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Grave violazione del diritto all’obiezione

22 febbraio 2017
Centro Studi Livatino “Grave violazione del diritto costituzionale all’obiezione di coscienza e alla legge 194/1978″ Il concorso bandito dalla Regione Lazio, finalizzato esclusivamente al servizio di interruzione volontaria della gravidanza, i cui vincitori “verranno assegnati al settore del Day Hospital e Day Surgery per l’applicazione della legge 194” si pone in contrasto diretto col diritto costituzionale alla libertà di coscienza e con le norme a tutela dell’azione contenute nella stessa legge n. 194/1978. E’ quanto osserva il Centro Studi Rosario Livatino, formato da magistrati, docenti universitari ed avvocati, presieduto dal prof. Mauro Ronco. Stando a quanto affermato dal direttore generale del San Camillo-Forlanini, Fabrizio d’Alba, “se chi ha vinto il concorso farà obiezione nei primi sei mesi dopo l’assunzione, potrebbe rischiare il licenziamento, perché sarebbe inadempiente rispetto al compito specifico per cui è stato chiamato” e, dopo il periodo di prova, l’obiezione di coscienza potrebbe portare “alla mobilità o addirittura alla messa in esubero”. E’ una gravissima limitazione di un diritto costituzionalmente fondato, che richiede un immediato intervento del Governo nazionale. Il Centro studi Livatino info@centrostudilivatino.it – www.centrostudilivatino.it – (+393494972251 – +393334152634)

L’Italia non è un Paese per imprenditori

22 febbraio 2017
Il lavoro lo creano gli imprenditori. L’Italia non è un Paese per imprenditori. In Italia manca il lavoro. Ahimè, se non è un sillogismo poco ci manca. È inutile lamentare l’elevatissimo numero di disoccupati in Italia – su percentuali medie del 12% fino a sfiorare un allarmante 40% tra i giovani e con picchi ancora più elevati nel meridione, – se contestualmente non ci si interroga sulle pre-condizioni necessarie a quello sviluppo autentico che solo consente di “creare” occupazione. Da decenni ormai l’Italia non è più un Paese per imprenditori. Infatti: – la pressione fiscale elevatissima scoraggia gli investimenti: siamo al paradosso di imprese che distruggono sistematicamente ricchezza e vengono tenute in vita artificialmente col denaro “pubblico” (cioè preso dalla tasche dei contribuenti), mentre imprese sane e promettenti non riescono a crescere perché se si azzardano a produrre utili se li vedono confiscati dallo sceriffo di Nottingham. Anzi, anche se non producono utili, perché l’Irap (Imposta regionale sulle attività produttive) la devono pagare comunque anche se in perdita, scoraggiando così le assunzioni; – i giovani talenti e le imprese, specie quelle medie e piccole, hanno difficoltà a trovare finanziatori per crescere: se Bill Gates fosse nato in Irpinia probabilmente sarebbe ancora nel suo garage; – la corruzione ed il “capitalismo” clientelare, che della libera e leale concorrenza rappresentano una triste caricatura, fanno crescere non chi meglio sa servire il cliente finale ma chi più è intrallazzato con i pubblici poteri. A danno del consumatore sempre, e del contribuente molto spesso, come negli appalti pubblici; – l’ipertrofia legislativa insieme ai tempi biblici della giustizia vanno a vantaggio dei furbi, danneggiano gli onesti, scoraggiano gli investimenti e gli scambi; – le infiltrazioni malavitose, endemiche nel meridione ma oramai diffuse anche al Nord, penalizzano le imprese oneste e ostacolano lo sviluppo; – un sistema scolastico ipertrofico e statalista, inefficiente ed inefficace vede l’Italia arretrare anno dopo anno nelle classifiche internazionali che misurano il livello qualitativo dell’educazione impartita, impedendo la formazione di quel “capitale umano” necessario alla crescita; – una mentalità diffusa vede spesso con sospetto, ostilità ed invidia il successo economico, preferendole una redistribuzione socialistica dei redditi prodotti. La geremiade potrebbe proseguire a lungo, ma è sufficiente per confermare l’assunto iniziale: no, l’Italia non è davvero un Paese per imprenditori. Cosa potrebbe fare lo Stato? Come ricordava Giovanni Paolo II nella lettera enciclica Centesimus Annus del 1991 (nr. 42), ciò che occorre è un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia […], un sistema in cui la libertà nel settore dell’economia  è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale. Una semplificazione legislativa, assicurare tempi rapidi alla giustizia, un fisco equo pro-crescita, un controllo del territorio contro la malavita, promuovere una riduzione del perimetro pubblico nella vita economica-sociale ed un’effettiva libertà scolastica che promuova l’eccellenza dell’istruzione: questo occorre all’Italia di oggi per

Gandolfini: sciogliere e rifondare Unar

22 febbraio 2017
Scandalo Unar – Gandolfini: sciogliere e rifondare Unar con personalità che coinvolgano le famiglie “Le dimissioni di Spano sono il minimo scontato, ma il governo non pensi di assolversi gettando tutte le responsabilità su di lui. È da anni che l’Unar agisce ideologicamente fuori dal sul suo mandato originario. Lo denunciamo da tempo sempre inascoltati. Al di là della mancata trasparenza, ora noi vigileremo su quanto avverrà nella scuola, dove si è tentato di far entrate le associazioni lgbt accreditate all’Unar come agenzie per il contrasto alla discriminazione e al bullismo. In realtà si è tentata una vera colonizzazione secondo il gender”, afferma Massimo Gandolfini, presidente del Comitato promotore del Family day. “Con forza contrasteremo ogni proposta di normalizzazione di identità di genere al di fuori dell’evidente binarietà, maschio e femmina, che la natura ci consegna. No alla colonizzazione ideologica e alla sessualizzazione precoce. I figli non sono cavie per sperimentazioni socio culturali”, prosegue Gandolfini. “Questo Unar va sciolto e rifondato con persone dalla vita personale e sociale specchiata, che abbiano a cuore la famiglia – primo vero presidio di integrazione nella società, che educa a relazionarsi con l’altro – e la delicata innocenza dei bambini. Non ci spieghiamo perché, infatti, non si dia altrettanto credito alle associazioni familiari che vivono ogni giorno l’esperienza della genitorialità e dell’accudimento dell’infanzia”, aggiunge Gandolfini. “Teniamo massima attenzione anche su un altro tema di importanza fondamentale: l’adozione dei bambini. Solo una è la legge che conta: il diritto inviolabile di ogni minore ad avere un papà e una mamma. Attenzione a chi sta tramando contro questo diritto legittimando alchimie sociali come l’utero in affitto. Le famiglie italiane sono stufe di abusi ideologici”, conclude Gandolfini. Roma, 21 febbraio 2017 Comitato Difendiamo i Nostri Figli Ufficio Stampa 393.8182082

La voce del Magistero

La prima minaccia all’Europa cristiana viene dall’Europa stessa

19 febbraio 2017
Due incontri significativi di Papa Francesco: con gli studenti dell’Università Roma Tre venerdì scorso e con la folla di Piazza san Pietro per l’Angelus domenica mattina. All’Università, il Santo Padre ha preferito rispondere a domande libere dei giovani che hanno offerto diversi spunti: la violenza presente oggi nella società internazionale; il rapporto fra violenza subìta e giustizia necessaria; il disorientamento che patiamo di fronte ad una società mutata nei suoi elementi di base; il rapporto fede e cultura nel pensiero cristiano e il confronto con “l’altro”. Papa Francesco, nelle risposte diverse ma collegate, ha mostrato che tutto ha origine nella dignità dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, e nel suo riconoscersi bisognoso di aiuto e sostegno da parte dei fratelli e del Padre comune. Ogni parte del mondo soffre per conflitti più o meno violenti ma non ci si può mai arrendere alla violenza, occorre crescere formando “le coscienze, in un serrato confronto tra le esigenze del bene, del vero e del bello (le tre unità della filosofia classica e tomista che trovano il loro compimento in Dio), e la realtà con le sue contraddizioni”. Di fronte ad una situazione complessa e dominata da grandi interessi “giustamente voi vi chiedete: quale dev’essere la nostra risposta? Certamente non un atteggiamento di scoraggiamento e di sfiducia. Voi giovani, in particolare, non potete permettervi di essere senza speranza, la speranza è parte di voi stessi.” Non si può, e non si deve, rispondere alla violenza con la violenza. Su questo punto ha insistito anche durante l’Angelus richiamando il Vangelo “Avete inteso che vi fu detto: occhio per occhio….Ma io vi dico…” (Mt. 5,38-48). Commenta il Papa: “Gesù non chiede ai suoi discepoli di subire il male, anzi, chiede di reagire, però non con un altro male, ma con il bene. Solo così si spezza la catena del male”. Gesù indica di porgere l’altra guancia …ma con questo non giustifica mai il male, semplicemente ci chiede di rinunciare alla vendetta. “Ma questa rinuncia non vuol dire che le esigenze della giustizia vengano ignorate o contraddette; no, al contrario, l’amore cristiano, che si manifesta in modo speciale nella misericordia, rappresenta una realizzazione superiore della giustizia. […] Ci è consentito di chiedere giustizia; è nostro dovere praticare la giustizia. Ci è invece proibito vendicarci o fomentare in qualunque modo la vendetta”. Gesù ci propone di amare anche coloro che ci hanno ferito, coloro che ci hanno fatto tanto male, perché “se amate solo coloro che vi amano, che merito ne avete? Non fanno così anche i pagani?”. Anche chi ci è nemico è una creatura voluta e amata dal Padre, anche per chi provoca dolore o genera violenze Gesù è morto sulla croce, perché anche a lui fosse offerta la possibilità della conversione e della salvezza. E allora la speranza deve vivere sempre nei cuori dei giovani perché “quando manca la speranza, di fatto manca la vita”. Agli universitari ha ricordato che dove manca la speranza l’uomo cade vittima di felicità apparenti che non

Ogni vita è sacra!

6 febbraio 2017
ANGELUS Piazza San Pietro Domenica, 5 febbraio 2017   Cari fratelli e sorelle, buongiorno! In queste domeniche la liturgia ci propone il cosiddetto Discorso della montagna, nel Vangelo di Matteo. Dopo aver presentato domenica scorsa le Beatitudini, oggi mette in risalto le parole di Gesù che descrivono la missione dei suoi discepoli nel mondo (cfr Mt 5,13-16). Egli utilizza le metafore del sale e della luce e le sue parole sono dirette ai discepoli di ogni tempo, quindi anche a noi. Gesù ci invita ad essere un riflesso della sua luce, attraverso la testimonianza delle opere buone. E dice: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,16). Queste parole sottolineano che noi siamo riconoscibili come veri discepoli di Colui che è la Luce del mondo, non nelle parole, ma dalle nostre opere. Infatti, è soprattutto il nostro comportamento che – nel bene e nel male – lascia un segno negli altri. Abbiamo quindi un compito e una responsabilità per il dono ricevuto: la luce della fede, che è in noi per mezzo di Cristo e dell’azione dello Spirito Santo, non dobbiamo trattenerla come se fosse nostra proprietà. Siamo invece chiamati a farla risplendere nel mondo, a donarla agli altri mediante le opere buone. E quanto ha bisogno il mondo della luce del Vangelo che trasforma, guarisce e garantisce la salvezza a chi lo accoglie! Questa luce noi dobbiamo portarla con le nostre opere buone. La luce della nostra fede, donandosi, non si spegne ma si rafforza. Invece può venir meno se non la alimentiamo con l’amore e con le opere di carità. Così l’immagine della luce s’incontra con quella del sale. La pagina evangelica, infatti, ci dice che, come discepoli di Cristo, siamo anche «il sale della terra» (v. 13). Il sale è un elemento che, mentre dà sapore, preserva il cibo dall’alterazione e dalla corruzione – al tempo di Gesù non c’erano i frigoriferi! –. Pertanto, la missione dei cristiani nella società è quella di dare “sapore” alla vita con la fede e l’amore che Cristo ci ha donato, e nello stesso tempo di tenere lontani i germi inquinanti dell’egoismo, dell’invidia, della maldicenza, e così via. Questi germi rovinano il tessuto delle nostre comunità, che devono invece risplendere come luoghi di accoglienza, di solidarietà, di riconciliazione. Per adempiere a questa missione, bisogna che noi stessi per primi siamo liberati dalla degenerazione corruttrice degli influssi mondani, contrari a Cristo e al Vangelo; e questa purificazione non finisce mai, va fatta continuamente, va fatta tutti i giorni! Ognuno di noi è chiamato ad essere luce e sale nel proprio ambiente di vita quotidiana, perseverando nel compito di rigenerare la realtà umana nello spirito del Vangelo e nella prospettiva del regno di Dio. Ci sia sempre di aiuto la protezione di Maria Santissima, prima discepola di Gesù e modello dei credenti che vivono ogni giorno nella storia la loro vocazione e missione. La nostra

La contro-rivoluzione è frutto di una speranza forte

20 gennaio 2017
Continuano le udienze pontificie sul tema della speranza, virtù teologale a cui Benedetto XVI aveva dedicato un’intera enciclica, la Spe salvi, nel 2007. Papa Francesco ha ripreso il tema nelle ultime 8 udienze del mercoledì ma si era già soffermato sulla speranza nel 2013 in una profonda omelia durante la S. Messa mattutina a Santa Marta. In quell’occasione, riprendendo il tema chiave della Spe salvi aveva detto che la speranza «non è quella capacità di guardare le cose con buon animo e andare avanti. No, quello è ottimismo, non è speranza. Né la speranza è un atteggiamento positivo davanti alle cose. Quelle sono persone luminose, positive [.. .] Ma non è la speranza. Non è facile capire cosa sia la speranza. Si dice che è la più umile delle tre virtù, perché si nasconde nella vita. La fede si vede, si sente, si sa cosa è. La carità si fa, si sa cosa è. Ma cosa è la speranza? Cosa è questo atteggiamento di speranza? Per avvicinarci un po’, possiamo dire in primo che la speranza è un rischio, è una virtù rischiosa, è una virtù, come dice San Paolo “di un’ardente aspettativa verso la rivelazione del Figlio di Dio”. Non è un’illusione». Anche Benedetto XVI ha scritto nella sua enciclica che la speranza è intimamente legata alla fede, ne è il completamento in quanto in questa trova le sua fondamenta e da questa scaturisce. Partendo dalla nota definizione di fede che San Paolo propone in Ebrei 11,1 “La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono”, il Pontefice si sofferma su due termini e ne sottolinea l’importanza. “Fondamento”, hypostasis nel testo latino, indica la “sostanza”, concetto fondamentale di tutta la filosofia greca e medioevale. La sostanza è quanto vi è di più importante in ogni realtà, è ciò che rende una cosa quello che è veramente. E’ la sostanza che fa del foglio che stiamo leggendo un foglio, e fa sì che un foglio sia diverso da un pezzo di pane, da un gatto o da un ciclamino – ma, nello stesso tempo, abbia qualche cosa di essenziale in comune con ogni altro foglio, anche lontanissimo nel tempo e nello spazio, rispetto al quale non cambierà la sostanza, ma solo quelli che la filosofia classica chiama accidenti saranno diversi. La sostanza delle cose che si sperano è dunque qualche cosa di molto concreto. Non uno stato d’animo, un desiderio, una passione, un’emozione: ma una cosa. La speranza non è un’illusione, come sottolineato da Papa Francesco, anche se si riferisce al futuro è già dentro di noi, non come fantasia ma come realtà. Veramente dentro di noi c’è “già ora qualcosa della realtà attesa” (Spe salvi, n. 7), e solo la parola “sostanza” ci permette di dare all’espressione “qualcosa” tutta la sua realtà, sottraendola definitivamente al regno del vago, dell’indefinito e dell’illusorio. Non solo: la fede – che qui si fa anche e nello stesso tempo speranza – è “prova delle cose

Dall’archivio

Il federalismo e la sua filosofia

30 novembre 2016
Gonzague de Reynold, Cristianità n. 256-257 (1996) Che cos’’è il federalismo Il federalismo è una forma politica nella quale molti piccoli Stati, o città, accettano di sacrificare una parte della loro sovranità per istituire un potere centrale, dirigente e supremo, allo scopo di meglio difendere la loro esistenza, conservare la loro indipendenza e promuovere i loro interessi comuni. Come si sa, il federalismo differisce in modo profondo e dal regionalismo e dal decentramento. Il regionalismo e il decentramento escludono ogni idea, ogni principio di sovranità. Sia l’’uno che l’’altro sono solamente concessioni amministrative emananti da un potere, non solo centrale, ma anche centralizzato. Tale potere preesistente li crea e conferisce a essi un’’esistenza legale. Da questo potere dipendono. Invece, il federalismo implica Stati sovrani, preesistenti al potere centrale, che lo creano e al quale fanno liberamente sacrifici di sovranità, perché sia in grado di svolgere la sua funzione. Infatti, il potere deve la sua esistenza legale agli Stati confederati. * * * Quindi, nel federalismo vi sono due elementi costitutivi: gli Stati, le città che si federano; il potere centrale che istituiscono. Ma questi due elementi non sono uguali, né per età, né per valore, né per diritto. Non si fronteggiano, ma il secondo è subordinato al primo. Il primo: gli Stati, le città, formano L’’elemento costituente; il secondo, il potere centrale, forma l’’elemento costituito. Il secondo elemento è solamente un’’emanazione del primo. Questo può modificarlo in ogni momento con un nuovo accordo fra i suoi membri. Il primo elemento, gli Stati, le città, avendo un’’esistenza anteriore al secondo, il potere centrale, ha quindi diritti superiori ai diritti di questo. Tuttavia, i due elementi sono indissolubili. Se non esiste più una Confederazione, e neppure uno Stato federale, il giorno in cui gli Stati che si sono federati sono stati sostituiti da un sistema unificato, centralizzato, non vi è ancora o non vi è più federalismo, ma semplicemente un’’alleanza temporanea o perpetua, se il potere centrale non è stato costituito o se è stato costituito in modo insufficiente. Infatti, ogni federalismo suppone un federatore comune. Stati troppo deboli e un potere centrale troppo forte o, inversamente, Stati troppo forti e un potere centrale troppo debole, rappresentano un federalismo incompleto o squilibrato. Perché gli Stati si sono federati? Per conservare la loro autonomia, la loro personalità, non per sacrificarle al potere centrale. La missione del potere centrale sta nel difendere, salvaguardare, promuovere l’’autonomia, la personalità di ogni Stato, questa è la sua ragion d’essere. Se tradisce la sua missione, perde la sua ragion d’essere, esce dalla sua legalità. Quando il potere centrale si sostituisce al governo interno di ogni Stato confederato, vi è usurpazione da parte sua. Poiché il potere centrale è solo l’emanazione degli Stati confederati, deve conoscere direttamente solo questi e si deve indirizzare ai loro popoli solo attraverso la loro mediazione. Invece, il potere centrale deve essere forte nel suo campo specifico: all’’esterno, la difesa della Confederazione che rappresenta di fronte allo straniero; all’’interno, la conservazione della Confederazione secondo

Marco Tangheroni (1946-2004)

30 giugno 2013
Cristianità n. 321 (2004) L’11 febbraio 2004 è deceduto a Pisa il professor Marco Tangheroni. Nato nel capoluogo toscano il 24 febbraio 1946, nella stessa città compie gli studi medi superiori e frequenta il primo anno d’università, quindi si trasferisce a Cagliari, dove si laurea nel 1968 con una tesi su Gli Alliata. Una famiglia pisana del Medioevo (CEDAM, Padova 1969), relatore il professor Alberto Boscolo (1920-1988). Insegna nelle università di Cagliari, di Barcellona – negli anni 1968-1969 e 1969-1970 -, di Sassari – dov’è pure direttore dell’Istituto di Storia e preside della Facoltà di Magistero – e di Pisa. In questo ateneo è, al momento della morte, professore ordinario di Storia Medievale e direttore del Dipartimento di Storia e vi è stato direttore di quello di Medievistica e prorettore. Nel 2001 viene insignito dell’Ordine del Cherubino, conferito dallo stesso ateneo pisano a docenti universitari in riconoscimento dei loro meriti scientifici e culturali. Nel 2003 – ultima fatica che ha potuto inaugurare ma non chiudere per l’ennesimo ricovero ospedaliero – è curatore scientifico della mostra Pisa e il Mediterraneo. Uomini, merci, idee dagli Etruschi ai Medici. Nei suoi studi ha toccato i più diversi aspetti della realtà medievale, da quelli economici a quelli religiosi, attento soprattutto all’area mediterranea. Ha pubblicato sulla storia di Pisa, della Toscana e della Sardegna – per esempio, Politica, commercio, agricoltura a Pisa nel trecento (Pacini, Pisa 1973), La città dell’argento. Iglesias dalle origini alla fine del Medioevo (Liguori, Napoli 1985) e Medioevo Tirrenico (Pacini, Pisa 1992) -; oltre un centinaio di articoli scientifici su riviste italiane e straniere; ha collaborato a importanti opere collettive – per esempio, con il saggio Sardinia and Corsica from the mid-twelfth to the early fourteenth century, a The New Cambridge Medieval History, vol. 5, c. 1198-c. 1300, a cura di David Abulafia (Cambridge University Press, Cambridge-New York-Melbourne 1999, pp. 447-457) – e ha suggerito, introdotto e talora curato l’edizione italiana di scritti di autori stranieri, a diverso titolo significativi, fra cui Gustave Thibon (1903-2001), Régine Pernoud (1909-1998), Jean Dumont (1923-2001) e Jacques Heers, nonché di un classico della spiritualità mariana, Il segreto ammirabile del Santo Rosario, di san Luigi Maria Grignion di Montfort (1673-1716) (Cantagalli, Siena 2000). La sua ricerca ha trovato espressione compiuta nell’opera Commercio e navigazione nel Medioevo (Laterza, Roma-Bari 1996). Ha collaborato ai quotidiani Il Messaggero Veneto, Avvenire. Quotidiano d’ispirazione cattolica, Secolo d’Italia. Quotidiano di Alleanza Nazionale, Il Giornale, L’Unione Sarda e Il Tirreno nonché alle riviste Cristianità, Quaderni di “Cristianità”, Jesus: Mensile di cultura e attualità religiosa, Storia e Dossier, Medioevo. Mensile culturale, La Torre, Intervento, Percorsi di politica, cultura, economia e il Timone. Mensile di informazione e formazione apologetica. Lascia la moglie e tre figlie adottive ruandesi. Alleanza Cattolica, nelle cui file ha militato dal 1970 – dal 1993 reggente della Regione Toscana e membro del Capitolo Nazionale – e della quale, dalla sua costituzione giuridica nel 1998, era socio fondatore, ne ricorda con profonda gratitudine e con enorme ammirazione la testimonianza straordinaria d’impegno culturale, civile e cristiano, profusa con generosità e con costanza nonostante

L’antiproibizionismo

7 ottobre 2011
di Mauro Ronco   1. Il retroterra: la cultura «alternativa» degli anni 1970 Nel linguaggio massmediatico, accolto anche a livello politico e giuridico, si designa come antiproibizionista quella corrente di pensiero che stigmatizza come illiberale e inopportuna la proibizione dell’uso e della circolazione delle droghe, in particolare di quelle cosiddette leggere – la canapa indiana e i suoi derivati -, nonché di quelle aventi effetti psicodislettici, dispercettivi. Una siffatta tendenza ha il suo retroterra nella cultura alternativa, diffusa con vertiginosa – e sospetta – rapidità nella prima metà degli anni 1970 in tutto il mondo occidentale. Il comune buon senso riprovava all’epoca l’uso delle droghe. La cultura alternativa intendeva rovesciare tale giudizio e sosteneva che le droghe, in specie la canapa indiana e i suoi derivati, nonché gli psicodislettici, meritavano un apprezzamento positivo, in quanto idonei a produrre la dilatazione e l’arricchimento dell’esperienza individuale, sì da consentire all’individuo di sgusciare fuori dalla «camicia di forza» della ragione. Timothy Leary (1920-1996), autoproclamatosi gran sacerdote dell’LSD, dichiarava nel 1969 che tale sostanza non soltanto «cambia il modo di pensare», ma è addirittura in grado di «cambiare la natura umana». Nello stesso 1969 i teorici della Marijuana Review proclamavano che «il problema della marijuana è una guerra civile culturale in cui il modo di pensare tradizionale, conformista e conservatore – morale, etico e religioso – urta contro la nuova coscienza, planetaria, dinamica, globale, espansa». Leary aggiungeva che la droga sarebbe stata l’unica via per far assimilare all’uomo occidentale, schiavo di secoli di pensiero logico, il modo di pensare afro-asiatico: «le droghe psichedeliche – scriveva – anneriscono l’uomo bianco». Il sociologo Guido Blumir intitolava un’opera del 1973 La marijuana fa bene; e il filosofo del diritto Giovanni Cosi distingueva fra droghe utilizzabili come mezzi per la dilatazione della coscienza e droghe dannose, sì che la valutazione giuridica si sarebbe dovuta spostare dalla semplice accettazione o negazione in toto della droga al modo in cui usarla come mezzo di espansione della conoscenza: «Droga come mezzo di conoscenza – scriveva in La liberazione artificiale. L’uomo e il diritto di fronte alla droga, del 1979 -: questo è il presupposto, o l’ipotesi, di partenza del nostro tentativo di valutazione filosofica». Fra il 1970 e il 1975, in molti settori della cultura giovanile, la canapa indiana diventa costume di gruppo ed è considerata sinonimo di libertà. La campagna per la sua liberalizzazione viene condotta sul filo della distinzione fra droghe innocue, creative – marijuana e haschisch -, e droghe pesanti o dannose, trascurando che l’uso della canapa e dei suoi derivati rappresenta comunque un pericolo inaccettabile per la salute e svolge la funzione di droga ponte per l’accostamento alle sostanze pesanti. Gli effetti sociali di una tale cultura sono devastanti. Già negli anni 1974 e 1975 l’eroina, droga dura per antonomasia, comincia a diventare oggetto di consumo di massa. La cultura alternativa, invece di prendere atto del fallimento del modello antropologico cui si ispira – dell’uomo totalmente anomico e libero dai vincoli della legge morale e della solidarietà