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La legge sul fine vita c’è già. Perché il Governo non la finanzia?

27 aprile 2017
1000battute di alfredo mantovano “L’Italia ha già una legge sul fine vita ed è ottima”: lo sostiene motivatamente la prof.ssa Giovanna Razzano, che insegna Diritto pubblico alla Sapienza di Roma e nei Master di cure palliative Cure palliative del Gemelli e del Campus BioMedico, in uno studio appena pubblicato sul sito del Centro studi Livatino (http://www.centrostudilivatino.it/la-legge-italiana-sulle-cure-palliative-leutanasia-e-il-ddl-sulle-dat/). La legge cui la docente fa riferimento è la n. 38/2010, che riconosce il diritto alle cure palliative e a una adeguata terapia del dolore: essa definisce le prime come interventi «finalizzati alla cura attiva e totale dei pazienti la cui malattia di base, caratterizzata da un’inarrestabile evoluzione e da una prognosi infausta, non risponde più a trattamenti specifici». E’ singolare che nel dibattito sul fine vita vi siano cattolici, pur autorevoli, che esprimono favore per la legge sulle dat, che per loro andrebbe bene, pur con qualche aggiustamento. E’ singolare che mentre con tale legge il Parlamento sta per introdurre in Italia l’eutanasia contro tutti, minori inclusi, praticata ovunque, ospedali religiosi inclusi, si taccia invece sul fatto che terapia del dolore e cure palliative ricevono risorse finanziare bastevoli per appena il 30% di coloro che ne hanno effettiva necessità. Questo chiama in causa il Governo, non le Camere. Quel Governo il cui ministro della Salute, nel momento in cui stanno per passare norme che stravolgono la professione medica e minano alla radice il sistema sanitario, ha scelto di non dire nulla sulle dat. Sono più sorprendenti i silenzi istituzionali di chi ha la titolarità della materia o le sponde confessionali di chi prepara il proprio suicidio culturale?

C’era una volta il Grillo-parlante…

26 aprile 2017
…sull’eutanasia della coscienza (morale) Il rapporto tra Pinocchio e il Grillo-parlante non è iniziato, come è noto, in modo amichevole. «Povero Pinocchio! – si legge nel libro di Collodi a conclusione del loro primo incontro – Mi fai proprio compassione! […] Perché ti faccio compassione? Perché sei un burattino e, quel che è peggio, perché hai la testa di legno. A queste ultime parole, Pinocchio saltò su tutt’infuriato e preso sul banco un martello di legno lo scagliò contro il Grillo-parlante. Forse non credeva nemmeno di colpirlo: ma disgraziatamente lo colse per l’appunto nel capo, tanto che il povero Grillo ebbe appena il fiato di fare crì – crì – crì, e poi rimase lì stecchito e appiccicato alla parete.» Eppure il Grillo-parlante non scompare dalla storia di Pinocchio. Il suo “fantasma” riappare: nel Campo dei Miracoli, per sottrarre Pinocchio dall’inganno del Gatto e della Volpe; ai piedi del letto di Pinocchio moribondo dopo essere stato salvato dai servitori della Fata Turchina; nella casetta lungo il mare, dove accoglie Pinocchio e Geppetto usciti dalla pancia della balena o – piuttosto – di uno squalo secondo la versione originale della storia. Il Grillo-parlante: petulante, pedante, pronto a dire sempre la cosa giusta da fare e per questo tanto irritante. È – d’altra parte – la coscienza di Pinocchio, a cui sta accanto fino a quando il burattino non diventa un bambino vero. Avete mai provato a staccarvi dalla vostra coscienza? Non è possibile! È sempre presente, pronta a indicare la strada da seguire davanti al bivio delle scelte. Perché gli esseri umani, diversamente dalle altre specie viventi, hanno – per natura – la possibilità di scegliere. E, di fronte alla singola decisione, la coscienza fa luce sull’oggetto della scelta e la misura con quella scala di valori che si costruisce negli anni della fanciullezza, dell’adolescenza e della prima giovinezza. In coscienza, si può – però – scegliere anche il male, qualora il “Grillo-parlante” non sia stato prima educato a conoscere le strade corrette da percorrere. Un “Grillo-parlante”, che ci fa compagnia come un amico fedele: quando si ha la coscienza tranquilla; quando la coscienza rimorde; quando non si vuole andare contro la nostra coscienza. Una coscienza, considerata centrale anche nell’esercizio delle professioni sanitarie. Con riferimento al medico, già il Giuramento di Ippocrate prevedeva – se non il nome – l’oggetto di una scelta fatta in coscienza soprattutto a fronte di gravi offese alla vita dell’essere umano Nel corso dei secoli, il Giuramento di Ippocrate ha dovuto confrontarsi con i venti del cambiamento sociale e culturale, ma la coscienza morale è rimasta – insieme alla scienza – uno dei due pilastri fondanti dell’azione del medico. “Agire in scienza e coscienza”: un dovere e un diritto del medico, che ha cominciato nel tempo a entrare in conflitto con “nuovi” diritti e doveri. Il diritto all’aborto, il diritto al figlio, il diritto al figlio sano, il diritto a morire, da una parte; il dovere di venire meno a quel Giuramento di Ippocrate che vincolava al

San Rafael Arnáiz Barón, il santo della contemplazione sacrale dell’universo

26 aprile 2017
Avevo 27 anni quando fu canonizzato un giovane trappista che, a sua volta, aveva 27 anni. Restai colpito da questo mio coetaneo che sorrideva dal cielo e dalla basilica di San Pietro l’11 ottobre 2009. Quel sorriso colmo di pace spingeva a chiedersi cosa stessero contemplando gli occhi socchiusi che si affacciavano sotto il cappuccio monastico. Nel frattempo è trascorso qualche anno, ma non ho smesso di chiedermi chi fosse “hermano Rafael”, come è popolarmente chiamato in Spagna san Rafael Arnáiz Barón. Nasce il 9 aprile 1911 da una famiglia ricca nei beni e nello spirito, entrambi i genitori coltivavano fede fervente e carità fattiva. La scintilla della vocazione però è accesa inconsapevolmente dallo zio Leopoldo, duca di Maqueda, che fa leggere al nipote la biografia del trappista francese Gabriele Mossier. Il giovane, già ricco di studi e di interessi, dal disegno all’architettura, trova la sua vocazione: “Dio ha fatto la Trappa per me, e me per la Trappa”, scriverà dopo l’ingresso nel monastero di sant’Isidoro a Dueñas, che avviene nel febbraio 1934. Di lì a poco, però, questo ragazzo alto e gioviale, viene colpito da una forma di diabete che si rivela incompatibile con le durezze della vita trappista – giungerà a perdere ben 24 chili in poco tempo. Tra ritorni a casa e temporanei recuperi della salute, chiede e ottiene di restare come oblato nel monastero dove muore il 26 aprile 1938. Uno dei tratti della spiritualità di Rafael, già da laico, è sicuramente la ricerca di Dio attraverso la via della bellezza. Nei giorni in cui non deve aiutare suo padre, si raccoglie in contemplazione sulla riva del mare e poi in qualche solitaria chiesetta. La sua capacità di intus-legere, saper leggere dentro e oltre le cose, è animata dall’amore di Dio che gli si rivela attraverso il canto della creazione. All’uomo iperattivo che si illude di saziare la sete di infinito assoggettandosi a mille impulsi, san Rafael insegna semplicemente che per guardare in profondità è sufficiente aprire la finestra: «Mi son messo alla finestra – scrive due mesi prima di morire –, il sole cominciava a sorgere. Una pace immensa regnava nella natura. Ogni cosa cominciava a svegliarsi, la terra, il cielo, gli uccelli. Tutto, poco a poco, cominciava a svegliarsi al “comando” di Dio. Tutto obbediva alle sue leggi divine, senza lamenti né sussulti, dolcemente, con mitezza, sia la luce che le tenebre, sia il cielo azzurro che la dura terra coperta della rugiada dell’alba. Quanto è buono Dio! Pensavo. C’è pace ovunque, tranne che nel cuore dell’uomo». Stefano Chiappalone  Foto da “Catholik-blog”

La voce del Magistero

Regina coeli della Domenica della Divina misericordia.

24 aprile 2017
Nella II domenica di Pasqua il Papa ripercorre tutta la ricchezza semantica dei molti modi di chiamare questa festività, a partire dalla dizione antichissima di Domenica in Albis. Il bianco (“alba” in latino) delle vesti di cui si parla è quello degli abiti dei catecumeni, che nei primi secoli indossavano ininterrottamente la tunica ricevuta il Sabato Santo durante il Battesimo fino al termine dell’Ottava di Pasqua, quando riprendevano la vita quotidiana. “Ancora oggi si fa questo. Ai neonati si offre una piccola veste simbolica, mentre gli adulti ne indossano una vera e propria, come abbiamo visto nella Veglia pasquale”. “Nel Giubileo del 2000 S. Giovanni Paolo II ha stabilito che questa domenica fosse dedicata alla Divina misericordia”. Francesco non ha dubbi che “è stato lo Spirito Santo” l’ispiratore autentico di questa festa. La pagina di Vangelo letta nelle chiese (anche quelle ambrosiane) rimane quella antica dell’incredulità di Tommaso (Gv 20,19-31), da cui il Papa trae non a caso i versetti “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”, il momento preciso dell’istituzione del Sacramento della Penitenza. “Cristo ha trasmetto come primo compito alla Chiesa l’annuncio del perdono”, portatore di “pace nel cuore e incontro rinnovato con il Signore”. “Sappiamo che si conosce attraverso varie forme”, ma la misericordia è il mezzo conoscitivo privilegiato per fare esperienza di Cristo, “apre il cuore della mente per comprendere maggiormente il mistero di Dio e la nostra esperienza personale” riconoscendo gli altri come “figli di uno stesso Padre”. E’ proprio la misericordia che “impegna a diventare strumenti di giustizia”, ma la giustizia di Dio, non quella che l’uomo vuole che sia la vendettadi Dio, in genere preservandosi a priori dai fulmini che desidera veder calare sugli altri. Bisogna diventare “strumenti di riconciliazione e di pace” per dare concreta “visibilità alla risurrezione di Gesù” nella nostra vita quotidiana. Nessun buonismo, quindi, e neppure oblio del peccato, pensiero che in troppi attribuiscono al Papa sulla base di una visione precostituita della tradizione. A guidare la Chiesa nelle sue scelte c’è sempre lo Spirito Santo e accompagnare pazientemente verso la necessaria coerenza il fratello che fa più fatica, mettendosi al suo passo, non è sacrilegio, ma Vangelo applicato. Aleggiano su piazza S. Pietro anche i timori per l’imminente viaggio del Papa in Egitto (28-29 aprile), terra segnata dal martirio di numerosi cristiani. Francesco, che sarà accompagnato dal patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, conserva uno sguardo ottimista e augura con sicurezza “Buon pranzo e arrivederci!”, certo del sostegno nella preghiera di tutti i buoni cattolici. Michele Brambilla

Cristo Risorto nostra speranza (cfr. 1 Cor. 15)

20 aprile 2017
«La nostra fede nasce il mattino di Pasqua» e non sotto il Calvario, quindi è una fede di gioia. Il Santo Padre, nell’udienza di ieri mattina, fa osservare: «Accettare che Cristo è morto, ed è morto crocifisso, non è un atto di fede, è un fatto storico», invece la Resurrezione è un fatto che posso o no accettare, liberamente. Crederci è un atto libero della mente e del cuore, non frutto della ragione. Ovviamente si tratta di adesione basata su qualche motivo ragionevole perché, altrimenti, sarebbe sterile fideismo contro cui san Tommaso ammonisce a stare molto attenti. In questo caso è fede basata sulla testimonianza di testimoni attendibili, come Paolo di Tarso, non proprio uno di parte. Sappiamo bene che era convinto che Cristo mentisse, era un nemico dei suoi discepoli, ma proprio lui si arrende all’evidenza e scrive «Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto!» e il Papa prosegue «Questo è il fondamento della fede di Paolo, come della fede degli altri apostoli, come della fede della Chiesa, come della nostra fede». «Il cristianesimo nasce da qui. Non è un’ideologia, non è un sistema filosofico, ma è un cammino di fede che parte da un avvenimento, testimoniato dai primi discepoli di Gesù. Paolo lo riassume in questo modo: Gesù è morto per i nostri peccati, fu sepolto, e il terzo giorno è risorto ed è apparso a Pietro e ai Dodici (cfr 1 Cor 15,3-5). Questo è il fatto: è morto, è sepolto, è risorto ed è apparso. Cioè, Gesù è vivo! Questo è il nocciolo del messaggio cristiano». La nostra fede «Non è tanto la nostra ricerca nei confronti di Dio – una ricerca, in verità, così tentennante – ma piuttosto la ricerca di Dio nei nostri confronti». Gesù, anche in questa occasione, ha preso l’iniziativa, si è manifestato, è venuto incontro  alla Maddalena, poi è entrato nel Cenacolo e si è fatto vedere dai Dodici, poi è apparso a Cinquecento discepoli e infine a Giacomo e a Paolo.  Lui ha agito per ripescare tutti, per rendere evidente a tutti che Lui aveva vinto la morte, era risorto aprendo così la strada della vita eterna a tutti noi. Paolo, uomo sicuro di sé, certo della sua dottrina e dei suoi doveri, di fronte a Cristo ha capovolto la sua vita. Cristo è la nostra speranza, la nostra certezza, la nostra fonte di gioia. «Che bello pensare che il cristianesimo, essenzialmente, è questo! Gesù ci ha presi, ci ha afferrati, ci ha conquistati per non lasciarci più. Il cristianesimo è grazia, è sorpresa, e per questo motivo presuppone un cuore capace di stupore». Silvia Scaranari

Pedagogia

19 aprile 2017
Spiegare perché alla Chiesa appartenga anche l’azione di educare divenne necessario quando questo diritto-dovere fu messo in questione dalla modernità. Nacque infatti un altro tipo di scuola, mai visto in precedenza, in cui si tentava di creare “l’uomo nuovo”. Il piemontese Massimo d’Azeglio lo spiegò limpidamente nella frase “Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”. Già il beato Pio IX nel Sillabo (1864) condannava la tesi secondo la quale “l’intero regolamento delle pubbliche scuole, nelle quali è istruita la gioventù dello Stato, (…) può e dev’essere attribuito all’autorità civile; e talmente attribuito, che non si riconosca in nessun’altra autorità il diritto di intromettersi nella disciplina delle scuole” (XLV). Primato della famiglia sullo Stato, tutela dei corpi intermedi (Chiesa in primis) e contrasto al monopolio statale sono rimasti i parametri di riferimento per tutti i suoi successori. Un documento non molto conosciuto del Concilio Vaticano II, Gravissimum educationis (1965), precisa il proprio dello Stato in materia di istruzione. “Tocca allo Stato provvedere perché tutti i cittadini possano accedere e partecipare, come si conviene, alla cultura (…). Sempre lo Stato dunque deve tutelare il diritto dei fanciulli ad una conveniente educazione scolastica, vigilare sulla capacità degli insegnanti e sulla serietà degli studi, provvedere alla sanità degli alunni”. I genitori cattolici sono invitati (par. 6,b) a collaborare per quanto possibile “sia nella ricerca di metodi educativi idonei e dell’ordinamento degli studi, sia nella formazione dei maestri” secondo quanto la migliore scienza umana dispone. L’accenno alla sussidiarietà mette subito in chiaro come la funzione della scuola statale non possa essere alternativa alla potestà genitoriale. “Le sovvenzioni pubbliche siano erogate in maniera che i genitori possano scegliere le scuole per i propri figli in piena libertà”. La libertà che precede lo Stato è affermata anzitutto come libertà religiosa, dalla quale discende sia la possibilità, da garantire, per la Chiesa di mantenere proprie scuole, in cui mostrare senza pericolo di censure la propria visione del mondo, sia il dovere per i genitori di vigilare sui contenuti veicolati negli istituti statali. “Perciò la Chiesa loda quelle autorità e società civili che, tenendo conto del pluralismo esistente nella società moderna e garantendo la giusta libertà religiosa, aiutano le famiglie perché l’educazione dei loro figli possa aver luogo in tutte le scuole secondo i principi morali e religiosi propri di quelle famiglie” (7,b). L’ora di religione rientra, sempre secondo il par. 7, esattamente in questo ambito. Il cattolicesimo nella scuola statale passa anche per la testimonianza dei credenti, sia come maestri che come alunni, pertanto è legittimata anche la presenza di associazioni che garantiscano “l’azione apostolica dei condiscepoli”. Il concilio lo afferma all’alba dell’irruzione nelle scuole dei collettivi comunisti, ai quali bisognava fare un’opportuna barriera in nome, ancora una volta, della libertà religiosa. Benedetto XVI ha più volte criticato una scuola ed un’istruzione laicista che chiudono il cielo sopra le teste dei ragazzi (Charitas in veritate, par. 30). Papa Francesco si sta muovendo sui medesimi binari dei predecessori. In Laudato sì (par. 213) dichiara in merito allo sviluppo

Dall’archivio

“Redemptoris Custos”

23 febbraio 2017
PIETRO CANTONI, Cristianità n. 180-181 (1990)     Dopo le encicliche Redemptor hominis (1), Dives in misericordia (2), Dominum et vivificantem (3) e Redemptoris Mater (4) – dedicate rispettivamente al Verbo incarnato, a Dio Padre, allo Spirito Santo e alla Beata Vergine Maria -, nell’opera magisteriale del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II non poteva mancare un documento su san Giuseppe, il cui incipit suona appunto Redemptoris Custos (5). All’interno di questa ideale “pentalogia”, l’esortazione apostolica giuseppina si affianca in modo particolare alle encicliche Redemptor hominis e Redemptoris Mater, dove l’accento è posto, insieme, sul mistero dell’Incarnazione e su quello della Redenzione, un’accentuazione che riflette perfettamente i temi dominanti del pontificato di Papa Giovanni Paolo II, cioè Cristo e l’uomo. Nella prospettiva di una grande e radicale evangelizzazione, che deve essere innanzitutto una ri-evangelizzazione, il Santo Padre ripropone i fondamenti della fede in modo organico e sistematico a partire dalle profondità del mistero di Dio: anzitutto il mistero “necessario”, la Trinità; quindi il mistero “libero”, quello dell’economia liberamente scelta da Dio per salvare l’uomo, l’incarnazione, passione, morte e risurrezione del Redentore. Il punto di congiunzione dei due misteri, il punto “focale”, è Gesù Cristo in cui Dio rivela insieme sé stesso e la sua volontà di salvezza e che non può essere disgiunto da coloro che sono stati, per libera ma non arbitraria scelta divina, intimamente e indissolubilmente coinvolti nella sua “venuta nella carne” (6). Il procedimento è rigorosamente teologico, di una teologia però che non disdegna di farsi anche meditazione in ossequio al principio che la pietà deve essere teologica e la teologia deve comunicare verità vive e vivificanti. Così, dopo aver ricordato il centenario del principale documento precedente del Magistero su san Giuseppe, l’enciclica Quamquam pluries di Papa Leone XIII (7) – centenario che costituisce l’occasione prossima dell’esortazione apostolica Redemptoris custos –, e che il “disegno redentivo […] ha il suo fondamento nel mistero dell’Incarnazione“ (n. 1), Papa Giovanni Paolo II abbozza, su questo fondamento (8), i lineamenti di una “teologia di san Giuseppe”. Il punto di partenza è un passo del Vangelo secondo san Matteo: “Gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. […] Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa” (9). In queste parole il Sommo Pontefice vede “una stretta analogia” (n. 3) con l’annunciazione a Maria. Come per Maria, nella generosa risposta a questo annuncio sta l’autentica grandezza di san Giuseppe: come Maria è grande per aver concepito il Verbo “prima con la mente che con il corpo” (10), così la “giustizia” di Giuseppe è tutta nella sua obbedienza alla parola del Signore, espressione purissima di “obbedienza della fede”. “Per la verità, Giuseppe non rispose all'”annuncio” dell’angelo come Maria, ma “fece

Il federalismo e la sua filosofia

30 novembre 2016
Gonzague de Reynold, Cristianità n. 256-257 (1996) Che cos’’è il federalismo Il federalismo è una forma politica nella quale molti piccoli Stati, o città, accettano di sacrificare una parte della loro sovranità per istituire un potere centrale, dirigente e supremo, allo scopo di meglio difendere la loro esistenza, conservare la loro indipendenza e promuovere i loro interessi comuni. Come si sa, il federalismo differisce in modo profondo e dal regionalismo e dal decentramento. Il regionalismo e il decentramento escludono ogni idea, ogni principio di sovranità. Sia l’’uno che l’’altro sono solamente concessioni amministrative emananti da un potere, non solo centrale, ma anche centralizzato. Tale potere preesistente li crea e conferisce a essi un’’esistenza legale. Da questo potere dipendono. Invece, il federalismo implica Stati sovrani, preesistenti al potere centrale, che lo creano e al quale fanno liberamente sacrifici di sovranità, perché sia in grado di svolgere la sua funzione. Infatti, il potere deve la sua esistenza legale agli Stati confederati. * * * Quindi, nel federalismo vi sono due elementi costitutivi: gli Stati, le città che si federano; il potere centrale che istituiscono. Ma questi due elementi non sono uguali, né per età, né per valore, né per diritto. Non si fronteggiano, ma il secondo è subordinato al primo. Il primo: gli Stati, le città, formano L’’elemento costituente; il secondo, il potere centrale, forma l’’elemento costituito. Il secondo elemento è solamente un’’emanazione del primo. Questo può modificarlo in ogni momento con un nuovo accordo fra i suoi membri. Il primo elemento, gli Stati, le città, avendo un’’esistenza anteriore al secondo, il potere centrale, ha quindi diritti superiori ai diritti di questo. Tuttavia, i due elementi sono indissolubili. Se non esiste più una Confederazione, e neppure uno Stato federale, il giorno in cui gli Stati che si sono federati sono stati sostituiti da un sistema unificato, centralizzato, non vi è ancora o non vi è più federalismo, ma semplicemente un’’alleanza temporanea o perpetua, se il potere centrale non è stato costituito o se è stato costituito in modo insufficiente. Infatti, ogni federalismo suppone un federatore comune. Stati troppo deboli e un potere centrale troppo forte o, inversamente, Stati troppo forti e un potere centrale troppo debole, rappresentano un federalismo incompleto o squilibrato. Perché gli Stati si sono federati? Per conservare la loro autonomia, la loro personalità, non per sacrificarle al potere centrale. La missione del potere centrale sta nel difendere, salvaguardare, promuovere l’’autonomia, la personalità di ogni Stato, questa è la sua ragion d’essere. Se tradisce la sua missione, perde la sua ragion d’essere, esce dalla sua legalità. Quando il potere centrale si sostituisce al governo interno di ogni Stato confederato, vi è usurpazione da parte sua. Poiché il potere centrale è solo l’emanazione degli Stati confederati, deve conoscere direttamente solo questi e si deve indirizzare ai loro popoli solo attraverso la loro mediazione. Invece, il potere centrale deve essere forte nel suo campo specifico: all’’esterno, la difesa della Confederazione che rappresenta di fronte allo straniero; all’’interno, la conservazione della Confederazione secondo

L’eutanasia

7 ottobre 2011
di Lorenzo Cantoni 1. Nozione Dopo aver già da tempo abbandonato il legame con l’etimo greco di morte buona, il termine eutanasia viene usato nell’attuale dibattito in sensi spesso molto diversi. Frequentemente si distingue fra eutanasia attiva — o positiva, o diretta —, là dove il medico, o chi per lui, interviene direttamente per procurare la morte di un paziente, ed eutanasia passiva — o negativa, o indiretta —, dove si ha invece astensione da interventi che manterrebbero la persona in vita. Si distingue inoltre fra eutanasia volontaria, quella esplicitamente richiesta dal paziente, ed eutanasia non volontaria, quando la volontà del paziente non può essere espressa, perché si tratta di persona incapace. Eutanasia si oppone talora a distanasia o ad accanimento terapeutico, che indicano invece il ricorso a interventi medici di prolungamento della vita non rispettosi della dignità del paziente. Prossimo concettualmente e fattualmente all’eutanasia, benché distinto da essa, è poi il suicidio medicalmente assistito, in cui la morte è conseguenza diretta di un atto suicida del paziente, ma consigliato e/o aiutato da un medico. Si tratta, come si vede, di una mappa di significati tutt’altro che omogenea e definita, e assai sensibile alla prospettiva teorica adottata. Una definizione completa e precisa — abitualmente citata anche da autori che non ne condividono le valutazioni etiche concomitanti — si trova nella Dichiarazione sull’eutanasia “Iura et bona”, pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede il 5 maggio 1980, al n. 6: “Per eutanasia s’intende un’azione o un’omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. L’eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati”. 2. Sofferenza, trattamento del dolore ed eutanasia Una delle caratteristiche definitorie dell’eutanasia è dunque il suo obiettivo di ridurre la sofferenza. Talora si ritiene che la richiesta di un intervento eutanasico o di un’assistenza al suicidio da parte dei pazienti sia direttamente proporzionale alla gravità della loro malattia, e alla loro sofferenza. Si tratta, invero, di una semplificazione indebita. Se prendiamo in esame i casi di suicidio, per esempio, “gli studi indicano — secondo il documento When Death Is Sought: Assisted Suicide and Euthanasia in the Medical Context, pubblicato nel 1994 dallo Stato di New York — che su molti pazienti con grave sofferenza, sfiguramento o disabilità, la grande maggioranza non desidera il suicidio. In uno studio su pazienti malati terminali, fra quelli che espressero una volontà di morire, tutti soddisfacevano i criteri di diagnosi della depressione endogena”. L’esperienza degli Hospice, cliniche il cui obiettivo primario è l’umanizzazione dell’assistenza ai pazienti in fin di vita, e il trattamento del dolore — attraverso le cosiddette cure “palliative” — mette in dubbio ulteriormente questa correlazione fra sofferenza e desiderio di morire apparentemente così ovvia: “Pazienti con una sofferenza non controllata — si legge nel documento citato — possono vedere la morte come l’unica fuga dalla sofferenza che stanno sperimentando. In ogni caso, la sofferenza non è solitamente un fattore di rischio indipendente. La variabile significativa nel rapporto fra sofferenza e suicidio è l’interazione fra sofferenza e sentimenti di disperazione e depressione”. 3. Aspetti legali e giuridici dell’eutanasia Benché il Parlamento inglese avesse discusso già nel 1936