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Reddito di cittadinanza? Lavoro di cittadinanza?

1 marzo 2017
Dal principio di sussidiarietà un contributo. “Il reddito di cittadinanza” del M5S “è la cosa più di sinistra che io possa immaginare oggi”. Così ha dichiarato Luciano Ligabue (La Stampa del 17 febbraio 2017). In effetti il reddito di cittadinanza è uno dei punti del programma M5S, che gli stessi grillini hanno tradotto in una proposta di legge. Si legge però, sempre su La Stampa del 17 febbraio, che la nozione di reddito di cittadinanza, spesso non precisata, non è solo di sinistra, essendo stata teorizzata anche da intellettuali neoliberisti o neocon come Milton Friedman e Charles Murray. Tale sorprendente trasversalità è comprovata da Silvio Berlusconi che si è recentemente pronunciato a favore del reddito di cittadinanza. Il 21 dicembre 2016 ha dichiarato: “Noi con i 5 stelle condividiamo l’idea perché ci sono 4 milioni e 600mila cittadini nella povertà e solo con la carità possono sopravvivere”. E ha concluso: “L’aiuto a queste persone dovrebbe costare 16 miliardi”. La Stampa del 9 febbraio 2017 già commentava ironicamente: “L’ex premier si è convertito a un’idea che in altri tempi avrebbe bollato come «comunista»: il reddito minimo garantito.”, e dava la notizia che la proposta di Forza Italia era però stata rinominata “lavoro di cittadinanza”. Espressione che è piaciuta a Matteo Renzi, il quale l’ha fatta propria richiamandosi alla Costituzione, che all’articolo 1 recita: L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Che il reddito di cittadinanza sia un progetto caro a una certa sinistra è comunque indiscutibile, basta fare un giro su internet. In Francia, ad esempio, questa idea è fatta propria da Benoît Hamon, il candidato della sinistra che intende introdurre un “reddito universale”, cioè un reddito base mensile per tutti o per certe categorie di persone indipendentemente dal fatto che abbiano un lavoro o meno (Il Mondo 6 febbraio 2017). Per rimanere in Francia, chi invece non sposa l’idea del reddito di cittadinanza è Emmanuel Macron, l’ex ministro delle Finanze, ora candidato alla Presidenza. «Mi oppongo – ha dichiarato Macron – a un progetto che vorrebbe che la promessa fatta a ciascuna e a ciascuno sia poter vivere dignitosamente in un ozio subìto o scelto». Chapeau dunque al candidato francese che ha osato contrastare il luogo comune più di moda, a livello internazionale, riguardo le politiche del lavoro e dell’assistenza sociale. Il tema è attualissimo. La recente notizia dell’esperimento di Helsinki sul reddito di cittadinanza ha stimolato la curiosità per altre esperienze: all’estero e in Italia. Forme di reddito di solidarietà o di dignità sono già attive da noi, in Emilia Romagna, in Puglia e nel Friuli-Venezia Giulia. All’estero: nei Paesi Bassi, in Danimarca, Norvegia, Irlanda, Regno Unito, Germania e Francia. Non è questa la sede per analisi comparate. Che si tratti di reddito base o di salario minimo garantito, di importi più o meno equivalenti o significativamente differenti, destinati a gruppi limitati o anche molto ampi, sembra, da quanto si può apprendere dalle fonti giornalistiche, che tutti i diversi metodi si caratterizzino per il modello comune, cioè per

Trump e la guerra asimmetrica

1 marzo 2017
Il blocco selettivo degli ingressi di Trump può contrastare il terrorismo ? Il Presidente Trump sta lavorando ad una versione riveduta dell’Ordine Esecutivo dello scorso gennaio che prevedeva il bloccco temporaneo degli ingressi negli USA per tutte le tipologie di viaggiatori provenienti da Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. Tale atto, ripetutamente impugnato davanti a varie corti, risulta al momento congelato e in attesa di un parziale rifacimento verosimilmente destinato a suscitare gli stessi dibattiti. Non mi interessa, in questa sede, la discussione sulla legittimità, applicabilità od opportunità politica di questa decisione. Mi interessano invece le obiezioni che moltissimi governi e media hanno espresso circa la sua efficacia. Gli argomenti usati da suoi oppositori sono sostanzialmente due: il primo rileva come dalla lista dei paesi “bannati” manchino alcuni nomi come l’Arabia Saudita (patria di alcuni attentatori dell’11 settembre), Giordania, Egitto etc., da cui provengono molti potenziali terroristi e fiancheggiatori; il secondo, più tecnico, sottolinea come un blocco così generalizzato sia inefficace per la sproporzione fra i costi sociali che comporterebbe e l’effettivo contrasto al terrorismo che otterebbe. L’accusa di parzialità opportunistica nella selezione delle nazionalità oggetto del blocco sembra portare la discussione sul piano della polemica politica. In realtà le presenze e le assenze dalla lista possono avere anche una spiegazione tecnica, opinabile ma non infondata. Nella lista sono incluse nazioni i cui servizi di sicurezza sono dichiaramente ostili verso gli USA (Iran) o stati falliti, che non sono in grado di esercitare alcun controllo sui propri organi amministrativi (Libia, Somalia e Sudan), o in stato di guerra (Iraq e Yemen). Il timore, assai fondato, è quello che stati con gli apparati amministrativi allo sbando e altamente corrotti siano in grado di “fabbricare” cittadinanze di comodo, non sufficienti per un passaporto valido direttamente per gli USA, ma comunque in grado di permettere a terroristi e fiancheggiatori di inserirsi nell’enorme flusso di profughi e migranti senza fare scattare gli allarmi anti-terrorismo. Un meccanismo che si ritiene inaugurato da Saddam Hussein che, dando oramai per perso il Kuwait, poco prima di ritirarsi infarcì l’anagrafe di quel paese di identità create sul momento e destinate a dare una nuova vita, come cittadini kuwaitiani, ad agenti iracheni. La bonifica richiese molto tempo e non fu mai veramente completata tanto che di alcuni personaggi pericolosi, segnalati in precedenza come cittadini iracheni, si persero le tracce. Molti degli Stati di cui si è sottolineata l’assenza – Arabia Saudita, Egitto, Giordania o Kuwait – sono nazioni con servizi di sicurezza che collaborano da anni e in modo decisamente stretto con quelli statunitensi. Questo permette un doppio e più efficace controllo, all’uscita e all’ingresso, che, pur non risolutivo, diminuisce il rischio di infiltrazioni. È peraltro evidente che la lista poteva essere compilata con più attenzione o con criteri diversi: l’inclusione dell’Iran, ad esempio, sembra rispondere più a logiche di scontro geopolitico che di contrasto al terrorismo. Per contro qualche stato fallito della fascia sub-sahariana poteva essere preso più seriamente in considerazione. Più sofisticata è la seconda

Corte d’appello di Trento, via libera all’utero in affitto

28 febbraio 2017
Figlio di due padri secondo la Corte di appello di Trento: preoccupante deriva del diritto contraria all’interesse del minore L’ordinanza della Corte di appello di Trento, depositata il 23 febbraio e resa nota oggi, nel momento in cui impone al Comune la registrazione come figlio di genitori same sex di un bambino nato all’estero a seguito di maternità surrogata, afferma – fra gli altri – il principio di oggettiva gravità secondo cui il “superiore interesse del minore” consiste nel caso specifico nell’avere due “genitori” dello stesso sesso. Ciò consegue come effetto alla continuità giuridica in Italia di una situazione di diritto determinata in un ordinamento che riconosce l’ “utero in affitto”. Il Centro Studi Rosario Livatino, formato da magistrati, docenti universitari e avvocati, ricorda che l’ordinamento minorile è da sempre basato sul dato naturale della duplicità maschio/femmina della figura dei genitori. Questa ordinanza lo sostituisce con la duplicazione della stessa figura, e quindi impoverisce il minore, perché lo priva della ricchezza di una crescita e di una educazione che provengono dalla completezza pedagogica delle due distinte figure. Soltanto l’approfondimento attento e coraggioso dei fondamenti costituzionali – e prima ancora naturali – della famiglia e dei differenti e complementari ruoli di padre e di madre può scongiurare questa preoccupante deriva del diritto. Il Centro studi Livatino info@centrostudilivatino.it – www.centrostudilivatino.it – (+393494972251 – +393334152634)

La voce del Magistero

Fidiamoci di Dio!

28 febbraio 2017
“Al di sopra di tutto c’è un Padre amoroso che non si dimentica mai dei suoi figli”: a questo atteggiamento ci ha invitati Papa Francesco durante l’Angelus di domenica. Commentando il Vangelo del giorno (Mt. 6, 24-34), il Santo Padre ha ricordato che la fiducia in Dio è la bacchetta magica con cui risolvere i nostri problemi e vincere la battaglia finale. Fidarsi di Dio non vuol dire che Lui risolve magicamente i problemi, ma “permette [a noi] di affrontarli con l’animo giusto, coraggiosamente, sono coraggioso perché mi affido al mio Padre che ha cura di tutto e che mi vuole tanto bene”. Tutti gli uomini si perdono dietro a tanti piccoli o grandi problemi quotidiani, cercano certezze da toccare, verificare. Certezze economiche, certezze di fama, certezze di approvazione umana ma queste sono certezze illusorie e motivo di infelicità. Già il pagano Aristotele, nell’Etica Nicomachea, identificava come illusorie queste ambizioni, sempre fonte di affanno e di perenne incessante ricerca. Chi vuole denaro lo fa per avere altri beni di cui godere, ed una volte ottenuti questi ne cerca altri, ed altri ancora, e così via. Chi cerca la notorietà, ottenutala nella sua città la cerca fuori, e poi anche la patria non basta più e vuole quella mondiale e così via anche il consenso degli amici e poi dei sostenitori e poi degli ambiti politici o accademici, senza fine. Affanno, ansia, fatica mentre una sola cosa ci serve: l’amare Dio e in Lui, solo in Lui, trovare il senso del quotidiano vivere. Dio non è l’essere trascendente di un certo deismo illuminista, non è l’essere irraggiungibile e giudicante del paganesimo o di certa religiosità falsa, è semplicemente un Padre che ci tiene per mano ogni giorno come ogni padre dovrebbe fare con i propri figli. Un Padre che ci dice “Io sono con te, lavora, fai quello che puoi e poi io ti aiuto a completare l’opera”, come ogni padre umano che non deve sostituirsi al figlio ma deve essere accanto a lui, pronto a coglierne le ansie, le paure, le gioie, a fargli sentire che lui ci sarà nel momento del bisogno senza neanche che debba chiederglielo. Il Signore con noi è così, dice il Papa, “Sentirlo Padre, in quest’epoca di orfanezza è tanto importante! In questo mondo orfano, sentirlo Padre.” Gesù stesso invita chi lo ascolta a cercare per prima cosa il Regno dei Cieli, e tutto verrà con facilità. È la parabola dei tre amministratori: chi si fida dei doni che ha ricevuto e li mette a frutto ne ricava altri. Fidarsi di quello che Dio ci dona, mettere la nostra capacità al Suo servizio, ma “senza “strafare” come se tutto, anche la nostra salvezza, dipendesse solo da noi” ammonisce Papa Francesco. Per riuscire in questo abbandono fiducioso ci vuole tanta semplicità, tanta fanciullezza nel cuore, come Gesù ha chiesto, ma anche la volontà di fare delle scelte. Non si può cercare la gioia, la fama, la ricchezza che dà il mondo e contemporaneamente cercare Dio, “O

La prima minaccia all’Europa cristiana viene dall’Europa stessa

19 febbraio 2017
Due incontri significativi di Papa Francesco: con gli studenti dell’Università Roma Tre venerdì scorso e con la folla di Piazza san Pietro per l’Angelus domenica mattina. All’Università, il Santo Padre ha preferito rispondere a domande libere dei giovani che hanno offerto diversi spunti: la violenza presente oggi nella società internazionale; il rapporto fra violenza subìta e giustizia necessaria; il disorientamento che patiamo di fronte ad una società mutata nei suoi elementi di base; il rapporto fede e cultura nel pensiero cristiano e il confronto con “l’altro”. Papa Francesco, nelle risposte diverse ma collegate, ha mostrato che tutto ha origine nella dignità dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, e nel suo riconoscersi bisognoso di aiuto e sostegno da parte dei fratelli e del Padre comune. Ogni parte del mondo soffre per conflitti più o meno violenti ma non ci si può mai arrendere alla violenza, occorre crescere formando “le coscienze, in un serrato confronto tra le esigenze del bene, del vero e del bello (le tre unità della filosofia classica e tomista che trovano il loro compimento in Dio), e la realtà con le sue contraddizioni”. Di fronte ad una situazione complessa e dominata da grandi interessi “giustamente voi vi chiedete: quale dev’essere la nostra risposta? Certamente non un atteggiamento di scoraggiamento e di sfiducia. Voi giovani, in particolare, non potete permettervi di essere senza speranza, la speranza è parte di voi stessi.” Non si può, e non si deve, rispondere alla violenza con la violenza. Su questo punto ha insistito anche durante l’Angelus richiamando il Vangelo “Avete inteso che vi fu detto: occhio per occhio….Ma io vi dico…” (Mt. 5,38-48). Commenta il Papa: “Gesù non chiede ai suoi discepoli di subire il male, anzi, chiede di reagire, però non con un altro male, ma con il bene. Solo così si spezza la catena del male”. Gesù indica di porgere l’altra guancia …ma con questo non giustifica mai il male, semplicemente ci chiede di rinunciare alla vendetta. “Ma questa rinuncia non vuol dire che le esigenze della giustizia vengano ignorate o contraddette; no, al contrario, l’amore cristiano, che si manifesta in modo speciale nella misericordia, rappresenta una realizzazione superiore della giustizia. […] Ci è consentito di chiedere giustizia; è nostro dovere praticare la giustizia. Ci è invece proibito vendicarci o fomentare in qualunque modo la vendetta”. Gesù ci propone di amare anche coloro che ci hanno ferito, coloro che ci hanno fatto tanto male, perché “se amate solo coloro che vi amano, che merito ne avete? Non fanno così anche i pagani?”. Anche chi ci è nemico è una creatura voluta e amata dal Padre, anche per chi provoca dolore o genera violenze Gesù è morto sulla croce, perché anche a lui fosse offerta la possibilità della conversione e della salvezza. E allora la speranza deve vivere sempre nei cuori dei giovani perché “quando manca la speranza, di fatto manca la vita”. Agli universitari ha ricordato che dove manca la speranza l’uomo cade vittima di felicità apparenti che non

Ogni vita è sacra!

6 febbraio 2017
ANGELUS Piazza San Pietro Domenica, 5 febbraio 2017   Cari fratelli e sorelle, buongiorno! In queste domeniche la liturgia ci propone il cosiddetto Discorso della montagna, nel Vangelo di Matteo. Dopo aver presentato domenica scorsa le Beatitudini, oggi mette in risalto le parole di Gesù che descrivono la missione dei suoi discepoli nel mondo (cfr Mt 5,13-16). Egli utilizza le metafore del sale e della luce e le sue parole sono dirette ai discepoli di ogni tempo, quindi anche a noi. Gesù ci invita ad essere un riflesso della sua luce, attraverso la testimonianza delle opere buone. E dice: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,16). Queste parole sottolineano che noi siamo riconoscibili come veri discepoli di Colui che è la Luce del mondo, non nelle parole, ma dalle nostre opere. Infatti, è soprattutto il nostro comportamento che – nel bene e nel male – lascia un segno negli altri. Abbiamo quindi un compito e una responsabilità per il dono ricevuto: la luce della fede, che è in noi per mezzo di Cristo e dell’azione dello Spirito Santo, non dobbiamo trattenerla come se fosse nostra proprietà. Siamo invece chiamati a farla risplendere nel mondo, a donarla agli altri mediante le opere buone. E quanto ha bisogno il mondo della luce del Vangelo che trasforma, guarisce e garantisce la salvezza a chi lo accoglie! Questa luce noi dobbiamo portarla con le nostre opere buone. La luce della nostra fede, donandosi, non si spegne ma si rafforza. Invece può venir meno se non la alimentiamo con l’amore e con le opere di carità. Così l’immagine della luce s’incontra con quella del sale. La pagina evangelica, infatti, ci dice che, come discepoli di Cristo, siamo anche «il sale della terra» (v. 13). Il sale è un elemento che, mentre dà sapore, preserva il cibo dall’alterazione e dalla corruzione – al tempo di Gesù non c’erano i frigoriferi! –. Pertanto, la missione dei cristiani nella società è quella di dare “sapore” alla vita con la fede e l’amore che Cristo ci ha donato, e nello stesso tempo di tenere lontani i germi inquinanti dell’egoismo, dell’invidia, della maldicenza, e così via. Questi germi rovinano il tessuto delle nostre comunità, che devono invece risplendere come luoghi di accoglienza, di solidarietà, di riconciliazione. Per adempiere a questa missione, bisogna che noi stessi per primi siamo liberati dalla degenerazione corruttrice degli influssi mondani, contrari a Cristo e al Vangelo; e questa purificazione non finisce mai, va fatta continuamente, va fatta tutti i giorni! Ognuno di noi è chiamato ad essere luce e sale nel proprio ambiente di vita quotidiana, perseverando nel compito di rigenerare la realtà umana nello spirito del Vangelo e nella prospettiva del regno di Dio. Ci sia sempre di aiuto la protezione di Maria Santissima, prima discepola di Gesù e modello dei credenti che vivono ogni giorno nella storia la loro vocazione e missione. La nostra

Dall’archivio

Il federalismo e la sua filosofia

30 novembre 2016
Gonzague de Reynold, Cristianità n. 256-257 (1996) Che cos’’è il federalismo Il federalismo è una forma politica nella quale molti piccoli Stati, o città, accettano di sacrificare una parte della loro sovranità per istituire un potere centrale, dirigente e supremo, allo scopo di meglio difendere la loro esistenza, conservare la loro indipendenza e promuovere i loro interessi comuni. Come si sa, il federalismo differisce in modo profondo e dal regionalismo e dal decentramento. Il regionalismo e il decentramento escludono ogni idea, ogni principio di sovranità. Sia l’’uno che l’’altro sono solamente concessioni amministrative emananti da un potere, non solo centrale, ma anche centralizzato. Tale potere preesistente li crea e conferisce a essi un’’esistenza legale. Da questo potere dipendono. Invece, il federalismo implica Stati sovrani, preesistenti al potere centrale, che lo creano e al quale fanno liberamente sacrifici di sovranità, perché sia in grado di svolgere la sua funzione. Infatti, il potere deve la sua esistenza legale agli Stati confederati. * * * Quindi, nel federalismo vi sono due elementi costitutivi: gli Stati, le città che si federano; il potere centrale che istituiscono. Ma questi due elementi non sono uguali, né per età, né per valore, né per diritto. Non si fronteggiano, ma il secondo è subordinato al primo. Il primo: gli Stati, le città, formano L’’elemento costituente; il secondo, il potere centrale, forma l’’elemento costituito. Il secondo elemento è solamente un’’emanazione del primo. Questo può modificarlo in ogni momento con un nuovo accordo fra i suoi membri. Il primo elemento, gli Stati, le città, avendo un’’esistenza anteriore al secondo, il potere centrale, ha quindi diritti superiori ai diritti di questo. Tuttavia, i due elementi sono indissolubili. Se non esiste più una Confederazione, e neppure uno Stato federale, il giorno in cui gli Stati che si sono federati sono stati sostituiti da un sistema unificato, centralizzato, non vi è ancora o non vi è più federalismo, ma semplicemente un’’alleanza temporanea o perpetua, se il potere centrale non è stato costituito o se è stato costituito in modo insufficiente. Infatti, ogni federalismo suppone un federatore comune. Stati troppo deboli e un potere centrale troppo forte o, inversamente, Stati troppo forti e un potere centrale troppo debole, rappresentano un federalismo incompleto o squilibrato. Perché gli Stati si sono federati? Per conservare la loro autonomia, la loro personalità, non per sacrificarle al potere centrale. La missione del potere centrale sta nel difendere, salvaguardare, promuovere l’’autonomia, la personalità di ogni Stato, questa è la sua ragion d’essere. Se tradisce la sua missione, perde la sua ragion d’essere, esce dalla sua legalità. Quando il potere centrale si sostituisce al governo interno di ogni Stato confederato, vi è usurpazione da parte sua. Poiché il potere centrale è solo l’emanazione degli Stati confederati, deve conoscere direttamente solo questi e si deve indirizzare ai loro popoli solo attraverso la loro mediazione. Invece, il potere centrale deve essere forte nel suo campo specifico: all’’esterno, la difesa della Confederazione che rappresenta di fronte allo straniero; all’’interno, la conservazione della Confederazione secondo

Marco Tangheroni (1946-2004)

30 giugno 2013
Cristianità n. 321 (2004) L’11 febbraio 2004 è deceduto a Pisa il professor Marco Tangheroni. Nato nel capoluogo toscano il 24 febbraio 1946, nella stessa città compie gli studi medi superiori e frequenta il primo anno d’università, quindi si trasferisce a Cagliari, dove si laurea nel 1968 con una tesi su Gli Alliata. Una famiglia pisana del Medioevo (CEDAM, Padova 1969), relatore il professor Alberto Boscolo (1920-1988). Insegna nelle università di Cagliari, di Barcellona – negli anni 1968-1969 e 1969-1970 -, di Sassari – dov’è pure direttore dell’Istituto di Storia e preside della Facoltà di Magistero – e di Pisa. In questo ateneo è, al momento della morte, professore ordinario di Storia Medievale e direttore del Dipartimento di Storia e vi è stato direttore di quello di Medievistica e prorettore. Nel 2001 viene insignito dell’Ordine del Cherubino, conferito dallo stesso ateneo pisano a docenti universitari in riconoscimento dei loro meriti scientifici e culturali. Nel 2003 – ultima fatica che ha potuto inaugurare ma non chiudere per l’ennesimo ricovero ospedaliero – è curatore scientifico della mostra Pisa e il Mediterraneo. Uomini, merci, idee dagli Etruschi ai Medici. Nei suoi studi ha toccato i più diversi aspetti della realtà medievale, da quelli economici a quelli religiosi, attento soprattutto all’area mediterranea. Ha pubblicato sulla storia di Pisa, della Toscana e della Sardegna – per esempio, Politica, commercio, agricoltura a Pisa nel trecento (Pacini, Pisa 1973), La città dell’argento. Iglesias dalle origini alla fine del Medioevo (Liguori, Napoli 1985) e Medioevo Tirrenico (Pacini, Pisa 1992) -; oltre un centinaio di articoli scientifici su riviste italiane e straniere; ha collaborato a importanti opere collettive – per esempio, con il saggio Sardinia and Corsica from the mid-twelfth to the early fourteenth century, a The New Cambridge Medieval History, vol. 5, c. 1198-c. 1300, a cura di David Abulafia (Cambridge University Press, Cambridge-New York-Melbourne 1999, pp. 447-457) – e ha suggerito, introdotto e talora curato l’edizione italiana di scritti di autori stranieri, a diverso titolo significativi, fra cui Gustave Thibon (1903-2001), Régine Pernoud (1909-1998), Jean Dumont (1923-2001) e Jacques Heers, nonché di un classico della spiritualità mariana, Il segreto ammirabile del Santo Rosario, di san Luigi Maria Grignion di Montfort (1673-1716) (Cantagalli, Siena 2000). La sua ricerca ha trovato espressione compiuta nell’opera Commercio e navigazione nel Medioevo (Laterza, Roma-Bari 1996). Ha collaborato ai quotidiani Il Messaggero Veneto, Avvenire. Quotidiano d’ispirazione cattolica, Secolo d’Italia. Quotidiano di Alleanza Nazionale, Il Giornale, L’Unione Sarda e Il Tirreno nonché alle riviste Cristianità, Quaderni di “Cristianità”, Jesus: Mensile di cultura e attualità religiosa, Storia e Dossier, Medioevo. Mensile culturale, La Torre, Intervento, Percorsi di politica, cultura, economia e il Timone. Mensile di informazione e formazione apologetica. Lascia la moglie e tre figlie adottive ruandesi. Alleanza Cattolica, nelle cui file ha militato dal 1970 – dal 1993 reggente della Regione Toscana e membro del Capitolo Nazionale – e della quale, dalla sua costituzione giuridica nel 1998, era socio fondatore, ne ricorda con profonda gratitudine e con enorme ammirazione la testimonianza straordinaria d’impegno culturale, civile e cristiano, profusa con generosità e con costanza nonostante

L’antiproibizionismo

7 ottobre 2011
di Mauro Ronco   1. Il retroterra: la cultura «alternativa» degli anni 1970 Nel linguaggio massmediatico, accolto anche a livello politico e giuridico, si designa come antiproibizionista quella corrente di pensiero che stigmatizza come illiberale e inopportuna la proibizione dell’uso e della circolazione delle droghe, in particolare di quelle cosiddette leggere – la canapa indiana e i suoi derivati -, nonché di quelle aventi effetti psicodislettici, dispercettivi. Una siffatta tendenza ha il suo retroterra nella cultura alternativa, diffusa con vertiginosa – e sospetta – rapidità nella prima metà degli anni 1970 in tutto il mondo occidentale. Il comune buon senso riprovava all’epoca l’uso delle droghe. La cultura alternativa intendeva rovesciare tale giudizio e sosteneva che le droghe, in specie la canapa indiana e i suoi derivati, nonché gli psicodislettici, meritavano un apprezzamento positivo, in quanto idonei a produrre la dilatazione e l’arricchimento dell’esperienza individuale, sì da consentire all’individuo di sgusciare fuori dalla «camicia di forza» della ragione. Timothy Leary (1920-1996), autoproclamatosi gran sacerdote dell’LSD, dichiarava nel 1969 che tale sostanza non soltanto «cambia il modo di pensare», ma è addirittura in grado di «cambiare la natura umana». Nello stesso 1969 i teorici della Marijuana Review proclamavano che «il problema della marijuana è una guerra civile culturale in cui il modo di pensare tradizionale, conformista e conservatore – morale, etico e religioso – urta contro la nuova coscienza, planetaria, dinamica, globale, espansa». Leary aggiungeva che la droga sarebbe stata l’unica via per far assimilare all’uomo occidentale, schiavo di secoli di pensiero logico, il modo di pensare afro-asiatico: «le droghe psichedeliche – scriveva – anneriscono l’uomo bianco». Il sociologo Guido Blumir intitolava un’opera del 1973 La marijuana fa bene; e il filosofo del diritto Giovanni Cosi distingueva fra droghe utilizzabili come mezzi per la dilatazione della coscienza e droghe dannose, sì che la valutazione giuridica si sarebbe dovuta spostare dalla semplice accettazione o negazione in toto della droga al modo in cui usarla come mezzo di espansione della conoscenza: «Droga come mezzo di conoscenza – scriveva in La liberazione artificiale. L’uomo e il diritto di fronte alla droga, del 1979 -: questo è il presupposto, o l’ipotesi, di partenza del nostro tentativo di valutazione filosofica». Fra il 1970 e il 1975, in molti settori della cultura giovanile, la canapa indiana diventa costume di gruppo ed è considerata sinonimo di libertà. La campagna per la sua liberalizzazione viene condotta sul filo della distinzione fra droghe innocue, creative – marijuana e haschisch -, e droghe pesanti o dannose, trascurando che l’uso della canapa e dei suoi derivati rappresenta comunque un pericolo inaccettabile per la salute e svolge la funzione di droga ponte per l’accostamento alle sostanze pesanti. Gli effetti sociali di una tale cultura sono devastanti. Già negli anni 1974 e 1975 l’eroina, droga dura per antonomasia, comincia a diventare oggetto di consumo di massa. La cultura alternativa, invece di prendere atto del fallimento del modello antropologico cui si ispira – dell’uomo totalmente anomico e libero dai vincoli della legge morale e della solidarietà