé stesso e la sua volontà di salvezza e che non può essere disgiunto da coloro che sono stati, per libera ma non arbitraria scelta divina, intimamente e indissolubilmente coinvolti nella sua “venuta nella carne” (6). Il procedimento è rigorosamente teologico, di una teologia però che non disdegna di farsi anche meditazione in ossequio al principio che la pietà deve essere teologica e la teologia deve comunicare verità vive e vivificanti. Così, dopo aver ricordato il centenario del principale documento precedente del Magistero su san Giuseppe, l’enciclica Quamquam pluries di Papa Leone XIII (7) – centenario che costituisce l’occasione prossima dell’esortazione apostolica Redemptoris custos –, e che il “disegno redentivo […] ha il suo fondamento nel mistero dell’Incarnazione“ (n. 1), Papa Giovanni Paolo II abbozza, su questo fondamento (8), i lineamenti di una “teologia di san Giuseppe”. Il punto di partenza è un passo del Vangelo secondo san Matteo: “Gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. […] Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa” (9). In queste parole il Sommo Pontefice vede “una stretta analogia” (n. 3) con l’annunciazione a Maria. Come per Maria, nella generosa risposta a questo annuncio sta l’autentica grandezza di san Giuseppe: come Maria è grande per aver concepito il Verbo “prima con la mente che con il corpo” (10), così la “giustizia” di Giuseppe è tutta nella sua obbedienza alla parola del Signore, espressione purissima di “obbedienza della fede”. “Per la verità, Giuseppe non rispose all'”annuncio” dell’angelo come Maria, ma “fece

Il federalismo e la sua filosofia

30 novembre 2016
Gonzague de Reynold, Cristianità n. 256-257 (1996) Che cos’’è il federalismo Il federalismo è una forma politica nella quale molti piccoli Stati, o città, accettano di sacrificare una parte della loro sovranità per istituire un potere centrale, dirigente e supremo, allo scopo di meglio difendere la loro esistenza, conservare la loro indipendenza e promuovere i loro interessi comuni. Come si sa, il federalismo differisce in modo profondo e dal regionalismo e dal decentramento. Il regionalismo e il decentramento escludono ogni idea, ogni principio di sovranità. Sia l’’uno che l’’altro sono solamente concessioni amministrative emananti da un potere, non solo centrale, ma anche centralizzato. Tale potere preesistente li crea e conferisce a essi un’’esistenza legale. Da questo potere dipendono. Invece, il federalismo implica Stati sovrani, preesistenti al potere centrale, che lo creano e al quale fanno liberamente sacrifici di sovranità, perché sia in grado di svolgere la sua funzione. Infatti, il potere deve la sua esistenza legale agli Stati confederati. * * * Quindi, nel federalismo vi sono due elementi costitutivi: gli Stati, le città che si federano; il potere centrale che istituiscono. Ma questi due elementi non sono uguali, né per età, né per valore, né per diritto. Non si fronteggiano, ma il secondo è subordinato al primo. Il primo: gli Stati, le città, formano L’’elemento costituente; il secondo, il potere centrale, forma l’’elemento costituito. Il secondo elemento è solamente un’’emanazione del primo. Questo può modificarlo in ogni momento con un nuovo accordo fra i suoi membri. Il primo elemento, gli Stati, le città, avendo un’’esistenza anteriore al secondo, il potere centrale, ha quindi diritti superiori ai diritti di questo. Tuttavia, i due elementi sono indissolubili. Se non esiste più una Confederazione, e neppure uno Stato federale, il giorno in cui gli Stati che si sono federati sono stati sostituiti da un sistema unificato, centralizzato, non vi è ancora o non vi è più federalismo, ma semplicemente un’’alleanza temporanea o perpetua, se il potere centrale non è stato costituito o se è stato costituito in modo insufficiente. Infatti, ogni federalismo suppone un federatore comune. Stati troppo deboli e un potere centrale troppo forte o, inversamente, Stati troppo forti e un potere centrale troppo debole, rappresentano un federalismo incompleto o squilibrato. Perché gli Stati si sono federati? Per conservare la loro autonomia, la loro personalità, non per sacrificarle al potere centrale. La missione del potere centrale sta nel difendere, salvaguardare, promuovere l’’autonomia, la personalità di ogni Stato, questa è la sua ragion d’essere. Se tradisce la sua missione, perde la sua ragion d’essere, esce dalla sua legalità. Quando il potere centrale si sostituisce al governo interno di ogni Stato confederato, vi è usurpazione da parte sua. Poiché il potere centrale è solo l’emanazione degli Stati confederati, deve conoscere direttamente solo questi e si deve indirizzare ai loro popoli solo attraverso la loro mediazione. Invece, il potere centrale deve essere forte nel suo campo specifico: all’’esterno, la difesa della Confederazione che rappresenta di fronte allo straniero; all’’interno, la conservazione della Confederazione secondo

L’eutanasia

7 ottobre 2011
di Lorenzo Cantoni 1. Nozione Dopo aver già da tempo abbandonato il legame con l’etimo greco di morte buona, il termine eutanasia viene usato nell’attuale dibattito in sensi spesso molto diversi. Frequentemente si distingue fra eutanasia attiva — o positiva, o diretta —, là dove il medico, o chi per lui, interviene direttamente per procurare la morte di un paziente, ed eutanasia passiva — o negativa, o indiretta —, dove si ha invece astensione da interventi che manterrebbero la persona in vita. Si distingue inoltre fra eutanasia volontaria, quella esplicitamente richiesta dal paziente, ed eutanasia non volontaria, quando la volontà del paziente non può essere espressa, perché si tratta di persona incapace. Eutanasia si oppone talora a distanasia o ad accanimento terapeutico, che indicano invece il ricorso a interventi medici di prolungamento della vita non rispettosi della dignità del paziente. Prossimo concettualmente e fattualmente all’eutanasia, benché distinto da essa, è poi il suicidio medicalmente assistito, in cui la morte è conseguenza diretta di un atto suicida del paziente, ma consigliato e/o aiutato da un medico. Si tratta, come si vede, di una mappa di significati tutt’altro che omogenea e definita, e assai sensibile alla prospettiva teorica adottata. Una definizione completa e precisa — abitualmente citata anche da autori che non ne condividono le valutazioni etiche concomitanti — si trova nella Dichiarazione sull’eutanasia “Iura et bona”, pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede il 5 maggio 1980, al n. 6: “Per eutanasia s’intende un’azione o un’omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. L’eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati”. 2. Sofferenza, trattamento del dolore ed eutanasia Una delle caratteristiche definitorie dell’eutanasia è dunque il suo obiettivo di ridurre la sofferenza. Talora si ritiene che la richiesta di un intervento eutanasico o di un’assistenza al suicidio da parte dei pazienti sia direttamente proporzionale alla gravità della loro malattia, e alla loro sofferenza. Si tratta, invero, di una semplificazione indebita. Se prendiamo in esame i casi di suicidio, per esempio, “gli studi indicano — secondo il documento When Death Is Sought: Assisted Suicide and Euthanasia in the Medical Context, pubblicato nel 1994 dallo Stato di New York — che su molti pazienti con grave sofferenza, sfiguramento o disabilità, la grande maggioranza non desidera il suicidio. In uno studio su pazienti malati terminali, fra quelli che espressero una volontà di morire, tutti soddisfacevano i criteri di diagnosi della depressione endogena”. L’esperienza degli Hospice, cliniche il cui obiettivo primario è l’umanizzazione dell’assistenza ai pazienti in fin di vita, e il trattamento del dolore — attraverso le cosiddette cure “palliative” — mette in dubbio ulteriormente questa correlazione fra sofferenza e desiderio di morire apparentemente così ovvia: “Pazienti con una sofferenza non controllata — si legge nel documento citato — possono vedere la morte come l’unica fuga dalla sofferenza che stanno sperimentando. In ogni caso, la sofferenza non è solitamente un fattore di rischio indipendente. La variabile significativa nel rapporto fra sofferenza e suicidio è l’interazione fra sofferenza e sentimenti di disperazione e depressione”. 3. Aspetti legali e giuridici dell’eutanasia Benché il Parlamento inglese avesse discusso già nel 1936