1
/
3
/

L’arrocco del sultano

22 marzo 2017
  Le ultime settimane hanno visto il duro scontro politico-verbale fra il governo turco, Presidente Erdogan in testa, e alcuni governi europei, principalmente Olanda, Germania e Danimarca. E’ stato un battibecco dai toni molto accesi, soprattutto da parte turca, che sembra destinato a continuare almeno per tutto il prossimo mese. La materia del contendere è molto semplice: questi governi europei hanno impedito ad alcuni esponenti del governo turco di organizzare e/o partecipare a manifestazioni elettorali presso le comunità turcofone residenti nei loro paesi. Le manifestazioni riguardano il referendum confermativo della riforma costituzionale proposta dall’AKP – il partito del Presidente Erdogan – che si terrà in Turchia il prossimo 16 aprile. La riforma prevede diciotto modifiche all’attuale Costituzione destinate a cambiare l’assetto istituzionale del Paese portandolo verso un presidenzialismo estremo. Come dicono i suoi detrattori, se Erdogan dovesse vincere il referendum sarebbe “un uomo solo al comando”. Il Presidente turco e i suoi ministri hanno accusato Olanda e Germania di essere nemici della Turchia e dell’islam, di ospitare terroristi anti-turchi, di volere lo scontro fra “la croce e la mezzaluna crescente”. Gunes, un quotidiano filo-governtivo di Istanbul, ha pubblicato in prima pagina il fotomontaggio di Angela Merkel con la divisa nazista e i baffetti da Hitler. Molti si sono chiesti, vista l’oggettiva gravità dell’accusa di nazismo ad un politico tedesco contemporaneo da parte di un altro membro della NATO, se i vertici turchi non siano per caso impazziti al punto di volere veramente uno scontro sul campo. Tranquilli: su questo fronte non sta succedendo nulla di allarmante. Se non proprio falso questo scontro è certamente finto: entrambi i litiganti lo hanno portato avanti per ragioni che non riguardano né la controparte né la politica internazionale bensì la propria politica interna. Erdogan, che vede sondaggi non entusiasmanti, fa leva sul nazionalismo candidandosi come campione del pan-turchismo e, in prospettiva, di tutto l’islam politico sunnita. Ha quindi tutto l’interesse a descriversi come attaccato da un’ondata europea di islamofobia a cui opporre il petto. In caso di vittoria al referendum si troverà con un arsenale retorico già pronto per sviluppare il suo progetto neo-ottomano in Medio Oriente. Anche ai politici europei, specialmente ai moderati liberali di destra e di sinistra, fa comodo un nemico ad oriente che li attacca, rigorosamente solo a parole. Negando un comizio ad un politco turco, dopo anni nei quali hanno svenduto tutto dell’identità cristiana dell’Europa, si accreditano, con poca spesa e nessun rischio, come i difensori dei valori identitari. Tutti questi paesi hanno avuto elezioni o vi andranno nei prossimi mesi: occorre fare la “faccia feroce” per disinnescare gli argomenti dei “populisti” di destra. Un gioco delle parti non certo combinato in esplicito ma che, ad esempio, nelle elezioni olandesi è riuscito benissimo. In questo gioco di specchi una cosa, però, è certamente vera e reale: la minaccia di Erdogan, che sul suo territorio “ospita” tre milioni di profughi, di aprire le porte e rompere l’accordo sui migranti, evento a cui nessun governante europeo potrebbe politicamente sopravvivere. Chi semina

Eutanasia: capire cosa sta succedendo

20 marzo 2017
Il depliant che segue si pone l’obiettivo di illustrare nella maniera più semplice i nodi critici della legge sulle disposizioni anticipate di trattamento, in discussione alla Camera. Il Centro studi Livatino lo mette a disposizione di chiunque intenda utilizzarlo, e lo stampi in proprio o lo diffonda a sua volta sui social, auspicandone la massima circolazione, con la sola richiesta che non sia modificato e che non sia eliminato il riferimento al Centro medesimo.  PIEGHEVOLE LE RAGIONI DELLA VITA

1000 battute – Fra breve sugli schermi italiani: eutanasia anche negli ospedali cattolici

20 marzo 2017
 di alfredo mantovano Policlinico Gemelli (Roma), Ospedale cardinale Panico (Tricase-Le), Ospedale pediatrico Bambin Gesù (Roma), Associazione la Nostra famiglia (sedi in tutta Italia), Fondazione Poliambulanza (Brescia), Piccolo Cottolengo-Don Orione (Genova e altre città), Fondazione Maugeri (sedi in tutta Italia), Ospedale Miulli (Acquaviva delle Fonti-Ba)… Sono oltre 100 gli ospedali e le case di cura di ispirazione cattolica che garantiscono con dedizione e generosità terapie, assistenza e dignità all’ammalato. A ciascuno di loro si applicherà – senza eccezioni rispetto alla Sanità pubblica – la legge sull’eutanasia, pudicamente denominata disposizioni anticipate di trattamento, che la Camera si accinge ad approvare. L’articolo 1 comma 10 impone infatti l’attuazione della legge a “ogni azienda sanitaria pubblica e privata” e non prevede la possibilità di sollevare obiezione di coscienza per il medico e per il personale ausiliario. Dedicato a quei cattolici – fra i quali pure qualche autorevole pastore – che ritengono necessaria l’approvazione delle nuove norme. Che Padre Pio illumini chi non si oppone a che i medici della Casa sollievo della sofferenza, a S. Giovanni Rotondo, si trovino fra breve costretti a uccidere il paziente invece che a curarlo!

La voce del Magistero

Il vero amore è volere l’altro santo.

16 marzo 2017
Mercoledì 15 marzo: la Chiesa festeggia santa Luisa de Marillac, la donna forte che aiutò san Vincenzo de’ Paoli in un’eroica opera caritativa nella Francia del XVII secolo. Il Santo Padre ha inviato un saluto particolare ai Membri della Associazione Internazionale di Carità nel 400° anniversario dalla fondazione della prima Confraternita della Carità. Santa Luisa ha operato con la delicatezza, con la finezza della carità che non umilia nessuno, che non offende la persona bisognosa ma la accoglie, la solleva, le rende il coraggio e la speranza. E allora il ricordo di santa Luisa si coniuga con la 14° udienza dedicata alla speranza. Il Papa ha affrontato la speranza che è generata dal desiderio di amore che è in ogni uomo e che trova eco nel comando biblico di amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente e di amare il prossimo come noi stessi. Siamo chiamati ad amare e in noi c’è la speranza cristiana di incontrare il grande Amore che è Dio stesso. Amare è un’esigenza dell’uomo ma spesso i nostri limiti, la nostra debolezza, ci fanno cadere nell’amore di noi stessi prima che quello per gli altri. “Paolo ci invita a riconoscere che siamo peccatori, e che anche il nostro modo di amare è segnato dal peccato”, sottolinea il Papa, riusciamo a “sporcare” anche i nostri gesti di carità, di amore, quando li facciamo con il recondito pensiero di metterci in mostra, di agire per essere ammirati e apprezzati dagli altri. “L’ipocrisia può insinuarsi ovunque, anche nel nostro modo di amare.” Veri sepolcri imbiancati “quando miriamo a cose che abbiano “visibilità” per fare sfoggio della nostra intelligenza o della nostra capacità” magari facendo finta di essere generosi con gli altri a cui elargiamo le nostre conoscenze, i nostri pareri, il nostro contributo. “Dietro a tutto questo c’è un’idea falsa, ingannevole, vale a dire che, se amiamo, è perché noi siamo buoni; come se la carità fosse una creazione dell’uomo, un prodotto del nostro cuore. La carità, invece, è anzitutto una grazia, un regalo; […] La carità è una grazia: non consiste nel far trasparire quello che noi siamo, ma quello che il Signore ci dona e che noi liberamente accogliamo; e non si può esprimere nell’incontro con gli altri se prima non è generata dall’incontro con il volto mite e misericordioso di Gesù”. Il Signore supera i nostri limiti e ci può aiutare ad amare in modo sincero come riflesso del amore che riceviamo da Lui. Da soli non siamo capaci, “abbiamo bisogno che il Signore rinnovi continuamente questo dono nel nostro cuore, attraverso l’esperienza della sua infinita misericordia. E allora sì che torneremo ad apprezzare le cose piccole, le cose semplici, ordinarie; che torneremo ad apprezzare tutte queste piccole cose di tutti i giorni e saremo capaci di amare gli altri come li ama Dio, volendo il loro bene, cioè che siano santi”. L’amore per l’altro non è solo umanitarismo, ma è desiderio di elevare l’altro alle vette della felicità che solo

Quaresima è speranza

1 marzo 2017
La speranza, tema delle ultime tredici udienze generali, è stata inserita nel contesto della Quaresima appena iniziata. La Quaresima, istituita dalla Chiesa come tempo di preparazione alla Pasqua, riprende simbolicamente i 40 anni di cammino nel deserto compiuto dal popolo ebraico e i 40 giorni di digiuno che precedono la missione pubblica di Gesù. Esodo e digiuno sono preludio di una grande gioia: il raggiungimento della Terra promessa, la morte e resurrezione di Cristo, strumento di salvezza per tutti gli uomini. Per questo la Quaresima “prende luce dal mistero pasquale”, sottolinea il Santo Padre, e “il Signore Risorto ci chiama ad uscire dalle nostre tenebre e noi ci mettiamo in cammino verso di Lui, che è la Luce”. “Il cristiano è chiamato a tornare a Dio «con tutto il cuore» (Gl 2,12), per non accontentarsi di una vita mediocre” aveva già sottolineato il Papa nel suo Messaggio per la Quaresima dello scorso 18 ottobre 2016, pubblicato il 7 febbraio. Nel Messaggio prende spunto dalla parabola del ricco e del povero Lazzaro per indicare i primi elementi che possono concedere la conversione del cuore e della mente: digiuno, preghiera, elemosina e Parola di Dio, letta e meditata. Il povero è un rifiuto umano, però ha un nome, Lazzaro, che vuol dire “Dio aiuta”, cioè l’altro, l’uomo che abbiamo di fronte è un aiuto, uno strumento che Dio offre per arrivare a Lui. Al contrario, il ricco ha una personalità che “si realizza nelle apparenze, nel far vedere agli altri ciò che lui può permettersi. Ma l’apparenza maschera il vuoto interiore. La sua vita è prigioniera dell’esteriorità, della dimensione più superficiale ed effimera dell’esistenza” e per questo non ha neanche un nome. Entrambi muoiono, non portano nulla con loro, né la ricchezza, né le piaghe, ma ottengono l’uno la dannazione, l’altro la gioia. Di fronte al dolore, il ricco si ricorda dei propri fratelli che, come lui, non ascoltano la parola di Mosè. Qui è la radice della condanna, sottolinea il Papa, “la radice dei suoi mali è il non prestare ascolto alla Parola di Dio; questo lo ha portato a non amare più Dio”. Finché siamo su questa terra Dio ha misericordia del peccatore, continua a proporgli la conversione e, per questo, nell’imporre sulla fronte le Ceneri, il sacerdote dice “Convertiti e credi al Vangelo”. Dio ha visto la condizione di schiavitù in cui era ridotto il popolo ebraico e ne ha avuto compassione, lo ha chiamato ad uscire verso una vita libera;  Dio vede la triste condizione dell’uomo schiavo del peccato, ne ha compassione e ci chiama ad uscire verso il Suo Amore. L’Esodo è lungo, travagliato, così anche noi “conosciamo la tentazione di tornare indietro” perché camminare sulla strada è faticoso, la via sembra non avere fine, non offrire ristoro, “anche per tutti noi un’uscita dalla schiavitù, dal peccato” spesso è dolorosa, costa rinunce, ferite, ma il Signore è fedele e “quella povera gente, guidata da Mosè, arriva alla Terra promessa”. L’incontro con Dio “è costato tutto il suo

Fidiamoci di Dio!

28 febbraio 2017
“Al di sopra di tutto c’è un Padre amoroso che non si dimentica mai dei suoi figli”: a questo atteggiamento ci ha invitati Papa Francesco durante l’Angelus di domenica. Commentando il Vangelo del giorno (Mt. 6, 24-34), il Santo Padre ha ricordato che la fiducia in Dio è la bacchetta magica con cui risolvere i nostri problemi e vincere la battaglia finale. Fidarsi di Dio non vuol dire che Lui risolve magicamente i problemi, ma “permette [a noi] di affrontarli con l’animo giusto, coraggiosamente, sono coraggioso perché mi affido al mio Padre che ha cura di tutto e che mi vuole tanto bene”. Tutti gli uomini si perdono dietro a tanti piccoli o grandi problemi quotidiani, cercano certezze da toccare, verificare. Certezze economiche, certezze di fama, certezze di approvazione umana ma queste sono certezze illusorie e motivo di infelicità. Già il pagano Aristotele, nell’Etica Nicomachea, identificava come illusorie queste ambizioni, sempre fonte di affanno e di perenne incessante ricerca. Chi vuole denaro lo fa per avere altri beni di cui godere, ed una volte ottenuti questi ne cerca altri, ed altri ancora, e così via. Chi cerca la notorietà, ottenutala nella sua città la cerca fuori, e poi anche la patria non basta più e vuole quella mondiale e così via anche il consenso degli amici e poi dei sostenitori e poi degli ambiti politici o accademici, senza fine. Affanno, ansia, fatica mentre una sola cosa ci serve: l’amare Dio e in Lui, solo in Lui, trovare il senso del quotidiano vivere. Dio non è l’essere trascendente di un certo deismo illuminista, non è l’essere irraggiungibile e giudicante del paganesimo o di certa religiosità falsa, è semplicemente un Padre che ci tiene per mano ogni giorno come ogni padre dovrebbe fare con i propri figli. Un Padre che ci dice “Io sono con te, lavora, fai quello che puoi e poi io ti aiuto a completare l’opera”, come ogni padre umano che non deve sostituirsi al figlio ma deve essere accanto a lui, pronto a coglierne le ansie, le paure, le gioie, a fargli sentire che lui ci sarà nel momento del bisogno senza neanche che debba chiederglielo. Il Signore con noi è così, dice il Papa, “Sentirlo Padre, in quest’epoca di orfanezza è tanto importante! In questo mondo orfano, sentirlo Padre.” Gesù stesso invita chi lo ascolta a cercare per prima cosa il Regno dei Cieli, e tutto verrà con facilità. È la parabola dei tre amministratori: chi si fida dei doni che ha ricevuto e li mette a frutto ne ricava altri. Fidarsi di quello che Dio ci dona, mettere la nostra capacità al Suo servizio, ma “senza “strafare” come se tutto, anche la nostra salvezza, dipendesse solo da noi” ammonisce Papa Francesco. Per riuscire in questo abbandono fiducioso ci vuole tanta semplicità, tanta fanciullezza nel cuore, come Gesù ha chiesto, ma anche la volontà di fare delle scelte. Non si può cercare la gioia, la fama, la ricchezza che dà il mondo e contemporaneamente cercare Dio, “O

Dall’archivio

“Redemptoris Custos”

23 febbraio 2017
PIETRO CANTONI, Cristianità n. 180-181 (1990)     Dopo le encicliche Redemptor hominis (1), Dives in misericordia (2), Dominum et vivificantem (3) e Redemptoris Mater (4) – dedicate rispettivamente al Verbo incarnato, a Dio Padre, allo Spirito Santo e alla Beata Vergine Maria -, nell’opera magisteriale del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II non poteva mancare un documento su san Giuseppe, il cui incipit suona appunto Redemptoris Custos (5). All’interno di questa ideale “pentalogia”, l’esortazione apostolica giuseppina si affianca in modo particolare alle encicliche Redemptor hominis e Redemptoris Mater, dove l’accento è posto, insieme, sul mistero dell’Incarnazione e su quello della Redenzione, un’accentuazione che riflette perfettamente i temi dominanti del pontificato di Papa Giovanni Paolo II, cioè Cristo e l’uomo. Nella prospettiva di una grande e radicale evangelizzazione, che deve essere innanzitutto una ri-evangelizzazione, il Santo Padre ripropone i fondamenti della fede in modo organico e sistematico a partire dalle profondità del mistero di Dio: anzitutto il mistero “necessario”, la Trinità; quindi il mistero “libero”, quello dell’economia liberamente scelta da Dio per salvare l’uomo, l’incarnazione, passione, morte e risurrezione del Redentore. Il punto di congiunzione dei due misteri, il punto “focale”, è Gesù Cristo in cui Dio rivela insieme sé stesso e la sua volontà di salvezza e che non può essere disgiunto da coloro che sono stati, per libera ma non arbitraria scelta divina, intimamente e indissolubilmente coinvolti nella sua “venuta nella carne” (6). Il procedimento è rigorosamente teologico, di una teologia però che non disdegna di farsi anche meditazione in ossequio al principio che la pietà deve essere teologica e la teologia deve comunicare verità vive e vivificanti. Così, dopo aver ricordato il centenario del principale documento precedente del Magistero su san Giuseppe, l’enciclica Quamquam pluries di Papa Leone XIII (7) – centenario che costituisce l’occasione prossima dell’esortazione apostolica Redemptoris custos –, e che il “disegno redentivo […] ha il suo fondamento nel mistero dell’Incarnazione“ (n. 1), Papa Giovanni Paolo II abbozza, su questo fondamento (8), i lineamenti di una “teologia di san Giuseppe”. Il punto di partenza è un passo del Vangelo secondo san Matteo: “Gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. […] Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa” (9). In queste parole il Sommo Pontefice vede “una stretta analogia” (n. 3) con l’annunciazione a Maria. Come per Maria, nella generosa risposta a questo annuncio sta l’autentica grandezza di san Giuseppe: come Maria è grande per aver concepito il Verbo “prima con la mente che con il corpo” (10), così la “giustizia” di Giuseppe è tutta nella sua obbedienza alla parola del Signore, espressione purissima di “obbedienza della fede”. “Per la verità, Giuseppe non rispose all'”annuncio” dell’angelo come Maria, ma “fece

Il federalismo e la sua filosofia

30 novembre 2016
Gonzague de Reynold, Cristianità n. 256-257 (1996) Che cos’’è il federalismo Il federalismo è una forma politica nella quale molti piccoli Stati, o città, accettano di sacrificare una parte della loro sovranità per istituire un potere centrale, dirigente e supremo, allo scopo di meglio difendere la loro esistenza, conservare la loro indipendenza e promuovere i loro interessi comuni. Come si sa, il federalismo differisce in modo profondo e dal regionalismo e dal decentramento. Il regionalismo e il decentramento escludono ogni idea, ogni principio di sovranità. Sia l’’uno che l’’altro sono solamente concessioni amministrative emananti da un potere, non solo centrale, ma anche centralizzato. Tale potere preesistente li crea e conferisce a essi un’’esistenza legale. Da questo potere dipendono. Invece, il federalismo implica Stati sovrani, preesistenti al potere centrale, che lo creano e al quale fanno liberamente sacrifici di sovranità, perché sia in grado di svolgere la sua funzione. Infatti, il potere deve la sua esistenza legale agli Stati confederati. * * * Quindi, nel federalismo vi sono due elementi costitutivi: gli Stati, le città che si federano; il potere centrale che istituiscono. Ma questi due elementi non sono uguali, né per età, né per valore, né per diritto. Non si fronteggiano, ma il secondo è subordinato al primo. Il primo: gli Stati, le città, formano L’’elemento costituente; il secondo, il potere centrale, forma l’’elemento costituito. Il secondo elemento è solamente un’’emanazione del primo. Questo può modificarlo in ogni momento con un nuovo accordo fra i suoi membri. Il primo elemento, gli Stati, le città, avendo un’’esistenza anteriore al secondo, il potere centrale, ha quindi diritti superiori ai diritti di questo. Tuttavia, i due elementi sono indissolubili. Se non esiste più una Confederazione, e neppure uno Stato federale, il giorno in cui gli Stati che si sono federati sono stati sostituiti da un sistema unificato, centralizzato, non vi è ancora o non vi è più federalismo, ma semplicemente un’’alleanza temporanea o perpetua, se il potere centrale non è stato costituito o se è stato costituito in modo insufficiente. Infatti, ogni federalismo suppone un federatore comune. Stati troppo deboli e un potere centrale troppo forte o, inversamente, Stati troppo forti e un potere centrale troppo debole, rappresentano un federalismo incompleto o squilibrato. Perché gli Stati si sono federati? Per conservare la loro autonomia, la loro personalità, non per sacrificarle al potere centrale. La missione del potere centrale sta nel difendere, salvaguardare, promuovere l’’autonomia, la personalità di ogni Stato, questa è la sua ragion d’essere. Se tradisce la sua missione, perde la sua ragion d’essere, esce dalla sua legalità. Quando il potere centrale si sostituisce al governo interno di ogni Stato confederato, vi è usurpazione da parte sua. Poiché il potere centrale è solo l’emanazione degli Stati confederati, deve conoscere direttamente solo questi e si deve indirizzare ai loro popoli solo attraverso la loro mediazione. Invece, il potere centrale deve essere forte nel suo campo specifico: all’’esterno, la difesa della Confederazione che rappresenta di fronte allo straniero; all’’interno, la conservazione della Confederazione secondo

L’eutanasia

7 ottobre 2011
di Lorenzo Cantoni 1. Nozione Dopo aver già da tempo abbandonato il legame con l’etimo greco di morte buona, il termine eutanasia viene usato nell’attuale dibattito in sensi spesso molto diversi. Frequentemente si distingue fra eutanasia attiva — o positiva, o diretta —, là dove il medico, o chi per lui, interviene direttamente per procurare la morte di un paziente, ed eutanasia passiva — o negativa, o indiretta —, dove si ha invece astensione da interventi che manterrebbero la persona in vita. Si distingue inoltre fra eutanasia volontaria, quella esplicitamente richiesta dal paziente, ed eutanasia non volontaria, quando la volontà del paziente non può essere espressa, perché si tratta di persona incapace. Eutanasia si oppone talora a distanasia o ad accanimento terapeutico, che indicano invece il ricorso a interventi medici di prolungamento della vita non rispettosi della dignità del paziente. Prossimo concettualmente e fattualmente all’eutanasia, benché distinto da essa, è poi il suicidio medicalmente assistito, in cui la morte è conseguenza diretta di un atto suicida del paziente, ma consigliato e/o aiutato da un medico. Si tratta, come si vede, di una mappa di significati tutt’altro che omogenea e definita, e assai sensibile alla prospettiva teorica adottata. Una definizione completa e precisa — abitualmente citata anche da autori che non ne condividono le valutazioni etiche concomitanti — si trova nella Dichiarazione sull’eutanasia “Iura et bona”, pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede il 5 maggio 1980, al n. 6: “Per eutanasia s’intende un’azione o un’omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. L’eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati”. 2. Sofferenza, trattamento del dolore ed eutanasia Una delle caratteristiche definitorie dell’eutanasia è dunque il suo obiettivo di ridurre la sofferenza. Talora si ritiene che la richiesta di un intervento eutanasico o di un’assistenza al suicidio da parte dei pazienti sia direttamente proporzionale alla gravità della loro malattia, e alla loro sofferenza. Si tratta, invero, di una semplificazione indebita. Se prendiamo in esame i casi di suicidio, per esempio, “gli studi indicano — secondo il documento When Death Is Sought: Assisted Suicide and Euthanasia in the Medical Context, pubblicato nel 1994 dallo Stato di New York — che su molti pazienti con grave sofferenza, sfiguramento o disabilità, la grande maggioranza non desidera il suicidio. In uno studio su pazienti malati terminali, fra quelli che espressero una volontà di morire, tutti soddisfacevano i criteri di diagnosi della depressione endogena”. L’esperienza degli Hospice, cliniche il cui obiettivo primario è l’umanizzazione dell’assistenza ai pazienti in fin di vita, e il trattamento del dolore — attraverso le cosiddette cure “palliative” — mette in dubbio ulteriormente questa correlazione fra sofferenza e desiderio di morire apparentemente così ovvia: “Pazienti con una sofferenza non controllata — si legge nel documento citato — possono vedere la morte come l’unica fuga dalla sofferenza che stanno sperimentando. In ogni caso, la sofferenza non è solitamente un fattore di rischio indipendente. La variabile significativa nel rapporto fra sofferenza e suicidio è l’interazione fra sofferenza e sentimenti di disperazione e depressione”. 3. Aspetti legali e giuridici dell’eutanasia Benché il Parlamento inglese avesse discusso già nel 1936