• Surrexit Dominus vere, alleluia!

    Surrexit Dominus vere, alleluia! Alleanza Cattolica augura a tutti una santa Pasqua di Risurrezione! (Giotto di Bondone, "Noli me tangere", affresco, Cappella degli Scrovegni, Padova, 1304-06).
  • Il loro odio e la nostra indifferenza

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  • Appello del Livatino contro l’eutanasia

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  • Contro l'indifferenza

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  • Dizionario del Pensiero Forte

    a cura dell'I.D.I.S. - Istituto per la Dottrina e l'Informazione Sociale  
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Stella splendens in monte

23 aprile 2017
di Maurizio Brunetti Lungi da noi suggerire correlazioni tra l’interesse artistico di un’opera musicale e il numero di visualizzazioni su internet di una sua esecuzione. Quando, tuttavia, a superare le centinaia di migliaia di visualizzazioni è un video certamente estraneo a studiate campagne di promozione, nonché privo di allusioni pruriginose e di cedimenti al trash, diventa lecito supporre che fra le ragioni del successo vi sia effettivamente una percezione diffusa della sua bellezza. Tale ipotesi si fa ancora più realistica se il video in questione mostra, peraltro come immagine fissa, una miniatura medievale contenuta nel Llibre Vermell de Montserrat (1399). Il brano musicale proposto è Stella splendens in monte  nella versione del violista e musicologo catalano Jordi Savall originariamente incisa nel 1979 su vinile e, successivamente, rimasterizzata in digitale.  A eseguire il brano è l’ensemble Hespèrion XX, gruppo specializzato in musica antica e fondato dallo stesso Savall. La Stella splendens del titolo è la Santa Vergine, cui, si canta, «tutti accorrono gioiosamente, ricchi e poveri, grandi e piccoli»; il monte è quello di Montserrat, in Catalogna, sede, dal secolo XI, di un monastero benedettino collocato lungo l’Iter Hispanicum del Cammino di Santiago e, sin dalla sua fondazione, meta privilegiata di pellegrinaggi. L’annesso santuario custodisce, del resto, l’effigie lignea della Moreneta, la Madonna nera, intagliata intorno al 1170; quella ai cui piedi il nobile Iñigo Lopez de Loyola (1491-1546) avrebbe trascorso nel 1522 una veglia d’armi molto particolare, una notte in preghiera al termine della quale, deposti gli abiti cavallereschi, si sarebbe armato «cavaliere di Cristo» sotto gli auspici della sua nuova e unica dama: la Vergine Maria. Stella Splendens è un virelai, una forma poetica in rima tipica dei trovieri francesi. Si alternano due sole idee musicali: una è quella del ritornello, destinato probabilmente a essere cantato da tutti, l’altra è presente nelle varie strofe, affidati a voci soliste oppure, a turno, alle soli voci maschili e alle soli voci femminili. Il testo e la melodia di Stella Splendens si trovano nel manoscritto di Monserrat cui abbiamo già fatto riferimento: il Llibre Vermell, «vermiglio» perché tale è il colore della sua rilegatura ottocentesca. Tale codice contiene canti e danze dei pellegrini che si recavano al monastero di Montserrat. Alcuni sono in latino, altri in lingua occitana o catalana. Dei 137 fogli fronte-retro che ci sono pervenuti – gli altri sono andati perduti probabilmente nel saccheggio e nell’incendio appiccato dalle truppe napoleoniche – sette contengono notazioni musicali. Si tratta di tre canoni a due o tre voci, due brani polifonici e cinque danze, fra cui Stella splendens, che è a due voci. Giusto prima del tetragramma con la melodia di Stella splendens, l’anonimo estensore del Llibre Vermell inserisce una nota esplicativa (traduciamo qui dal latino): «Quando i pellegrini vegliano nella chiesa della Beata Maria di Montserrat, a volte cantano e danzano, anche di giorno nel sagrato. In quel luogo si devono cantare solo oneste e devote canzoni […]. Queste, pertanto, dovranno essere eseguite in modo onesto e sobrio, affinché non siano

Via pulchritudinis

22 aprile 2017
La rubrica via pulchritudinis prende vita. L’uomo d’oggi non è più portato a contemplare la bellezza in tutte le sue forme come epifania di Dio, ma è piuttosto rivolto alla realtà come oggetto da strumentalizzare e dominare con la tecnologia. L’introduzione di Laura Boccenti alla via pulchritudinis presenta la cornice a cui riferire i prossimi contributi sul tema del bello, per stupirci di fronte allo “splendore dell’essere” che solo un bimbo e un uomo semplice sono in grado di vedere e gustare. Buona lettura.   Che cos’è la Via pulchritudinis Il magistero degli ultimi pontificati ha indicato nella Via pulchritudinis un itinerario privilegiato della nuova evangelizzazione. In particolare san Giovanni Paolo II (1920-2005), instancabile indagatore dei segni dei tempi, ha rivolto ai filosofi un appello a ricercare il fondamento del vero, del buono e del bello, richiamando l’unità delle tre dimensioni dell’essere su cui si fonda la via pulchritudinis: «Mentre non mi stanco di richiamare l’urgenza di una nuova evangelizzazione, mi appello ai filosofi perché sappiano approfondire le dimensioni del vero, del buono e del bello, a cui la parola di Dio dà accesso. Ciò diventa tanto più urgente, se si considerano le sfide che il nuovo millennio sembra portare con sé: esse investono in modo particolare le regioni e le culture di antica tradizione cristiana. Anche questa attenzione deve considerarsi  come un apporto fondamentale e originale sulla strada della nuova evangelizzazione». (Enc. Fides et ratio, n.103, 1998) Una richiesta che può sorprendere, ma che si spiega facilmente col fatto che il bello è collegato naturalmente al vero e al bene e, contemporaneamente, sembra dire più del vero o del bene, presi ciascuno separatamente. Infatti dire di un essere che è bello non significa solo riconoscergli un’ intelligibilità e una bontà che lo rendono conoscibile e desiderabile; è anche entrare nell’orbita della sua attrazione attraverso un influsso capace di suscitare meraviglia e gioia. Il documento del Pontificio Consiglio della Cultura dedicato alla Via pulchritudinis, Cammino privilegiato di evangelizzazione e di dialogo (2006), mette in luce il nesso vero-bene-bello sottolineando la specificità della bellezza: «… il bello esprime la realtà stessa nella perfezione della sua forma. Esso ne è l’epifania. Esso la manifesta esprimendo la sua intima chiarezza. Se il bene esprime il desiderabile, il bello esprime ancor più lo splendore e la luce di una perfezione che si manifesta …» (II,2). La bellezza, in quanto rivelazione della perfezione della forma, riesce a stabilire con immediatezza un contatto con il senso profondo della realtà. Nessuna delle tre dimensioni, tuttavia, può fare a meno delle altre, perciò va stabilito un adeguato rapporto tra esperienza razionale, esperienza etica ed esperienza estetica. Ciascuna di esse, singolarmente presa, non riesce a mettere in comunione l’uomo con la realtà. Il predominio della verità astratta tende verso il razionalismo e determina un atteggiamento di dominio sull’oggetto conosciuto; la ricerca del bene senza fondamento nella verità diventa convenzionalismo etico o buonismo; la bellezza che non è rivelazione della verità e del bene diventa estetismo vuoto e “moda”. Solo l’unità delle tre dimensioni, e la circolarità tra

Ippocrate, l’autonomia e il paternalismo

21 aprile 2017
  Ippocrate, nell’isola di Cos, nel V secolo a.C., compila un giuramento: davanti alle divinità che hanno attinenza con la salute e la cura (“Giuro per Apollo medico e Asclepio e Igea e Panacea e per tutti gli dei e per tutte le dee, chiamandoli a testimoni”), si impegna a tenere un comportamento che sia giusto, efficiente, indirizzato al bene del paziente. Reputa questo impegno così importante e decisivo, per il proprio onore e per il bene comune, da invocare successo e gloria se rispettato, tanto quanto disdoro e danno se tradito (“E a me, dunque, che adempio un tale giuramento e non lo calpesto, sia concesso di godere della vita e dell’arte, onorato degli uomini tutti per sempre; mi accada il contrario se lo violo e se spergiuro”). Indica alcuni punti fermi, si potrebbe dire non negoziabili, che costituiscono l’ethos dell’esercizio professionale dell’arte medica: l’etica dunque nelle due accezioni, sia quella della consuetudine (così fanno tutti) che quella dell’obbligo morale (così devono fare tutti). C’è l’impegno al segreto, all’aggiornamento, all’umiltà di ricorrere ai consulti con i colleghi. C’è la consapevolezza della vita come bene supremo e come radice dell’attività medica: se non per curare, per che cos’altro fare il medico? “Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo”. È ciò che ha permesso di fondare il rifiuto del medico a partecipare a mutilazioni, torture, esecuzioni; e fino a qualche tempo fa anche a praticare aborti. Si chiama “favor vitae”, era un prerequisito, ancora prima dei test di ingresso, per interessarsi di medicina. C’è una novità strabiliante, che dice dell’uguaglianza tra liberi e schiavi, con una delicata attenzione al femminile: “mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l’altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi”. Consapevolezza implicita dei diritti dell’uomo, che dovrà attendere la Dichiarazione universale del 10 dicembre 1948 per essere codificata. E poi c’è una frase-impegno che solo in epoca recente è stata additata come la causa di tutti i mali, primo tra tutti il paventato e orribile “paternalismo medico”: “Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio; mi asterrò dal recar danno e offesa”. Oggi, inteso proprio come 21 aprile 2017, il Parlamento italiano ha dichiarato il Giuramento di Ippocrate fuorilegge. Non obsoleto, retrogrado, superabile. Proprio illegale. Oggi la base del rapporto tra il curante e il dolente è un modulo, in cui il bene, la salute, la cura non hanno alcun valore: ciò che conta, che libera persino dalla responsabilità medica, è una firma: la liberatoria che uno farà la volontà dell’altro. Che il più debole tra i due soggetti – quello che si è posto davanti all’altro perché bisognoso – avrà la ‘sua’ legge da far rispettare. La chiamano autodeterminazione, autonomia, libertà; si scrive consenso informato, vuol dire arbitrio soggettivo. Purtroppo anche solitudine individuale. Nell’epoca della fine del paternalismo,

La voce del Magistero

Cristo Risorto nostra speranza (cfr. 1 Cor. 15)

20 aprile 2017
«La nostra fede nasce il mattino di Pasqua» e non sotto il Calvario, quindi è una fede di gioia. Il Santo Padre, nell’udienza di ieri mattina, fa osservare: «Accettare che Cristo è morto, ed è morto crocifisso, non è un atto di fede, è un fatto storico», invece la Resurrezione è un fatto che posso o no accettare, liberamente. Crederci è un atto libero della mente e del cuore, non frutto della ragione. Ovviamente si tratta di adesione basata su qualche motivo ragionevole perché, altrimenti, sarebbe sterile fideismo contro cui san Tommaso ammonisce a stare molto attenti. In questo caso è fede basata sulla testimonianza di testimoni attendibili, come Paolo di Tarso, non proprio uno di parte. Sappiamo bene che era convinto che Cristo mentisse, era un nemico dei suoi discepoli, ma proprio lui si arrende all’evidenza e scrive «Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto!» e il Papa prosegue «Questo è il fondamento della fede di Paolo, come della fede degli altri apostoli, come della fede della Chiesa, come della nostra fede». «Il cristianesimo nasce da qui. Non è un’ideologia, non è un sistema filosofico, ma è un cammino di fede che parte da un avvenimento, testimoniato dai primi discepoli di Gesù. Paolo lo riassume in questo modo: Gesù è morto per i nostri peccati, fu sepolto, e il terzo giorno è risorto ed è apparso a Pietro e ai Dodici (cfr 1 Cor 15,3-5). Questo è il fatto: è morto, è sepolto, è risorto ed è apparso. Cioè, Gesù è vivo! Questo è il nocciolo del messaggio cristiano». La nostra fede «Non è tanto la nostra ricerca nei confronti di Dio – una ricerca, in verità, così tentennante – ma piuttosto la ricerca di Dio nei nostri confronti». Gesù, anche in questa occasione, ha preso l’iniziativa, si è manifestato, è venuto incontro  alla Maddalena, poi è entrato nel Cenacolo e si è fatto vedere dai Dodici, poi è apparso a Cinquecento discepoli e infine a Giacomo e a Paolo.  Lui ha agito per ripescare tutti, per rendere evidente a tutti che Lui aveva vinto la morte, era risorto aprendo così la strada della vita eterna a tutti noi. Paolo, uomo sicuro di sé, certo della sua dottrina e dei suoi doveri, di fronte a Cristo ha capovolto la sua vita. Cristo è la nostra speranza, la nostra certezza, la nostra fonte di gioia. «Che bello pensare che il cristianesimo, essenzialmente, è questo! Gesù ci ha presi, ci ha afferrati, ci ha conquistati per non lasciarci più. Il cristianesimo è grazia, è sorpresa, e per questo motivo presuppone un cuore capace di stupore». Silvia Scaranari

Pedagogia

19 aprile 2017
La Chiesa nasce per istruire. Il compito di educare le appartiene in solido da Matteo 28, 19 (“Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli”) e l’educazione di cui è portatrice è la Verità che costituisce interamente l’umano. Un compito che non può quindi non essere globale e che per tanti secoli si è applicato senza alcuna forma di ulteriore teorizzazione. Spiegare perché alla Chiesa appartenga anche l’azione di educare divenne necessario quando questo diritto-dovere fu messo in questione dalla modernità. Nacque infatti un altro tipo di scuola, mai visto in precedenza, in cui si tentava di creare “l’uomo nuovo”. Il piemontese Massimo d’Azeglio lo spiegò limpidamente nella frase “Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”. Già il beato Pio IX nel Sillabo (1864) condannava la tesi secondo la quale “l’intero regolamento delle pubbliche scuole, nelle quali è istruita la gioventù dello Stato, (…) può e dev’essere attribuito all’autorità civile; e talmente attribuito, che non si riconosca in nessun’altra autorità il diritto di intromettersi nella disciplina delle scuole” (XLV). Primato della famiglia sullo Stato, tutela dei corpi intermedi (Chiesa in primis) e contrasto al monopolio statale sono rimasti i parametri di riferimento per tutti i suoi successori. Un documento non molto conosciuto del Concilio Vaticano II, Gravissimum educationis (1965), precisa il proprio dello Stato in materia di istruzione. “Tocca allo Stato provvedere perché tutti i cittadini possano accedere e partecipare, come si conviene, alla cultura (…). Sempre lo Stato dunque deve tutelare il diritto dei fanciulli ad una conveniente educazione scolastica, vigilare sulla capacità degli insegnanti e sulla serietà degli studi, provvedere alla sanità degli alunni”. I genitori cattolici sono invitati (par. 6,b) a collaborare per quanto possibile “sia nella ricerca di metodi educativi idonei e dell’ordinamento degli studi, sia nella formazione dei maestri” secondo quanto la migliore scienza umana dispone. L’accenno alla sussidiarietà mette subito in chiaro come la funzione della scuola statale non possa essere alternativa alla potestà genitoriale. “Le sovvenzioni pubbliche siano erogate in maniera che i genitori possano scegliere le scuole per i propri figli in piena libertà”. La libertà che precede lo stato è affermata anzitutto come libertà religiosa, dalla quale discende sia la possibilità, da garantire, per la Chiesa di mantenere proprie scuole, in cui mostrare senza pericolo di censure la propria visione del mondo, sia il dovere per i genitori di vigilare sui contenuti veicolati negli istituti statali. “Perciò la Chiesa loda quelle autorità e società civili che, tenendo conto del pluralismo esistente nella società moderna e garantendo la giusta libertà religiosa, aiutano le famiglie perché l’educazione dei loro figli possa aver luogo in tutte le scuole secondo i principi morali e religiosi propri di quelle famiglie” (7,b). L’ora di religione rientra, sempre secondo il par. 7, esattamente in questo ambito. Il Cattolicesimo nella scuola statale passa anche per la testimonianza dei credenti, sia come maestri che come alunni, pertanto è legittimata anche la presenza di associazioni che garantiscano “l’azione apostolica dei condiscepoli”. Il concilio lo afferma all’alba dell’irruzione nelle scuole dei

Il messaggio Urbi et orbi

17 aprile 2017
Il tradizionale messaggio Urbi et orbi (“a Roma e al mondo”) del giorno di Pasqua si alza in un momento storico particolare. Si arriva da una Settimana Santa contrassegnata da attentati islamisti e da tensioni internazionali dovuti alla proliferazione nucleare nordcoreana. La notte santa del Sabato Santo porta, però, pure il miracolo del fallimento del test missilistico che poteva innescare una pesante controffensiva americana, riaprendo subito la via della diplomazia tramite la Cina. Papa Francesco sottolinea anzitutto che la guida della Storia, “nelle complesse talvolta drammatiche vicende dei popoli”, è comunque il Signore risorto. “Con la sua resurrezione Gesù Cristo ci ha liberati dalla schiavitù del peccato e della morte. Tutti noi quando ci lasciamo dominare dal peccato perdiamo la strada buona e andiamo errando come pecore smarrite, ma Dio stesso il nostro pastore è venuto a cercarci e per salvare noi si è abbassato fino all’umiliazione della croce”. E’ l’essenza del mistero della misericordia divina, la cui festa cadrà nella domenica culminante dell’Ottava di Pasqua, come esegesi della Pasqua stessa. Cristo è “il Pastore risorto” che “non si stanca di cercare noi suoi fratelli smarriti nei deserti del mondo, e con i segni della Passione ci attira sulla sua via, la via della vita. Anche oggi egli prende sulle sue spalle tanti nostri fratelli e sorelle oppressi dal male nelle sue diverse forme”. Tra queste forme il Papa non teme di elencare le “gravi dipendenze”, proprio mentre in Italia e Canada aumenta la propaganda rivoluzionaria sulla commercializzazione della cannabis. I segni positivi non mancano, benché nascosti dalla cronaca nera. “Quest’anno come cristiani di ogni confessione celebriamo insieme la Pasqua. Risuona così a una sola voce in ogni parte della terra l’annuncio più bello, il Signore è veramente risorto come aveva predetto! Egli doni pace ai nostri giorni!”. Una coincidenza che capita ogni 7 anni e diventa significativa in questo momento difficile, soprattutto per i cristiani orientali. Il 16 aprile 2017 segna, però, anche il 90° compleanno di Benedetto XVI, oggetto di numerosi messaggi di auguri e di pubblicazioni autorevoli. Si può dire che, ad ormai 4 anni di distanza dalla rinuncia di Joseph Ratzinger, il mondo laicista abbia cominciato a fare ammenda su come ha letto il pontificato benedettino durante il suo svolgimento. Emerge, inoltre, sempre di più la caratura spirituale e filosofica del Papa emerito, che è già entrato nella Storia come il vero riformatore dell’esercizio del ministero petrino. Michele Brambilla

Dall’archivio

“Redemptoris Custos”

23 febbraio 2017
PIETRO CANTONI, Cristianità n. 180-181 (1990)     Dopo le encicliche Redemptor hominis (1), Dives in misericordia (2), Dominum et vivificantem (3) e Redemptoris Mater (4) – dedicate rispettivamente al Verbo incarnato, a Dio Padre, allo Spirito Santo e alla Beata Vergine Maria -, nell’opera magisteriale del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II non poteva mancare un documento su san Giuseppe, il cui incipit suona appunto Redemptoris Custos (5). All’interno di questa ideale “pentalogia”, l’esortazione apostolica giuseppina si affianca in modo particolare alle encicliche Redemptor hominis e Redemptoris Mater, dove l’accento è posto, insieme, sul mistero dell’Incarnazione e su quello della Redenzione, un’accentuazione che riflette perfettamente i temi dominanti del pontificato di Papa Giovanni Paolo II, cioè Cristo e l’uomo. Nella prospettiva di una grande e radicale evangelizzazione, che deve essere innanzitutto una ri-evangelizzazione, il Santo Padre ripropone i fondamenti della fede in modo organico e sistematico a partire dalle profondità del mistero di Dio: anzitutto il mistero “necessario”, la Trinità; quindi il mistero “libero”, quello dell’economia liberamente scelta da Dio per salvare l’uomo, l’incarnazione, passione, morte e risurrezione del Redentore. Il punto di congiunzione dei due misteri, il punto “focale”, è Gesù Cristo in cui Dio rivela insieme sé stesso e la sua volontà di salvezza e che non può essere disgiunto da coloro che sono stati, per libera ma non arbitraria scelta divina, intimamente e indissolubilmente coinvolti nella sua “venuta nella carne” (6). Il procedimento è rigorosamente teologico, di una teologia però che non disdegna di farsi anche meditazione in ossequio al principio che la pietà deve essere teologica e la teologia deve comunicare verità vive e vivificanti. Così, dopo aver ricordato il centenario del principale documento precedente del Magistero su san Giuseppe, l’enciclica Quamquam pluries di Papa Leone XIII (7) – centenario che costituisce l’occasione prossima dell’esortazione apostolica Redemptoris custos –, e che il “disegno redentivo […] ha il suo fondamento nel mistero dell’Incarnazione“ (n. 1), Papa Giovanni Paolo II abbozza, su questo fondamento (8), i lineamenti di una “teologia di san Giuseppe”. Il punto di partenza è un passo del Vangelo secondo san Matteo: “Gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. […] Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa” (9). In queste parole il Sommo Pontefice vede “una stretta analogia” (n. 3) con l’annunciazione a Maria. Come per Maria, nella generosa risposta a questo annuncio sta l’autentica grandezza di san Giuseppe: come Maria è grande per aver concepito il Verbo “prima con la mente che con il corpo” (10), così la “giustizia” di Giuseppe è tutta nella sua obbedienza alla parola del Signore, espressione purissima di “obbedienza della fede”. “Per la verità, Giuseppe non rispose all'”annuncio” dell’angelo come Maria, ma “fece

Il federalismo e la sua filosofia

30 novembre 2016
Gonzague de Reynold, Cristianità n. 256-257 (1996) Che cos’’è il federalismo Il federalismo è una forma politica nella quale molti piccoli Stati, o città, accettano di sacrificare una parte della loro sovranità per istituire un potere centrale, dirigente e supremo, allo scopo di meglio difendere la loro esistenza, conservare la loro indipendenza e promuovere i loro interessi comuni. Come si sa, il federalismo differisce in modo profondo e dal regionalismo e dal decentramento. Il regionalismo e il decentramento escludono ogni idea, ogni principio di sovranità. Sia l’’uno che l’’altro sono solamente concessioni amministrative emananti da un potere, non solo centrale, ma anche centralizzato. Tale potere preesistente li crea e conferisce a essi un’’esistenza legale. Da questo potere dipendono. Invece, il federalismo implica Stati sovrani, preesistenti al potere centrale, che lo creano e al quale fanno liberamente sacrifici di sovranità, perché sia in grado di svolgere la sua funzione. Infatti, il potere deve la sua esistenza legale agli Stati confederati. * * * Quindi, nel federalismo vi sono due elementi costitutivi: gli Stati, le città che si federano; il potere centrale che istituiscono. Ma questi due elementi non sono uguali, né per età, né per valore, né per diritto. Non si fronteggiano, ma il secondo è subordinato al primo. Il primo: gli Stati, le città, formano L’’elemento costituente; il secondo, il potere centrale, forma l’’elemento costituito. Il secondo elemento è solamente un’’emanazione del primo. Questo può modificarlo in ogni momento con un nuovo accordo fra i suoi membri. Il primo elemento, gli Stati, le città, avendo un’’esistenza anteriore al secondo, il potere centrale, ha quindi diritti superiori ai diritti di questo. Tuttavia, i due elementi sono indissolubili. Se non esiste più una Confederazione, e neppure uno Stato federale, il giorno in cui gli Stati che si sono federati sono stati sostituiti da un sistema unificato, centralizzato, non vi è ancora o non vi è più federalismo, ma semplicemente un’’alleanza temporanea o perpetua, se il potere centrale non è stato costituito o se è stato costituito in modo insufficiente. Infatti, ogni federalismo suppone un federatore comune. Stati troppo deboli e un potere centrale troppo forte o, inversamente, Stati troppo forti e un potere centrale troppo debole, rappresentano un federalismo incompleto o squilibrato. Perché gli Stati si sono federati? Per conservare la loro autonomia, la loro personalità, non per sacrificarle al potere centrale. La missione del potere centrale sta nel difendere, salvaguardare, promuovere l’’autonomia, la personalità di ogni Stato, questa è la sua ragion d’essere. Se tradisce la sua missione, perde la sua ragion d’essere, esce dalla sua legalità. Quando il potere centrale si sostituisce al governo interno di ogni Stato confederato, vi è usurpazione da parte sua. Poiché il potere centrale è solo l’emanazione degli Stati confederati, deve conoscere direttamente solo questi e si deve indirizzare ai loro popoli solo attraverso la loro mediazione. Invece, il potere centrale deve essere forte nel suo campo specifico: all’’esterno, la difesa della Confederazione che rappresenta di fronte allo straniero; all’’interno, la conservazione della Confederazione secondo

L’eutanasia

7 ottobre 2011
di Lorenzo Cantoni 1. Nozione Dopo aver già da tempo abbandonato il legame con l’etimo greco di morte buona, il termine eutanasia viene usato nell’attuale dibattito in sensi spesso molto diversi. Frequentemente si distingue fra eutanasia attiva — o positiva, o diretta —, là dove il medico, o chi per lui, interviene direttamente per procurare la morte di un paziente, ed eutanasia passiva — o negativa, o indiretta —, dove si ha invece astensione da interventi che manterrebbero la persona in vita. Si distingue inoltre fra eutanasia volontaria, quella esplicitamente richiesta dal paziente, ed eutanasia non volontaria, quando la volontà del paziente non può essere espressa, perché si tratta di persona incapace. Eutanasia si oppone talora a distanasia o ad accanimento terapeutico, che indicano invece il ricorso a interventi medici di prolungamento della vita non rispettosi della dignità del paziente. Prossimo concettualmente e fattualmente all’eutanasia, benché distinto da essa, è poi il suicidio medicalmente assistito, in cui la morte è conseguenza diretta di un atto suicida del paziente, ma consigliato e/o aiutato da un medico. Si tratta, come si vede, di una mappa di significati tutt’altro che omogenea e definita, e assai sensibile alla prospettiva teorica adottata. Una definizione completa e precisa — abitualmente citata anche da autori che non ne condividono le valutazioni etiche concomitanti — si trova nella Dichiarazione sull’eutanasia “Iura et bona”, pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede il 5 maggio 1980, al n. 6: “Per eutanasia s’intende un’azione o un’omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. L’eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati”. 2. Sofferenza, trattamento del dolore ed eutanasia Una delle caratteristiche definitorie dell’eutanasia è dunque il suo obiettivo di ridurre la sofferenza. Talora si ritiene che la richiesta di un intervento eutanasico o di un’assistenza al suicidio da parte dei pazienti sia direttamente proporzionale alla gravità della loro malattia, e alla loro sofferenza. Si tratta, invero, di una semplificazione indebita. Se prendiamo in esame i casi di suicidio, per esempio, “gli studi indicano — secondo il documento When Death Is Sought: Assisted Suicide and Euthanasia in the Medical Context, pubblicato nel 1994 dallo Stato di New York — che su molti pazienti con grave sofferenza, sfiguramento o disabilità, la grande maggioranza non desidera il suicidio. In uno studio su pazienti malati terminali, fra quelli che espressero una volontà di morire, tutti soddisfacevano i criteri di diagnosi della depressione endogena”. L’esperienza degli Hospice, cliniche il cui obiettivo primario è l’umanizzazione dell’assistenza ai pazienti in fin di vita, e il trattamento del dolore — attraverso le cosiddette cure “palliative” — mette in dubbio ulteriormente questa correlazione fra sofferenza e desiderio di morire apparentemente così ovvia: “Pazienti con una sofferenza non controllata — si legge nel documento citato — possono vedere la morte come l’unica fuga dalla sofferenza che stanno sperimentando. In ogni caso, la sofferenza non è solitamente un fattore di rischio indipendente. La variabile significativa nel rapporto fra sofferenza e suicidio è l’interazione fra sofferenza e sentimenti di disperazione e depressione”. 3. Aspetti legali e giuridici dell’eutanasia Benché il Parlamento inglese avesse discusso già nel 1936