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Il criceto e la ruota

17 gennaio 2017
Un criceto che corre affannosamente nella ruota, senza requie ma sempre al punto di partenza. È l’immagine che viene in mente pensando agli acquisti compulsivi di una società con consumatori sempre più anziani, soli, in numero calante a causa del continuo declino demografico. Una società affannata e senza prospettive. Il termine “consumismo” va sicuramente usato con cautela, pensando ai molti che purtroppo i consumi possono permetterseli sempre meno e per non rischiare di cadere nelle solite ramanzine moralistiche contro la società “consumistica”: supermercati con scaffali vuoti non sono certamente auspicabili. È però vero che il trend pluridecennale di declino demografico in atto in Italia e nella maggior parte dei Paesi sviluppati comporta un calo continuo nel numero dei consumatori. Consumatori sempre più anziani e con meno bisogni, a parte quelli legati alla cura della persona, che “devono” quindi moltiplicare gli acquisti per mantenere inalterato il “monte acquisti”, la mitica “domanda aggregata”. Di qui una spinta crescente da parte dei produttori a fomentare acquisti di beni e servizi a ritmi sempre più insostenibili, che portano a vere e proprie derive di acquisti compulsivi: per chi può permetterselo, ovviamente. Consumismo quindi, ma che cosa è esattamente “consumismo”? Impossibile forse darne una definizione valida sempre ed ovunque perché gli stili di consumo sono necessariamente influenzati culturalmente e legati all’evoluzione dell’offerta di merci e servizi, quindi tra i consumi “necessari” per un italiano di inizio terzo millennio possono comparire beni considerati “di lusso” o semplicemente inesistenti anche solo poche generazioni orsono o inimmaginabili per un contemporaneo dell’Africa sub-sahariana. Acquistare e possedere uno smart-phone è oramai “necessario” quasi per tutti, pena essere disconnessi da persone ed informazioni; cambiarlo ogni sei mesi, invece, è certamente un atteggiamento consumistico. E gli esempi si potrebbero moltiplicare, ovviamente con molte zone grigie. La spinta a consumi fini a se stessi, quasi ossessivi, non è solo l’effetto di pubblicità sempre più invasive, di comportamenti emulativi o di un’insoddisfazione radicale nella propria vita che si cerca invano di sublimare nello shopping selvaggio. È anche conseguenza dei tassi di interesse schiacciati verso lo zero. Dov’è l’incentivo al risparmio se questo non viene remunerato o addirittura rischia di perdere nel tempo potere d’acquisto? Le politiche monetarie ultra-espansive – tassi a zero – portate avanti dalla Bce e dalle altre Banche Centrali servono non a rilanciare l’economia, come dichiarato ufficialmente, ma a mettere sotto controllo debiti pubblici altrimenti insostenibili per il crollo demografico e la crescita asfittica. Il costo di tali politiche è ovviamente a carico dei risparmiatori, e ciò non solo scoraggia il risparmio ma incentiva anche acquisti “a debito”, e non solo per comprare casa ma anche per finanziarsi le vacanze. Carte di credito e finanziamenti al consumo “a gogò”, ipotecando così il futuro indebitandosi sempre più. Una spirale negativa che col tempo toglie sempre più spazio a scelte libere e consapevoli. Più consumi, meno risparmi e meno investimenti, in una società sempre più vecchia e sola, che compensa così la mancanza di progettualità e di quella proiezione nel futuro resa possibile

Non ė mai leggera, ė sempre droga

14 gennaio 2017
“Per il passaggio da un impianto normativo proibizionista ad un impianto che punti alla legalizzazione ed alla distribuzione delle droghe comunemente definite leggere”, è il titolo dell’Ordine del Giorno discusso il 15 novembre scorso in occasione della seduta del Consiglio Comunale di Empoli, nella quale il gruppo consiliare “Fabrica Comune per la Sinistra” chiede al sindaco e all’amministrazione di attivarsi presso il Parlamento e il governo per iniziare un confronto sul passaggio da un impianto proibizionistico ad uno di tipo legale della produzione e della distribuzione delle droghe cosiddette “leggere”. Siamo dinanzi all’ennesimo tentativo di mutilazione della verità. La distinzione tra droga leggera e pesante è solo una prassi sociale ampiamente diffusa che però non trova conferma scientifica. Oggi più che mai dato che il THC, ovvero il principio attivo della cannabis, è passato dal 5% degli anni ’70 del secolo scorso al 50/80% di adesso. Osando un po’ possiamo sostenere che stiamo assistendo ad una evoluzione della cannabis in una cannabis superpotente, diffusa tra i giovani, che ne fanno uso senza conoscerne i rischi. Capita sovente di sentir dire “chi non si è fatta una canna” per giustificarne l’assunzione e sminuirne il valore. Probabilmente chi lo afferma non sa che anche solo l’assunzione occasionale provoca gravi danni, in particolare si verifica una riduzione del quoziente intellettivo da 102 a 97, e da 98 a 95 per un uso frequente. L’abitudine di fumare la marijuana danneggia i polmoni, aumenta il rischio di cancro, riduce le facoltà cognitive: memoria e attenzione, provocando danni anche a terzi come nel caso di incidenti stradali, quindi non è vero neanche l’assioma che un uso personale non causa danni a nessuno. È vero, anche il fumo delle sigarette fa male, non tanto a causa della nicotina, che tuttavia provoca la dipendenza, bensì dei prodotti della combustione, così come avviene con la marijuana. A questa però vanno aggiunti gli effetti a medio e lungo termine sulle funzionalità del cervello e sul sistema immunitario. Un uso smodato inoltre costituisce una concausa di molte situazioni limite soprattutto tra i giovani: ultimo è il caso del delitto di Ferrara. A tutto questo c’è una soluzione? Sicuramente ci sono delle strade da percorrere, non legalizzare la droga, non lasciare le persone sole ma creare un ambiente positivo e fare formazione, come con la conferenza che si terrà ad Empoli il prossimo 19 gennaio, in cui un magistrato, Alfredo Mantovano, ed un medico, Andrea Bartelloni, spiegheranno i perché del no alla legalizzazione delle droghe, che li vede in compagnia dei principali attori nel campo del recupero dei tossicodipendenti.

La mossa del Sultano

10 gennaio 2017
La Turchia di Erdogan verso una fase di incertezza interna Molte cose si possono dire di Recep Tayyip Erdogan ma non che manchi di spirito di iniziativa o che non persegua con perseveranza i propri progetti. Lunedì 9 gennaio, in una Turchia stretta dalla morsa del gelo, è iniziata nel Parlamento di Ankara la discussione sul progetto di riforma costituzionale presentata dal partito del Presidente, l’AKP, agli inizi di dicembre. Il progetto riguarda 21 articoli della costituzione e sancisce di fatto il passaggio della Turchia ad un sistema politico di tipo marcatamente presidenzialista. E’ un vecchio sogno di Erdogan che, con la concentrazione di gran parte dei poteri nelle proprie mani, si appresta a sancire costituzionalmente il suo ruolo di Sultano. La riforma costituirebbe la base istituzionale per quel progetto neo-ottomano che prefigura una Turchia egemone sia in Medio Oriente che nelle terre turcofone dell’Asia centrale. Punti salienti della riforma sono: il Presidente assume i poteri che già furono del Primo Ministro e ha la facoltà di sciogliere il Parlamento in ogni momento; nomina 12 dei 15 membri della Corte Costituzionale; nomina la maggioranza dei membri del Consiglio Supremo dei Giudici e dei Pubblici Ministeri che, a sua volta, nomina tutti i giudici del paese. Questo accentramento di poteri, se combinato con lo stato di emergenza dichiarato dopo il tentato golpe di luglio, potrebbe permettere al Presidente di assumere anche la carica di capo delle forze armate, con un semplice decreto del Presidente stesso. La procedura di modifica costituzionale prevede che se la riforma otterrà più di 367 voti – su 550 parlamentari – entrerà immediatamente in vigore. Se otterrà almeno 330 voti dovrà essere sottoposta a referendum popolare confermativo, che si terrebbe prima dell’estate. In ogni caso i tempi non saranno lunghi: la fine della discussione parlamentare e la relativa votazione è prevista per fine gennaio. L’AKP ha oggi 317 seggi parlamentari (in realtà 316 perché il presidente dell’assemblea non partecipa al voto), insufficienti anche per raggiungere la soglia minima che consentirebbe alla riforma di arrivare almeno al referendum. Per raggiungere la maggioranza necessaria Erdogan e i suoi hanno cercato, ed ottenuto verosimilmente a caro prezzo, l’appoggio del Partito Nazionalista Turco MHP che, con i suoi 40 seggi, garantirebbe il passaggio parlamentare verso il referendum. Con questa mossa il Sultano ha scelto di calare l’asso ma il percorso non sarà privo di ostacoli. Nell’AKP e nell’MHP la riforma ha generato più di un malcontento e perfino i fedelissimi di Erdogan vedono i rischi connessi all’idea di un uomo solo al comando, oltre – naturalmente – a temere una perdita di posizioni personali di potere. La Turchia sembra quindi destinata ad attraversare un periodo di forti tensioni sul piano della politica interna. In caso di insuccesso, poi, le conseguenze sono imprevedibili ma comunque problematiche: da un lato Erdogan potrebbe essere tentato da un nuovo e più violento giro di vite interno e dall’altro i suoi avversari vecchi (il PKK) e nuovi (Daesh/Isis e compari) potrebbero voler ostacolare il suo cammino

La voce del Magistero

MARIA MADRE DI DIO

2 gennaio 2017
Al Messaggio per la Giornata della Pace ben si collega la contemplazione di Maria con il piccolo Gesù in braccio, Maria Madre di Dio che oggi tutta la Chiesa festeggia. Otto giorni dopo la nascita la legge prevedeva il rito della circoncisione. Così possiamo contemplare Maria che, accompagnata da Giuseppe, si presenta al Tempio per i riti prescritti. La sacra famiglia si pone nelle mani del Padre. Da Lui ha ricevuto in dono il Figlio, a Lui lo ripresenta, preannuncio della grande offerta di sé che Gesù farà sulla croce per la salvezza di tutti gli uomini. Maria fin dall’inizio prende parte a questo progetto di salvezza dell’uomo, si muove insieme a Gesù, anzi lo porta lei stessa. Lo ha portato per nove mesi nel suo grembo, ha imparato a sentire il suo cuore battere all’unisono con quello di Dio, e adesso conserva nel suo cuore ricordo di tutto quello che vede succedere: i pastori, gli angeli, i canti…”Maria appare come donna di poche parole, senza grandi discorsi né protagonismi ma con uno sguardo attento che sa custodire la vita e la missione del suo Figlio e, perciò, di tutto quello che Lui ama. Ha saputo custodire gli albori della prima comunità cristiana, e così ha imparato ad essere madre di una moltitudine”, madre di tutti noi, ha imparato ad essere partecipe di tante sofferenze, di tanti dolori, ha imparato a consolare e aggiunge il Papa “Dove c’è una madre, c’è tenerezza. E Maria con la sua maternità ci mostra che l’umiltà e la tenerezza non sono virtù dei deboli ma dei forti, ci insegna che non c’è bisogno di maltrattare gli altri per sentirsi importanti”. Anche nella nostra società c’è tanto bisogno di madri perché “Le madri sono l’antidoto più forte contro le nostre tendenze individualistiche ed egoistiche, contro le nostre chiusure e apatie. Una società senza madri sarebbe non soltanto una società fredda, ma una società che ha perduto il cuore, che ha perduto il “sapore di famiglia” la presenza della madre salva da “ Quella orfanezza che trova spazio nel cuore narcisista che sa guardare solo a sé stesso e ai propri interessi e che cresce quando dimentichiamo che la vita è stata un dono, che l’abbiamo ricevuta da altri, e che siamo invitati a condividerla in questa casa comune.” ammonisce il santo Padre, correndo gravi rischi “La perdita dei legami che ci uniscono, tipica della nostra cultura frammentata e divisa, fa sì che cresca questo senso di orfanezza e perciò di grande vuoto e solitudine. La mancanza di contatto fisico (e non virtuale) va cauterizzando i nostri cuori (cfr Lett. enc. Laudato si’, 49) facendo perdere ad essi la capacità della tenerezza e dello stupore, della pietà e della compassione. L’orfanezza spirituale ci fa perdere la memoria di quello che significa essere figli, essere nipoti, essere genitori, essere nonni, essere amici, essere credenti”. Ecco perché Gesù al momento supremo del suo sacrificio, dalla croce, ha fatto alla sua Chiesa nascente un regalo grande, la sua stessa

La crisi dell’uomo si cura con il “di più” di Dio

1 gennaio 2017
Domenica ottava del Natale, festa della Madre di Dio, cinquantesima giornata mondiale della Pace, primo giorno del calendario civile per l’anno 2017: tante ricorrenze in un giorno solo, tanti motivi per riflettere, per pregare per scambiare auguri sinceri a tutti. Il Santo Padre è intervenuto in tre modi diversi, con il discorso per la 50° Giornata della Pace, firmato già lo scorso 8 dicembre, con l’omelia durante la celebrazione della santa messa per la Madre di Dio e con i saluti per il rituale Angelus della domenica. Tanti e articolati interventi che però potrebbero riassumersi in un forte invito ad affidarci a Maria perché sia guida saggia sulle orme tracciate da Gesù. “Cor Jesu adveniat Regnum Tuum, adveniat per Mariam” è l’augurio e la preghiera che ogni militante di Alleanza Cattolica usa nella preghiera personale come in quella associativa, ed è il compendio più bello di tutto quello che si può dire sulla giornata odierna. Nel discorso per la Giornata della Pace il Santo Padre ha invitato a ricordare Gesù come il primo predicatore della “nonviolenza”: nel discorso della montagna ha elogiato i miti, ha invitato a porgere l’altra guancia, ad amare i propri nemici, ha imposto di riporre nel fodero la spada la sera del giovedì santo. Il dovere della pace nasce dalla natura stessa dell’uomo, “l’immagine e la somiglianza di Dio in ogni persona ci consentano di riconoscerci a vicenda come doni sacri dotati di una dignità immensa. Soprattutto nelle situazioni di conflitto, rispettiamo questa «dignità più profonda»” dice il Papa. La nostra comune natura umana è il fondamento della civile convivenza, è la base su cui si costituisce la società: siamo persone umane e, in quanto tali, portatrici dell’immensa dignità di creature di Dio. Già Paolo VI nel suo discorso per la prima giornata della pace aveva posto accento sulla comune ragione umana, fonte per risolvere i conflitti quando ammoniva a non cadere nel «pericolo di credere che le controversie internazionali non siano risolvibili per le vie della ragione, cioè delle trattative fondate sul diritto, la giustizia, l’equità, ma solo per quelle delle forze deterrenti e micidiali». Il richiamo alla ragione come fondamento per la comune convivenza è risuonato forte anche nel famoso discorso di Papa Benedetto XVI a Ratisbona. Oggi Papa Francesco ricorda che “La violenza non è la cura per il nostro mondo frantumato”, soprattutto perché siamo già nella spirale perversa di una guerra a pezzi da cui dobbiamo uscire al più presto possibile. “Il secolo scorso è stato devastato da due guerre mondiali micidiali, ha conosciuto la minaccia della guerra nucleare e un gran numero di altri conflitti, mentre oggi purtroppo siamo alle prese con una terribile guerra mondiale a pezzi. Non è facile sapere se il mondo attualmente sia più o meno violento di quanto lo fosse ieri, né se i moderni mezzi di comunicazione e la mobilità che caratterizza la nostra epoca ci rendano più consapevoli della violenza o più assuefatti ad essa. In ogni caso, questa violenza che si esercita “a

La speranza è Cristo

29 dicembre 2016
“Non lasciatevi rubare la speranza, per favore, non lasciatevi mai rubare la speranza“, così Papa Francesco, eletto da poche settimane, nel suo primo discorso ai giovani, la domenica delle Palme del 2013, domenica dedicata alla Giornata della gioventù nelle singole diocesi. Quasi continuando idealmente un discorso iniziato dal suo predecessore, il Papa Emerito Benedetto XVI, autore nel 2007 dell’enciclica Spe Salvi, invitava i giovani a porre ogni loro impegno nell’essere uomini e donne di speranza, portatori della gioia e del sorriso che nasce dalla fiducia, meglio dalla certezza, dell’infinito. Il detto popolare ha insegnato a generazioni che “La speranza è l’ultima a morire”, ma dovrebbe essere rimodulato con “La speranza non muore mai” perché la speranza è Cristo, la vita stessa che non può mai avere fine. E sulla speranza il Papa è tornato oggi, nell’udienza generale del mercoledì, proponendo la figura di Abramo, padre nella fede e nella speranza. Abramo è il grande padre delle tre fedi monoteiste del Medio Oriente: ebraismo, cristianesimo, islam. E’ colui che ha creduto nel Dio unico che si era rivelato, ma soprattutto è colui che ha sperato oltre ogni possibile speranza e per questo Dio lo ha ricompensato. Per Papa Francesco Abramo è il vecchio che ha sperato fino all’ultimo nell’adempimento della promessa divina. E’ colui che ha creduto nonostante la promessa fosse fuori ogni possibilità umana: avere un figlio a cent’anni da una donna vecchia e sterile. Per questo san Paolo dice di lui: «Egli credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli» (Rm 4,18); e il santo Padre aggiunge «“saldo nella speranza contro ogni speranza”. Questo concetto è forte: anche quando non c’è speranza, io spero.» La speranza è il perno intorno a cui ruota il mondo. Noi ci alziamo tutte le mattine perché speriamo di lavorare per poter vivere decorosamente; i bambini giocano per la speranza di essere felici; ci sposiamo nella speranza di condividere una storia con qualcuno; ci curiamo per la speranza di guarire; mettiamo al mondo dei figli nella speranza di renderli felici e contribuire al bene dell’umanità…La speranza è come l’ossigeno, senza speranza l’uomo soffoca, dove non c’è speranza, c’è solo morte. Sempre il Papa dice «essa è la capacità di andare al di là dei ragionamenti umani, della saggezza e della prudenza del mondo, al di là di ciò che è normalmente ritenuto buonsenso, per credere nell’impossibile. La speranza apre nuovi orizzonti, rende capaci di sognare ciò che non è neppure immaginabile.» Ma la speranza solo umana ha un orizzonte limitato alle forze umane, si esaurisce con le capacità e le doti personali. Sul mio inginocchiatoio da anni c’è un’immaginetta devozionale che raffigura Maria, con in braccio Gesù Bambino, identificata come Mater Sanctae Spei. Confesso che a lungo l’ho compresa come una della tante definizioni della Vergine, al pari di Aiuto dei cristiani, Torre d’avorio o Regina della famiglia, ma era un errore. Maria è madre della speranza perché è fisicamente, materialmente madre di Cristo. Con Cristo la speranza

Dall’archivio

Il federalismo e la sua filosofia

30 novembre 2016
Gonzague de Reynold, Cristianità n. 256-257 (1996) Che cos’’è il federalismo Il federalismo è una forma politica nella quale molti piccoli Stati, o città, accettano di sacrificare una parte della loro sovranità per istituire un potere centrale, dirigente e supremo, allo scopo di meglio difendere la loro esistenza, conservare la loro indipendenza e promuovere i loro interessi comuni. Come si sa, il federalismo differisce in modo profondo e dal regionalismo e dal decentramento. Il regionalismo e il decentramento escludono ogni idea, ogni principio di sovranità. Sia l’’uno che l’’altro sono solamente concessioni amministrative emananti da un potere, non solo centrale, ma anche centralizzato. Tale potere preesistente li crea e conferisce a essi un’’esistenza legale. Da questo potere dipendono. Invece, il federalismo implica Stati sovrani, preesistenti al potere centrale, che lo creano e al quale fanno liberamente sacrifici di sovranità, perché sia in grado di svolgere la sua funzione. Infatti, il potere deve la sua esistenza legale agli Stati confederati. * * * Quindi, nel federalismo vi sono due elementi costitutivi: gli Stati, le città che si federano; il potere centrale che istituiscono. Ma questi due elementi non sono uguali, né per età, né per valore, né per diritto. Non si fronteggiano, ma il secondo è subordinato al primo. Il primo: gli Stati, le città, formano L’’elemento costituente; il secondo, il potere centrale, forma l’’elemento costituito. Il secondo elemento è solamente un’’emanazione del primo. Questo può modificarlo in ogni momento con un nuovo accordo fra i suoi membri. Il primo elemento, gli Stati, le città, avendo un’’esistenza anteriore al secondo, il potere centrale, ha quindi diritti superiori ai diritti di questo. Tuttavia, i due elementi sono indissolubili. Se non esiste più una Confederazione, e neppure uno Stato federale, il giorno in cui gli Stati che si sono federati sono stati sostituiti da un sistema unificato, centralizzato, non vi è ancora o non vi è più federalismo, ma semplicemente un’’alleanza temporanea o perpetua, se il potere centrale non è stato costituito o se è stato costituito in modo insufficiente. Infatti, ogni federalismo suppone un federatore comune. Stati troppo deboli e un potere centrale troppo forte o, inversamente, Stati troppo forti e un potere centrale troppo debole, rappresentano un federalismo incompleto o squilibrato. Perché gli Stati si sono federati? Per conservare la loro autonomia, la loro personalità, non per sacrificarle al potere centrale. La missione del potere centrale sta nel difendere, salvaguardare, promuovere l’’autonomia, la personalità di ogni Stato, questa è la sua ragion d’essere. Se tradisce la sua missione, perde la sua ragion d’essere, esce dalla sua legalità. Quando il potere centrale si sostituisce al governo interno di ogni Stato confederato, vi è usurpazione da parte sua. Poiché il potere centrale è solo l’emanazione degli Stati confederati, deve conoscere direttamente solo questi e si deve indirizzare ai loro popoli solo attraverso la loro mediazione. Invece, il potere centrale deve essere forte nel suo campo specifico: all’’esterno, la difesa della Confederazione che rappresenta di fronte allo straniero; all’’interno, la conservazione della Confederazione secondo

Dietro la barba di Castro

27 ottobre 2016
Articolo apparso su Cristianità n. 259 del 1996, con il titolo originale: “Dietro la barba di Castro: qualche istantanea di un regime socialcomunista vigente *” – Dal 13 al 17 novembre 1996 la FAO, l’’Organizzazione per l’’Alimentazione e l’’Agricoltura delle Nazioni Unite con sede a Roma, vi tiene il Vertice Mondiale sull’’Alimentazione. All’’incontro è prevista la partecipazione di numerosi capi di Stato, fra i quali il dottor Fidel Castro Ruz, capo dello Stato e del Governo della Repubblica di Cuba. Da sempre corre in Italia un giudizio superficiale a proposito del socialismo reale iberoamericano, considerato come una versione debole di tale regime, neppure lontanamente paragonabile alle sue modalità tedesca o slava. Questo abbaglio interpretativo è stato incrementato dal cosiddetto crollo del Muro di Berlino, cioè dall’’inizio della metamorfosi dell’’impero socialcomunista mondiale, sì che il giullare di una superpotenza — così pensano molti—, scomparsa la superpotenza, è a maggior titolo solo e semplicemente un giullare, da non prendere sul serio all’’estero in quanto incapace di far gran male anche all’’interno. Poiché, tragicamente per i cubani, le cose stanno molto diversamente, e poiché nella mitologia dei nostalgici rossi -— soprattutto di quelli di area cattolica, fra i quali anche soggetti in significativa posizione gerarchica —- il dottor Fidel Castro Ruz è l’’astro centrale di una costellazione di cui si auspica il levarsi tempestivo all’’orizzonte prima che l’’umanità tutta precipiti nelle tenebre del consumismo, credo valga la pena di dotarsi di qualche informazione sulla situazione cubana. Ma, poiché ricostruirne brevemente la storia significa esporsi all’’accusa di aver operato una selezione maliziosa dei fatti, e poiché la ricostruzione potrebbe essere soltanto breve, presento un identikit di tale situazione attraverso flash, attraverso informazioni giornalistiche e dichiarazioni — tutte successive al 1989, altrettanti punti che, collegati dal lettore come in una enigmistica pista cifrata, permettono di cogliere, dietro la maschera carnevalesca, il ghigno della morte. E la strumentazione mi viene offerta soprattutto da un articolo che ha come sottotitolo La situazione cubana in pillole. Senza commenti, comparso sulla rivista Tradición Familia Propiedad, organo della Sociedad Chilena de Defensa de la Tradición, Familia y Propiedad, nel fascicolo n. 98, dell’’ottobre 1996 e in corso di diffusione nel paese andino (17). Aborto, suicidio e prostituzione “La promiscuità di adolescenti e di giovani promossa dal governo comunista fa perdere loro il senso della moralità -— afferma S. E. mons. Eduardo Boza Masvidal, vescovo cubano in esilio –. L’’aborto viene praticato ampiamente con il pieno appoggio del governo. Un terzo delle giovani fra i 15 e i 19 anni hanno fatto almeno un aborto. In totale, ogni dieci nascituri, sei vengono abortiti. È la maggiore percentuale dell’’emisfero e forse di tutto il mondo”; e ancora: “Si calcola che solamente all’Avana vi siano circa 35.000 prostitute, che trasformano Cuba nel paradiso del turismo sessuale. Per il governo, se entrano dollari, siano benvenuti, anche se a costo della dignità della donna cubana. Cuba ha pure il livello più elevato di suicidi dell’emisfero” (18). “”Fra altre ragioni, Cuba ha fatto la rivoluzione per non

Preghiera alla Beata Vergine Maria della Misericordia

31 marzo 2016
S. Faustina Kowalska, Cristianità n. 379 (2016)   O Maria, Vergine Immacolata, Puro cristallo per il mio cuore, Tu sei la mia forza, o àncora potente, Tu sei lo scudo e la difesa dei deboli cuori. O Maria, tu sei pura ed impareggiabile, Vergine e Madre insieme. Tu sei bella come il sole, senza alcuna macchia, Nulla è paragonabile all’immagine della Tua anima. La Tua bellezza ha affascinato il Tre volte Santo, Sceso dal cielo, abbandonando il trono della Sua sede eterna, E prese corpo e sangue dal Tuo cuore, Nascondendosi per nove mesi nel cuore della Vergine. O Madre, o Vergine, nessuno riesce a comprendere Che l’immenso Iddio diventa uomo, Solo per amore e per la Sua insondabile Misericordia. Per merito Tuo, o Madre, vivremo con Lui in eterno. O Maria, o Vergine Madre e Porta del cielo, Attraverso te ci è venuta la salvezza, Ogni grazia sgorga per noi dalle Tue mani E solo la Tua fedele imitazione mi farà santa. O Maria, o Vergine, o Giglio più bello, il Tuo Cuore è stato il primo tabernacolo per Gesù sulla terra, Perché la Tua umiltà è stata la più profonda E per questo sei stata innalzata sopra i cori degli angeli e sui santi. O Maria, dolce Madre mia, Affido a Te l’anima, il corpo ed il mio povero cuore. Sii la Guardiana della mia vita E soprattutto nell’ora della morte, nell’ultima battaglia. Santa Maria Faustina Kowalska della Congregazione delle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia (1905-1938)