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I santuari, location divine

27 maggio 2017
C’è un’atmosfera di cielo in questi luoghi che dispone lo spirito alla preghiera, facendone delle vere e proprie anticamere della Gerusalemme celeste A prima vista i santuari e tutto ciò che a essi è legato – apparizioni e reliquie, rosari e candele, icone e statue, talora scale sante o grotte – appaiono lontani anni luce dalla nostra epoca frenetica e brutalmente avanzata, lanciata in uno sviluppo tecnologico cui non sempre corrisponde un progresso nel bene, e tuttavia parlano potentemente anche all’uomo del secolo XXI. «Questi luoghi, nonostante la crisi di fede che investe il mondo contemporaneo, vengono ancora percepiti come spazi sacri verso cui andare pellegrini per trovare un momento di sosta, di silenzio e di contemplazione nella vita spesso frenetica dei nostri giorni»: con queste parole, la Lettera apostolica Sanctuarium in Ecclesia di Papa Francesco, promulgata l’11 febbraio 2017 e resa pubblica il 1° aprile, mette in rilievo il potenziale di evangelizzazione presente nei molteplici luoghi di pellegrinaggio in cui la sete d’infinito, insita nel cuore di ciascun uomo, trova sorgenti cui dissetarsi. Infatti, continua il documento pontificio, «un desiderio nascosto fa sorgere in molti la nostalgia di Dio; e i Santuari possono essere un vero rifugio per riscoprire sé stessi e ritrovare la necessaria forza per la propria conversione». Tale potenziale rivela la ragione del trasferimento delle relative competenze al Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, e al contempo offre l’occasione per riscoprire queste oasi di spiritualità e di bellezza, plasmate insieme dall’ispirazione celeste e dalla pietà popolare, dove si fa esperienza concreta della triade Vero-Bene-Bello. Tra i compiti affidati al dicastero c’è infatti anche «la valorizzazione culturale e artistica dei Santuari secondo la via pulchritudinis quale modalità peculiare dell’evangelizzazione della Chiesa». Il pellegrino, ma anche il semplice curioso che si reca in un santuario – magari uno di quelli semisconosciuti, che celano tesori insospettati a pochi chilomometri da casa – si ritrova a percorrere la via della bellezza in tutte le sue dimensioni. Dal fascino del luogo, sui monti, in riva al mare o tra i boschi – per manifestarsi il Signore e la Vergine spesso scelgono location un po’ nascoste, ma sempre incantevoli; –, all’arte che vi è fiorita intorno, a colpi di pennello, scalpello e fede, alla bellezza della santità che vi si respira in modo speciale. C’è un’atmosfera di cielo in questi luoghi che dispone lo spirito alla preghiera, facendone delle vere e proprie anticamere della Gerusalemme celeste. Deponendo il peso delle fatiche quotidiane per guardare alla vita dall’alto e per mirare verso l’alto, dal cuore del pellegrino sgorga spontanea l’invocazione del salmista: «manda la tua verità e la tua luce; siano esse a guidarmi, mi portino al tuo monte santo e alle tue dimore» (Sal 43 [42], 3). Stefano Chiappalone * Nella foto, il santuario Madonna del Bosco Imbersago (MI)

La presidenza di Al-Sisi va sostenuta

26 maggio 2017
Dopo l’odierno attentato ai danni dei Cristiani copti egiziani Monteduro (ACS-Italia): La presidenza di Al-Sisi va sostenuta L’attentato di oggi colpisce la comunità cristiana copta nell’esercizio della fede, esattamente come è accaduto prima di Natale e prima di Pasqua. Allora si sono attaccate le chiese nel corso delle celebrazioni della Santa Messa, oggi si attaccano dei fedeli impegnati in un pellegrinaggio. I Cristiani in Egitto, tuttavia, sono bersaglio dell’estremismo islamico non solo per odio verso una Fede diversa da quella dei terroristi, ma anche perché accusati di aver contribuito in modo decisivo alla destituzione nel 2012 del presidente Morsi, leader dei Fratelli Musulmani, e anche come conseguenza delle scosse telluriche di assestamento che la disarticolazione bellica dell’Isis in Iraq e Siria sta provocando in Medio Oriente. I terroristi stanno scappando, da Mosul in primis, trovando per ora rifugio e solidarietà tra i jihadisti locali, nel nord del Sinai e in alcune zone della Siria stessa. In Egitto la repressione dell’estremismo e del terrorismo sta dimostrando di funzionare, se consideriamo che il 22 maggio sono stati rinviati a giudizio 48 affiliati ad Isis accusati di aver collaborato nelle stragi nelle chiese. E’ ovvio che non è sufficiente. Dalla leadership del Presidente Al-Sisi tutti attendiamo passi ancora più decisi per prevenire l’orrore e proteggere i suoi compatrioti cristiani. I quali chiedono a noi, Occidente tutto, di sostenere la presidenza Al-Sisi, dalla quale comunque hanno ricevuto concreti segnali di vicinanza. E ci chiedono di non restare vittime di un processo di assuefazione. Manchester o Stoccolma e Minya distano da Roma più o meno allo stesso modo. I pellegrini oggi trucidati, per usare le parole pronunciate da Papa Francesco a proposito dei copti sgozzati sulla spiaggia della Libia, non erano probabilmente dottori in teologia, ma certamente dottori in coerenza cristiana.

Manchester, perché sorprendersi?

25 maggio 2017
Nelle zone controllate dal c.d. Stato islamico, fra Siria e Iraq, esiste una coalizione compatta che operi per liberarle e per smantellare le centrali di addestramento dei terroristi  e di propaganda del jihad? Una coalizione nella quale vi sia una chiara ripartizione di compiti e una condivisione degli obiettivi per non sprecare energie e mezzi e per non colpire chi l’IS lo combatte? In Europa vi è una strategia comune sull’immigrazione, che distingua profughi da migranti economici, permetta ai primi di avere protezione e stringa le maglie sui secondi? E’ stato allestito un efficace raccordo tra i servizi di sicurezza e le forze di polizia dei singoli Stati europei, per mettere in comune le informazioni e coordinare prevenzione e contrasto? Se a tali quesiti – e ad altri similari – i governi nazionali e la Commissione europea danno risposte tragicamente negative, vi è un’ulteriore domanda da porsi: dopo stragi come quella di Manchester, al netto dell’insopportabile tiritera del cordoglio, c’è da meravigliarsi? Anche questo è un interrogativo retorico.

La voce del Magistero

Giustizia, libertà e fraternità secondo il Papa

26 maggio 2017
Redazionale Nel messaggio inviato il 24 aprile a Margaret Archer, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, Papa Francesco ha affrontato il tema dell’integrazione sociale, toccando diversi argomenti. Eccone alcuni Giustizia «La giustizia può essere ritenuta la virtù degli individui e delle istituzioni che, nel rispetto dei legittimi diritti, mirano alla promozione del bene di coloro che fanno parte della società» Già nella lettera enciclica Rerum Novarum, promulgata da Papa Leone XIII (1810-1903) nel 1891, il tema della giustizia viene presentato come rimedio alla cosiddetta “questione sociale”. Il Pontefice considerava allora inaccettabile la soluzione proposta dal socialismo a tale “questione”, ribadendo il diritto naturale dell’uomo alla proprietà privata e indicando come dovere principale dei datori di lavoro quello di dare a ciascun operaio la giusta mercede. Papa Francesco invita ora ad ampliare la nozione tradizionale di giustizia, focalizzata sulla distribuzione della ricchezza: questa nozione dev’essere cioè estesa al momento della produzione. In altri termini, oltre che reclamare la giusta mercede all’operaio bisogna che il processo produttivo sia di per sé compatibile con le norme morali, lasciando il tempo a chi lavora di crescere umanamente, conciliando lavoro e famiglia. In ciò, Papa Francesco fa riferimento alla costituzione pastorale Gaudium et spes, promulgata nel 1965 dal Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965), che recita: «Occorre dunque adattare tutto il processo produttivo alle esigenze della persona e alle sue forme di vita […]» (n. 67). Solidarietà e fraternità La Dottrina sociale della Chiesa Cattolica invita a fare della fraternità il principio regolatore dell’ordine economico. Il Papa stila una distinzione importante tra solidarietà e fraternità, facendo notare che la seconda implica la prima, ma non così viceversa. La solidarietà ha come scopo quello di riconoscere uguali tutti gli uomini nella loro dignità; la fraternità parte invece dalla loro uguaglianza in dignità per aprire gli uomini a dare, secondo la diversità della loro vocazione. Per Papa Francesco, l’errore della cultura contemporanea è quello di credere che una società democratica possa progredire tenendo distinte efficienza (per regolare l’economia) e solidarietà (per regolare i rapporti sociali). Lo strumento che il Papa indica per superare questa dicotomia è dunque la fratellanza: «Dall’inizio del mio pontificato ho voluto indicare “che nel fratello si trova il permanente prolungamento dell’Incarnazione per ognuno di noi” (Esort. ap. Evangelii gaudium, 179). Infatti, il protocollo con cui saremo giudicati è basato sulla fratellanza: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40)». La solidarietà da sola quindi non basta, «[…] perché una società che fosse solo solidale e assistenziale, e non anche fraterna, sarebbe una società di persone infelici e disperate dalla quale ognuno cercherebbe di fuggire, in casi estremi anche con il suicidio». A questo proposito, commenta l’arcivescovo di Trieste, mons. Giampaolo Crepaldi: «Una volta esercitata ed applicata la solidarietà resta ancora molto da fare cercando di vivere la fraternità, che era però già il motore occulto della stessa solidarietà. Questa nuova impostazione non è in contrasto con quanto insegnato da Giovanni Paolo II che

Non “più Stato”, ma “Stato migliore”

23 maggio 2017
Sono la libertà e l’ordine slegati che producono l’«economia che uccide» Quando un’economia può dirsi “libera” e “ordinata“? Può la libertà andare a scapito dell’ordine o viceversa? Contrariamente alle apparenze, no: senza ordine non può infatti esistere alcuna libertà autentica, e quando la libertà viene compressa, non si ha nemmeno vero ordine, bensì solo una sua parodia, tipica degli Stati totalitari. Come insegna Papa San Giovanni Paolo II (1920-2005) nell’eniclica Centesimus Annus, del 1991, «[…] la libertà nel settore dell’economia» deve essere «[…] inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso» (n. 42). Solo così può fiorire un’attività economica favorevole allo sviluppo di tutti e di ciascuno, ovvero secondo le esigenze di quel bene comune autentico che non è affatto il frutto di decisioni prese “dall’alto” da un pianificatore centrale. Norme chiare e condivise, se sensate, non sono di ostacolo alla crescita, anzi: anche per una semplice partita di calcio occorre condividere le regole e occorre un arbitro che le faccia rispettare. Si potranno avere legittime visioni differenti su “quante” e “quali” regole siano necessarie: le regole queste potranno cambiare nel tempo e nello spazio a seconda del livello e del modello di sviluppo, di fattori socio-culturali, e così via, ma le regole sono necessarie. Il problema più grande nasce però quando una delle squadre in gioco ‒ per restare alla metafora della partita di calcio ‒ corrompe l’arbitro: fuori ‒ invece ‒ di metafora, oggi nei Paesi più sviluppati non si corre affatto il rischio di uno Stato “assente”, quanto piuttosto quello di uno Stato che falsifica le regole del gioco e che invece di arbitrare scende in campo a favore di questo o di quel contendente.I privati investono così le proprie risorse non nel servire sempre al meglio i clienti, ma per guadagnarsi il favore del potente di turno onde piegare le regole a proprio vantaggio e perseguire scopi “privatissimi” in violazione delle regole della concorrenza, concorrenza che non può essere libera se non è anche leale. Molte delle critiche mosse al capitalismo cosiddetto “selvaggio” (qualsiasi cosa questa espressione significhi davvero) colgono, correttamente, una situazione di profondo malessere, iniqua, una «economia che uccide», per usare le parole oramai tanto famose quanto travisate di Papa Francesco. Sbaglia diagnosi però chi attribuisce le cause di problemi veri a una presunta assenza di regole, anziché a regole distorte; in questo modo si sbaglia dunque anche terapia e si finisce per invocare il fatidico ma deleterio “più Stato”. Questa “filosofia” comporta infatti una concentrazione di potere ancora maggiore nelle mani del ceto politico, e questo produce legami ancora più forti tra il potere politico e le lobby d’interesse, causando distorsioni sempre maggiori in una spirale apparentemente inarrestabile: un perfetto esempio di “eterogenesi” dei fini, insomma, colta in azione. Infatti, non è “più Stato” quel che occorre, ma uno “Stato migliore” che si preoccupa davvero del bene comune, in

Udienza del 18 maggio

22 maggio 2017
Ci sono interventi del Papa che vengono sottaciuti dal circo mediatico perché non servono ad alimentare l’immagine che i giornalisti di ogni orientamento si sono creati del Pontefice. Giovedì 18 maggio Francesco riceve in Vaticano oltre un migliaio di malati di corea di Huntington, provenienti da 20 Paesi. La corea di Huntington è una malattia ereditaria (viene dal patrimonio genetico) neurodegenerativa, quindi progressivamente invalidante. Il Papa denuncia che il malato ha spesso “vissuto il dramma della vergogna, dell’isolamento, dell’abbandono”. L’obiettivo del Papa è ancora una volta colpire la “cultura dello scarto”, l’inciviltà contemporanea di cui l’eutanasia è l’emblema e a cui si contrappone la civiltà cristiana. “Oggi però bisogna voltare pagina, guardando a Gesù, che durante il Suo ministero ha incontrato tanti ammalati, si è fatto carico delle loro sofferenze, ha abbattuto i muri dello stigma e dell’emarginazione che impedivano a tanti di loro di sentirsi rispettati e amati”. Il riferimento biblico è a tutte le pagine in cui Cristo combatte soprattutto la mentalità con cui nella Terra Santa del I sec. si guardava alla malattia. “Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori perché sia nato cieco? (…) Né lui ha peccato, né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio” (Gv. 9,2-3). Ai nostri giorni siamo in un certo senso tornati a quelle frasi sprezzanti, sintomo di un atteggiamento che punta alla scomparsa del malato, considerato un peso per la famiglia e la società, più che alla sua cura. Francesco critica il diffondersi di tale mentalità specialmente tra medici e scienziati, che dovrebbero invece avere a cuore solo la salute del malato in base al giuramento di Ippocrate. “A loro l’incoraggiamento a perseguire i loro obiettivi, sempre con mezzi che non contribuiscono ad alimentare quella cultura dello scarto. (…) Alcuni filoni di ricerca, infatti, utilizzano embrioni umani causando inevitabilmente la loro distruzione”. Confermando il magistero dei Papi precedenti, ribadisce che “nessuna finalità, anche in se stessa nobile, come la previsione di una utilità per la scienza, per altri esseri umani o per la società, può giustificare la distruzione di embrioni umani”, poiché le persone non possono mai essere ridotte a mezzi. L’embrione è essere umano e come tale va trattato fin dai primi istanti. L’udienza del Papa segna anche la nascita di un movimento internazionale dei malati di corea, diffusi in particolare nella sua America del Sud, territorio nel quale crescono anche le pressioni per modificare la legislazione restrittiva sull’aborto. Il Papa segue attentamente le vicende della sua terra d’origine e dà indicazioni chiare sui valori che l’America Latina deve custodire per rimanere se stessa. Le sue parole valgono, però, per ogni scenario mondiale, Europa compresa. Michele Brambilla

Dall’archivio

“Redemptoris Custos”

23 febbraio 2017
PIETRO CANTONI, Cristianità n. 180-181 (1990)     Dopo le encicliche Redemptor hominis (1), Dives in misericordia (2), Dominum et vivificantem (3) e Redemptoris Mater (4) – dedicate rispettivamente al Verbo incarnato, a Dio Padre, allo Spirito Santo e alla Beata Vergine Maria -, nell’opera magisteriale del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II non poteva mancare un documento su san Giuseppe, il cui incipit suona appunto Redemptoris Custos (5). All’interno di questa ideale “pentalogia”, l’esortazione apostolica giuseppina si affianca in modo particolare alle encicliche Redemptor hominis e Redemptoris Mater, dove l’accento è posto, insieme, sul mistero dell’Incarnazione e su quello della Redenzione, un’accentuazione che riflette perfettamente i temi dominanti del pontificato di Papa Giovanni Paolo II, cioè Cristo e l’uomo. Nella prospettiva di una grande e radicale evangelizzazione, che deve essere innanzitutto una ri-evangelizzazione, il Santo Padre ripropone i fondamenti della fede in modo organico e sistematico a partire dalle profondità del mistero di Dio: anzitutto il mistero “necessario”, la Trinità; quindi il mistero “libero”, quello dell’economia liberamente scelta da Dio per salvare l’uomo, l’incarnazione, passione, morte e risurrezione del Redentore. Il punto di congiunzione dei due misteri, il punto “focale”, è Gesù Cristo in cui Dio rivela insieme sé stesso e la sua volontà di salvezza e che non può essere disgiunto da coloro che sono stati, per libera ma non arbitraria scelta divina, intimamente e indissolubilmente coinvolti nella sua “venuta nella carne” (6). Il procedimento è rigorosamente teologico, di una teologia però che non disdegna di farsi anche meditazione in ossequio al principio che la pietà deve essere teologica e la teologia deve comunicare verità vive e vivificanti. Così, dopo aver ricordato il centenario del principale documento precedente del Magistero su san Giuseppe, l’enciclica Quamquam pluries di Papa Leone XIII (7) – centenario che costituisce l’occasione prossima dell’esortazione apostolica Redemptoris custos –, e che il “disegno redentivo […] ha il suo fondamento nel mistero dell’Incarnazione“ (n. 1), Papa Giovanni Paolo II abbozza, su questo fondamento (8), i lineamenti di una “teologia di san Giuseppe”. Il punto di partenza è un passo del Vangelo secondo san Matteo: “Gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. […] Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa” (9). In queste parole il Sommo Pontefice vede “una stretta analogia” (n. 3) con l’annunciazione a Maria. Come per Maria, nella generosa risposta a questo annuncio sta l’autentica grandezza di san Giuseppe: come Maria è grande per aver concepito il Verbo “prima con la mente che con il corpo” (10), così la “giustizia” di Giuseppe è tutta nella sua obbedienza alla parola del Signore, espressione purissima di “obbedienza della fede”. “Per la verità, Giuseppe non rispose all'”annuncio” dell’angelo come Maria, ma “fece

Il federalismo e la sua filosofia

30 novembre 2016
Gonzague de Reynold, Cristianità n. 256-257 (1996) Che cos’è il federalismo Il federalismo è una forma politica nella quale molti piccoli Stati, o città, accettano di sacrificare una parte della loro sovranità per istituire un potere centrale, dirigente e supremo, allo scopo di meglio difendere la loro esistenza, conservare la loro indipendenza e promuovere i loro interessi comuni. Come si sa, il federalismo differisce in modo profondo e dal regionalismo e dal decentramento. Il regionalismo e il decentramento escludono ogni idea, ogni principio di sovranità. Sia l’uno che l’altro sono solamente concessioni amministrative emananti da un potere, non solo centrale, ma anche centralizzato. Tale potere preesistente li crea e conferisce a essi un’esistenza legale. Da questo potere dipendono. Invece, il federalismo implica Stati sovrani, preesistenti al potere centrale, che lo creano e al quale fanno liberamente sacrifici di sovranità, perché sia in grado di svolgere la sua funzione. Infatti, il potere deve la sua esistenza legale agli Stati confederati. * * * Quindi, nel federalismo vi sono due elementi costitutivi: gli Stati, le città che si federano; il potere centrale che istituiscono. Ma questi due elementi non sono uguali, né per età, né per valore, né per diritto. Non si fronteggiano, ma il secondo è subordinato al primo. Il primo: gli Stati, le città, formano L’elemento costituente; il secondo, il potere centrale, forma l’elemento costituito. Il secondo elemento è solamente un’emanazione del primo. Questo può modificarlo in ogni momento con un nuovo accordo fra i suoi membri. Il primo elemento, gli Stati, le città, avendo un’esistenza anteriore al secondo, il potere centrale, ha quindi diritti superiori ai diritti di questo. Tuttavia, i due elementi sono indissolubili. Se non esiste più una Confederazione, e neppure uno Stato federale, il giorno in cui gli Stati che si sono federati sono stati sostituiti da un sistema unificato, centralizzato, non vi è ancora o non vi è più federalismo, ma semplicemente un’alleanza temporanea o perpetua, se il potere centrale non è stato costituito o se è stato costituito in modo insufficiente. Infatti, ogni federalismo suppone un federatore comune. Stati troppo deboli e un potere centrale troppo forte o, inversamente, Stati troppo forti e un potere centrale troppo debole, rappresentano un federalismo incompleto o squilibrato. Perché gli Stati si sono federati? Per conservare la loro autonomia, la loro personalità, non per sacrificarle al potere centrale. La missione del potere centrale sta nel difendere, salvaguardare, promuovere l’autonomia, la personalità di ogni Stato, questa è la sua ragion d’essere. Se tradisce la sua missione, perde la sua ragion d’essere, esce dalla sua legalità. Quando il potere centrale si sostituisce al governo interno di ogni Stato confederato, vi è usurpazione da parte sua. Poiché il potere centrale è solo l’emanazione degli Stati confederati, deve conoscere direttamente solo questi e si deve indirizzare ai loro popoli solo attraverso la loro mediazione. Invece, il potere centrale deve essere forte nel suo campo specifico: all’esterno, la difesa della Confederazione che rappresenta di fronte allo straniero; all’interno, la conservazione della Confederazione secondo

L’eutanasia

7 ottobre 2011
di Lorenzo Cantoni 1. Nozione Dopo aver già da tempo abbandonato il legame con l’etimo greco di morte buona, il termine eutanasia viene usato nell’attuale dibattito in sensi spesso molto diversi. Frequentemente si distingue fra eutanasia attiva — o positiva, o diretta —, là dove il medico, o chi per lui, interviene direttamente per procurare la morte di un paziente, ed eutanasia passiva — o negativa, o indiretta —, dove si ha invece astensione da interventi che manterrebbero la persona in vita. Si distingue inoltre fra eutanasia volontaria, quella esplicitamente richiesta dal paziente, ed eutanasia non volontaria, quando la volontà del paziente non può essere espressa, perché si tratta di persona incapace. Eutanasia si oppone talora a distanasia o ad accanimento terapeutico, che indicano invece il ricorso a interventi medici di prolungamento della vita non rispettosi della dignità del paziente. Prossimo concettualmente e fattualmente all’eutanasia, benché distinto da essa, è poi il suicidio medicalmente assistito, in cui la morte è conseguenza diretta di un atto suicida del paziente, ma consigliato e/o aiutato da un medico. Si tratta, come si vede, di una mappa di significati tutt’altro che omogenea e definita, e assai sensibile alla prospettiva teorica adottata. Una definizione completa e precisa — abitualmente citata anche da autori che non ne condividono le valutazioni etiche concomitanti — si trova nella Dichiarazione sull’eutanasia “Iura et bona”, pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede il 5 maggio 1980, al n. 6: “Per eutanasia s’intende un’azione o un’omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. L’eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati”. 2. Sofferenza, trattamento del dolore ed eutanasia Una delle caratteristiche definitorie dell’eutanasia è dunque il suo obiettivo di ridurre la sofferenza. Talora si ritiene che la richiesta di un intervento eutanasico o di un’assistenza al suicidio da parte dei pazienti sia direttamente proporzionale alla gravità della loro malattia, e alla loro sofferenza. Si tratta, invero, di una semplificazione indebita. Se prendiamo in esame i casi di suicidio, per esempio, “gli studi indicano — secondo il documento When Death Is Sought: Assisted Suicide and Euthanasia in the Medical Context, pubblicato nel 1994 dallo Stato di New York — che su molti pazienti con grave sofferenza, sfiguramento o disabilità, la grande maggioranza non desidera il suicidio. In uno studio su pazienti malati terminali, fra quelli che espressero una volontà di morire, tutti soddisfacevano i criteri di diagnosi della depressione endogena”. L’esperienza degli Hospice, cliniche il cui obiettivo primario è l’umanizzazione dell’assistenza ai pazienti in fin di vita, e il trattamento del dolore — attraverso le cosiddette cure “palliative” — mette in dubbio ulteriormente questa correlazione fra sofferenza e desiderio di morire apparentemente così ovvia: “Pazienti con una sofferenza non controllata — si legge nel documento citato — possono vedere la morte come l’unica fuga dalla sofferenza che stanno sperimentando. In ogni caso, la sofferenza non è solitamente un fattore di rischio indipendente. La variabile significativa nel rapporto fra sofferenza e suicidio è l’interazione fra sofferenza e sentimenti di disperazione e depressione”. 3. Aspetti legali e giuridici dell’eutanasia Benché il Parlamento inglese avesse discusso già nel 1936